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Little wing

Il mio racconto  per il magazine di Natale 2016 sul blog di Morena Fanti

http://www.scriveregiocando.it/natale16.html

Lo spartito è aperto sul leggio, nessun suono nella stanza.
Nel vano adiacente l’insegnante di pianoforte si riveste indossando uno dopo l’altro gli indumenti appoggiati con cura sulla sedia accanto al letto.
L’allievo dorme con un respiro regolare dopo la corsa d’amore; i suoi panni sono
sparsi in terra disordinatamente, se li era strappati di dosso con l’irruenza del bambino che scarta i regali sotto l’albero il mattino di Natale e nella sua bellezza nuda l’aveva spogliata con la delicatezza di chi sfoglia una rosa per scoprire all’interno lo scarabeo dorato.
Non è ancora maggiorenne, potrebbe essere suo figlio. Non ha saputo resistergli. Lui ha preso una cotta, lei ha perso la testa.
È felice, ma scavando nel cuore della sua intimità trova un fondo di inquietitudine e di amarezza perché sente che la sua gioia non è definitiva, può essere spezzata facilmente, essa è fragile come la stella di vetro trasparente che brilla sul ramo dell’abete vestito a festa, bisogna custodirla con cautela e premura perché gioia, piacere, soddisfazione e godimento hanno sempre in agguato il loro contrario: infelicità, amarezza, tristezza, dolore, afflizione, basta una disattenzione, un piccolo urto, per ridurla in schegge.

Si affaccia alla finestra, sente il respiro pesante della città striato da suoni di sirene lontane, un senso di vertigine, la invade la sensazione di avere varcato un piccolo mondo di drammi, di segreti, di sofferenze nascoste eppure reali.
«I miei desideri sono pochi» pensa con dispiacere, perché sa che la mancanza dei desideri è il primo avvertimento della fine della vita.
Con malincuore interrompe il sonno del ragazzo:
«Sono le cinque, si è fatto tardi, il mio treno parte alle diciotto, devo sbrigarmi.
Beviamo un tè e poi ti accompagno alla fermata del pullman, percorriamo un po’ di strada assieme, ci salutiamo e proseguo fino alla stazione.
Ascoltando il gorgoglio del thé versato nella tazzina e il tintinnio del cucchiaino si guardano negli occhi in silenzio per intuirne il linguaggio segreto; uno sguardo autentico che li guida verso la profondità nascosta al di là di ciò che è visibile.

«Andiamo. Prendo il borsone che ho lasciato accanto alla porta».
«Lo porto io».

Le luminarie del Natale colorano le vie della città, i due camminano fianco a fianco, lei gli tiene un braccio appoggiato sulla spalla e ogni tanto lo tira verso di sé; uno spiraglio di luce si è aperto nella sua vita, non si aspetta niente di più.
Dietro le loro spalle il vento sferza ondate fredde sui gusci dei loro cappotti, una frustata gelida colpisce la folta capigliatura ricciuta mettendo in risalto la perla sull’orecchio perfetto della quarantenne.
Dall’altoparlante del negozio di dischi la musica trasmette sensazioni di incanto: un prolungato riff introduce la canzone Little wing. La chitarra di Jimi Hendrix fraseggia con la voce ricamando le tracce malinconiche delle liriche magiche:
“Cammina tra le nuvole non pensare ad altro.
Cavalca il vento.
Quando sono triste vieni da me con mille sorrisi e raggi di luna e mi regali fiabe.
Prendi ciò che vuoi da me.
Qualunque cosa.
Vola piccola ala”.
L’eco finale sfocia in un assolo che sfuma nell’infinito.
La testa dello studente è persa in mille pensieri, sa di aver aperto una porta, ma non sa cosa aspettarsi al di là della soglia. Una cosa è certa, il suo cuore batteva come un tamburo mentre stava tra le braccia di lei; sente ancora la morbidezza e il profumo di sapone alla magnolia del suo corpo.

La notte senza stelle ruba gli occhi ai due viandanti, una pallida luna si affaccia tra le nuvole con una manciata di luce sulle strade della città. La morsa invernale attanaglia il cuore; il silenzio cala come una lama gelata.
Si devono dividere per un po’ di tempo, non sanno come rompere il ghiaccio, cosa dire dopo tutto ciò che si sono rivelati in questi giorni. Due parole intrappolate nelle bocche mute:
“Mi mancherà”.
“Mi mancherà”.
Arrivati alla fermata il ragazzo scongela il silenzio:
«Prendo il pullman delle sette e ti accompagno fino alla stazione, ti porto la borsa fino là». È una scusa per stare ancora un poco con lei.
Lungo il tragitto alcuni pensieri martellano la sua mente:
Cosa farà senza lei tutto questo tempo. Cambierà qualcosa al suo ritorno. Si rivedranno ancora?. Se succedesse qualcosa, qualsiasi cosa che gli impedisse di vederla…
La commozione fa capolino, gli occhi si fanno lucidi.
Davanti ad un locale chiuso un filo leggero di lucine bianche illumina un ramo di vischio, il diciassettenne si ferma, lascia cadere la borsa, prende tra le mani il viso di lei e spingendola dolcemente sotto il rametto sussurra:
«Un bacio sotto il vischio è di buon auspicio per l’anno a venire».
Appoggia le labbra socchiuse su quelle profumate di mandarino; un bacio puro, come quello dei film che piacciono tanto a lui. Un bacio semplice e fragile che crea ed esprime una storia delicata e ricca di emozioni, una piccola realtà che contiene una costellazione immensa di valori.
Piace anche a lei il bacio rubato.
Il treno è già sui binari, il biglietto è nella borsa.
La voce flautata della donna cerca invano di rendere dolce il distacco:
«Ti porterò un regalo da Bologna, ci vediamo al mio ritorno il primo martedì dell’inizio della scuola, Buon Natale e Buon Anno».
Il distacco strappa il cuore, hanno bisogno di stare soli per pensare l’una all’altro, per fissare gli ultimi attimi del giorno che sta passando.
Il fischio del treno è una fucilata che corre sui binari annunciando la partenza.
La notte è lo sfondo di un quadretto romantico di forte intensità: lei è al finestrino, il palmo della mano appoggiata al vetro, un sorriso sulla bocca, la sciarpa sui capelli.
Lui sulla banchina non sa come trattenere l’emozione, le lacrime sciolte sul bordo degli occhi cadono in terra diventando cristalli di brina. Strappa di tasca un fazzoletto bianco e comincia a sventolarlo oscillando il braccio in alto perchè lei lo veda da lontano finchè diventerà un puntino prima di essere ingoiato dalla notte.
La malinconia batte nel petto come un martello sul ferro incandescente per forgiarlo in un raggio di sole, un filo forte per attraversare la vita.

Ovest

Un rombo lontano.
Le nuvole si raccolgono ed esplodono come asce in frantumi.
La pioggia precipita su tutto cantando una lingua che non credevo di conoscere.
In lontananza il ghiaccio fonde lentamente, le città si schiantano nell’onda possente.
L’opera antica ideata con arte e ingegno scomparirà, si scioglieranno in polvere gli splendidi palazzi, la selva dei pinnacoli, le sale dei banchetti.
Le splendide muraglie di pietra saranno sommerse, cadranno i tetti, infrante le porte, sbrecciate le finestre, i muri si sfarineranno corrosi dall’acqua salata.
Torri inabitate si stagliano all’orizzonte.
Gli spalti merlati sono luoghi desolati, le fortezze si sgretolano.
I guerrieri sono tutti morti.
Il forte abbraccio liquido sarà la morsa della tomba di una generazione decomposta di uomini.
Freddi flussi d’acqua si riversano negli squallidi cortili colmi di macerie dove un tempo l’uomo lieto di cuore stupendamente abbigliato, orgoglioso e inebriato dal vino splendeva nella sua corazza e guardava i suoi tesori.
Quando piove si dovrebbe dormire con una donna, fare giochi d’amore, parlare, scrivere, seminare.

Ho bisogno di sentire una qualsiasi voce per rimanere vivo.
Sono qui, completamente solo, sto vedendo avverarsi le cose che temevo molto tempo fa.
Aspetterò il sorgere del giorno cercando di raccogliere tutti i miei ricordi, e poi scivolerò nell’acqua.
L’alba chiama, ho indugiato nei pensieri sui bei momenti per trovare consolazione e sento che sto per piangere le mie lacrime, pioggia salata sul paese delle meraviglie che giacerà sotto il mantello acquoso in un cumulo di rovine ricoperte dalle alghe.
Qualcuno mi aiuti, sono smarrito, la mia mente non indossa più nessuna armatura.
Come è possibile che sia successa una cosa del genere in un luogo dove abbiamo vissuto.
Sono destinato a dileguarmi nella luce tremolante scomparendo nella notte oscura dei flutti.
Un’alta onda mi trascinerà nel profondo, sarò un altro smunto uomo annegato.
Sono quasi accecato da dolore che è dentro di me e mi sento morto dentro.

Alzo lo sguardo sul muro dell’edificio di fronte, lo gnomone della meridiana non traccia segno. Quanto sembra lungo il tempo e quanto tenebrosa l’ombra che si scrolla di dosso le ore facendone giorni e notti da inseguire con le nostre vite con i passi di tutte le stagioni.
Quanto è lunga la notte!.
Il tempo ci occupa, ci preoccupa e talvolta ci spaventa, il suo ritmo arrestabile ci conduce alla fine della vita creando distacchi dolorosi ed inevitabili perdite, è in vista di ciò che ne percepiamo meglio il valore, ma sappiamo che spesso ci sfugge, ci ingoia e ci affligge.
La luce grigia illumina la casa di fronte, un quadro dipinto nella faccia del cielo.
Una donna si affaccia alla finestra, i suoi capelli nascondono il volto ansioso chinato verso il basso nella gelida notte. L’ho sentita implorare protezione per giorni mentre le sue dita raspavano i muri per raccogliere calcinacci in sacchi di juta; una barriera che non servirà a niente quando le acque avranno raggiunto il livello del luogo sacro della sua abitazione.
Il suo viso di una tonalità di verde, in qualche modo cerca di urlare attraverso lo spazio della bocca, ma non esce verso, se non fiamme dagli occhi.
Apre e chiude le finestre per affacciarsi sulla paura. .
Barricata nella sua scatola chiusa, vuota da tempo come su un patibolo supplica pietà al cielo.
Vorrei aiutarla in qualche modo, ma sto esattamente come lei.
La sua voce gracchia quasi soffocata dallo stupore.
Un’eco terrificante disturba il silenzio:
«Un giorno acquoso di un mese acquoso al di sopra di questo mare acquoso.
Il mare è la morte. Qualcuno venga ad aiutarmi, non sono un pesce, non sono un uccello.
Qualcuno mi aiuti, mi sto perdendo, sono completamente sola, parte infinitesima di un vuoto fuso orario, vagamente consapevole dell’esistenza».
Una consapevolezza vagamente esistente in messaggi di disperazione, povertà e rimprovero.
Mi irrita che siano rivolti a me, perché mi sento senza colpa.
L’emozione corre a livello della carne. Anch’io sono così solo e vorrei dimenticare di esserlo.
Inutili preghiere si confondono coi pensieri di fuga da questo posto.
Sono rimasto qui, sul punto più alto di questa scogliera edile; guardando in basso tutto quello che posso vedere sono quelli con cui avrei amato restare ma che invece in silenzio si sono gettati alla cieca nel mare.
Mi sento piccolo mentre mi lascio cadere in questo estuario sull’infinito per raggiungere la donna,
vaga promessa di tregua, fatale presagio di morte.

