DODICIDIO: il mese di Marzo.

945601_534392356599549_1605398223_nDodicidio: un progetto nato dalla mente di Fabio Musati ed eseguto dagli autori F.I.A.E.
Un libro scritto a ventisei mani e tredici cervelli. Dodicidio non poteva essere tredicidio e nemmeno undicidio. Dodici per un anno di folli tentativi, dodici come dieci dita più un pugnle e una pistola. Dodici come una famiglia di diseredati, tutti con la stessa faccia. È sempre lui, che rincorre un incubo, e che dall’incubo si fa fregare. Ma chi la spunterà?.

MARZO di falconiere del bosco

Piove. Sono le cinque del mattino, non riesce a dormire, il ticchettio sui tetti suona come la malinconica ballata trasmessa alla radio: The rain song, che sta ascoltando da un auricolare.
Un capo contabile non è un compositore ma la musica come i numeri la capisce al volo.
Le regole della musica devono essere estratte da un principio evidente, che non può essere conosciuto senza l’aiuto della matematica. I differenti toni di una scala sono legati ai rapporti fra numeri interi.

Il pezzo dei Led Zeppelin fu composto in omaggio a George Harrison; i due accordi di apertura sono presi in prestito da Something dell’ex beatle.
La canzone della pioggia inizia con due tracce di chitarra sovrapposte, la dodici corde elettrica e l’acustica a sei corde che chiudono insieme alla prima parte di canto. Un lungo assolo di mellotron tra le due parti cantate; una ripresa dell’inizio con la sola aggiunta del mellotron del basso e della batteria; una breve sezione più pesante e più veloce, grazie alla bravura del batterista di cambiare ritmo all’improvviso e all’aggiunta di una chitarra elettrica a sei corde.

La musica si pone in relazione con la matematica anche nel suo aspetto compositivo che richiede di ripartire i suoni tra le varie altezze, in diversi istanti temporali e tra le diverse voci degli strumenti che entrano nel corso dell’esecuzione, e al termine escono progressivamente fino a lasciare solo le due chitarre iniziali a chiudere la canzone.

Conosce a memoria questo brano, ma solo ora si sofferma sul significato della frase finale:
“Vedo la torcia che tutti noi dobbiamo reggere. E’ il mistero della spartizione. Su tutti noi dovrà cadere un po’ di pioggia”.
–Chissà cosa intendono queste parole. Una torcia che non si spegne con l’acqua cosa potrebbe essere?–.
Immediatamente ricorda i comandi di sua madre –spegni l’ombrello–, –accendi l’ombrello– per intendere proprio la sua apertura e chiusura. La torcia da reggere sotto la pioggia potrebbe essere quello.
Sua nonna diceva “Le api sagge di marzo dormono ancora” forse lui non è molto saggio però i proverbi della nonna li ricorda tutti.
“Chi nel marzo non pota la sua vigna, perde la vendemmia”. Bel proverbio, fa al suo caso. La vendemmia l’ha persa ma il suo capo non berrà il vino perché subirà una potatura definitiva, un taglio netto alle radici. Questa volta l’ingegnere sarà eliminato dalla faccia della terra.
Si abbandona alla melodia della canzone e si addormenta per un sonno tormentato da torce, pioggia, potature.

Le otto. Sulla porta di casa osserva il cielo, non piove più.
“Marzo è pazzerello esci col sole rientri con l’ombrello”, infila la mano nel guardaroba, afferra quello nero, chiuso dallo stringhino con bottone automatico.
Deve recarsi all’ufficio collocamento, una lunga passeggiata attraverso il parco; il grigiore invernale comincia a indossare i colori della primavera.
Cammina a passo spedito, il parapioggia ondeggia avanti e indietro facendo perno sul manico, una oscillazione che si allunga sempre più fino a diventare una rotazione a velocità crescente. D’improvviso la presa scivola e come una freccia è scagliato contro un albero. La punta di legno scalfisce la corteccia dell’ippocastano.
–La funzione principale di questo oggetto è quella di riparare dalla pioggia ma può avere altre funzioni. Potrebbe essere usato come arma–.

Ricorda che nel ’78 uno scrittore dissidente bulgaro fu assassinato con una dose di ricino iniettata tramite un ombrello modificato. La proteina contenuta nei semi di ricino è una potente citotossina naturale in grado di causare morte cellulare bloccando l’attività di sintesi proteica.
–Sì, ma la ricina dove la trovo. Troppo complesso. Però l’idea è buona. La torcia della canzone forse è questa, servirà a illuminare la mia strada e a spegnere quella del mio nemico–.

Dal finestrone della sala d’attesa del ufficio collocamento osserva la strada sottostante. Ha ripreso a piovere. E’ l’8 marzo, la festa delle donne. Sta sfilando il corteo della manifestazione; ha letto i cartelli – 44 gatte han perso il posto- una protesta organizzata da una quarantina di donne licenziate da una ditta che ha deciso di portare all’estero la produzione.

Sette file composte da sei ombrelli neri allineati e coperti, guidate da altri due dello stesso colore. Dalla sua posizione non vede le persone ma il puntale al centro di ogni cerchio nero.
Se la punta fosse metallica potrebbe diventare un’arma bianca…una baionetta.
Un flash lo riporta indietro negli anni, al tempo del servizio militare.

Adunata: raggiungere immediatamente l’area di raccolta e posizionarsi in formazione.
At…tenti: portare il piede sinistro rapidamente verso il piede destro; pancia in dentro, petto in fuori, mento in alto.
Al comando -Baionetta- la mano sinistra impugna la canna del fucile, la destra il lungo coltello custodito nel fodero affrancato al cinturone, lo innesta e riporta l’arma sul fianco.
La simultaneità e la precisione sono le caratteristiche essenziali dei movimenti e delle posizioni con le armi.
-Presentat’ arm- le braccia si muovono da sole, con scatto fulmineo il fucile è portato verticalmente davanti all’occhio destro che vede davanti a sé la tremante linea d’acciaio. La baionetta non è stata innestata correttamente, oscilla, i muscoli e i nervi sono contratti fino allo spasimo per mantenerla in bilico. L’urlo corale -Lo giuro- soffoca il tonfo del ferro caduto in terra. E’ una fortuna essere nelle ultime file. I compagni a fianco lo hanno notato, diventerà lo zimbello del battaglione, la troia della caserma.
Il ricordo sfuma col corteo delle donne; nella retina è impressa l’immagine del puntale-baionetta. Deve escogitare il sistema per innestare una lama al posto della punta dell’ombrello.
In garage armeggia tra i cassetti del bancone di lavoro per trovare la soluzione al suo problema.
Un innesto a baionetta si può realizzare con i giunti della canna di gomma per innaffiare il giardino. Sega il puntale lasciando un moncone sufficiente per saldare il raccordo nel quale innesterà il giunto della lancia per acqua dove monterà il ferro battuto sull’incudine, molato e successivamente affilato con la cote.
Ora gli rimane da studiare il piano d’azione: come, dove, quando.
Come. L’arma c’è. Si allena per il lancio sfruttando la forza centrifuga con un paio di giri attorno al polso e poi via a tutta forza contro una sagoma di cartone fissata ad un albero nel boschetto fuori città.
Dove e quando. L’ingegnere ogni mercoledì prima di andare in ufficio passa dal tabaccaio di fronte al passaggio pedonale per acquistare le mentine; quell’uomo ha un alito che tramortisce.
Bene lo aspetterà dietro il cassonetto dei rifiuti sul marciapiede di fronte al semaforo, dall’altra parte delle strisce pedonali. Dopo anni di frequentazione, conosce la sua vittima, i suoi segreti, le sue debolezze. L’ingegnere ha la mania di calpestare le zebre durante l’attraversamento, quindi per centrare i lunghi rettangoli bianchi si concentra e cammina a testa bassa; se si presentasse davanti a lui una donna completamente nuda non la vedrebbe affatto.
Un paio di giorni prima dell’agguato controlla la postazione; a quell’ora in quella zona non c’è un gran passaggio di persone, comunque si renderà irriconoscibile con sciarpa, occhiali e cappello. Non si sa mai.
La data fissata, mercoledì 14 salta perché è una giornata di sole, il cielo è pulito. Una settimana dopo il tempo è perfetto per il suo piano: se non piove, pioverà.
Le otto in punto, il suo uomo entra nel negozio puntualissimo.
Non c’è anima in giro. Il ragioniere sfila la baionetta dalla tasca e la innesta. Attende… ecco il bersaglio mobile, con lo sguardo a terra sulle strisce. Comincia a ruotare aumentando la velocità; lancia; la direzione è perfetta ma il manico è stato liberato leggermente in ritardo; invece di un lancio teso si profila una parabola ascendente che passa sulla testa dell’ingegnere e centra la lampada verde del semaforo. Nell’impatto l’ombrello si apre. L’illeso passa indifferente accanto all’illuso che a testa bassa mastica il terzo fallimento. Maledetti proverbi della nonna : “non c’è due senza tre” dopo gennaio e febbraio, anche marzo è andata a vuoto. Verde come l’erba, si da un voto: insufficiente. Non è la prima volta. Un secondo deja vu del tempo della naja lo riporta al poligono di tiro per il lancio della bomba a mano. Strappare la prima sicura con i denti, la seconda si sfila da sola in volo. Lanciare per colpire il bersaglio. Abbassare la testa protetta dall’elmetto per evitare eventuali schizzi di metallo incandescente. Anche in quella occasione fu un fiasco vergognoso, fallì di molto il bersaglio e per giunta non abbassò la testa classificandosi ultimo, con votazione: insufficiente criminale.

–Mi rifarò il mese prossimo “Se marzo butta erba, aprile butta merda”–.

