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Il blog – Cronache di Mutter Courage- presenta un’immagine colore seppia di una donna con una gonna lunga e larga che arriva fino ai piedi; sul giaccone di stoffa pesante porta all’occhiello una  pochette che ai miei occhi appare come un fiore bianco. Cammina fiera in una strada dove i carri hanno ruote di legno e sono trainati da cavalli. Sulle sue pagine Anna Maria Curci propone poesie come questa:

                                      Non sparo io ai gabbiani,

vivi li preferisco

con pan di segale li nutro

e zibibbo rossiccio.

Umano, neppur per caso il volo

dei gabbiani raggiungere potrai.

Dovessi chiamarti Emma, accontentati

allora di aver pari sembiante.

Non so niente io di poesia ma queste parole di Christian Morgenstern mi danno il conforto come se  le avessi sentite recitate da mio padre nelle sere d’inverno quando tornando dal rosario ci appoggiavamo con la schiena alle pareti refrattarie del vecchio forno per recuperare calore in attesa della cena. Chi lavora di notte, dorme nel pomeriggio; i momenti di vita in comune con i propri figli sono rari e io li sfruttavo per sapere qualcosa della sua vita. Parlava poco mio padre e solo per raccontare di persone buone, di chi gli aveva voluto bene, e quando chiedevo della guerra erano silenzi e sguardi nel vuoto. Negli anni che precedettero la seconda guerra mondiale il fornaio portava il pane appena sfornato nel paese vicino con un calesse dalle ruote di legno trainato dalla cavalla; aveva trentadue anni quando lo richiamarono nell’esercito; il fante non ebbe tempo di sparare  e forse non l’avrebbe mai fatto; lo fecero prigioniero sulle coste della Jugoslavia e lo portarono in un campo di prigionia ad Essen dove con altri compagni fu impiegato nella produzione di ordigni bellici. Rivelò quasi niente di quel periodo, forse per non comunicare gli orrori che vide, per lui il mondo era buono. Quel che portò dalla Germania furono frasi stringate che non riuscivo a collegare tra loro, una forchettina d’argento che ricevette in cambio di qualche pacchetto di sigarette da una donna tedesca che trafficava nel mercato nero oggetti recuperati tra le macerie della città dopo i   bombardamenti e alcune frasi di una canzone imparate a memoria: -Wie einst Lili Marleen. Mit dir, Lili Marleen-.

La canzone scelta da Anna è Down to you  composta da Joni  Mitchell ma proposta dai Colosseum II,  la band che il batterista Jon Hiseman sopravvissuto col bassista  Mark Clark alla storica formazione del ’68 riformò nel ’75. In questa nuova formazione la parte da leone però la fa Gary Moore il chitarrista che ha fatto storia e scuola per il suo stile inconfondibile. Con tutta onestà devo dire che non ho mai seguito i Colosseum II, in quegli anni ho ascoltato poca musica, preso com’ero dall’inserimento nel mondo del lavoro, l’amore, il matrimonio, i figli.                                                                    Non è possibile ascoltare questa canzone su Youtube ma le vie del web sono infinite, soprattutto se hai amici come Anna Maria.                                    Dopo l’introduzione del suono limpido di una chitarra rock blues si  riconosce nelle parole e nella melodia la stessa canzone incisa da Joni per l’album Court and Spark. Confrontando le due versioni, al primo ascolto lo stile sembra molto diverso, le riaccomuna  immediatamente la virata del sound verso le spirali liberatorie del jazz-rock, grande amore di entrambi gli artisti.

Love is gone

written on your spirit this sad song

love is gone

everythinh comes and goes

Pleasure moves on too early and trouble leaves too slow

Lo scontro tra la fragilità delle anime sensibili con un mondo gonfiato di apparenze lascia un segno indelebile, una cicatrice compagna di viaggio nella ricerca di un sé più profondo nel doloroso confronto con gli inevitabili alti e bassi delle relazioni affettive, la disanima di tutto quello che l’amore regala e subito toglie.

Luglio 1974. Una domenica pomeriggio in piena estate. Con la centodecima compagnia  di mortaisti avevamo fatto rientro alla base accampata sulle rive del piccolo lago in val Senales, dopo una escursione di tre giorni con pernottamento nel rifugio sul ghiacciaio del Similaun. La discesa a valle era stata snervante a causa della tensione per l’allarme slavine e da un gragnola di chicchi ghiacciati che ci investì quando ormai eravamo fuori pericolo. Accucciato alla sponda del torrente  ero intento a lavare la gavetta e le posate quando da una radiolina portatile mi arrivarono le note di una canzone che avevo ballato l’estate precedente con una ragazza che frequentavo e per la quale avevo una cotta che bruciava parecchio da quando l’avevo vista baciare un mio amico poco tempo prima della mia partenza per il servizio militare.Le parole di Patty Pravo  ripetevano -non te ne andare, non te ne andare, non mi lasciare-.

Il groppo che avevo in gola si sciolse in lacrime e la forchetta scivolò tra i massi e fu trascinata via dalla corrente. In quel momento sentiì chiamare il mio nome dal furiere sopraggiunto con la posta arretrata. Aprii la lettera con le mani ancora bagnate di acqua dolce e salata.  Nelle informazioni di mia madre c’era la notizia dell’inizio dei lavori per quella che sarebbe stata la mia futura casa e  nell’ultima riga, prima dei saluti, il numero del telefono che ci avevano appena istallato. In compagnia di un amico inseparabile raggiunsi il posto telefonico nel paesino in riva al lago, feci il numero e dopo qualche squillo mi rispose la voce di mio padre. Non me lo sarei mai aspettato!. Riconobbe subito la mia voce. Poche parole per dire che era solo in casa, poi, silenzio come al solito, per stare ad assorbire tutto quello che avevo da dirgli, e fu poco, perchè si parlano poco coloro che parlano con gli occhi. Ma mi bastò. Avevo imparato col tempo a lavorare con fantasia alle sue parole centellinate. Poche frasi da conservare come pietre preziose nel mio scrigno segreto  spensero la fiamma che mi aveva scottato qualche attimo prima. Ogni cosa viene e va. Sul bancone del gasthof due bicchierini di grappa di pere da buttare giù in un fiato. I veri amici hanno il dono di capire le cose al volo. Io pagai il secondo giro alcoolico. Per quanto fossi un alpino buferato, l’alcool non lo reggevo più di tanto e, arrivato all’accampamento mi allungai sull’erba fresca e profumata del prato di montagna. Qualche istante per penetrare tra le nuvole con lo sguardo e il  sonno profondo aprì il suo sipario: la grandinata si trasformò in una pioggia di bombe, un soldato superò la recinzione di filo spinato per aiutare una giovane donna a trascinare un carretto al riparo di quello che era rimasto di una casa. La coppia abbracciata nella notte sotto un cielo di bombe e stelle, la forchettina d’argento, un fazzoletto bianco sventolato in aria  alla stazione per salutare il soldato affacciato al finestrino della tradotta militare. Il ritornello musicale -non te ne andare, non te ne andare, non mi lasciare mai-  che ossessivamente accompagnava le scene del mio sogno;  quel non- non- non, si trasformò poco alla volta in un don- don- don, e poi din- den- deng e infine  deng -deng- deng. Mi svegliai di soprassalto: una mucca stava brucando l’erba a pochi passi da me.

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