Una chiave ruota nella toppa arrugginita.

Siamo qui soli e confusi a ricordare i tempi quando ridevamo, ma i tempi sono cambiati, tutte le nostre possibilità ci sono scivolate tra le mani coma sabbia.
Non balleremo più come eravamo soliti fare.
La pioggia continua a cadere su di noi come lacrime da una stella, rimarrà per sempre nelle nostre menti, continuerà a dirci quanto siamo fragili.
Le nuvole si sono accumulate in forma di montagne. Pioverà ancora. Pioverà. Non c’è scampo eccetto andare via.

Dove andremo?
Il nord è lontano da qualche parte, freddo, i ghiacci bloccano il cuore delle persone e le fanno diventare vecchie.
Le aride terre del sud ora sono il luogo delle acque più profonde.
Il vento arrivava dolcemente da est dove il sole dorato annunciava l’alba nel tempo d’estate soffiando verso ovest.
L’ovest è il luogo dove i giorni un tempo finiranno e dove i colori si trasformano dal grigio in oro e le luce del tramonto infiamma a sprazzi le nuvole. Là noi passeremo gli ultimi giorni delle nostre vite, raccontandoci le solite vecchie storie.
Andremo verso ovest col sorriso sui nostri volti.
Noi saremo i fuggiaschi, scapperemo fuori dalla vita che abbiamo conosciuto ed amato, niente da fare e da dire, nessun posto dove fermarci. Saremo soli, porteremo con noi tutto quello che abbiamo raccolto nelle borse della nostra esperienza.
So che la nostra fine potrebbe arrivare presto, perché anticiparla prima?.
Il tempo potrebbe alla fine provare che solo i vivi la spronano e nessuna vita è situata nelle sabbie mobili. La morte non offre alcuna speranza, dobbiamo procedere a tentoni per una risposta ignota. Guardare al perché e dove siamo non serve a niente.
Interroghiamo le stelle. Alla fine che scelta è rimasta se non vivere nella speranza di salvarci.

Ci sono due modi di vivere: camminare sulla terra ferma facendo solo ciò che è giusto e rispettabile e così misurare,soppesare e prevedere ma si può anche camminare sulle acque. Allora non si può più misurare e prevedere, ma è necessario credere incessantemente. Basta un istante di incredulità per cominciare ad affondare.
Viene il momento in cui bisogna avere il coraggio del rischio. Si deve abbandonare la terra ferma, ove i piedi sono ben piantati e ci si deve inoltrare sul mare fluido e mutevole agitato dalla tempesta. Non si può e non si deve vivere sempre di calcoli, di interesse personale, di tornaconto. Bisogna ingaggiare la sfida del rischio, della donazione assoluta, del mettere a repentaglio la propria vita per salvarne un’ altra. È la strana legge del perdere per trovare.
Meglio non raggiungere alcuna decisione, per quanto è possibile e tenersi indifferenti riguardo ai risultati. Quando il prendere una decisione diventa dovere, bisogna prenderla con la maggior cura possibile e poi portarla avanti senza alcuna paura.
Mentre la mia mente incespica mi precipito con lei nell’oscuro oceano.
Nessuno fermerà il nostro salto nelle fauci dell’ignoto. È davvero troppo tardi per fermarci perché se il cielo è seminato di morte che senso a fermarsi a prendere fiato.
Che causa è rimasta se non morire nella ricerca di qualcosa di cui non siamo realmente certi?.
Uniamo il sangue delle nostre forze, affrontiamo il diluvio.

Free bird – in memoria di Lucia Tosi

La poesia Undicesima conversazione è di Lucia Tosi

 

È venuto l’uccellino del freddo

a picchiettare avido ai vetri

appannati (più che appannati, sporchi)

in attesa di briciole che non ho

che non mangio pane né lo mangiavo

(per la glicemia e il colesterolo);

con fatica ho spazzato la finestra

con la mano dalla nebbia grondante.

Il raschio lo ha infastidito

(basta un niente da queste parti

che ti trovi in un’altra storia):

scricciolo scricciolo scricciolo resta!

È volato sulla siepe spinosa…

La finestra della cucina è sipario del giardino d’inverno. Ecco, arriva il primo attore. Ha un lungo sopracciglio chiaro, la coda corta e appuntita sollevata bene in alto, il re degli uccelli. Agile e scattante saltella sul cotognastro strisciante e sui rametti di agrifoglio scalandolo fino alla cima per raccogliere le bacche rosse e lucenti di dicembre. Non teme le foglie spinose. I suoi antenati in Irlanda venivano sacrificati e poi appesi a quei rami; ora i Wren boys visitano le case e mostrando la sua immagine sul rametto verde lucente richiedono un’ offerta. Apro la finestra e sbatto la tovaglia al di fuori sull’erba gelata, questo è il mio compito quotidiano a fine pasto. Mi guarda incuriosito e scappa via.

è tornato che era un pettirosso:

avevo una noce l’ho spezzata

nel nome del padre, un pezzo a me uno

a lui. Ha mangiato il microcervello

guardandomi attento che neanche tuo padre

le sere d’inverno col freddo

gli occhi grandi per vedermi meglio.

Tic tic tic! Una serie di corte frasi gorgheggiate. Arriva il cantore spavaldo paffuto e senza collo, non indossa il frac ma è in bella mostra il suo panciotto arancio.Ha fame, anche per lui bacche rosse e qualche seme di calicanto; questo lo penso io, dato che ama accovacciarsi tra i suoi rami e da lì osserva l’ambiente vicino per saltellare poi di qua e di là. L’agrifoglio gli ricorda la corona di spine dell’uomo morto in croce. Si mormora in platea che questo uccello si sarebbe insanguinato il petto tentando di rimuovere la corona del crocifisso.La scena mi commuove, gli offro metà della mia noce di fine pasto riaprendo la finestra. Anche lui scappa via, ma solo per un po’, so già che tornerà alternandosi al compagno di scena.

Freebird , freebird cantavano i Lynyrd Skynyrd prima che l’aereo precipitasse:

Se me ne andassi domani mi ricorderesti ancora? Infatti io devo proprio essere in viaggio, ora, perché ci sono troppo posti che devo vedere. Ma, se stessi qui con te, le cose non potrebbero semplicemente essere le stesse. Perché io sono libero come un uccello ora, E questo uccello tu non lo puoi cambiare. Dio lo sa, io non posso cambiare.”

Due uccellini nella mia casa, uno è rimasto, l’altro se n’è andato che aveva poco più di vent’anni. Torna a volte e si ferma a mangiare, oggi era qui, ha scostato le tendine appoggiando il naso sul vetro:

-Eccolo lì, non ha toccato la noce, è il pettirosso o lo scricciolo?. Tornano sempre.

Si sta bene qua.-

Qui non si sta male, rispetto alla scogliera:

il vento sibila di fuori, c’è un camino

con una minestra sospesa sempre pronta.

Ma non ho fame, giusto la noce.

Moby Dick

Qualche volta di notte,
quando la luna è alta nel cielo
un potente tuono viene udito tra le colline ma non spaventatevi,
è solo Bonzo,
che fa un soundcheck in paradiso.

(John Paul Jones)

«I bambini nascono sotto i cavoli?».
«Perchè me lo chiedi?».
«I miei amici dicono che non è vero. Che i bambini li fanno gli uomini e le donne nel letto. Io non ho capito, mi vuoi spiegare?».
Il dodicenne Paolo da poco aveva visto la comparsa dei peli sul proprio pube ed aveva capito come funzionava il gioco per mettere al mondo i bambini. Come spiegare al fratellino ciò che per lui era stato un mistero fino allora. Cosa avrebbe capito Ismaele?. La curiosità del piccolo non l’avrebbe lasciato in pace, inventò una risposta al volo per poter soddisfare la sua domanda.
«Sì, li fanno gli uomini e le donne ma non necessariamente nel letto».
Risposta sventata. Si era cacciato in un bel pasticcio sparando quella frase. Non doveva lasciargli il tempo di replicare altrimenti lo avrebbe tormentato di domande fino a fargli rivelare tutto il mistero, ed era troppo presto per un bambino di sei anni.
«I bambini nascono nei luoghi dove vivono e lavorano i genitori: quelli degli spaccapietre, nelle cave, quelli dei contadini sotto i cavoli. Tu sei figlio di un fabbro e sei stato trovato sull’incudine e se vuoi proprio saperlo, la mattina del tuo arrivo sono stato io a sentire per primo i tuoi vagiti. Urlavi come un ossesso. Sono corso giù in fucina e non sapendo come farti smettere ti ho messo un dito in bocca e subito hai cominicato a succhiarlo. Sei nato con la fame e allora ti ho portato dalla mamma e dal papà e sei diventato uno di noi. Capito?. Ora dormi. Sono già le undici e domattina mentre tu ancora starai qui al calduccio sotto le coperte, io sarò giù a battere il ferro rovente col papà e se sull’incudine ci fosse un altro bambino potrei dargli una martellata in testa per farlo stare zitto».
Il piccolo rise, la rivelazione lo aveva appagato, allungò la mano per prendere quella del fratello, la accarezzò pensando al dito succhiato sei anni prima, la baciò, intrecciò le proprie dita con le sue, appoggiò sul fianco del fratello la stretta intesa e si addormentò in pochi istanti, allacciato come ogni notte alla sua schiena .
Anche Paolo era soddisfatto, l’aveva spuntata abbastanza bene senza svelare il segreto con verità troppo crude o bugie troppo grosse. Sì, non era vero che i bambini nascono come aveva raccontato al fratellino, ma una mezza verità l’aveva detta: Ismaele lo aveva trovato proprio lui, sei anni prima, giù in fucina. Il piccolo era avvolto in una coperta, dentro un canestro di vimini, con la sola eredità di un libro dal titolo Moby Dick.
Su una delle prime pagine bianche c’era una scritta in matita: “Chiamatemi Ismaele”.
E Ismaele non avrebbe fatto la fine del vagabondo figlio del biblico Abramo e della schiava Agar, non lo avrebbero lasciato vagare nel deserto come un bastardo, fra altri reietti. Fu da subito considerato un dono per la famiglia e avrebbe trovato un posto e l’opportunità di trovare l’amore che non gli aveva dato chi lo aveva portato lì.
Fu adottato, esaudendo il desiderio richiesto con insistenza da Paolo alla mamma che oramai non vedeva il sangue da qualche anno.