Diario sotto i cieli africani

Questo  è il mio racconto per il Premio letterario ‘ 130 righe: un anno, una storia’ organizzato da il Resto del Carlino.  A me è stato affidato l’anno 1937 Etiopia 1937

Etiopia 1937

Vedo l’infinito di un nuovo mondo in questo cielo, in un fiore selvaggio e nel granello di sabbia rossa posato sul palmo della mia mano.

Etiopia, giardino del pianeta. Oasi dello spazio. Buona terra, buona acqua, buona aria.

Il sole picchia senza pietà. Per apprezzare il panorama qui bisogna aspettare il tramonto, quando la luce si fa meno accecante e proietta le ombre delle colline dalla cima piatta sulle gole sottostanti scavate da fiumi ormai scomparsi.

Cosa ci faccio in questo posto?.

Come la maggior parte di noi soldati sono stato costretto dalla leva obbligatoria a lasciare la famiglia per venire a combattere in un paese lontano, su queste montagne bruciate dal sole, con armi antiquate, uniformi di panno, scarpe di cartone e scatolette di cibo avariato, quando avrei preferito stare a casa con la mia fidanzata.

– Venti milioni di uomini, un cuore solo, una sola volontà di combattere – aveva detto il Duce dal balcone di Palazzo Venezia per dare il via a questa campagna di occupazione, con il duplice scopo di vendicare la bruciante sconfitta che quarant’anni fa aveva visto gli italiani sbaragliati dalle truppe di Menelik, e creare un corridoio che colleghi via terra le colonie dell’Eritrea e della Somalia.

La propaganda fascista giustifica questo intervento militare per la liberazione della popolazione abissina dalla schiavitù imposta dall’imperatore Hailè Selassiè.

Mio nonno, che combattè durante la guerra di Abissinia nel secolo scorso, mi ha detto che in questo paese avrei trovato le donne più belle del mondo. Aveva ragione sono proprio belle.

Gli alti comandi del Governo hanno emanato severe sanzioni sui rapporti di indole coniugale con questa popolazione, forse perchè gli uomini dell’Italia fascista correvano troppo dietro le veneri nere dell’Etiopia e Somalia, conquistate e razzialmente impure. La canzone Faccetta nera, uno dei motivi più diffusi tra i soldati , che, con frasi allusive incoraggiava contatti promiscui tra italiani e africani, è stata messa al bando.

Mi domando come la – moretta schiava degli schiavi – potesse sentirsi felice di lasciare il proprio paese e di essere portata a Roma per venerare il duce e il re degli italiani, rinunciando alla propria bandiera ed accogliere con gioia il tricolore.

Se dovessi descrivere in poche parole la mia prima impressione su questa gente direi: – un popolo in cammino a piedi nudi sulla terra bruciata dai raggi del sole –.

Ma da dove arrivano. Quanto avranno camminato, a che ora saranno partiti, a che ora faranno ritorno alle loro case?. Sono domande inutili perchè qui il tempo non ha alcun valore, poiché tutti ne hanno in grande quantità.

Lungo la strada incontriamo pastori che guidano le mandrie da un villaggio all’altro, armati di infinita pazienza e del tipico bastone che portano a tracolla dietro la schiena.

Le donne chine sotto ceste piene di sterco secco di mucca che verrà usato come combustibile si dirigono verso le misere capanne dei loro villaggi.

I bambini sono ovunque, ci corrono incontro, ci salutano festosi, ci sorridono, ci tendono la mano per salutarci; mani sempre sporche, impossibile non stringerle anche se si sono appena infilati un dito nel naso, anche loro come gli adulti camminano, camminano.

Quanta strada dovranno percorrere prima di diventare uomini?.

Indossano tutti dei vestiti logori, forse gli unici che possiedono; si lavano nelle stesse acque dove si abbeverano le bestie; dormono su pagliericci stesi in terra; mangiano quando capita; eppure sembrano felici.

Domani 19 febbraio 1937, in occasione della nascita di Vittorio Emanuele, primogenito di Umberto II di Savoia, il governatore ha dato ordine di preparare una cerimonia pubblica, durante la quale, imitando un’usanza etiope, distribuirà due talleri d’argento a ciascuno dei poveri di Addis Abeba, uno in più di quanto ha sempre distribuito Hailè Selassiè, tutto ciò per umiliare il ricordo dell’imperatore in esilio e ostentare la grandezza dei colonizzatori.

In questa provincia dell’Africa Orientale Italiana il comando è nelle mani del vicegovernatore Rodolfo Graziani.

Un uomo crudele e senza scrupoli governa con tale pugno di ferro da attirare le antipatie degli etiopi che non accettano la nostra sudditanza e portano avanti un’opera di guerriglia.

Questo uomo orgoglioso avvolto nel mantello regale della sua autorità mente come Giuda, il suo bacio è inganno, la sembianza di generosità disvela cupidigia, aridità, durezza di cuore.

La festa è diventata una tragedia.

Qualcuno ha lanciato delle bombe a mano sugli invitati e sulla folla dei derelitti confluita nel cortile del palazzo imperiale uccidendo quattro italiani, tre indigeni e ferendo una cinquantina di presenti, tra cui lo stesso Graziani.

Immediatamente sulla folla in fuga si è scatenato il fuoco di artiglieria dei militari e degli ascari libici. Molte persone sono rimaste uccise.

Le rappresaglie proseguono da parecchi giorni. Una vendetta condotta coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. I militari sono affiancati anche dai civili che si trovano in Addis Abeba. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni trovano al loro passaggio. Uno scempio si abbatte contro gente ignara e innocente.

Quanti devono morire prima che ci si accorga che i morti sono troppi?.

Da Roma sono giunti ordini tassativi: in Italia si deve ignorare quanto succede qua.

Sto assistendo a scene orripilanti di violenze inutili.

La popolazione indigena è sulle strada, le misere abitazioni sono state incendiate. Capannelli di donne e bambini osservano con indifferenza impressionante le masserizie fumanti.

Non un grido, non una lacrima non una recriminazione. Gli uomini si tengono nascosti, perchè rischiano di essere finiti a randellate dalle orde punitive.

Vengono uccisi indiscrimantamente, bruciati vivi nelle capanne o abbattuti dai fucili mentre cercano di uscire.

Ho visto miliziani alla guida dei camion rincorrere persone per investirle o trascinarle dopo aver legato loro i piedi al rimorchio.

Ho visto un uomo cadere sulle ginocchia e baciare la terra urlando nella sua lingua parole che ho interpretato così:

– Questa terra è la nostra terra, questo cielo è il nostro cielo e questi sono i nostri villaggi –.

Finche possiamo dire – questo è il peggio – vuol dire che il peggio può ancora venire.

Il male commesso per un sogno di grandezza, per un bisogno di sentirsi potenti e distruttori ha mostrato un’altra delle sue facce. Le violenze continuano.

Donne frustate, bambini schiacciati sotto i piedi, uomini evirati, squartati, bastonati a morte e lasciati morire appesi.

Bersagli al poligono di tiro, tutti muoiono con grande dignità maledendo l’Italia e gli italiani.

Quante volte dovrò girare la testa per fare finta di non vedere?.

I padroni della guerra giocano con il mondo, ci mettono un fucile in mano come fosse un giocattolo, si siedono a guardare mentre il conto dei morti sale, mentre il sangue degli uomini scorre via dai loro corpi e si impasta con la polvere rossa di questa terra.

Perfino Gesù non perdonerebbe quello che abbiamo fatto.

Siamo stati costretti ad eseguire la volontà di un esaltato. Anche se erano in molti a credere in lui, molti altri eravamo convinti che non si poteva fare una cosa tanto insensata.

Mi hanno detto: – Come! Sei un soldato e hai paura?. Non devi preoccuparti che qualcuno venga a sapere dal momento che nessuno ci chiamerà per rendere conto di quel che abbiamo fatto –.

So di sicuro che renderemo conto di questo alla nostra coscienza per il resto dei nostri giorni.

Mi vergogno della mia vigliaccheria, non sono stato capace di fare altro che sparare al di sopra delle teste degli etiopi per non colpire nessuno di loro, di contro non ho avuto nemmeno il coraggio di accoppare i nostri miliziani sanguinari per paura di finire davanti al plotone di esecuzione.

Vorrei non essere qui.

Non voglio più combattere.

Sono scappato, fuggendo verso l’altopiano. In questa confusione nessuno si accorgerà di me.

Solo in questo paesaggio sono atterrito e quasi immobilizzato, ma la mia paura è nulla paragonata a quella di coloro che hanno visto la morte in faccia.

Un vecchio pastore ha letto la bontà nei miei occhi, mi ha fatto cenno di seguirlo, starò con lui finchè passerà questo momento, finchè troverò la forza per ritrovare la strada del ritorno a casa. Non voglio diventare come quelli da cui sono fuggito.

Un avvoltoio volteggia nel cielo.

I bambini sono ovunque ma non ci corrono incontro festosi, nessun sorriso sulle loro bocche affamate. Tengono le mani dietro la schiena come angeli neri che nascondono le ali; il loro naso continua a gocciolare; il sale delle lacrime ha lasciato una scia bianca sulla loro faccia. Tornando alle strade per terre d’ombra e rampe di sangue si guardano alle spalle controllando ogni nostro passo. Le porte dei loro cuori sono chiuse dall’odio dopo il buio di questi giorni.

Quante strade dovranno percorrere prima di diventare uomini?.

Mi chiedo cosa faranno questi bambini per vivere ma forse non diventeranno mai grandi, non ne avranno tempo.

Parlo al vento per cercare una risposta ma il vento non può sentire, continua a soffiare la sabbia spazzata via dal deserto e la depone come un sudario sui bambini, sui padri e le madri.

Le ali degli avvoltoi oscurano la tenue luce del sole che sta tramontando all’orizzonte.

Resto in silenzio.

Sul palmo della mia mano si è posata una lucciola, la sua lampada illumina il solco della vita.

Il tempo ha un grande valore anche per la vita più breve.

