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Ieri pomeriggio  mentre stavo rovistando sulle mensole in cantina per cercare non so neanche io cosa  mi è capitato tra le mani un diario-agenda con la copertina in pelle blu sul quale durante l’anno scolastico 69/70 trascrivevo testi di canzoni del tempo.

Ho aperto a caso: sulla pagine sinistra avevo disegnato  un’anatra che si alza in volo tra i rami di fiordipesco, ricordo di averlo copiato da un quadro giapponese; sulla sinistra appare scritta con una calligrafia piuttosto difficile da leggere questa poesia di James Joyce:

 

Non sei ancor stanca dei tuoi modi ardenti,

malia dei caduti serafini?

Non dire più di giorni seducenti.

 

Il cuore all’uomo cogli occhi arroventi

ed eccolo piegato ai tuoi fini.

Non sei ancor stanca dei tuoi modi ardenti?

 

Fumi di lode salgono sui venti

dall’orlo dell’oceano ai tuoi confini.

Non dire più di giorni seducenti.

 

Le nostre grida e i lugubri lamenti

t’innalzano i loro inni più divini.

Non sei ancor stanca dei tuoi modi ardenti?

 

Le mani ministranti, tra le genti,

ti levan calici colmi di vini.

Non dire più di giorni seducenti.

 

Non la scrissi io, fu una dedica da parte dell’insegnante di italiano di quell’anno in cui frequentavo la seconda ITIS in una classe tutta al maschile.

Il suo nome era Ludovica ma noi tutti l’avevamo ribattezzata l’Angiolona durante e dopo la lettura del libro di Svevo dal titolo Senilità che la profe aveva scelto come fuori testo per letture e discussioni in classe.

Alta, bella, con lunghi capelli ondulati che le coronavano la testa, ci aveva fatto quasi tutti innamorare di lei; a quell’età è abbastanza normale. Al suo arrivo e alla partenza  facevamo a gara per accompagnarla e portarle i libri o la borsa dalla ‘500  beige alla scuola e viceversa, anche perchè aveva una gamba ingessata e per camminare era obbligata a servirsi di una stampella.

Era supplente e ai primi di maggio ci disse che sarebbe stata sostituita da un insegnante maschio per l’ultimo mese di scuola; una tragedia per  tutta la classe  che aveva trovato in quelle ore di lezione uno dei motivi che ci spingevano particolarmente ad amare la scuola.

Io avevo un ulteriore problema: il mio modo di comporre, che lei diceva fosse particolare: «Sei sempre fuori tema, ma è un piacere leggere quello che scrivi» quindi mi dava due voti, uno insufficiente e uno più che buono aggiungendo a voce: « ricorda che un altro insegnante non accetterà quello che scrivi».

Il giorno dei saluti il capoclasse lesse un pensiero di ringraziamento e di commiato molto coinvolgente, ci commovemmo tutti, compresa l’insegnante che ci chiese il favore di non abbracciarla con la scusa che stava cominciando a camminare senza ingessatura e avrebbe rischiato di perdere l’equilibrio; forse temeva di non essere abbastanza forte per contenere le sensazioni di tutti noi che non volevamo lasciar andare via una persona alla quale avevamo voluto bene e ci aveva aiutati a fare un passo avanti in quel periodo delicato e sognante dell’adolescenza.

 

 

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