Ismaele crebbe sereno e felice. Meno dotato fisicamente del fratello maggiore ma più intelligente e perspicace, era il beniamino non solo della famiglia ma di tutte le persone che frequentavano la mascalcia, soprattutto dei contadini che portavano i cavalli per la ferratura degli zoccoli. Il ragazzino dimostrò dai primi anni di scuola le sue capacità intellettive e i genitori su consiglio del maestro dopo la quinta elementare decisero di fargli proseguire gli studi nonostante il piccolo volesse a tutti i costi fermarsi a lavorare nell’attività di famiglia. Ogni pomeriggio appena terminati i compiti scendeva nella piccola officina e si dava da fare con impegno, imparando così a poco a poco tutte le operazioni del fabroferraio. All’età di quindici anni aveva imparato a perfezione la “tripletta”: una ritmica percussione con mazze e martelli sulla barra di ferro incandescente appoggiata sull’incudine. Tam, tam, tam, un colpo dopo l’altro fino a che il ferro ridiventato scuro per la perdita di calore veniva gettato in terra o nel secchio a raffreddare, oppure rimesso nel fuoco per ulteriori passaggi di lavorazione. Quell’andatura precisa, rapida, incalzante, era l’operazione preferita di Ismaele; in quei momenti si sentiva una cosa sola col fratello e il padre Santo.

La passione per il ritmo lo condusse per mano ad un’altra passione: quella per la musica. Erano gli anni sessanta; le sere d’estate il Juke box del bar nella piazzetta adiacente diffondeva i nuovi suoni del rock; per Ismaele fu subito amore.

Un sera, Paolo, mentre si stava infilando sotto le coperte, si rese conto dai singhiozzi, che il fratello non stava dormendo.
«Cos’hai, perché piangi? É successo qualcosa?».
La luce fioca dell’abatjour illuminò il volto tumefatto di Ismaele.

«Niente niente».
«Come niente. Dimmi subito chi ti ha conciato così e domani gli spacco il muso». «Lascia perdere, sono stato io per primo ad alzare le mani».

Il fratello maggiore insisteva; non avrebbe mollato finchè avrebbe ottenuto ciò che voleva sapere. Il fratello minore fu costretto a cedere, chiese di spegnere la luce e cominciò a confidare l’accaduto.
Al bar durante una discussione animata, un coetaneo lo aveva insultato chiamandolo -bastardo, figlio di puttana-. Erano venuti alle mani, se le erano date di santa ragione. Il suo avversario conciato peggio di lui prima di andaresene gli aveva urlato in faccia -Lo sanno tutti in paese che non sei figlio di Santo. Chiedilo a tuo fratello-.

Paolo deglutiva in silenzio; aveva mantenuto il segreto per tutti quegli anni obbedendo alla promessa fatta ai genitori – quando arriverà il momento glielo diremo – sperando sempre che non sarebbe stato necessario, e intanto anno dopo anno, il bambino era cresciuto nella loro famiglia, amato fin dal primo momento.

Chi sono i genitori? Coloro che accoppiandosi danno inizio alla vita? Una madre che ti porta in seno e ti partorisce? O forse i genitori sono coloro che meritano di esserlo?.

Paolo confermò quanto gli aveva raccontato anni prima, e aggiunse:
« Ora sai come nascono i bambini; non ti ho mentito quando ti raccontai dove e come ti ho trovato. Non so niente di più. Domattina ne parliamo con mamma e papà. Dormi adesso. È vero, non sei figlio naturale dei nostri genitori, ma sei stato accolto come il figlio atteso da sempre».
Ismaele si sentì soffocare. I suoi veri genitori non lo avevano voluto. Lo avevano escluso dalla propria vita come un aborto clandestino. Non dormì quella notte, e sotto le stesse coperte un giovane, considerato fratello fino allora, condivise in silenzio la veglia fino all’alba.

All’ora di colazione Santo e la moglie trovarono i due figli in cucina ad attenderli.
Il padre confermò le parole di Paolo e mostrò il libro trovato nel canestro.
La scritta -Chiamatemi Ismaele- era firmata: Mary.
Sulla seconda pagina di copertina, un’altra indicazione: London 1945. With love Peter.
Se quelli erano i nomi dei suoi genitori naturali, Londra sarebbe dovuta essere la loro casa. Per far capire al figlio che non avrebbe dovuto giudicare il comportamento innaturale della madre, gli confidò la verità, avvolta fino a quel giorno in una pellicola di silenzio, rivelandola con parole centellinate, pesate e pensate in tutti quegli anni:
«Lo stesso giorno del tuo arrivo, sulla strada a pochi chilometri dalla fucina, fu ritrovata una sconosciuta in fin di vita, dissanguata da emoraggia da parto. Accanto a lei il cadavere di un uomo trucidato da colpi di arma bianca.
Erano gli ultimi tempi prima della Liberazione del ’45.
Il giorno seguente un gruppo di antifascisti armati prelevò i cadaveri. Si seppe che i due erano informatori inglesi stanziati nella zona per tenere il contatto tra gli alleati e le truppe partigiane. Niente di più. Nessuno chiese notizie del bambino. Per noi eri un dono piovuto dal cielo. In quei tempi fu facile registrarti all’anagrafe come nostro figlio.
Non sei stato abbandonato. I tuoi veri genitori hanno sacrificato le proprie vite per la tua».

Reciso da un albero lacerato dal fulmine della guerra era stato innestato come una gemma nel portainnesto in una famiglia sana che lo aveva fatto germogliare con cura e amore.
La storia lasciava spazi bianchi necessari di approfondimento, un rigo musicale vuoto da riempire con l’eco del cuore.

Quando pensi di aver perso la rotta e non sai cosa decidere o fare, l’amore di una madre emerge dalle profondità del mare e diventa la stella polare che brilla nel buio della non conoscenza.
Due sono le cose durevoli che i genitori sperano di lasciare ai figli: le radici e le ali.

Ismaele si aggrappò al primo e unico gradino del suo mistero: Moby Dick.
Lesse il libro nel giro di pochi giorni e maturò l’idea di andare nella città inglese per respirare la stessa aria di chi l’aveva messo al mondo.
I suoi familiari non fecero obiezioni.

A Londra trovò lavoro come cameriere in un pub, un posto per imparare la lingua guadagnando da vivere, e soprattutto ascoltare la musica delle bands rock che si alternavano sul palco del locale.
Durante una deludente esibizione, un ragazzo di qualche anno più grande di lui, dopo aver bevuto una buona misura di birra e alcool, insoddisfatto e seccato per la qualità delle esecuzioni sonore, scaraventò una sedia contro il palco e dopo una collutazione coi musicisti si sbarazzò di loro e si insediò alla batteria. In quel momento cominciò il vero spettacolo della serata.

Il suono lo dirige chi batte il tempo, era una idea fissa di Ismaele e quell’orso ne stava dando la dimostrazione convincendolo con ogni sorta di pandemonio, senza perdere di vista il vero obiettivo di ogni musicista: suonare con passione.
Le pulsazioni del giovane fabbro aumentarono ad un ritmo frenetico in perfetta sintonia con la musica prodotta. Una carica potente di energia penetrando nel petto lo riempiva al punto che se fosse stato un cannone avrebbe sparato il cuore in cielo.

Alla fine della performance il giovane cameriere entusiasta offrì da bere al batterista coi

baffi. Si fermarono fino a tarda notte a chiacchierare. Condividevano le stesse idee sulla musica e sulla vita.Trovando un’anima simile alla sua, Ismaele gli aprì il proprio cuore raccontandogli la sua storia e il desiderio di scoprire in quella città qualcosa delle proprie origini. Per commentare la sua impressione sull’esibizione del batterista trasse dal bancone il libro di Melville, lo sfogliò e si fermò su una pagina, la rilesse sottovoce e disse:

« Mentre ti guardavo sul palco mi si è presentata davanti agli occhi la scena descritta da queste parole “Sembrava un uomo staccato dal palo del rogo, quando il fuoco ha devastato le membra percorrendole tutte senza consumarle e senza portar via una sola particola della vecchia e compatta robustezza”».

Il batterista sorrise compiaciuto, gli diede una manata sulla spalla dicendo:
«Che libro è questo?»
«Moby Dick».
«Me lo presti?. Non temere, ho compreso cosa vale per te. Lo riporterò. La tua storia mi ha commosso. Vorrei trovare tra queste pagine un’ispirazione per la mia musica e una risposta per te che ora non sono in grado di dare. Io sono John, qualcuno mi chiama Bonzo». Ismaele conosceva a memoria le canzoni del primo album dei Led Zeppelin ma non sapeva che quell’uomo era John Bonham, la bestia, il batterista del gruppo.

Si salutarono cordialmente con la promessa di rincontrarsi.

Passarono i mesi, il barista era quasi rassegnato alla perdita del suo prezioso tesoro, quando si presentò nel pub un tizio per consegnargli una busta quadrata in cellophane. All’interno il secondo LP del dirigibile marrone: Led Zeppelin II e un biglietto per il concerto della presentazione del nuovo album della band inglese. Nessuna altra indicazione. Qualcuno in quella città grigia gli voleva bene, attese con trepidazione il giorno del concerto.