Helpless revisited

“Helpless revisited” è il titolo del mio racconto che apre la raccolta Sappy- racconti autorizzati su Kurt Cobain.

Di chi sono le voci che incidono il mio sonno in questa notte di primavera?.

L’aria dello scirocco proveniente da sud est mischiandosi con quella umida del mare porta tempo freddo e soffia via il rumore dei veicoli in transito sull’autostrada alle mie spalle. È una delle rare volte in cui riesco ad ascoltare le grida dell’uccello prigioniero nella voliera tra le mura dell’antico convento. Il pavone paupula dalla stagione degli amori fino in autunno, quando con la muta perderà le bellissime penne dello strascico bronzo-rame. La sua voce sgraziata proviene da un buio profondo contrastando la bellezza della livrea sventagliata alla luce del giorno.

L’urlo scongela la memoria e scioglie il laccio dei ricordi inghiottiti dal tempo, rimasti lì, dipinti su una tela impolverata in soffitta. Ascolto le voci…arrivano dall’oltre, da una oscurità dove i pensieri assumono una forma immaginaria e le persone non corrispondono esattamente alla realtà che è stata, ma più precisamente che hanno avuto o che hanno acquistato nel tempo scandito dai suoni che segnano il trascorrere della vita.

È la stessa sensazione che provo quando sento cantare Kurt Cobain.

Il particolare vocalism acido, struggente e strozzato del carismatico leader dei Nirvana, arrancando si arrampica dal plesso solare prima di districarsi tra i rovi e i nodi della gola per arrivare a far vibrare le corde vocali, mentre la sua chitarra alterna note lancinanti e cristalline armonie.

Metto a fuoco le immagini che avanzano nel buio della notte: due ragazzi del’67 camminano tra le nuvole; Kurt e Michele non si sono mai incontrati ma l’italiano sapeva tutto del coetaneo yankee.

Una canzone nella memoria procede con loro. Il suono d’armonica accompagna una ballata country-folk, un malinconico rimpianto dei luoghi dell’infanzia, quando al tempo della guerra del Vietnam nei cieli al posto degli uccelli volavano caccia bombardieri.

Mi lascio trasportare dalla voce di Neil Young; probabilmente negli anni della prima infanzia il bambino di Aberdeen l’ascoltava a tutto volume; nella casa del bambino italiano sicuramente no, era tutt’altra musica là.

Bambini tristi e sensibili, con comune e disperato desiderio di una famiglia tranquilla.

Grandi uccelli volano nel cielo gettando ombre sui nostri occhi…

Ci lasciano
indifesi, indifesi, indifesi.

Le catene sono serrate e legate alla porta”.

Disperazione e angoscia pesano, bloccano e frustrano ogni movimento. Il cantautore canadese esorta a sostenerci gli uni agli altri per farci sentire:

Piccolo, riesci a sentirmi ora?.

Piccolo, canta con me in qualche modo.

We are helpless helpless helpless”.

Indifesi. Marines tra i bambù sulle rive del Mekong.

Indifesi. Kurt e Michele tra mura domestiche d’incomprensione.

Indifesi. In una guerra dove parole e silenzi bruciavano come il Napalm.

Il ritornello si ripete nella mia mente e mi accompagna a rincorrere i pensieri. Mi libro in aria per cercare posti che si visitano solo nei sogni ad occhi aperti accostando una tessera accanto all’altra per ricomporre un puzzle del quale non si conosce ancora l’immagine completa.

Forse il musicista dei Nirvana cominciò a manifestare interesse per il rock proprio da bambino ascoltando Helpless; sicuramente fu in quel periodo che iniziò a mostrare il suo talento musicale.

Michele ascoltò la stessa song per la prima volta a casa mia verso la fine degli anni ’80, quando dopo aver visto alcuni miei lavori mi contattò per chiedermi consiglio in merito alle scene per una rappresentazione teatrale che stava allestendo con una compagnia di coetanei. Mi mostrò alcuni disegni conservati dall’infanzia: ognuno raffigurava un angelo le cui ali rosse infiammavano un cielo dipinto di nero. Mentre sfogliavo i suoi lavori mi venne da sorridere al pensiero che me li presentasse capovolti e mentre glielo facevo notare mi disse: «Sei tu che li stai guardando al contrario». Era vero. Gli angeli stavano precipitando.

Quel pomeriggio, il programma televisivo MTV trasmetteva The Last Waltz, il film di Martin Scorsese sul concerto d’addio della Band.

Dopo aver ascoltato la perfornance di Neil Young, il ragazzo afferrò per il manico la mia dodici corde coreana e mi chiese se sapevo suonarla. Re La Sol, tre accordi semplici per Helpless.

Il mio giovane amico volle provare a strimpellare e quando rimboccò fino al gomito la manica della camicia notai alcuni segni e lividi sul suo braccio che immediatamente classificai come “buchi da eroina”. Non sapevo cosa dire, lo conoscevo appena. Scrollando la testa mormorai che avevo perso da poco un amico per overdose.

Replicò con una frase di Kurt :“Se vuoi sapere com’è la vita nell’aldilà, mettiti un paracadute, sali su un aereo, riempiti le vene di una buona dose d’eroina e a quel punto salta. O, in alternativa, datti fuoco” e per smaltire il mio disagio mi chiese di suonare qualcosa d’altro.

Sempre dell’ ex Buffalo Springfield gli feci ascoltare My my, hey hey, con altrettante posizioni facili delle dita sui capotasti per suonare gli accordi.

Questa seconda canzone, incisa nel ’79 per l’album Rust never Sleeps, è una riflessione sui mutamenti musicali del tempo; nata dall’evidenza che un artista deve continuare a produrre sempre musica simile a quella che l’ha reso celebre, pena l’uscita dalle scene.

Il rock and roll è qui per restare. È meglio bruciare subito che svanire lentamente. Il rock and roll non potrà morire mai”.

Kurt aveva poca stima di sé e non riusciva a pensare di poter diventare una rock star e quando cominciò a suonare lo fece nel modo più arrabbiato possibile:“L’unica cosa che riesco a fare é urlare dentro a un microfono” alzando al massimo il volume del suo amplificatore senza avere idea di cosa stesse facendo.

Fai dono della musica!. Mettere il proprio nome su un disco non conta un cazzo. Chiunque lo può fare, ma c’è una grande differenza tra raggiungere la notorietà e conquistare il rispetto di sé attraverso la musica».

Nella città di Seattle, centro privilegiato nel consumo di eroina in quegli anni, i giovani si rifugiavano nella musica per sfuggire alla noia e al male di vivere.

Kurt e Michele troppe volte hanno provato a infilare ali d’acciaio nelle loro braccia nel tentativo di superare gli ostacoli, alla ricerca di un posto dove stare in pace ma lo stesso destriero che li conduceva, dopo la corsa li disarcionava e con gli zoccoli li schiacciava a terra sprofondandoli sempre più nella sabbia e nel fango.

Mi ritrovo a posizionare tessere nere, sono quelle degli anni che vanno da quel primo incontro con Michele fino all’inizio del ’94. Un tempo nel quale la consapevolezza della mia impotenza di fronte al dramma che stava distruggendo giovani vite come la sua mi aveva fatto allontanare dal suo progetto e dalla sua esistenza. Cosa avrei potuto fare per lui?.

Ho ignorato la produzione musicale dei Nirvana, mai ascoltato una loro canzone. Spazi vuoti.

Nessuna collaborazione con Michele; quattro o cinque anni di buio completo come se non fosse mai esistito, fino a quando quando mi giunse notizia che stava male. Gli feci visita nella sua casa al terzo piano. Mi disse che stava morendo di Aids; non chiesi nulla; mi sedetti sul divano accanto a lui e al suo cocker spaniel nero che mangiava caramelle gommose. Il ragazzo emaciato mi chiese di ascoltare con lui una canzone d’amore vecchio stile introdotta da un lungo assolo di chitarra: Come as you are dei Nirvana.

Vieni come sei, come eri, come voglio che tu sia.

Come un amico, come un vecchio nemico, come un vecchio ricordo.

Vieni immerso nel fango, inzuppato di candeggina. Come voglio che tu sia.

Nota dopo nota, come lava da un vulcano, scaturì una micidiale mistura di angoscia, inquietudine, frustrazione e dolore. Michele finalmente aprì il suo cuore e con flebile voce liberò poche parole:

« L’eroina mi serviva per annientare gli ostacoli che il mondo continuamente mi metteva davanti. L’ago d’acciaio, una spada nelle vene, un macete per farmi strada nella foresta e oltrepassare i confini di una realtà insopportabile. Gli angeli indifesi precipitano».

«Michele, cosa posso fare per te?».

«Io sono indifeso e tu inerme, ma puoi fare solo una cosa… Ricordami con un’immagine».

Morì alla fine di marzo del 1994.

Pochi giorni dopo il corpo di Cobain fu ritrovato senza vita nella sua casa di Seattle, con un colpo di arma da fuoco in testa. Lasciò un messaggio che riportava uno dei momenti più drammatici del brano di My my hey hey: “Meglio bruciare che spegnersi lentamente” dello stesso Young che qualche giorno prima aveva cercato inutilmente di mettersi in contatto con lui per dirgli quanto amava le sue canzoni, spronarlo a continuare a fare ciò che più gli piaceva senza tenere conto delle aspettative del suo pubblico.

Lo scirocco ha cambiato direzione; l’uccello prigioniero non canta più o forse è il traffico sull’autostrada a soffocare la sua voce. Ho messo insieme tutte le tessere che avevo; il puzzle è incompleto, ci sono troppi spazi vuoti, troppe cose che non ho voluto approfondire sulla vita di Michele e sulla musica di Kurt.

Apro gli occhi. La radiosveglia segna le sei. Un raggio di sole filtra tra le ante della mia camera da letto; all’improvviso quello che era invisibile diventa visibile: minuscole particelle di polvere fluttuano nell’aria.

