Una scottante carezza

L’intricato tessuto legnoso aveva mantenuto acceso il grosso ceppo della notte di Natale e nella taverna dei fratelli Enrico e Dario, alle otto di sera, il tepore delle fiamme crepitanti aveva creato l’atmosfera giusta per la festa. Erano quasi arrivati tutti i ragazzi e le ragazze della compagnia, mancavano solo Paolo e Sara.

Il giovane carabiniere in licenza da cinque giorni, era passato alla casa della quindicenne entrata a far parte della compagnia da pochi mesi, per darle un passaggio.

I genitori della ragazza gli avevano raccomandato di riportarla a casa entro la mezzanotte.

Il poncho coloratissimo fuori moda donava un aspetto romantico a Sara, un tipino acqua e sapone che appena salita in macchina senza neanche presentarsi sbottò:

« Uff mi trattano ancora come se fossi una bambina. Dopo la curva ferma la macchina e accosta ».

Sul ciglio della strada, Paolo con le mani sul volante della sua Citroen 4 CV rimase a guardare ammutolito la metamorfosi.

Abbassato lo specchietto, Sara si passò il rossetto sulle labbra, truccò gli occhi, e, sollevando il poncho si sistemò la minigonna vertiginosa mettendo in mostra le belle gambe.

Da bambina a bomba sexy in poco più di cinque minuti. Il cambiamento scombussolò Paolo, aveva avuto l’impressione di vedere una farfalla impaziente che per la fretta di uscire dal bozzolo si lacera le ali.

Un paio di chilometri in silenzio prima di arrivare alla destinazione.

Li accolse il colore e la luce del focolare. C’erano tutti: i due fratelli con le inseparabili chitarre, Alessio, Angelo, Carlo, Dana, Laura, Luisa, e qualche faccia sconosciuta a completare il resto della compagnia.

Sul tavolo addossato alla parete c’era ogni ben di dio: panini imbottiti di prosciutto cotto e salame, panettone, pandoro, frutta secca, datteri, mandarini, bibite, spumante, cioccolatini e una scatola di marron glacé.

Nel semicerchio che si era formato davanti al camino i due fratelli stavano suonando il primo giro di accordi su una canzone di Bennato. Enrico alzando lo sguardo verso Paolo gli fece un cenno col capo che voleva dire – attacca la prima strofa che poi ti vengono dietro tutti gli altri -.

« Un giorno credi di essere giusto e di essere un grande uomo in un altro ti svegli e devi cominciare da zero…».

Canzoni, chiacchiere, confidenze, risate. Tutti erano coinvolti, una normalità per un gruppo che si conosce da lunga data.

Sara invece non sembrava interessata alla festa, se ne stava in disparte con Luisa, l’amica di qualche anno più grande, ogni tanto si alzava per andare alla finestra, accostava le tende e rimaneva ferma a guardare nel buio.

Un colpo di clacson prolungato. Sara scattò in piedi dal divano, raccolse il poncho, raggiunse la porta e rivolgendosi all’amica a voce alta quanto basta per farsi sentire anche da qualcun altro disse:

« Ciao. Io vado mi porta a casa lui ».

Non era ancora arrivata al cancello che Paolo era già alle sue spalle.

In strada c’era la nuova e fiammante GT Spider di Stefano che spalancata la portiera disse alla ragazza:

« Dai monta!».

Paolo lo conosceva bene, avevano giocato al pallone nella stessa squadra. Ma non erano mai stati amici. Troppo sbruffone. Era uno sul quale non c’era da fare affidamento. Come fidarsi di uno che per le ragazze aveva il motto – usa e getta – .

Scostando la ragazza afferrò la portiera e sbattendola violentemente la rinchiuse dicendo:

« Tu non vai da nessuna parte. Ho promesso ai tuoi che ti avrei riaccompagnato a casa, perciò entra subito » e rivolgendosi al guidatore: « Non ti vergogni di rimorchiare una quindicenne? ».

Sara gli puntò in faccia tutta la sua rabbia, i suoi occhi scagliavano scintille di fuoco. Gli mise le mani sul petto per scansarlo urlandogli in faccia:

« Cosa vuoi, torna dentro con i tuoi amici dell’oratorio e lasciami perdere. Non sei il mio tutore. Io vado dove e con chi voglio. Non sarai certo tu a fermarmi. Carabiniere! ».

La reazione di Paolo fu immediata. Con la mano sinistra le abbassò e mani e con la destra le mollò una sberla che la fece barcollare.

« Entra subito in casa e non fiatare.

E tu sgomma subito o ti spacco il muso ».

Luisa alle loro spalle aveva assistito alla scena, e approfittando del momento saltò in macchina. Sara non se ne accorse.