Grande fu la sorpresa quando presentando la sua prenotazione fu accompagnato in un posto in prima fila dove sulla poltroncina trovò il suo libro e un foglio con la scritta -Call me Ishmael-
Man mano che le canzoni susseguivano una dopo l’altra, la sua attenzione si spostò sul batterista John Bonham. Conosceva quel tipo, era lo stesso che aveva suonato nel suo locale.

Con difficili e frequenti variazioni ritmiche, Bonzo picchiando duro su cassa, piatti e rullante accompagnava ogni pezzo con semplicità creativa e inimitabile devastando il panorama sonoro. Il suo tuono ritmico rendeva sempre più compatto il suono perfetto degli altri tre componenti della band, proprio come colpo dopo colpo il martellamento nella fucina di Santo trasformava il ferro incandescente nel pezzo richiesto.

Quando il cantante Robert Plant presentò il brano Moby Dick, un’ ovazione dei presenti si elevò al punto che avrebbe potuto far crollare il tetto del teatro.
John, prima di iniziare, impugnando la bacchetta nella mano destra la puntò dritta verso Ismaele. Un sorriso d’intesa. Dopo un’introduzione di chitarra e basso, il lungo assolo della batteria dominò la scena per un quarto d’ora. Ismaele estasiato riconobbe il brano sentito in anteprima nel suo locale ma dilatato a dismisura nel tempo. Il titolo della canzone era lo stesso del libro che stringeva tra le mani: un caso? O un omaggio ad un ragazzo che aveva condiviso una birra e una pagina patinata?. L’emozione prese il largo e il cuore cominciò a battere al ritmo dei tamburi mentre una voce gridava nella tempesta: « Call me Ishmael, Call me Ishmael»

Rilesse la frase e poi girò il foglio, sul retro c’era un messaggio firmato John Bonham:
Caro amico, ho letto con piacere il libro. Io non so esprimermi a parole, parlo con le mani,

mi riesce meglio. Cercavo una risposta per la tua storia e l’ho trovata nella stessa pagina che avevi letto a me la sera del nostro incontro:
“ una cicatrice sottile come una bacchetta, lividamente bianca, un segno particolare che talvolta s’apre nel tronco dritto e superbo di un grande albero quando è lacerato da un fulmine scagliato dall’alto che, senza schiantare un solo ramoscello, scortica appena la corteccia e vi traccia un solco, da cima a fondo, prima di sparire nel suolo, lasciando la pianta ancora verde e viva, ma segnata.

So che comprenderai queste parole. Il libro non ti darà altre indicazioni. Qui non c’è più niente da cercare. Torna a casa, la tua famiglia è là.

Il ragazzo chiuse gli occhi. In una zona oscura del cielo, la corazza marrone del grande dirigibile volante si frantumò come un guscio d’uovo per far spazio alla balena bianca che fluttuando tra le nuvole-onde s’inabissò nella luce bianca della luna.

Silvio e i tre angeli nella cascina del Sassorigato

questo è il mio racconto per il magazine di Natale 2015  di Morena Fanti

 

Le lancette fosforescenti del quadrante sul comodino segnano le sei di un altro mattino di Natale. Silvio si è svegliato presto, sguscia dalle coperte, si veste al buio per non disturbare la moglie, scende le scale con passo di gatto, infila cappotto, scarponcelli, cuffia e guanti per affrontare il freddo dell’esterno, sulla porta di casa guarda il cielo, la luce dell’alba si farà attendere più di un’ora.

La cascina del Sassorigato dista poco più di un centinaio di metri da casa; marcando con le sue orme la cavedagna imbiancata raggiunge la meta consueta dei suoi giorni di festa. Lui è il nipote prediletto, erede degli zii Lauri, Gasper e Nocente che in meno di un anno gli hanno lasciato la loro dimora per sempre.

La temperatura sottozero durante la notte ha trasformato le goccioline della nebbia negli aghi e scaglie di ghiaccio della galaverna cristallina che ha rivestito la siepe di biancospino e la recinzione metallica della propietà. Nell’aprire e chiudere il cancello la battuta ferro su ferro fa cadere in terra una bianca polvere gelata. Per la prima volta dopo cinquant’anni non ci sono luci nella casa. Non c’è vita in quel luogo.

Già da qualche anno le voci erano andate scemando. Per i tre ottantenni il governo della stalla era diventato un lavoro troppo pesante e così gli attrezzi agricoli e la legna da ardere avevano preso il posto delle mucche. Il pollaio era rimasto vuoto da quando il grido –Pine, Pine, Piiine– di Lauri per chiamare le galline alla razione giornaliera di grano e pastura si era trasformato in un -Oooh– di disperazione con tanto di occhi sbarrati e mani infilate nei capelli ricci della permamnente antracite alla vista delle quindici teste mozzate dai barbari ladri che avevano fatto bottino nel serraglio durante la notte. Barone il coker spaniel dopo i tre funerali si era lasciato morire davanti al cancello nell’ attesa del non ritorno dei padroni. I gatti se ne erano andati da soli, viziati dal cibo fornito dagli abitanti della casa erano diventati troppo pigri per cacciare i topi rifugiati nel fienile e nel granaio.

Silvio attraversa l’aia lastricata di pietre grigia di Sarnico, passa sotto il portico, raggiunge la porta della casa, apre con la chiave in suo possesso ed entra in cucina.

Il silenzio nella stanza vuota dalle presenze familiari lo fa rabbrividire più della temperature esterna.

Fin da piccolo il suo arrivo era accolto dalle esternazioni vocali di gioia della zia che facevano accorrere i fratelli occupati nei lavori della stalla, dell’orto o della vigna; una gara a tre per abbracciare e baciare il nipote prediletto. Man mano che il bambino era cresciuto in età i baci erano stati sostituiti da pacche sulle spalle, una sedia tirata avanti per una bicchierata di vino bianco o spuma e la solita frase -Favorisci- quando il tavolo era apparecchiato di cibo genuino.

Dalla tenera età ha imparato da tutti e tre l’arte e mestiere del contadino, dalla raccolta delle uova nel pollaio alla guida del trattore, dalla semina nell’orto alla produzione del vino.

Per riportare la calda atmosfera dei giorni andati Silvio va e torna dalla stalla con una fascina e un canestro di legna per il fuoco nel camino. In pochi minuti le fiamme crepitanti dei tralci di vite illuminano l’ambiente e quando anche i tondelli di platano han preso fuoco il calore si diffonde. Sulla cappa trapezoidale manca il grappolo di vischio che nel periodo natalizio pendeva sopra i santini e i ritratti delle anime in cornice che ora impolverati occupano il piano della mensola.

Come una civetta a stomaco vuoto in un vecchio rudere dopo la grandine e il temporale che hanno limitato la sua caccia, il collo ritirato tra le ali e gli occhi dolci come lampade a petrolio, Silvio rincantucciato nella nicchia sinistra del camino scruta oltre la finestra in attesa di un segno, una stella cadente per esprimere un desiderio che si realizzi in un’esplosione di voci e di suoni.

La sua mente è lontana, vaga nei luoghi della fanciullezza racchiusi nella memoria da un sentimento di profonda nostalgia e desiderio. Appoggia la testa al muro caldo e si addormenta quel tanto che basta per far rivivere la vita come si svolgeva nei giorni del buontempo.

Nello spazio di pochi minuti l’impressione di una mano lieve accarezza il suo capo, ed ecco apparire lì davanti al fuoco, seduti uno a fianco all’altro i tre fratelli: Inocente, Laura e Gaspare.

Gli esseri umani continuano a vivere dopo la morte grazie all’immaginazione e ai sogni di chi li ha amati, e lui li ha amati. I tre angeli sono scesi dal paradiso per stare con lui abbastanza tempo per dargli la gioia del ritrovamento delle cose che credeva perdute per sempre. Immagini e voci impressi nella memoria fanno rivivere le storie che amava da bambino, e, prima di tornare da dove sono venuti gli sussurrano un messaggio: « Fai volare gli angeli ».

Come se la mano di cui sentiva in principio del sogno la pressione sul suo capo gli avesse dato una forte spinta contro il muro del focolare, si desta in uno sbalzo, grattandosi la testa indolenzita lascia la sua postazione, raggiunge la credenza, apre l’antina in noce, recupera tra le tazzine del caffè e la zuccheriera ciò che gli è stato suggerito nel sogno: una piccola giostra in lamierini di ottone dorato. Posa sul tavolo il piccolo marchingegno e con un fiammifero accende le quattro candeline inserite nelle ghiere della base metallica. Il calore delle fiammelle fluisce verso l’alto soffiando l’energia suffficiente a mettere in rotazione le palette inclinate della girandola montata sull’albero centrale e trascinare nel girotondo gli angioletti saldati ai quattro angoli della raggera a croce.

Le astine penzolanti collegate con un anellino alle trombe che ogni angioletto porta alla bocca, battono a turno su due calotte semisferiche. Il tintinnio argentino delle campanelle e il gioco d’ombre sulle pareti della stanza creano un’atmosfera magica.

Volate miei dolci angeli, solcate il cielo e vegliate sempre su di me –.

Il primo raggio di sole del mattino di Natale risalendo dal fondo della notte trafigge la finestra e si posa sulla statuina del Bambino di Betlemme in fissa dimora sul centrino tessuto ad uncinetto posto sul piano della credenza. La minuscola lucciola brilla sui solchi della vita, due mani a conchiglia cullano il Re dei Re.

DODICIDIO: il mese di Marzo.

945601_534392356599549_1605398223_nDodicidio: un progetto nato dalla mente di Fabio Musati ed eseguto dagli autori F.I.A.E.
Un libro scritto a ventisei mani e tredici cervelli. Dodicidio non poteva essere tredicidio e nemmeno undicidio. Dodici per un anno di folli tentativi, dodici come dieci dita più un pugnle e una pistola. Dodici come una famiglia di diseredati, tutti con la stessa faccia. È sempre lui, che rincorre un incubo, e che dall’incubo si fa fregare. Ma chi la spunterà?.

MARZO di falconiere del bosco

Piove. Sono le cinque del mattino, non riesce a dormire, il ticchettio sui tetti suona come la malinconica ballata trasmessa alla radio: The rain song, che sta ascoltando da un auricolare.
Un capo contabile non è un compositore ma la musica come i numeri la capisce al volo.
Le regole della musica devono essere estratte da un principio evidente, che non può essere conosciuto senza l’aiuto della matematica. I differenti toni di una scala sono legati ai rapporti fra numeri interi.