Richiudo gli occhi e provo a completare.

I due coetanei del’67 si fondono in un’unica immagine simile a uno stupendo quadro di Marc Chagall. Una fiamma trafigge l’oscurità e si abbatte sull’umanità indifesa; un angelo insanguinato sta cadendo sulla terra dove gli uomini continuano a commettere i loro orrori indisturbati. L’immagine si fa incendio. Emozioni di purezza, bellezza, armonia, disperazione. Un pugnale scanna la scelta di vivere: meglio bruciare che spegnersi lentamente.

A chi sta sulla porta

Questo post e dedicato a chi sta sulla porta con sguardi di dolore che affondano al suolo, sguardi di speranza che si allungano verso l’orizzonte, con occhi di rassegnazione che scoccano dardi nei cieli della sera.

Le mamme e i papà si perdono prima o dopo, è dolore che si riesce ad accettare col tempo;                                                                                                                      i figli non vorremmo mai perderli ma quando non ritornano…

 

                                      I vostri figli non sono i vostri figli.

Sono i figli e le figlie della brama che la vita ha di sé.

Essi non provengono da voi, ma per tramite vostro,

E benché stiano con voi non vi appartengono.

Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri,

Perché essi hanno i propri pensieri.

Potete alloggiare i loro corpi ma non le loro anime,

perché le loro anime abitano nella casa del domani,

che voi non potete visitare, neppure in sogno.

Potete sforzarvi d’essere simili a loro,

ma non cercate di renderli simili a voi.

Perché la vita non procede a ritroso

e non perde tempo con ieri.

Voi siete gli archi dai quali i vostri figli

sono lanciati come frecce viventi.

L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,

e con la Sua forza vi tende

affinché le Sue frecce vadano rapide e lontane.

Fatevi tendere con gioia dalla mano dell’Arciere;

Perché se Egli ama la freccia che vola,

ama ugualmente l’arco che sta saldo.

                                         (da Il Profeta – Khalil Gibran)

Non è solo la morte a portare via le persone.


Sulla linea d’orizzonte si muovono sagome che si allontanano sempre più.


Alcune ormai irraggiungibili.

Ed è quanto capita a tutti.

Nonni, genitori, parenti anziani; ma anche giovani, figli sottratti da incidenti o malattie, uccisi in guerre volute dai potenti, dalle violenze dei singoli e del branco.

Sono su quella linea, sbiaditi nei contorni, la loro presenza persiste silenziosa,malgrado il tergicristalli che sul parabrezza della vita continua a cancellare il pianto.

Le madri orfane dei figli sono quelle che puntano lo sguardo più lontano.

Hanno perduto pezzi di sé, hanno cercato agganci oltre il confine delle percezioni.


Ricordano gli odori delle loro camerette, indossano cappotti che li avvolsero, come se potessero trasmettere calore.

Consumano di carezze piccole cose riposte.

Tastano spazi vuoti dove soltanto loro vedono ologrammi.
 Hanno perso coi figli anche lo sguardo della gioia profonda, è tutto in superficie, il sorriso, la battuta ironica, il guizzo dell’intuito.

Le circonda una barriera fatta di movimenti lenti, una costante curva d’invisibile abbraccio.


Il dolore le ha scavate dentro, non hanno più motivo d’essere invincibili.


E se procedono sulla strada di sempre, lo fanno col distacco di chi dorme in treno, sapendo che non ci sono più fermate, soltanto l’ultima stazione. 


L’una ha dentro rose di sangue tra frammenti aguzzi di vetro sparsi sull’asfalto.


L’altra una vasca colma mai più svuotata della forma diafana sommersa.


Ritratti che riempiono pareti, vivi, a volte scendono a sedersi nel posto riservato a tavola, specialmente di festa.


Armadi mai svuotati.

Poster che hanno perso colori e bandierine, registratori che riproducono da anni la stessa canzone.


Altari in minicase al cimitero, non mancano di fiori, quelli che gli piacevano tanto.

Marmi lustrati giorno dopo giorno da chi ogni volta, prima di andare, mormora la stessa parola: aspettami.

( da una per mille – Cristina Bove)

12 marzo 2003

Entro in casa. Alessandro mio figlio primogenito tornato dal lavoro per la pausa di mezzogiorno ha mangiato qualcosa dalla nonna, è lì davanti alla televisione, con la sua bella testona rasata, mi alza gli occhi in faccia, occhi che scavano:

E così papi, cosa hanno detto alla mamma? Dov’è ?”

Gli racconta tutto, senza nascondere niente, neanche la paura per ciò che potrà succedere.

Soltanto le persone forti sanno confidare le proprie debolezze e chiedere conforto.

Ale si alza, corre in giardino, si è sempre mostrato forte e chiuso nei sentimenti, ha una perfetta conoscenza di quanto sia veramente amato e per ascoltare la voce dell’amore basta stare in silenzio da soli. Non l’ho mai visto piangere, comprendo quanto deve essere difficile contenere il dolore internamente, non liberare lo sfogo è ancora più straziante. Lo raggiungo: “Lasciati andare non vergognarti .”

Non voglio piangere quando tramonta il sole, le lacrime mi impedirebbero di vedere le stelle”

Quanto sono loquaci queste tre parole sparse nel silenzio del dolore.

Tu sei forte, insieme ce la faremo. Ti lascio da solo ora. Mi preoccupa di più tuo fratello Matteo. Tra dieci minuti sarà a casa di ritorno dalla scuola, gli preparo qualcosa da mangiare e poi gli parlo. Nel frigorifero c’è qualcosa per la cena, alle cinque torno dalla mamma e sarò a casa stasera, dopo le nove. Spero di potervi dare notizie più chiare e rassicuranti, mi raccomando fai il bravo.”

Ho vissuto tutti i giorni di questo figlio, gli sono stato accanto per tutti gli anni della scuola fino alla maturità dello scientifico -Era come se tu fossi stato nel banco con me tutti questi anni papà-. A volte penso che quell’attaccamento, quasi un accanimento scolastico sia stato la causa dell’ addio di Alessandro ai libri -niente più scuola, professori niente università, vado a lavorare!- aveva detto dopo la maturità.

A stasera papi . Torno al lavoro. Porta un bacio alla mamma per me. Dille che domani io e Matteo saremo là, accanto a lei” .

La barba del figlio punge nel bacio, è un uomo ormai.

Il cancellino sbatte. Passo lungo, Mongomery blu di panno col cappuccio sulle spalle, sciarpa da fedajn attorno al collo, capelli lunghi nell’aria frizzantina di marzo, arriva Matteo:

Cosa c’è da mangiare oggi ? ” La sua classica frase, da sempre al ritorno da scuola. Ha diciotto anni; in giugno affronterà la maturità dello scientifico.

Ho gli occhi arrossati, inutilmente mi sono lavato la faccia per nascondere ciò che sto passando. Matteo ha già capito tutto, c’è qualcosa di grave per la mamma, si butta tra le mie braccia :

Stringimi forte, stringimi! Voglio andare dalla mamma. La devo vedere. Quando mi porti da lei”.

Con calma gli spiego tutto mentre cerco di fargli mangiare qualcosa, poi per un mese saprò preparare per loro solo pane, prosciutto e macedonia. Quanta macedonia!

Sbuccio le banane e le affetto, faccio lo stesso con le fragole dopo averle lavate sotto l’acqua corrente del lavandino, poi tocca ai kiwi, qualche cucchiaiata di zucchero, una spruzzata di limone, mescolo un paio di volte col cucchiaio le fettine bianche, rosse e verdi e la macedonia è pronta.

Sono le cinque di sera, sono già’ in ospedale, non ho mangiato niente, non ho dormito nel pomeriggio, è stato tutto un giro di telefonate. Le cognate, i parenti, gli amici, un tam-tam, tutti vogliono sapere quello che ancora non si sa esattamente, sarà così anche domani e gli altri giorni a venire. Il telefono è rovente.

Per accedere al reparto isolamento ci si deve vestire con un grembiulone verde, la mascherina sulla bocca, la cuffietta in testa, i soprascarpe, tutto in carta verde chiaro da buttare nel cestino dopo l’uso; con me negli spogliatoi poche altre persone, anche loro in visita agli “isolati”.

Quando siamo pronti suoniamo il campanello, una infermiera apre, ci controlla con lo sguardo se siamo ben coperti poiché potremmo portare batteri dall’esterno aggravando con infezioni la situazione medica già precaria di questi i malati, le loro difese immunitarie sono minime.

Per sdrammatizzare la situazione, fuori dalla porta intono una vecchia canzone che ripeterò per tutto il mese nelle mie visite :

E’ arrivato l’ambasciatore, con la piuma sul cappello, è arrivato l’ambasciatore a cavallo di un cammello…”

Una flebile voce dall’interno risponde:

Ha portato la letterina, c’era scritto sai così…”

la porta si apre e insieme nell’abbraccio terminiamo il ritornello :

Se mi ami, mi, mi, ti darò tutto il cuor, è arrivato l’ambasciatore!”

Sorride: “ Come stai? Hai mangiato? Hai parlato coi ragazzi? Come…”

Prima di tutto come stai tu? Sei tu la malata! Per il resto tutto a posto, i ragazzi sono tranquilli, è inutile dire che gli manchi e che sono preoccupati, domani saranno qui tutti e due e se ti vedono bene come io ora saranno più sereni”.

Le guance sono due pomelle rosa :

Mi hanno dato una sacca di sangue, una trasfusione, mi sento molto meglio, è come se mi avessero ricaricato le batterie .” Ha ancora una flebo attaccata.

L’amore e la malattia hanno in comune quello stato d’animo per cui si rinuncia a voler apparire ciò che non si è, quindi è inutile persistere nella finzione che non sia fondata sulla pura realtà.