Stefano ingranò la marcia e facendo stridere le ruote sull’asfalto partì di corsa. Il suo vaff… si perse nell’aria gelida della notte.

A Paolo scottava la mano, si rendeva conto di aver alzato le mani su una donna ma ricordò una frase: chi agisce per un buon fine non fallisce mai. Tentò di giustificare il suo gesto: « Sara…».

Lei non lo lasciò continuare:

« Sei invidioso perché lui ha una bella macchina e non un cartoccio come il tuo. Portami a casa ».

« Al volo » rispose lui, sapeva che in quel momento sarebbe stato inutile qualsiasi chiarimento.

Nessuna parola per tutto il tragitto. La lasciò sul cancello di casa. Lei non rispose al suo saluto.

Agli amici , Paolo disse che la ragazza non stava bene e che l’aveva accompagnata a casa. La festa finì a mezzanotte, lui non cantò più quella sera. La mano bruciava.

Il giorno seguente la telefonata di Enrico:

« Paolo hai sentito cosa è successo?La Spider di Stefano si è schiantata contro un albero. Lui è morto ».

« E la ragazza che c’era con lui? ».

« Quale ragazza? Non c’era nessuna ragazza ».

« Luisa ».

« Ma non le hai portate a casa tu, lei e Sara? ».

Paolo fece finta di niente e si scusò:

« Hai ragione. Le ho portate a casa tutte e due io. ».

Al funerale Sara seguiva il feretro in fondo al corteo, le lacrime avevano intriso il fazzoletto che teneva tra le mani. Luisa le si accostò, la prese sottobraccio e le disse:

« Felicità e vetro quanto facilmente possono essere spezzati. Alla nostra età non si pensa alla morte, la immaginiamo lontana, non ha nulla a che vedere con le nostre giornate, invece si presenta in un giorno qualsiasi per strapparci da un’esistenza che ha tanti progetti da compiere ».

« Sarebbe potuto diventare una bella storia e invece…».

« E invece ti è andata bene ».

«Cosa stai dicendo sei impazzita!».

« No, l’altra sera quando ho preso il tuo posto sulla sua macchina, Stefano dopo un chilometro ha deviato in una stradina di campagna. Si è fermato, ha spento il motore, ha cominciato a baciarmi, capivo che non si sarebbe limitato a quello, era eccitato, mentre abbassava i ribaltabili capiì che sarebbe finita male. Con la scusa di togliermi il cappotto sono scesa dalla macchina e sono scappata nel campo. Lui mi chiamò dicendo di non fare la bambina, ha insistito, poi ha cominciato a urlare che se non l’avessi raggiunto immediatamente mi avrebbe lasciato là a gelare dal freddo, ma avevo paura e mi inoltravo sempre più nel campo perché temevo che venisse a prendermi. Invece, e per fortuna, non ha perso tempo, mi ha chiamata ancora una volta ed è ripartito a tutta velocità bestemmiando. Sono tornata a casa a piedi. Non ho detto niente a nessuno. Capisci, mi avrebbe violentata. Poteva succedere a te.

A volte senza riflettere ci si butta a capofitto in situazioni pericolose, con superficialità. L’avventatezza rivela la nostra immaturità, l’irresponsabilità e l’incoscienza.

Sara rimase in silenzio ad ascoltare e riflettere.

Dopo il congedo Paolo aveva trovato lavoro come rappresentante in una ditta di Import Export, spesso era in trasferta, aveva così perso il contatto con gli amici. Passano gli anni, le strade si dividono, ognuno percorre la propria. Cinque anni dopo, la vigilia di Natale, Paolo si fermò davanti alla vetrina di una pelletteria: aveva bisogno di un paio di guanti. Entrò.

La commessa stava servendo una signora che voleva una borsa, ogni tanto lanciava uno sguardo su di lui. Quando l’anziana cliente fu servita la ragazza rivolgendosi a lui lo sorprese:

« Ciao Paolo ».

Lui sorpreso rispose: « Ci conosciamo?»

Lei fece cenno di sì.

Mentre la guardava cercando di ricordare Paolo chiese:

« Vorrei un paio di guanti. Quali mi consiglia ».

« Dammi del tu, sono passati cinque anni ma non sono così vecchia ».

Le parole della commessa uscirono dalle labbra con discrezione e pudore, centellinate e avvolte nella pellicola del silenzio ovattato come l’interno dei guanti di pelle che gli stava facendo provare.

« È passato molto tempo, e ogni giorno è stato un giorno in cui mi sono sentita sempre più intraprendente, sicura, forte, tenace, ma non ho mai scordato quella sera, quel momento durato solo un attimo. Come quando dalla finestra entra il vento violento e sconquassa tutto ma passando sulle cose lascia il suo profumo tu mi hai fatto capire che l’esperienza rivela il sapore acido di un frutto non maturo che presenta all’esterno una buccia dorata e invitante ».