Il pezzo dei Led Zeppelin fu composto in omaggio a George Harrison; i due accordi di apertura sono presi in prestito da Something dell’ex beatle.
La canzone della pioggia inizia con due tracce di chitarra sovrapposte, la dodici corde elettrica e l’acustica a sei corde che chiudono insieme alla prima parte di canto. Un lungo assolo di mellotron tra le due parti cantate; una ripresa dell’inizio con la sola aggiunta del mellotron del basso e della batteria; una breve sezione più pesante e più veloce, grazie alla bravura del batterista di cambiare ritmo all’improvviso e all’aggiunta di una chitarra elettrica a sei corde.

La musica si pone in relazione con la matematica anche nel suo aspetto compositivo che richiede di ripartire i suoni tra le varie altezze, in diversi istanti temporali e tra le diverse voci degli strumenti che entrano nel corso dell’esecuzione, e al termine escono progressivamente fino a lasciare solo le due chitarre iniziali a chiudere la canzone.

Conosce a memoria questo brano, ma solo ora si sofferma sul significato della frase finale:
“Vedo la torcia che tutti noi dobbiamo reggere. E’ il mistero della spartizione. Su tutti noi dovrà cadere un po’ di pioggia”.
–Chissà cosa intendono queste parole. Una torcia che non si spegne con l’acqua cosa potrebbe essere?–.
Immediatamente ricorda i comandi di sua madre –spegni l’ombrello–, –accendi l’ombrello– per intendere proprio la sua apertura e chiusura. La torcia da reggere sotto la pioggia potrebbe essere quello.
Sua nonna diceva “Le api sagge di marzo dormono ancora” forse lui non è molto saggio però i proverbi della nonna li ricorda tutti.
“Chi nel marzo non pota la sua vigna, perde la vendemmia”. Bel proverbio, fa al suo caso. La vendemmia l’ha persa ma il suo capo non berrà il vino perché subirà una potatura definitiva, un taglio netto alle radici. Questa volta l’ingegnere sarà eliminato dalla faccia della terra.
Si abbandona alla melodia della canzone e si addormenta per un sonno tormentato da torce, pioggia, potature.

Le otto. Sulla porta di casa osserva il cielo, non piove più.
“Marzo è pazzerello esci col sole rientri con l’ombrello”, infila la mano nel guardaroba, afferra quello nero, chiuso dallo stringhino con bottone automatico.
Deve recarsi all’ufficio collocamento, una lunga passeggiata attraverso il parco; il grigiore invernale comincia a indossare i colori della primavera.
Cammina a passo spedito, il parapioggia ondeggia avanti e indietro facendo perno sul manico, una oscillazione che si allunga sempre più fino a diventare una rotazione a velocità crescente. D’improvviso la presa scivola e come una freccia è scagliato contro un albero. La punta di legno scalfisce la corteccia dell’ippocastano.
–La funzione principale di questo oggetto è quella di riparare dalla pioggia ma può avere altre funzioni. Potrebbe essere usato come arma–.

Ricorda che nel ’78 uno scrittore dissidente bulgaro fu assassinato con una dose di ricino iniettata tramite un ombrello modificato. La proteina contenuta nei semi di ricino è una potente citotossina naturale in grado di causare morte cellulare bloccando l’attività di sintesi proteica.
–Sì, ma la ricina dove la trovo. Troppo complesso. Però l’idea è buona. La torcia della canzone forse è questa, servirà a illuminare la mia strada e a spegnere quella del mio nemico–.

Dal finestrone della sala d’attesa del ufficio collocamento osserva la strada sottostante. Ha ripreso a piovere. E’ l’8 marzo, la festa delle donne. Sta sfilando il corteo della manifestazione; ha letto i cartelli – 44 gatte han perso il posto- una protesta organizzata da una quarantina di donne licenziate da una ditta che ha deciso di portare all’estero la produzione.

Sette file composte da sei ombrelli neri allineati e coperti, guidate da altri due dello stesso colore. Dalla sua posizione non vede le persone ma il puntale al centro di ogni cerchio nero.
Se la punta fosse metallica potrebbe diventare un’arma bianca…una baionetta.
Un flash lo riporta indietro negli anni, al tempo del servizio militare.

Adunata: raggiungere immediatamente l’area di raccolta e posizionarsi in formazione.
At…tenti: portare il piede sinistro rapidamente verso il piede destro; pancia in dentro, petto in fuori, mento in alto.
Al comando -Baionetta- la mano sinistra impugna la canna del fucile, la destra il lungo coltello custodito nel fodero affrancato al cinturone, lo innesta e riporta l’arma sul fianco.
La simultaneità e la precisione sono le caratteristiche essenziali dei movimenti e delle posizioni con le armi.
-Presentat’ arm- le braccia si muovono da sole, con scatto fulmineo il fucile è portato verticalmente davanti all’occhio destro che vede davanti a sé la tremante linea d’acciaio. La baionetta non è stata innestata correttamente, oscilla, i muscoli e i nervi sono contratti fino allo spasimo per mantenerla in bilico. L’urlo corale -Lo giuro- soffoca il tonfo del ferro caduto in terra. E’ una fortuna essere nelle ultime file. I compagni a fianco lo hanno notato, diventerà lo zimbello del battaglione, la troia della caserma.
Il ricordo sfuma col corteo delle donne; nella retina è impressa l’immagine del puntale-baionetta. Deve escogitare il sistema per innestare una lama al posto della punta dell’ombrello.
In garage armeggia tra i cassetti del bancone di lavoro per trovare la soluzione al suo problema.
Un innesto a baionetta si può realizzare con i giunti della canna di gomma per innaffiare il giardino. Sega il puntale lasciando un moncone sufficiente per saldare il raccordo nel quale innesterà il giunto della lancia per acqua dove monterà il ferro battuto sull’incudine, molato e successivamente affilato con la cote.
Ora gli rimane da studiare il piano d’azione: come, dove, quando.
Come. L’arma c’è. Si allena per il lancio sfruttando la forza centrifuga con un paio di giri attorno al polso e poi via a tutta forza contro una sagoma di cartone fissata ad un albero nel boschetto fuori città.
Dove e quando. L’ingegnere ogni mercoledì prima di andare in ufficio passa dal tabaccaio di fronte al passaggio pedonale per acquistare le mentine; quell’uomo ha un alito che tramortisce.
Bene lo aspetterà dietro il cassonetto dei rifiuti sul marciapiede di fronte al semaforo, dall’altra parte delle strisce pedonali. Dopo anni di frequentazione, conosce la sua vittima, i suoi segreti, le sue debolezze. L’ingegnere ha la mania di calpestare le zebre durante l’attraversamento, quindi per centrare i lunghi rettangoli bianchi si concentra e cammina a testa bassa; se si presentasse davanti a lui una donna completamente nuda non la vedrebbe affatto.
Un paio di giorni prima dell’agguato controlla la postazione; a quell’ora in quella zona non c’è un gran passaggio di persone, comunque si renderà irriconoscibile con sciarpa, occhiali e cappello. Non si sa mai.
La data fissata, mercoledì 14 salta perché è una giornata di sole, il cielo è pulito. Una settimana dopo il tempo è perfetto per il suo piano: se non piove, pioverà.
Le otto in punto, il suo uomo entra nel negozio puntualissimo.
Non c’è anima in giro. Il ragioniere sfila la baionetta dalla tasca e la innesta. Attende… ecco il bersaglio mobile, con lo sguardo a terra sulle strisce. Comincia a ruotare aumentando la velocità; lancia; la direzione è perfetta ma il manico è stato liberato leggermente in ritardo; invece di un lancio teso si profila una parabola ascendente che passa sulla testa dell’ingegnere e centra la lampada verde del semaforo. Nell’impatto l’ombrello si apre. L’illeso passa indifferente accanto all’illuso che a testa bassa mastica il terzo fallimento. Maledetti proverbi della nonna : “non c’è due senza tre” dopo gennaio e febbraio, anche marzo è andata a vuoto. Verde come l’erba, si da un voto: insufficiente. Non è la prima volta. Un secondo deja vu del tempo della naja lo riporta al poligono di tiro per il lancio della bomba a mano. Strappare la prima sicura con i denti, la seconda si sfila da sola in volo. Lanciare per colpire il bersaglio. Abbassare la testa protetta dall’elmetto per evitare eventuali schizzi di metallo incandescente. Anche in quella occasione fu un fiasco vergognoso, fallì di molto il bersaglio e per giunta non abbassò la testa classificandosi ultimo, con votazione: insufficiente criminale.

–Mi rifarò il mese prossimo “Se marzo butta erba, aprile butta merda”–.

Diario sotto i cieli africani

Questo  è il mio racconto per il Premio letterario ‘ 130 righe: un anno, una storia’ organizzato da il Resto del Carlino.  A me è stato affidato l’anno 1937 Etiopia 1937

Etiopia 1937

Vedo l’infinito di un nuovo mondo in questo cielo, in un fiore selvaggio e nel granello di sabbia rossa posato sul palmo della mia mano.

Etiopia, giardino del pianeta. Oasi dello spazio. Buona terra, buona acqua, buona aria.

Il sole picchia senza pietà. Per apprezzare il panorama qui bisogna aspettare il tramonto, quando la luce si fa meno accecante e proietta le ombre delle colline dalla cima piatta sulle gole sottostanti scavate da fiumi ormai scomparsi.

Cosa ci faccio in questo posto?.

Come la maggior parte di noi soldati sono stato costretto dalla leva obbligatoria a lasciare la famiglia per venire a combattere in un paese lontano, su queste montagne bruciate dal sole, con armi antiquate, uniformi di panno, scarpe di cartone e scatolette di cibo avariato, quando avrei preferito stare a casa con la mia fidanzata.

– Venti milioni di uomini, un cuore solo, una sola volontà di combattere – aveva detto il Duce dal balcone di Palazzo Venezia per dare il via a questa campagna di occupazione, con il duplice scopo di vendicare la bruciante sconfitta che quarant’anni fa aveva visto gli italiani sbaragliati dalle truppe di Menelik, e creare un corridoio che colleghi via terra le colonie dell’Eritrea e della Somalia.

La propaganda fascista giustifica questo intervento militare per la liberazione della popolazione abissina dalla schiavitù imposta dall’imperatore Hailè Selassiè.

Mio nonno, che combattè durante la guerra di Abissinia nel secolo scorso, mi ha detto che in questo paese avrei trovato le donne più belle del mondo. Aveva ragione sono proprio belle.