Sono sempre stata forte in tutte le vicissitudini della mia vita, ma ti confesso, ho paura. Mi stanno preparando per una cura chemioterapica, comincerò domani o tra due giorni, non ho capito bene. Dopo, passa in biblioteca ti aspetta un giovane medico, le infermiere lo mangiano con gli occhi, è proprio un bel ragazzo, mi sembra di aver capito che si chiami Massimiliano, lui ti spiegherà la mia malattia e la cura. Non so se ho capito tutto o se non hanno voluto dirmi tutto, ero un po’ addormentata, stanca, prima di questa bomba nelle vene. Secondo me il sangue che mi hanno dato era quello di un lottatore .”

Chemioterapia? ”

Sì, Sì, hai capito bene, questa parola fa paura anche a me, ho pensato subito alle persone sottoposte a questo trattamento, come sono state male, il cranio pelato…la maggior parte di loro non ce l’ha fatta. Se io muoio, con i ragazzi fai quello che facevo io e continuerò a vivere con te, insieme abbiamo messo le nostre radici in loro”

Non pensarlo neanche per scherzo, tu ce la farai, ce la faremo insieme, insieme abbiamo messo le nostre radici in loro, insieme continueremo a trasmettere ad Alessandro e Matteo la nostra linfa, sei forte, ho molta speranza, sono sicuro, tu non molli, coi globuli rinnovati come quelli del lottatore di sumo butterai fuori dal tappeto il male e vincerai. Le tue amiche ti chiamano “Spi “ sei piccola ma tenace come una spina, farai scoppiare la leucemia come un pallone gonfiato e tornerai a casa più forte di prima. ”

Non hai coraggio se non hai paura. Il coraggio è una contraddizione, esso implica un forte desiderio di vivere che prende forma nell’ essere pronti a morire. Il coraggio non le manca, ma deve lottare per farsi vedere forte da me.

Quando uscirò di qui, promettimi una cosa: continueremo a cantare insieme la gioia di vivere, ogni momento bello o brutto, qualunque sarà la mia o la tua condizione.

Mi dispiace un po’ per i capelli, le ragazze qui, tra l’altro gentilissime, hanno detto che facilmente cadranno, sarebbe meglio accorciarli, magari sabato porta il rasoio elettrico col quale vi rasate tu e Ale”.

Le rispondo al volo scherzando: “Avrò il tuo scalpo maledetto viso pallido”.

La malata è serena, parliamo un po’ di tutto :

Avrei dovuto accorgermene, le macchie scure comparse sulle gambe non erano lividi causati dalle botte prese nei lavori domestici, erano un segno della malattia. A saperlo…!

Adesso è meglio se vai a parlare con il dottore, fatti dire tutto, non c’è bisogno che mi riferisci del colloquio, tanto io sono qua e vedrò in diretta come andranno le cose. Domani non venire riposa, ne hai bisogno quanto me, sei pallidissimo! Fai venire le mie sorelle nel pomeriggio, ho bisogno di parlare con loro. Domani sera sarei felice di vedere i ragazzi! Mi sembra una vita che non li vedo. Sento di averli trascurati in questo periodo di estrema stanchezza”.

Non hai trascurato proprio nessuno, sei un po’ una rompiscatole, ma hai una generosità…”

Mi sto commuovendo, ma mi trattengo e lascio sospesa la frase. Ci diamo un bacio attraverso la mascherina di carta : “ Ci vediamo tra due giorni, riposati. Ah! Dimenticavo, cerca una donna per la casa, non vorrei trovare il caos quando torno”.

Certo! L’ordine e la pulizia vanno al primo posto, neanche la malattia è così importante per lei. Le mando un ultimo saluto da dietro il finestrino sulla porta, un velo triste annacqua i meravigliosi occhi azzurri di Neli.

Il gioco sul legno di mandorlo

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Il mio contributo alla raccolta  Ricordi di giocattoli curata da Federica Gnomo

Fin dalla prima infanzia ho cavalcato i sogni seduto sulle ginocchia di mio padre; le mani saldamente ancorate alle sue redini infarinate in profumo di pane.

“Trotta trotta cavallo di legno, col tuo gran cavalier sulla groppa,

e se arrivi a toccare quel segno, alla corsa ti voglio portar.

Su galoppa galoppa, galoppa. Su galoppa, galoppa, galoppa”.

Ci sono momenti nella vita in cui mi fermo a ripensare gli anni verdi e se mi espando attraverso il ricordo, posso invertire la mente e viaggiare nuovamente nel tempo.

Galleggiando come un orso bianco sul blocco di ghiaccio polare alla ricerca di un posto chiamato casa sono tornato qui dove sono cresciuto in un altro tempo.

Attraverso il cortile. Un vialetto d’erba separa le due aiuole: a sinistra quella della zia Lucia con ortensie, rose e astri, a destra quella della zia Santina: viole mammole e tulipani sotto un albero di cachi. Nel corridoio ombroso del pergolato del glicine sosto a naso in su, in contemplazione, ascolto il ronzio dei bombi in perlustrazione sui grappoli lilla.

Apro il cancelletto in legno, ecco il mio regno!

Le mani appoggiate al tronco e i piedi incastrati nelle maglie della rete metallica che divide il serraglio delle galline dall’orto dove mio padre coltiva insalate, ravanelli e l’immancabile prezzemolo mi arrampico sul mandorlo.

Quattro grossi rami spartiti tra i quattro ragazzi della forneria.

Quello centrale, più in alto di tutti ma più facile da scalare è di mio fratello Ignazio.

A occidente il ramo di Paolo, l’altro fratello, è il più grosso, praticamente mezza pianta; lui mangia solo frutta secca. I miei due fratelli si arrampicano sul mandorlo solo al tempo del bottino.

Verso nord il ramo di Beppe, cugino, coetaneo; le sue mandorle le cogliamo quasi sempre noi tre fratelli; gli alberi non fanno per lui che incantato dall’arte della commedia, recita in soffitta tra vecchi armadi senz’ante e cassapanche scoperchiate.

Il mio ramo, il più pericoloso, il migliore, inclinato come la diagonale di un quadrato si allunga verso est. Ho imparato presto a muovermi sulla sua corteccia, le prime volte abbracciandolo stretto con tutto il corpo e strisciando fino alla biforcazione che fa da sella; poi come una scimmia procedendo a quattro zampe fino alla mia postazione, il mio destriero.

A cavalcioni sulla forcella rugosa guardo il mio orizzonte: una corsa tra i campi per raggiungere l’isola che non c’è, il mio mondo fantastico, una lunga vacanza sulla scia dell’azzurro striata da nuvole gravide di vapore estivo.

Le dita sul muschio dell’abbandono accarezzano i giorni di ore leggere nell’esplosione bianca di petali in primavera o nelle ombre delle chiome verdi nutrite dal sole che ricamano sulla mia pelle tatuaggi misteriosi.

Il verde del fieno dei prati in lontananza è un mare che nasconde grovigli di alghe gigantesche.

Il vento soffia sul grano ondeggiante disegnando vele screziate dal rosso dei papaveri.

Cavalco il mio ramo per esercitare la mia mente e portarla dove desidero andare, come un marinaio sul bompresso a prua di una nave antica. All’altezza del cuore battono onde imbevute di sale.

Lo sguardo puntato sull’orizzonte orientale sbarrato dai monti, a scorticare tra i boschi i relitti depositati sul fondo dell’oceano. Nei momenti più difficili, cavalco la tempesta come un attore buttato sulla scena senza la parte; il mio ramo diventa una tigre e io la cavalco per correre verso il sole nascente
 dove la rugiada non è solo acqua, sale e carbonio ma una lacrima di tristezza e dolore per un amico che non farà più ritorno.

“Trotta , trotta cavallo di legno…”

Non c’è più il ramo di mandorlo, il mio destriero; una casa occupa il suo posto da molti anni ormai ma nel ricordo basta poco per riprendere la corsa nelle praterie del sogno. Sul filo della corrente elettrica la dichiarazione delirante d’amore di una tortora color caffelatte, approda al mio silenzio. L’insistenza del richiamo monotono a tono basso dell’uccello dallo stretto collarino nero spalanca le porte della memoria come scheggia acuminata e riapre universi di stagioni mai scritte ma raccolte nel vaso prezioso del sonno. Una poesia in tre versi rochi e gutturali sale sui tetti e invita a raccogliersi in ascolto, perché più in alto sale più profondo risplende il desiderio di ritrovarsi nel luogo del gioco più bello e allora, solo allora distingui il canto: “ Ri- tor- na”.

Il presepe di Gaspare

Come ogni anno ecco il mio racconto per la pagina natalizia di Scriveregiocando pubblicata sul blog di Morena Fanti http://www.scriveregiocando.it/natale14.html

Il presepe di Gaspare

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Incastonato nella quotidianità fitta di rumori e di voci della zona industriale, il silenzio della cascina dei Macì è un’oasi seminata nel terreno sassoso e spinoso delle fatiche, degli odi e delle bestemmie.

I tralci secchi di vite scoppiettano nel camino spandendo luce e calore nella grande cucina.

I due fratelli ottantenni sono soli. La prima domenica di aprile, dopo aver servito loro il pranzo, la sorella Lauri ha esalato l’ultimo respiro accasciata sul piatto di polenta e coniglio arrosto.

Lo sguardo di Innocente è fisso sul duello delle lame incandescenti nel fuoco; i suoi pensieri si attrocigliano come edera intorno a braccia e gambe e affondano le radici nella mente e nel cuore.

Gli anni portano con sé la debolezza generale dell’organismo e l’appannamento mentale. La nostra vita è un fuoco spento, c’è ancora qualche brace sotto il velo della cenere, ma non c’è più la voglia o la forza di soffiare, siamo ombre che passeggiano senza la voglia di ricominciare–.