Gli alti comandi del Governo hanno emanato severe sanzioni sui rapporti di indole coniugale con questa popolazione, forse perchè gli uomini dell’Italia fascista correvano troppo dietro le veneri nere dell’Etiopia e Somalia, conquistate e razzialmente impure. La canzone Faccetta nera, uno dei motivi più diffusi tra i soldati , che, con frasi allusive incoraggiava contatti promiscui tra italiani e africani, è stata messa al bando.

Mi domando come la – moretta schiava degli schiavi – potesse sentirsi felice di lasciare il proprio paese e di essere portata a Roma per venerare il duce e il re degli italiani, rinunciando alla propria bandiera ed accogliere con gioia il tricolore.

Se dovessi descrivere in poche parole la mia prima impressione su questa gente direi: – un popolo in cammino a piedi nudi sulla terra bruciata dai raggi del sole –.

Ma da dove arrivano. Quanto avranno camminato, a che ora saranno partiti, a che ora faranno ritorno alle loro case?. Sono domande inutili perchè qui il tempo non ha alcun valore, poiché tutti ne hanno in grande quantità.

Lungo la strada incontriamo pastori che guidano le mandrie da un villaggio all’altro, armati di infinita pazienza e del tipico bastone che portano a tracolla dietro la schiena.

Le donne chine sotto ceste piene di sterco secco di mucca che verrà usato come combustibile si dirigono verso le misere capanne dei loro villaggi.

I bambini sono ovunque, ci corrono incontro, ci salutano festosi, ci sorridono, ci tendono la mano per salutarci; mani sempre sporche, impossibile non stringerle anche se si sono appena infilati un dito nel naso, anche loro come gli adulti camminano, camminano.

Quanta strada dovranno percorrere prima di diventare uomini?.

Indossano tutti dei vestiti logori, forse gli unici che possiedono; si lavano nelle stesse acque dove si abbeverano le bestie; dormono su pagliericci stesi in terra; mangiano quando capita; eppure sembrano felici.

Domani 19 febbraio 1937, in occasione della nascita di Vittorio Emanuele, primogenito di Umberto II di Savoia, il governatore ha dato ordine di preparare una cerimonia pubblica, durante la quale, imitando un’usanza etiope, distribuirà due talleri d’argento a ciascuno dei poveri di Addis Abeba, uno in più di quanto ha sempre distribuito Hailè Selassiè, tutto ciò per umiliare il ricordo dell’imperatore in esilio e ostentare la grandezza dei colonizzatori.

In questa provincia dell’Africa Orientale Italiana il comando è nelle mani del vicegovernatore Rodolfo Graziani.

Un uomo crudele e senza scrupoli governa con tale pugno di ferro da attirare le antipatie degli etiopi che non accettano la nostra sudditanza e portano avanti un’opera di guerriglia.

Questo uomo orgoglioso avvolto nel mantello regale della sua autorità mente come Giuda, il suo bacio è inganno, la sembianza di generosità disvela cupidigia, aridità, durezza di cuore.

La festa è diventata una tragedia.

Qualcuno ha lanciato delle bombe a mano sugli invitati e sulla folla dei derelitti confluita nel cortile del palazzo imperiale uccidendo quattro italiani, tre indigeni e ferendo una cinquantina di presenti, tra cui lo stesso Graziani.

Immediatamente sulla folla in fuga si è scatenato il fuoco di artiglieria dei militari e degli ascari libici. Molte persone sono rimaste uccise.

Le rappresaglie proseguono da parecchi giorni. Una vendetta condotta coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. I militari sono affiancati anche dai civili che si trovano in Addis Abeba. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni trovano al loro passaggio. Uno scempio si abbatte contro gente ignara e innocente.

Quanti devono morire prima che ci si accorga che i morti sono troppi?.

Da Roma sono giunti ordini tassativi: in Italia si deve ignorare quanto succede qua.

Sto assistendo a scene orripilanti di violenze inutili.

La popolazione indigena è sulle strada, le misere abitazioni sono state incendiate. Capannelli di donne e bambini osservano con indifferenza impressionante le masserizie fumanti.

Non un grido, non una lacrima non una recriminazione. Gli uomini si tengono nascosti, perchè rischiano di essere finiti a randellate dalle orde punitive.

Vengono uccisi indiscrimantamente, bruciati vivi nelle capanne o abbattuti dai fucili mentre cercano di uscire.

Ho visto miliziani alla guida dei camion rincorrere persone per investirle o trascinarle dopo aver legato loro i piedi al rimorchio.

Ho visto un uomo cadere sulle ginocchia e baciare la terra urlando nella sua lingua parole che ho interpretato così:

– Questa terra è la nostra terra, questo cielo è il nostro cielo e questi sono i nostri villaggi –.

Finche possiamo dire – questo è il peggio – vuol dire che il peggio può ancora venire.

Il male commesso per un sogno di grandezza, per un bisogno di sentirsi potenti e distruttori ha mostrato un’altra delle sue facce. Le violenze continuano.

Donne frustate, bambini schiacciati sotto i piedi, uomini evirati, squartati, bastonati a morte e lasciati morire appesi.

Bersagli al poligono di tiro, tutti muoiono con grande dignità maledendo l’Italia e gli italiani.

Quante volte dovrò girare la testa per fare finta di non vedere?.

I padroni della guerra giocano con il mondo, ci mettono un fucile in mano come fosse un giocattolo, si siedono a guardare mentre il conto dei morti sale, mentre il sangue degli uomini scorre via dai loro corpi e si impasta con la polvere rossa di questa terra.

Perfino Gesù non perdonerebbe quello che abbiamo fatto.

Siamo stati costretti ad eseguire la volontà di un esaltato. Anche se erano in molti a credere in lui, molti altri eravamo convinti che non si poteva fare una cosa tanto insensata.

Mi hanno detto: – Come! Sei un soldato e hai paura?. Non devi preoccuparti che qualcuno venga a sapere dal momento che nessuno ci chiamerà per rendere conto di quel che abbiamo fatto –.

So di sicuro che renderemo conto di questo alla nostra coscienza per il resto dei nostri giorni.

Mi vergogno della mia vigliaccheria, non sono stato capace di fare altro che sparare al di sopra delle teste degli etiopi per non colpire nessuno di loro, di contro non ho avuto nemmeno il coraggio di accoppare i nostri miliziani sanguinari per paura di finire davanti al plotone di esecuzione.

Vorrei non essere qui.

Non voglio più combattere.

Sono scappato, fuggendo verso l’altopiano. In questa confusione nessuno si accorgerà di me.

Solo in questo paesaggio sono atterrito e quasi immobilizzato, ma la mia paura è nulla paragonata a quella di coloro che hanno visto la morte in faccia.

Un vecchio pastore ha letto la bontà nei miei occhi, mi ha fatto cenno di seguirlo, starò con lui finchè passerà questo momento, finchè troverò la forza per ritrovare la strada del ritorno a casa. Non voglio diventare come quelli da cui sono fuggito.

Un avvoltoio volteggia nel cielo.

I bambini sono ovunque ma non ci corrono incontro festosi, nessun sorriso sulle loro bocche affamate. Tengono le mani dietro la schiena come angeli neri che nascondono le ali; il loro naso continua a gocciolare; il sale delle lacrime ha lasciato una scia bianca sulla loro faccia. Tornando alle strade per terre d’ombra e rampe di sangue si guardano alle spalle controllando ogni nostro passo. Le porte dei loro cuori sono chiuse dall’odio dopo il buio di questi giorni.

Quante strade dovranno percorrere prima di diventare uomini?.

Mi chiedo cosa faranno questi bambini per vivere ma forse non diventeranno mai grandi, non ne avranno tempo.

Parlo al vento per cercare una risposta ma il vento non può sentire, continua a soffiare la sabbia spazzata via dal deserto e la depone come un sudario sui bambini, sui padri e le madri.

Le ali degli avvoltoi oscurano la tenue luce del sole che sta tramontando all’orizzonte.

Resto in silenzio.

Sul palmo della mia mano si è posata una lucciola, la sua lampada illumina il solco della vita.

Il tempo ha un grande valore anche per la vita più breve.

Helpless revisited

“Helpless revisited” è il titolo del mio racconto che apre la raccolta Sappy- racconti autorizzati su Kurt Cobain.

Di chi sono le voci che incidono il mio sonno in questa notte di primavera?.

L’aria dello scirocco proveniente da sud est mischiandosi con quella umida del mare porta tempo freddo e soffia via il rumore dei veicoli in transito sull’autostrada alle mie spalle. È una delle rare volte in cui riesco ad ascoltare le grida dell’uccello prigioniero nella voliera tra le mura dell’antico convento. Il pavone paupula dalla stagione degli amori fino in autunno, quando con la muta perderà le bellissime penne dello strascico bronzo-rame. La sua voce sgraziata proviene da un buio profondo contrastando la bellezza della livrea sventagliata alla luce del giorno.

L’urlo scongela la memoria e scioglie il laccio dei ricordi inghiottiti dal tempo, rimasti lì, dipinti su una tela impolverata in soffitta. Ascolto le voci…arrivano dall’oltre, da una oscurità dove i pensieri assumono una forma immaginaria e le persone non corrispondono esattamente alla realtà che è stata, ma più precisamente che hanno avuto o che hanno acquistato nel tempo scandito dai suoni che segnano il trascorrere della vita.

È la stessa sensazione che provo quando sento cantare Kurt Cobain.

Il particolare vocalism acido, struggente e strozzato del carismatico leader dei Nirvana, arrancando si arrampica dal plesso solare prima di districarsi tra i rovi e i nodi della gola per arrivare a far vibrare le corde vocali, mentre la sua chitarra alterna note lancinanti e cristalline armonie.

Metto a fuoco le immagini che avanzano nel buio della notte: due ragazzi del’67 camminano tra le nuvole; Kurt e Michele non si sono mai incontrati ma l’italiano sapeva tutto del coetaneo yankee.

Una canzone nella memoria procede con loro. Il suono d’armonica accompagna una ballata country-folk, un malinconico rimpianto dei luoghi dell’infanzia, quando al tempo della guerra del Vietnam nei cieli al posto degli uccelli volavano caccia bombardieri.

Mi lascio trasportare dalla voce di Neil Young; probabilmente negli anni della prima infanzia il bambino di Aberdeen l’ascoltava a tutto volume; nella casa del bambino italiano sicuramente no, era tutt’altra musica là.

Bambini tristi e sensibili, con comune e disperato desiderio di una famiglia tranquilla.