Gaspare è alla finestra. Fuori è ancora buio.In lontananza luccicano le lampadine degli alberi di Natale, stelline intermittenti come i suoi pensieri: assenti sul presente e presenti sul passato; lui ha un’altra vita, colma di fantasticherie, chimere e miraggi, dall’alba al tramonto veleggia sulla superficie degli eventi e si astrae nel sogno.

L’uomo-vecchio prepara la colazione mentre l’uomo-bambino disegna sui vetri; con le dita collega le goccioline di vapore condensato che lentamente scorrono verso il basso in linee verticali parallele.

Il fratello minore chiede:

«Perchè ci sono tutte quelle lucine colorate là in fondo?».

Il fratello maggiore scrolla il capo al pensiero che non ricordi più nulla, gli si avvicina lo prende per mano e lo fa sedere al tavolo, batte un pugno sul pane raffermo e tostato e lo frantuma in piccoli bocconi da inzuppare nelle tazze di latte bollente e gli risponde:

«Tra una settimana nasce il Bambino Gesù, quelle sono le luci degli alberi di Natale».

«Ma allora perchè Lauri non ha ancora allestito il presepe?».

Il bolo di pane e latte diventa un groppo in gola. Dalla morte prematura dei genitori, la sorella aveva dedicato tutta la propria vita ai fratelli scapoli e ora li aveva abbandonati al loro destino di vecchi.

«Lauri non c’è, ma prima di andare via mi ha raccomandato di farlo allestire a te il presepe. Dai impegnati, sono mesi che stai lì sulla sedia senza fare niente».

La proposta entusiasma Gaspare; la sorella decideva tutto da sola, lui poteva solo aiutarla, privato dal potere di aggiungere, togliere o modificare.

«Si dai, però mi aiuti e lasci fare a me».

«Ma certo sarò il tuo piccolo servitore».

Dopo la colazione, i due indossano giacconi pesanti, cuffie e scarponi. Innocente mette alla prova la memoria del fratello:

«Per prima cosa andiamo a prendere il muschio, ti ricordi dove?».

«Certo, dietro la casa, dove c’è sempre ombra e il muschio è soffice, la terra non è ancora gelata. Strapperemo con facilità le grosse toppe verdi».

I due partono con i canestri al braccio: uno per il muschio e l’altro per radici e pezzi di corteccia.

Prima di rientare passano nel ripostiglio, recuperano un’asse e un paio di cavalletti, li portano in casa collocandoli nel vano della finestra.

Gaspare bisbiglia soddisfatto:

«Questo è il posto giusto, nessuna carta blu, il cielo d’inverno fornirà luce diretta per il giorno e buio per la notte».

Con un pezzo di tela riveste le gambe in vista del tavolo occasionale, ricopre il piano con carta di sacco, forma montagne e grotte alternando cortecce e radici, sistema con cura il muschio, traccia una strada con la farina e colloca uno specchio per il laghetto.

Innocente controlla incuriosito il lavoro metodico del fratello e nello stesso tempo con cura esegue il compito che gli è stato affidato: scartare le statuine conservate nella scatola di latta. Lauri le riponeva ogni anno con cura, non se n’è mai rotta una.

Il posizionamento dei personaggi è il momento che Gaspare attendeva da tutta la vita; meticolosamente colloca uno dopo l’altro il bue, l’asino, San Giuseppe, la Madonna, l’angelo, i pastori e le pecore, il fornaio, la contadinella con la brocca dell’acqua. I cammelli e i Re Magi li apposta in fila sulla credenza, orientati verso la grotta –Tanto arriveranno solo all’Epifania, devono fare ancora tanta strada–.

Innocente sorride nell’attesa curiosa di vedere se il fratello ricorda che manca ancora l’Incantato: il pastorello che a differenza delle altre statuine non porta doni, ma se ne sta lì, davanti alla grotta con le mani vuote, totalmente assorto nel guardare il Bambino, sospeso in una bolla d’intimità porta la sua meraviglia, lo stupore di un cuore aperto per ricevere e contenere una gioia inesprimibile.

L’amore di Dio fatto bambino piccolissimo incanta e ammutolisce chi ha l’animo puro e semplice.

L’Incantato è l’unico personaggio che Gaspare aveva il permesso di posizionare, l’unica mossa che la sorella gli concedeva; era tale il suo attaccamento a questa statuina che non permetteva a nessuno di toccarla.

«L’Incantato non lo metti?».

«Oh certo, passamelo».

«Qui non c’è, dove l’hai messo?.Solo tu puoi saperlo».

Gaspare rimane lì a bocca aperta, ricorda Incantato ma non riesce a ricordare il nascondiglio.

Fin dall’infanzia, ogni anno dopo aver smontato il presepe lo afferrava e senza farsi vedere da nessuno andava a riporlo in un posto che nessuno dei familiari riusciva a scoprire.

«Pensaci e vedrai che lo trovi».

La mattina del 25 dicembre Nocente si sveglia alla solita ora anche se il gallo non canta più. Dopo il furto delle galline Lauri aveva regalato il re del pollaio ad una cugina proprio per non averlo davanti agli occhi e ricordare l’orrore delle quindici teste mozzate.

Il letto accanto è vuoto. Il vecchio infila le ciabatte e passa in cucina. Il fratello minore è lì, davanti al presepe, incantato come la statuina stretta tra le sue mani, contempla il Bambino nella culla.

Il vecchio-bambino centellina parole tra i lunghi spazi bianchi di un silenzio ovattato per formare frasi ispirate che ammettono approfondimenti e un’ulteriore vita in chi le ascolta:

«Ciao Bambino, nella mia testa non hai ancora camminato. Le tue prime parole devono ancora essere dette. Non conosco il colore dei tuoi occhi, potrebbero essere verdi o blu come il mare profondo che non ho mai visto. Avrai il meglio, te lo prometto. Una stella nel cielo mi indicherà sempre la strada per trovarti, io la seguirò, te lo prometto. Ho bisogno di te, per averti e stringerti, per camminare con te e continuare la mia strada con te e sapere che sei benedetto. Perchè giuro che sarai benedetto».

Chi ha detto che i topi non mangiano il formaggio?

Questo è il mio racconto per le Cronache dalla fine del mondo, una raccolta di racconti sull’evento preannunciato per la fine del dicembre 2012, curato da Laura Costantini e pubbicato da Historica Edizioni

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Chi ha detto che i topi non mangiano il formaggio?

Non ho mai creduto alle profezie, a questa dei Maya men che meno.

Ho bisogno di qualcuno che mi dia un’idea sulla prossima fine del mondo, qualcuno che ci creda almeno un pochino.

Innocente. Ecco proprio lui, il settimino che vive con la sorella in una cascina a duecento metri da casa mia.

Porto con me un sacchetto di biscotti sfornati stamattina. I due ottantenni sono golosi.

Il cigolio del cancello funziona da campanello, scavalco Barbone il cocker spaniel che dovrebbe far la guardia invece di dormire come un masso, ma si sa, lì, lo fanno mangiare da scoppiare che la pancia gli tocca il suolo.

Mi accoglie Lauri, il suo urlo stridulo: “Nocenteee, ghe chè el fornareto” fa accorrere il fratello.

Tre sedie in fondo al portico, due per gli uomini e una per appoggiarvi il moscato, due bicchieri e un piatto per i biscotti già assaggiati dalla sorella che in cucina sparecchia cantando con la bocca piena.

Un biscotto e un sorso di vino per il vecchio.

Prendo tempo col bicchiere a mezz’aria perché so come va a finire: continuerà a riempirmelo finché avremo fatto fuori la bottiglia.

Passo immediatamente all’argomento della mia visita prima che attacchi lui con una delle storie che ci porterebbero sicuramente fuori strada.

Dicono che quest’anno finirà il mondo…”non mi lascia finire la frase.

La luna la scc-iopa, scoppierà la Luna e la Terra uscirà dal suo perno come una ruota che si perde giù per la scarpata del ponte dell’autostrada”.

Perché dovrebbe scoppiare la luna? Innocente, tu credi alla profezia dei Maya?”.

La luna è re de ‘n po chi la maja”.

Chi starebbe mangiando la luna?”.

I sureck i l’ha quasi majada tota”.

I topi starebbero mangiando la luna? E l’han quasi mangiata tutta? E’ commestibile? Buona da mangiare la luna?”.

L’è fada de formai, è fatta di formaggio.

Gli astronauti non ce l’hanno raccontata tutta l’avventura. Lassù, il sottosuolo è pieno di topi che la stanno svuotando come una forma di Parmigiano Reggiano”.

Ma se ho letto da qualche parte che i topi non mangiano il formaggio”.

Chi l’ha dit, chi l’ha detto, hai mai provato a caricare una trappola? Se ci metti il formaggio il giorno dopo ci trovi il morto.

Da tempo tengo sotto controllo la luna. I buchi stanno diventando sempre più grandi, l’alone intorno si allarga sempre più e a volte non riesco a vedere la falce luminosa attraverso quella nuvola di mosche”.

Stai parlando di crateri lunari, non sono buchi e l’alone che vedi è l’effetto delle nuvole della nostra atmosfera”.

Se, se, contala a me, secondo te perché non sono più tornati sulla luna?…

speravano di trovare chissà quali minerali preziosi e invece si son trovati tra le mani formaggio, tonnellate di formaggio, miliardi di tonnellate di formaggio. Non l’hanno divulgata la notizia per non dover giustificare tutto il denaro speso per le imprese spaziali degli anni sessanta e farsi coprire di ridicolo dal mondo, ma credimi lassù c’è solo formaggio, furmaj, conservato a bassa temperatura; altrimenti come spieghi che dal 1972 non son più tornati lassù”.

Si certo e i topi perché non li ha visti nessun altro? …che so… i cinesi che ora possiedono potentissimi telescopi e magari i topi li mangiano anche”.

Li hanno visti, te lo dico io, ma non gli hanno creduto o han fatto finta di niente se no come spieghi che gli astronauti che han camminato sul suolo lunare hanno avuto disturbi della personalità, negli anni a seguire uno è diventato un alcolizzato, uno predicatore, un altro si è isolato dal mondo, quello dell’Apollo 14 addirittura diceva di aver avuto contatti con Alieni. Alieni con la coda, per questo che i cinesi han lasciato perdere la luna”.

Probabilmente, il settimino, a cavallo degli anni settanta ha seguito con interesse gli sbarchi lunari.

Sgranocchia un altro biscotto dopo averlo immerso toccando il fondo del bicchiere e poi succhia il pollice e l’indice gocciolanti di vino.

Non fai la zuppetta tu?”.

Non una goccia o una briciola va sprecata.

Ai cinesi fa più comodo colonizzare l’Italia, non vedi che stanno comperando tutto; guarda qui in paese come si sono allargati, come sentono che c’è qualcosa in vendita arrivano a spazzano via tutto, soldi alla mano. Sono come topi.

Nello zodiaco cinese il primo segno è proprio quello del Topo che è ritenuto protettore e portatore di prosperità materiale; associato a ricchezza, aggressione, fascino e ordine ma anche morte, guerra e peste. Se non sono andati sulla luna è solo perché hanno capito che non può durare, avranno scoperto quello che penso io da anni”.

E cioè?”.

Che la luna all’interno è ormai vuota e quando la pressione esterna supererà la forza che tiene insieme la crosta scoppierà come un palloncino lanciando in aria tutti i topi che si disintegreranno nello spazio. Una nuvola nera scodinzolante che prima o poi arriverà sulla terra in forma di fuliggine che oscurerà la luce del sole e ci priverà dell’energia vitale. Il nostro pianeta privo della forza di attrazione lunare uscirà di rotta perdendosi nello spazio andrà a finire nell’orbita di un altro pianeta ci sarà una collisione fortissima che darà il via a una reazione a catena nel sistema solare e lo distruggerà.

Dio solo sa come andrà a finire”.

Quindi sarà la fine, non ci sarà possibilità di salvezza?”.

Temo di no. Anche se i topi aggrappandosi l’uno all’altro formassero una catena lunghissima chilometri e chilometri fino ad arrivare sulla terra potrebbero ristabilire soltanto una parte del peso di luna perso e quindi il problema della stabilità orbitale non sarebbe garantito lo stesso. A pensarci bene se la canzone di Modugno dice il giusto –Selene ene a’ , il peso sulla luna è la metà della metà- un topo lunare di 25 grammi qui da noi potrebbe pesare un etto…ma ci pensi se tutti i topi ammarassero sulla terra …” .

Chiude gli occhi in delirio:

Eccoli là arrivano dal sud e corrono, corrono,la punta del naso come una freccia; arrivano da est e da ovest in file interminabili con le orecchiette tese per captare ogni rumore; arrivano da nord col pelo ricoperto di piccole scaglie di ghiaccio; corrono, corrono anche nei miei sogni, sono l’incubo delle mie notti.

Corrono, corrono alla ricerca di un luogo dove nascondersi e sfamarsi.

Code e vibrisse fosforescenti dal tramonto all’alba, i topi della luna si accoppieranno con i nostri, quindici parti all’anno, una media di dieci per volta… Can-de-la-madoja! Distruggeranno i nostri raccolti, li avremo dappertutto, sarà la punizione per i nostri peccati. La vecchia luna sparirà e in un caos di squittii sparirà anche la terra”.

Lauri sulla porta della cucina gira il dito a cacciavite sulla tempia e mi fa l’occhiolino col sorriso sulle labbra.

L’è mat , l’è mat. Basta Innocente o diventerai matto, mi hai fatto passare la voglia di mangiare i biscotti”. Il richiamo della sorella lo riporta alla realtà.

Meglio, li mangio io. Finiamo il moscato e poi vado a dormire. Domani la prima cosa che faccio sarà di caricare le trappole nel granaio che almeno i nostri di topi li teniamo sotto controllo”.

Riempie i due bicchieri, mi prende sottobraccio e mi conduce sull’aia in pietra grigia; alza il bicchiere verso il cielo:

Guarda che bella la luna stasera! Sarà sempre così. Non me la porteranno via, se fossi un poeta non farei che parlare di lei. La prossima volta che vieni a trovarmi ti porto in soffitta a vedere la mia raccolta di notizie sul nostro satellite ”.

Un grido acuto, stridulo come il fischio di una pentola a vapore. Dalla soffitta una creatura vola leggera come un fantasma verso il fienile, tra le sue zampe pende qualcosa, pare un codino.

Uno in meno!. ‘l barbagiano è nostro alleato”.

Brindiamo. Lo riaccompagno in cucina. Una stretta di mano e l’immancabile bacio di Lauri che mi punge con i suoi baffetti androgeni. Per un momento alla luce fioca di 20 candele ho avuto l’impressione che mi baciasse un topo.

Sulla cavedagna erbosa la sfera luminosa che fa capolino tra i rami fioriti e profumati della robinia mi rincorre fino al cancello di casa. Nell’ultimo sguardo verso il cielo sorrido alle profezie di Innocente mentre nella memoria riaffiora Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia:

Che fai tu, luna in ciel? dimmi che fai, silenziosa luna?”.

Mary Bloody Mary

L’Associazione Culturale PescePirata, in occasione della festa della donna, ha proposto un concorso letterario che ha come protagoniste proprio le donne. Ma non donne qualunque, no. Donne arcigne, combattenti. Donne incazzate, che non si piegano, che non ci stanno ad abbassare la testa. Donne fiere di esserlo, che pretendono i loro diritti (e se li prendono).

Questo è il mio racconto:

Mary Bloody Mary

Nel paese incantato dei sogni le creature delle favole escono dai libri per recarsi alla reggia di King Cole. Nella sala dei banchetti il pifferaio magico, i tre porcellini, Little boy blue, Cappuccetto Rosso, la Regina di Cuori, Hunpyy Dumpty e tutti gli altri fanno a gara per presentare numeri e spettacoli fino allo scoccare della mezzanotte. All’ultimo tocco, quando tutti i protagonisti sono andati a letto, chi conosce la voce del silenzio può sentire i passi vestiti di rosso barcollare per strada e il vento che urla: “Play me my song , Mary, Bloody Mary”.

Da qualche parte una bambina sta piangendo. Da qualche parte un bambino ha perso la testa.

Una scopa spazza via i pezzi rotti della vita di ieri; Cynthia Jane De Blaise-William entra nel Musical Box per il solito cocktail.

Quattro grosse prese di sale sul fondo dello shaker, due di pepe nero, due di pepe di Caienna, uno strato di salsa Worcestershire, una spruzzata di succo di limone, ghiaccio tritato, due once di vodka e due di spesso succo di pomodoro. Henry Hamilton-Smythe dietro al bancone scuote lo shaker, filtra e versa la bevanda insanguinata nel highball, vi infila una stecca di sedano, lo porge all’amica, la guarda e dice: “Ciao cara, è un po’ di tempo che non vedo la tua faccia. Hai finito di stare in galera per causa mia? Sei sempre la solita bambina viziata? Ciao, ho detto ciao, perchè non mi rispondi? Questo è l’unico posto dove puoi incontrarmi. Sono l’unico uomo che hai mai avuto, mi correggo, che avresti potuto avere se fossi sopravvissuto ai tuoi colpi di testa. Siamo una bella coppia tu ed io, su quest’isola nel mare dell’oltre. Ti voglio amare per sempre, non ti lascerò mai. Apri il tuo cuore e lascia scorrere i sentimenti. Non sei stata sfortunata a incontrare me. Ho sbagliato il primo passo e tu mi hai subito rubato la scena scaraventandomi dietro le quinte o meglio ancora, nella botola del suggeritore.

Il mondo attraverso il bicchiere è un campo di croquet che si perde a forma di triangolo isoscele in lontananza nell’orizzonte. L’erba del prato è rasata a fasce longitudinali, bicolori per l’alternanza del senso del taglio.

Nella battaglia tattica si gioca con quattro palle, Blu e Nero contro Rosso e Giallo; lo scopo del gioco è quello di segnare punti facendo passare con un colpo di mazza una palla sotto gli archetti disposti a formare il percorso, al termine del quale si deve colpire un picchetto al centro del campo.

Ma non sempre si gioca in questo modo.

Oltre il vetro del cocktail rosso le palle del gioco sono sostituite dalle teste di tanti piccoli Henry.

Cynthia quando aveva nove anni giocava con Henry. L’abilissimo, dispettoso e antipatico coetaneo ogni volta che segnava un punto la sfotteva e le tirava i capelli; una volta le mise le mani addosso e le strappò la catenella d’oro che portava al collo. Da quel giorno crebbe nella ragazzina la sensazione che il suo compagno la guardasse in modo strano, come un arciere pronto a colpirla con la sua freccia. Quando lo sentì dire : “Il mio uccello vola in alto, scivola tra le mie mani, prendilo, toccalo” alterata più del solito brandì con gran forza la mazza di legno e con un colpo spettacolare staccò la testa dal collo del suo avversario facendola ruzzolare nella porta arcuata. A chi la interrogava sul misfatto, la piccola con estremo candore rispondeva: “Lui continuava a dire che con la sua testa poteva centrare ogni bersaglio; penetrare in ogni fessura. Non ho fatto altro che assecondare il suo desiderio”.

Due settimane dopo la tragedia, la bambina, ribattezzata Bloody Mary dalle male lingue, rovistando tra i giocattoli nella cameretta di Henry alla ricerca della propria preziosa catenella scoprì il carillon. La memoria registrata sul cilindro metallico mettendo in vibrazione le lamelle riproduceva una vecchia filastrocca:

“Old King Cole era una vecchia anima allegra, voleva la sua pipa, voleva il suo arco e voleva i suoi tre violinisti”.