Grandi uccelli volano nel cielo gettando ombre sui nostri occhi…

Ci lasciano
indifesi, indifesi, indifesi.

Le catene sono serrate e legate alla porta”.

Disperazione e angoscia pesano, bloccano e frustrano ogni movimento. Il cantautore canadese esorta a sostenerci gli uni agli altri per farci sentire:

Piccolo, riesci a sentirmi ora?.

Piccolo, canta con me in qualche modo.

We are helpless helpless helpless”.

Indifesi. Marines tra i bambù sulle rive del Mekong.

Indifesi. Kurt e Michele tra mura domestiche d’incomprensione.

Indifesi. In una guerra dove parole e silenzi bruciavano come il Napalm.

Il ritornello si ripete nella mia mente e mi accompagna a rincorrere i pensieri. Mi libro in aria per cercare posti che si visitano solo nei sogni ad occhi aperti accostando una tessera accanto all’altra per ricomporre un puzzle del quale non si conosce ancora l’immagine completa.

Forse il musicista dei Nirvana cominciò a manifestare interesse per il rock proprio da bambino ascoltando Helpless; sicuramente fu in quel periodo che iniziò a mostrare il suo talento musicale.

Michele ascoltò la stessa song per la prima volta a casa mia verso la fine degli anni ’80, quando dopo aver visto alcuni miei lavori mi contattò per chiedermi consiglio in merito alle scene per una rappresentazione teatrale che stava allestendo con una compagnia di coetanei. Mi mostrò alcuni disegni conservati dall’infanzia: ognuno raffigurava un angelo le cui ali rosse infiammavano un cielo dipinto di nero. Mentre sfogliavo i suoi lavori mi venne da sorridere al pensiero che me li presentasse capovolti e mentre glielo facevo notare mi disse: «Sei tu che li stai guardando al contrario». Era vero. Gli angeli stavano precipitando.

Quel pomeriggio, il programma televisivo MTV trasmetteva The Last Waltz, il film di Martin Scorsese sul concerto d’addio della Band.

Dopo aver ascoltato la perfornance di Neil Young, il ragazzo afferrò per il manico la mia dodici corde coreana e mi chiese se sapevo suonarla. Re La Sol, tre accordi semplici per Helpless.

Il mio giovane amico volle provare a strimpellare e quando rimboccò fino al gomito la manica della camicia notai alcuni segni e lividi sul suo braccio che immediatamente classificai come “buchi da eroina”. Non sapevo cosa dire, lo conoscevo appena. Scrollando la testa mormorai che avevo perso da poco un amico per overdose.

Replicò con una frase di Kurt :“Se vuoi sapere com’è la vita nell’aldilà, mettiti un paracadute, sali su un aereo, riempiti le vene di una buona dose d’eroina e a quel punto salta. O, in alternativa, datti fuoco” e per smaltire il mio disagio mi chiese di suonare qualcosa d’altro.

Sempre dell’ ex Buffalo Springfield gli feci ascoltare My my, hey hey, con altrettante posizioni facili delle dita sui capotasti per suonare gli accordi.

Questa seconda canzone, incisa nel ’79 per l’album Rust never Sleeps, è una riflessione sui mutamenti musicali del tempo; nata dall’evidenza che un artista deve continuare a produrre sempre musica simile a quella che l’ha reso celebre, pena l’uscita dalle scene.

Il rock and roll è qui per restare. È meglio bruciare subito che svanire lentamente. Il rock and roll non potrà morire mai”.

Kurt aveva poca stima di sé e non riusciva a pensare di poter diventare una rock star e quando cominciò a suonare lo fece nel modo più arrabbiato possibile:“L’unica cosa che riesco a fare é urlare dentro a un microfono” alzando al massimo il volume del suo amplificatore senza avere idea di cosa stesse facendo.

Fai dono della musica!. Mettere il proprio nome su un disco non conta un cazzo. Chiunque lo può fare, ma c’è una grande differenza tra raggiungere la notorietà e conquistare il rispetto di sé attraverso la musica».

Nella città di Seattle, centro privilegiato nel consumo di eroina in quegli anni, i giovani si rifugiavano nella musica per sfuggire alla noia e al male di vivere.

Kurt e Michele troppe volte hanno provato a infilare ali d’acciaio nelle loro braccia nel tentativo di superare gli ostacoli, alla ricerca di un posto dove stare in pace ma lo stesso destriero che li conduceva, dopo la corsa li disarcionava e con gli zoccoli li schiacciava a terra sprofondandoli sempre più nella sabbia e nel fango.

Mi ritrovo a posizionare tessere nere, sono quelle degli anni che vanno da quel primo incontro con Michele fino all’inizio del ’94. Un tempo nel quale la consapevolezza della mia impotenza di fronte al dramma che stava distruggendo giovani vite come la sua mi aveva fatto allontanare dal suo progetto e dalla sua esistenza. Cosa avrei potuto fare per lui?.

Ho ignorato la produzione musicale dei Nirvana, mai ascoltato una loro canzone. Spazi vuoti.

Nessuna collaborazione con Michele; quattro o cinque anni di buio completo come se non fosse mai esistito, fino a quando quando mi giunse notizia che stava male. Gli feci visita nella sua casa al terzo piano. Mi disse che stava morendo di Aids; non chiesi nulla; mi sedetti sul divano accanto a lui e al suo cocker spaniel nero che mangiava caramelle gommose. Il ragazzo emaciato mi chiese di ascoltare con lui una canzone d’amore vecchio stile introdotta da un lungo assolo di chitarra: Come as you are dei Nirvana.

Vieni come sei, come eri, come voglio che tu sia.

Come un amico, come un vecchio nemico, come un vecchio ricordo.

Vieni immerso nel fango, inzuppato di candeggina. Come voglio che tu sia.

Nota dopo nota, come lava da un vulcano, scaturì una micidiale mistura di angoscia, inquietudine, frustrazione e dolore. Michele finalmente aprì il suo cuore e con flebile voce liberò poche parole:

« L’eroina mi serviva per annientare gli ostacoli che il mondo continuamente mi metteva davanti. L’ago d’acciaio, una spada nelle vene, un macete per farmi strada nella foresta e oltrepassare i confini di una realtà insopportabile. Gli angeli indifesi precipitano».

«Michele, cosa posso fare per te?».

«Io sono indifeso e tu inerme, ma puoi fare solo una cosa… Ricordami con un’immagine».

Morì alla fine di marzo del 1994.

Pochi giorni dopo il corpo di Cobain fu ritrovato senza vita nella sua casa di Seattle, con un colpo di arma da fuoco in testa. Lasciò un messaggio che riportava uno dei momenti più drammatici del brano di My my hey hey: “Meglio bruciare che spegnersi lentamente” dello stesso Young che qualche giorno prima aveva cercato inutilmente di mettersi in contatto con lui per dirgli quanto amava le sue canzoni, spronarlo a continuare a fare ciò che più gli piaceva senza tenere conto delle aspettative del suo pubblico.

Lo scirocco ha cambiato direzione; l’uccello prigioniero non canta più o forse è il traffico sull’autostrada a soffocare la sua voce. Ho messo insieme tutte le tessere che avevo; il puzzle è incompleto, ci sono troppi spazi vuoti, troppe cose che non ho voluto approfondire sulla vita di Michele e sulla musica di Kurt.

Apro gli occhi. La radiosveglia segna le sei. Un raggio di sole filtra tra le ante della mia camera da letto; all’improvviso quello che era invisibile diventa visibile: minuscole particelle di polvere fluttuano nell’aria.

Richiudo gli occhi e provo a completare.

I due coetanei del’67 si fondono in un’unica immagine simile a uno stupendo quadro di Marc Chagall. Una fiamma trafigge l’oscurità e si abbatte sull’umanità indifesa; un angelo insanguinato sta cadendo sulla terra dove gli uomini continuano a commettere i loro orrori indisturbati. L’immagine si fa incendio. Emozioni di purezza, bellezza, armonia, disperazione. Un pugnale scanna la scelta di vivere: meglio bruciare che spegnersi lentamente.

A chi sta sulla porta

Questo post e dedicato a chi sta sulla porta con sguardi di dolore che affondano al suolo, sguardi di speranza che si allungano verso l’orizzonte, con occhi di rassegnazione che scoccano dardi nei cieli della sera.

Le mamme e i papà si perdono prima o dopo, è dolore che si riesce ad accettare col tempo;                                                                                                                      i figli non vorremmo mai perderli ma quando non ritornano…

 

                                      I vostri figli non sono i vostri figli.

Sono i figli e le figlie della brama che la vita ha di sé.

Essi non provengono da voi, ma per tramite vostro,

E benché stiano con voi non vi appartengono.

Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri,

Perché essi hanno i propri pensieri.

Potete alloggiare i loro corpi ma non le loro anime,

perché le loro anime abitano nella casa del domani,

che voi non potete visitare, neppure in sogno.

Potete sforzarvi d’essere simili a loro,

ma non cercate di renderli simili a voi.

Perché la vita non procede a ritroso

e non perde tempo con ieri.

Voi siete gli archi dai quali i vostri figli

sono lanciati come frecce viventi.

L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,

e con la Sua forza vi tende

affinché le Sue frecce vadano rapide e lontane.

Fatevi tendere con gioia dalla mano dell’Arciere;

Perché se Egli ama la freccia che vola,

ama ugualmente l’arco che sta saldo.

                                         (da Il Profeta – Khalil Gibran)

Non è solo la morte a portare via le persone.


Sulla linea d’orizzonte si muovono sagome che si allontanano sempre più.


Alcune ormai irraggiungibili.

Ed è quanto capita a tutti.

Nonni, genitori, parenti anziani; ma anche giovani, figli sottratti da incidenti o malattie, uccisi in guerre volute dai potenti, dalle violenze dei singoli e del branco.

Sono su quella linea, sbiaditi nei contorni, la loro presenza persiste silenziosa,malgrado il tergicristalli che sul parabrezza della vita continua a cancellare il pianto.

Le madri orfane dei figli sono quelle che puntano lo sguardo più lontano.

Hanno perduto pezzi di sé, hanno cercato agganci oltre il confine delle percezioni.


Ricordano gli odori delle loro camerette, indossano cappotti che li avvolsero, come se potessero trasmettere calore.

Consumano di carezze piccole cose riposte.

Tastano spazi vuoti dove soltanto loro vedono ologrammi.
 Hanno perso coi figli anche lo sguardo della gioia profonda, è tutto in superficie, il sorriso, la battuta ironica, il guizzo dell’intuito.

Le circonda una barriera fatta di movimenti lenti, una costante curva d’invisibile abbraccio.


Il dolore le ha scavate dentro, non hanno più motivo d’essere invincibili.


E se procedono sulla strada di sempre, lo fanno col distacco di chi dorme in treno, sapendo che non ci sono più fermate, soltanto l’ultima stazione. 


L’una ha dentro rose di sangue tra frammenti aguzzi di vetro sparsi sull’asfalto.


L’altra una vasca colma mai più svuotata della forma diafana sommersa.


Ritratti che riempiono pareti, vivi, a volte scendono a sedersi nel posto riservato a tavola, specialmente di festa.


Armadi mai svuotati.

Poster che hanno perso colori e bandierine, registratori che riproducono da anni la stessa canzone.


Altari in minicase al cimitero, non mancano di fiori, quelli che gli piacevano tanto.

Marmi lustrati giorno dopo giorno da chi ogni volta, prima di andare, mormora la stessa parola: aspettami.

( da una per mille – Cristina Bove)

12 marzo 2003

Entro in casa. Alessandro mio figlio primogenito tornato dal lavoro per la pausa di mezzogiorno ha mangiato qualcosa dalla nonna, è lì davanti alla televisione, con la sua bella testona rasata, mi alza gli occhi in faccia, occhi che scavano:

E così papi, cosa hanno detto alla mamma? Dov’è ?”

Gli racconta tutto, senza nascondere niente, neanche la paura per ciò che potrà succedere.

Soltanto le persone forti sanno confidare le proprie debolezze e chiedere conforto.

Ale si alza, corre in giardino, si è sempre mostrato forte e chiuso nei sentimenti, ha una perfetta conoscenza di quanto sia veramente amato e per ascoltare la voce dell’amore basta stare in silenzio da soli. Non l’ho mai visto piangere, comprendo quanto deve essere difficile contenere il dolore internamente, non liberare lo sfogo è ancora più straziante. Lo raggiungo: “Lasciati andare non vergognarti .”

Non voglio piangere quando tramonta il sole, le lacrime mi impedirebbero di vedere le stelle”

Quanto sono loquaci queste tre parole sparse nel silenzio del dolore.

Tu sei forte, insieme ce la faremo. Ti lascio da solo ora. Mi preoccupa di più tuo fratello Matteo. Tra dieci minuti sarà a casa di ritorno dalla scuola, gli preparo qualcosa da mangiare e poi gli parlo. Nel frigorifero c’è qualcosa per la cena, alle cinque torno dalla mamma e sarò a casa stasera, dopo le nove. Spero di potervi dare notizie più chiare e rassicuranti, mi raccomando fai il bravo.”

Ho vissuto tutti i giorni di questo figlio, gli sono stato accanto per tutti gli anni della scuola fino alla maturità dello scientifico -Era come se tu fossi stato nel banco con me tutti questi anni papà-. A volte penso che quell’attaccamento, quasi un accanimento scolastico sia stato la causa dell’ addio di Alessandro ai libri -niente più scuola, professori niente università, vado a lavorare!- aveva detto dopo la maturità.

A stasera papi . Torno al lavoro. Porta un bacio alla mamma per me. Dille che domani io e Matteo saremo là, accanto a lei” .

La barba del figlio punge nel bacio, è un uomo ormai.

Il cancellino sbatte. Passo lungo, Mongomery blu di panno col cappuccio sulle spalle, sciarpa da fedajn attorno al collo, capelli lunghi nell’aria frizzantina di marzo, arriva Matteo:

Cosa c’è da mangiare oggi ? ” La sua classica frase, da sempre al ritorno da scuola. Ha diciotto anni; in giugno affronterà la maturità dello scientifico.

Ho gli occhi arrossati, inutilmente mi sono lavato la faccia per nascondere ciò che sto passando. Matteo ha già capito tutto, c’è qualcosa di grave per la mamma, si butta tra le mie braccia :

Stringimi forte, stringimi! Voglio andare dalla mamma. La devo vedere. Quando mi porti da lei”.

Con calma gli spiego tutto mentre cerco di fargli mangiare qualcosa, poi per un mese saprò preparare per loro solo pane, prosciutto e macedonia. Quanta macedonia!

Sbuccio le banane e le affetto, faccio lo stesso con le fragole dopo averle lavate sotto l’acqua corrente del lavandino, poi tocca ai kiwi, qualche cucchiaiata di zucchero, una spruzzata di limone, mescolo un paio di volte col cucchiaio le fettine bianche, rosse e verdi e la macedonia è pronta.

Sono le cinque di sera, sono già’ in ospedale, non ho mangiato niente, non ho dormito nel pomeriggio, è stato tutto un giro di telefonate. Le cognate, i parenti, gli amici, un tam-tam, tutti vogliono sapere quello che ancora non si sa esattamente, sarà così anche domani e gli altri giorni a venire. Il telefono è rovente.

Per accedere al reparto isolamento ci si deve vestire con un grembiulone verde, la mascherina sulla bocca, la cuffietta in testa, i soprascarpe, tutto in carta verde chiaro da buttare nel cestino dopo l’uso; con me negli spogliatoi poche altre persone, anche loro in visita agli “isolati”.

Quando siamo pronti suoniamo il campanello, una infermiera apre, ci controlla con lo sguardo se siamo ben coperti poiché potremmo portare batteri dall’esterno aggravando con infezioni la situazione medica già precaria di questi i malati, le loro difese immunitarie sono minime.

Per sdrammatizzare la situazione, fuori dalla porta intono una vecchia canzone che ripeterò per tutto il mese nelle mie visite :

E’ arrivato l’ambasciatore, con la piuma sul cappello, è arrivato l’ambasciatore a cavallo di un cammello…”

Una flebile voce dall’interno risponde:

Ha portato la letterina, c’era scritto sai così…”

la porta si apre e insieme nell’abbraccio terminiamo il ritornello :

Se mi ami, mi, mi, ti darò tutto il cuor, è arrivato l’ambasciatore!”

Sorride: “ Come stai? Hai mangiato? Hai parlato coi ragazzi? Come…”

Prima di tutto come stai tu? Sei tu la malata! Per il resto tutto a posto, i ragazzi sono tranquilli, è inutile dire che gli manchi e che sono preoccupati, domani saranno qui tutti e due e se ti vedono bene come io ora saranno più sereni”.

Le guance sono due pomelle rosa :

Mi hanno dato una sacca di sangue, una trasfusione, mi sento molto meglio, è come se mi avessero ricaricato le batterie .” Ha ancora una flebo attaccata.

L’amore e la malattia hanno in comune quello stato d’animo per cui si rinuncia a voler apparire ciò che non si è, quindi è inutile persistere nella finzione che non sia fondata sulla pura realtà.

Sono sempre stata forte in tutte le vicissitudini della mia vita, ma ti confesso, ho paura. Mi stanno preparando per una cura chemioterapica, comincerò domani o tra due giorni, non ho capito bene. Dopo, passa in biblioteca ti aspetta un giovane medico, le infermiere lo mangiano con gli occhi, è proprio un bel ragazzo, mi sembra di aver capito che si chiami Massimiliano, lui ti spiegherà la mia malattia e la cura. Non so se ho capito tutto o se non hanno voluto dirmi tutto, ero un po’ addormentata, stanca, prima di questa bomba nelle vene. Secondo me il sangue che mi hanno dato era quello di un lottatore .”

Chemioterapia? ”

Sì, Sì, hai capito bene, questa parola fa paura anche a me, ho pensato subito alle persone sottoposte a questo trattamento, come sono state male, il cranio pelato…la maggior parte di loro non ce l’ha fatta. Se io muoio, con i ragazzi fai quello che facevo io e continuerò a vivere con te, insieme abbiamo messo le nostre radici in loro”

Non pensarlo neanche per scherzo, tu ce la farai, ce la faremo insieme, insieme abbiamo messo le nostre radici in loro, insieme continueremo a trasmettere ad Alessandro e Matteo la nostra linfa, sei forte, ho molta speranza, sono sicuro, tu non molli, coi globuli rinnovati come quelli del lottatore di sumo butterai fuori dal tappeto il male e vincerai. Le tue amiche ti chiamano “Spi “ sei piccola ma tenace come una spina, farai scoppiare la leucemia come un pallone gonfiato e tornerai a casa più forte di prima. ”

Non hai coraggio se non hai paura. Il coraggio è una contraddizione, esso implica un forte desiderio di vivere che prende forma nell’ essere pronti a morire. Il coraggio non le manca, ma deve lottare per farsi vedere forte da me.

Quando uscirò di qui, promettimi una cosa: continueremo a cantare insieme la gioia di vivere, ogni momento bello o brutto, qualunque sarà la mia o la tua condizione.

Mi dispiace un po’ per i capelli, le ragazze qui, tra l’altro gentilissime, hanno detto che facilmente cadranno, sarebbe meglio accorciarli, magari sabato porta il rasoio elettrico col quale vi rasate tu e Ale”.

Le rispondo al volo scherzando: “Avrò il tuo scalpo maledetto viso pallido”.

La malata è serena, parliamo un po’ di tutto :

Avrei dovuto accorgermene, le macchie scure comparse sulle gambe non erano lividi causati dalle botte prese nei lavori domestici, erano un segno della malattia. A saperlo…!

Adesso è meglio se vai a parlare con il dottore, fatti dire tutto, non c’è bisogno che mi riferisci del colloquio, tanto io sono qua e vedrò in diretta come andranno le cose. Domani non venire riposa, ne hai bisogno quanto me, sei pallidissimo! Fai venire le mie sorelle nel pomeriggio, ho bisogno di parlare con loro. Domani sera sarei felice di vedere i ragazzi! Mi sembra una vita che non li vedo. Sento di averli trascurati in questo periodo di estrema stanchezza”.

Non hai trascurato proprio nessuno, sei un po’ una rompiscatole, ma hai una generosità…”

Mi sto commuovendo, ma mi trattengo e lascio sospesa la frase. Ci diamo un bacio attraverso la mascherina di carta : “ Ci vediamo tra due giorni, riposati. Ah! Dimenticavo, cerca una donna per la casa, non vorrei trovare il caos quando torno”.

Certo! L’ordine e la pulizia vanno al primo posto, neanche la malattia è così importante per lei. Le mando un ultimo saluto da dietro il finestrino sulla porta, un velo triste annacqua i meravigliosi occhi azzurri di Neli.