Dalla scatola decorata uscì una piccola figura di spirito: Henry era tornato. Roteando a tempo di musica, il suo corpo iniziò rapidamente ad invecchiare. Il piccolo protagonista tornato dall’aldilà sotto forma di un vecchio lascivo cercava invano di soddisfare sulla ex-compagna di giochi le pulsioni carnali represse da una vita interrotta.

Cynthia sorseggia, mastica il sedano, carica la molla dello strumento musicale; un solo giro perchè la vita di Henry dura tutto il tempo della filastrocca. “Il mio uccello vola ancora in alto. Hai creduto che volessi farti del male e invece volevo solo insegnarti ad amare, legarti a me come la catena che brillava sul tuo piccolo seno e che ora tieni nascosta sotto il cuscino. Ora sei una donna, hai il tempo dalla tua parte. Fatti vedere in viso, tira indietro i capelli, lascia che conosca il tuo corpo. Sto aspettando qui ogni volta. E tutto il tempo che è passato sembra quasi non avere importanza ora se te ne stai lì con il tuo sguardo fisso dubitando di tutto ciò che ti dico. Perché non mi tocchi. Toccami.Toccami. Ti voglio ora”.

Il bicchiere è vuoto, il carillon sta terminando la sua corsa.

Il vento riporterà i nomi che ha soffiato nel passato?.

Cynthia sussurra: “No, questa è l’ultima volta”. Scaglia il bicchiere contro il vetro della finestra. La musica è finita e il vento non soffia più. Henry non tornerà.

Ma tu che leggi se vuoi sentire la canzone di Old King Cole, devi fare girare sul piatto il disco dei Genesis: la voce di Peter Gabriel ti trasporterà sul campo di croquet nel bucolico paesaggio al tramonto del sole dipinto da Paul Whitehead e poi…puoi sempre scegliere di naufragare nel mare insanguinato di un Bloody Mary.

Una tranquilla resa alla fretta del giorno

Sono un uomo come tanti, in un momento tutt’altro che semplice. Cammino da tre giorni, vagando in radure e boschi. Mi sto perdendo per pagare il prezzo della strada che ho scelto: morire tra gli alberi, su un letto di foglie secche.

Il mondo dei vivi è lontano. Cè un tempo per correre, un tempo per nascondersi e un tempo per fare l’ultimo viaggio. Nel sollievo della morte potrò trovare la pace che nella vita non ho mai incontrato.

Preferisco morire a testa alta che vivere quel che mi resta nella paura.

Il killer dentro di me sta allargando il suo dominio ma non mi lascerò abbattere da lui.

Combatto i morsi lancinanti del male incistato nell’ addome procurandomi ferite alle mani e graffi sul viso mentre mi apro il passaggio tra rovi e sterpaglie.

Il cuore aumenta i suoi battiti. La fame non è più un problema. Sono talmente esausto che potrei addormentarmi appoggiato ad un tronco e morire nel sonno. È ciò che voglio in fondo. Ho lasciato definitivamente il mio vivere tra la gente, nessuno piangerà per me, ho passato gran parte del mio tempo a fuggire le persone, nessuno verrà a cercarmi. Sono un solitario.

Il fiato si fa corto. Mi accascio abbandonandomi sul dorso.

Guardo il cielo, palcoscenico di questo ultimo giorno. Il sipario della notte cala sulle quinte degli alberi. La vista si annebbia per un momento, sono consapevole e lucido, non è ancora la mia ora, sarebbe troppo facile.

Il mio programma prevede che non lasci niente su questa terra. Facilito il compito della natura spogliandomi di ogni indumento per uscire dalla vita con lo stesso vestito col quale sono entrato.

Appoggio la testa sul cuscino di panni e stringo nella mano sinistra un tubetto di pillole che aiuteranno l’ultimo sonno ma sono tanto stanco e mi assopisco in un amen.

Mi sveglia il soffio del vento tra le querce e i castagni. Sono ancora vivo.

Sento un fruscio. Passi leggeri sullo strame in putrefazione sollevano odore di funghi.

Passi accorti di qualcuno in ricognizione. Chi si aggira in un posto simile di notte se non un altro essere solitario?.

Si sta avvicinando, sento il suo ansimare, forse ha camminato a lungo come me. Cosa starà cercando?. Sarà un altro essere in cerca di morte o forse combatte con la vita, per la vita, la propria vita.

Eccolo. È vicino, riesco a distinguere quattro zampe. È su di me, mostra i denti affilati, lunghi e ricurvi ma subito il suo ringhio si tramuta in un mugolio domestico, mi annusa, lecca il sangue delle mie ferite. Sento la sua lingua ruvida sul mio volto. Sto immobile ma non ho paura. Perdere la vita è quello che voglio, non è una vergogna se non hai più nulla in cui credere e sperare.

La nube che oscurava la luna si è spostata più avanti.

Ora lo vedo meglio: fronte ampia, occhi chiari dal taglio leggermente obliquo, le orecchie in posizione eretta lungo il profilo della testa: è un lupo. Questa splendida creatura sicuramente ha fiutato il mio odore di morte, si accuccia accanto a me incrociando le zampe sul mio petto nudo. Non ha fretta. Il suo pasto è assicurato. Punta gli occhi nei miei. Cosa aspetta?. Forse non vuole che lo fissi mentre mi sbrana. Vigilerà il mio sonno-veglia e quando abbasserò le palpebre mi azzannerà alla gola. Berrà il mio sangue, farà a brandelli il mio corpo scegliendo le parti migliori. I lupi di rado mangiano quotidianamente e quando ne hanno la possibilità arrivano a ingurgitare parecchi chili in un pasto.

Potrei anticipare il suo intervento con uno scatto improvviso e farla finita subito ma prendo tempo e sto in contemplazione del suo muso circondato dall’aureola lunare. Allungo lentamente una mano per accarezzarlo, non ho niente da temere, quello che deve fare lo farà nè piu nè meno; sembra godere del passaggio della mia mano sul suo pelo.

Questo guerriero è un altro vagabondo dagli occhi spalancati che arriva da lontano. Ci guardiamo nell’intervallo incantato. Siamo talmente a contatto che sento il pulsare del mio cuore al ritmo del suo. Una forte suggestione mi comunica il suo pensiero: «La vita é una strada molto lunga che non dovremmo percorrere da soli. Ma se trovi il giusto compagno non ti sentirai così sfinito alla fine dei tuoi giorni».

Ho allontanato il calore del mondo che girava con me, ora ricevo calore dal suo corpo accovacciato sul mio. Quando non c’è più speranza in vista, c’è una possibilità di trovare una risposta nel cielo molto più grande di quanto ci si possa aspettare. Non ho bisogno di una preghiera, mi affido a questa possibilità mentre lentamente mi allontano dalla terra e mi avvicino alla luna.

Sono stato un uccello in gabbia costretto a cantare ogni giorno una melodia stonata, ora che ho le ali libere mi lancerò in picchiata come un falco incontro alla morte.

C’è una rima e una ragione a spiegare la poesia di questo mondo selvaggio e la trovo ora che il mio cuore di viaggiatore batte il suo tempo prima di essere lanciato in orbita tra le stelle..

Da qualche parte nel profondo della mia anima sento che è arrivato il momento.

L’eco perfetto di un ululato riflette contro un anonimo muro di cielo. Non è un fluttuante canto modulato alla luna ma un richiamo alla predazione. Non è un solitario, mi ero sbagliato è un capo, sta invitando il suo branco al banchetto.

In un universo in cui regna la morte, si restituisce alla morte quanto le appartiene affinchè la vita penetri le zone necrotizzate dell’essere.

La notte termina ai margini dell’aurora in fiamme; una tranquilla resa alla fretta del giorno.

Nella luce del mattino le cose appaiono diverse da come apparivano nelle ore precedenti.

Vedo i resti di un essere umano su un letto di foglie disfatto. Un ronzio di mosche circola nell’aria, mentre una fila di formiche sta arrivando per pulire la scena. Alla fine, le ossa brilleranno al sole e poi una manciata di polvere sarà l’eredità lasciata alla terra.

Ho bisogno di bere e una gran voglia di correre. L’orizzonte intorno mi appare al di sopra dei cespugli di erica. Sento lo scorrere di un ruscello, il mio istinto mi dirige presso la riva. Un diga di castori ha creato una pozza d’acqua. Alcuni animali che si stavano abbeverando come mi vedono apparire svaniscono spaventati dalla mia presenza. Immergo la lingua nell’acqua e bevo grandi sorsate per dare refrigerio alla mia gola secca.

Lo specchio liquido riflette una figura diversa da quella che ho sempre visto fino a ieri. Assomiglia a qualcuno che ho lasciato da poco. Mi guardo attorno spaventato, non c’è nessuno oltre me. Mi riavvicino all’acqua per ritrovarmi.

Gocce di sangue, scaglie di osso e di pelle come i frammmenti di vetro nel caleidoscopio generano strutture simmetriche create dalle riflessioni negli specchi: le figure mutano e cambiano colore e forma.

Chi rinuncia allo sguardo impuro non perde la vista, il suo corpo viene anzi illuminato da una luce pura; rinunciando al mondo non lo perde, ma lo assorbe nella sua solitudine.

Sono un lupo.

Una nuova tappa nel cerchio sacro, l’inizio di un’altra storia, altri affanni, altri dolori, gioie e bisogni. Il mal di vivere si espia sulla terra. Sarò costretto a starmene qui per cercare l’armonia e la gioia di vivere che nella precedente esistenza non ho saputo trovare. Lascio cadere una lacrima. Le nuvole temporalesche potranno infuriarsi e lamentarsi, le raccoglierò nel tubetto di latta come fossero farfalle.

http://youtu.be/SXOe_rbN-nI

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