Paolo stupito ascoltava ammirando la bellezza di un candore ritrovato, la guardava con gli stessi occhi di un bambino che sta col naso incollato al vetro della finestra per vedere il cielo sbriciolarsi in fiocchi di neve.

La ragazza allungò una mano verso di lui:

« Fammi vedere le mani ».

« Eccole. Perché dovrei riconoscerti, chi sei? Non riesco a trovarti nei miei ricordi ».

Lei prese la sua mano destra, la rivoltò, passò le dita affusolate sulle linee del palmo, e sollevandola la appoggiò sulla propria guancia. Una scottante carezza.

« Ti ricorda qualcosa?».

« Sara! ».

« Sì. Sono io ».

« Non mi sono più scusato per quel gesto di Natale ».

« È stato il più bel regalo che potessi ricevere ».

Annunci

Il trombettiere stonato

Al di qua del muro

Irreale, come il grido di un fantasma, attraversa il cielo, irrompe nella mia stanza. Il suono rauco inarticolato emesso con forza sfonda i muri come fossero di carta velina e si infrange sulla nuda corteccia del mio cervello. Al di là del confine, l’urlo replicato ad intervalli frequenti ha un solo intento: distruggere la mia pace. Nel silenzio che precede il grido stridente riesco a sentire la sua presenza nella notte e non riesco più a dormire.

Lavoro duro tutto il giorno e dopo dieci lunghe ore ho il diritto di riposare. Sono venuto a vivere qui nella pianura dove la quiete non è disturbata dalla pioggia che batte forte sul soffitto, dalle mosche che ronzano in cucina o dall’umidità appesa nell’aria come una tenda.

Lui ha rotto i miei silenzi. Comincia alle due di notte e continua fino alle sette di mattino a intervalli di un quarto d’ora.

Sto perdendo il controllo, lo stress ha il sopravvento su me, mi risucchia nel suo vortice. Ho una morsa sullo stomaco e non riesco più a mangiare. Sono diventato leggero come la paglia e fragile come un passero, peso meno di un’ombra sul muro. Mi meraviglio di essere ancora vivo.

Il mio lamento è il sussurro di una voce inascoltata, nessuno presta attenzione alle mie lamentele

Non riesco a vedere una via d’uscita. Non so più cosa fare.

La follia privandomi del giudizio su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, sta minacciando la purezza del mio pensiero. Sento inclinazioni diaboliche.

Bloccato in un silenzioso monologo, cerco a tentoni una risposta guardando la mia immagine riflessa nello specchio.

Gli occhi sono la testimonianza delle notti insonni.

Sono proprio io?

O sono qualcun altro?

Non so più chi sono. Chi vive dentro di me!

L’odio si nutre di me come un vampiro, infetta le ferite che ho cesellate nella noce del mio cervello. Non riesco a liberarmi di lui.

L’assassino che vive dentro di me, non dorme più nell’armatura del mio corpo, lo sento muoversi,

La sua presenza graffia e agita la tempesta nella mia mente.

I suoi occhi osservano lo specchio attraverso i miei, mi guarda mentre sto per cedere.

Fuori controllo. Sono fuori controllo. Come posso ricevere aiuto ?

La mia faccia è svuotata di colore e il mio cervello di sangue, le mie facoltà complete sono compromesse. Il libero arbitrio giustifica il mio bisogno di indecisione. Lancio in aria una moneta, testa vita, croce morte. croce.

Istinto e brama di uccidere. Chino il capo in segno di sottomissione.

Non ci sono altre vie per oliare l’ingranaggio dell’odio che ho accumulato: il sacrificio offre speranze. Non c’è tempo per il ripensamento. È troppo tardi per fermarsi. Se il cielo è seminato di morte, che senso ha fermarsi a prendere fiato?

Nessuna tregua finché il nemico sarà morto. Il re deve morire. Non avrò pace finché la causa sarà combattuta e vinta.

Il giustiziere della notte ha volontà di uccidere per sopravvivere.

La vendetta sta per cominciare.

Tutto tranquillo sul fronte occidentale.

Mi arrampico sul muro, lo scavalco. Strisciando navigo sull’erba, attraverso lo spazio che contiene la notte e raggiungo il suo alloggio.

Non è solo. Dormono tutti. Ognuno nel proprio giaciglio. Non riesco a distinguerlo.

Non posso sbagliare. Li ucciderò tutti. Spargerò sangue, un’inarrestabile inondazione rossa.

Le mie dita stringono l’impugnatura della scure affilata. Accarezzo la lama dopo aver deciso quelli che devono morire per primi. Nel buio distinguo un ceppo di legno: sarà il patibolo, il boia sono io.

Le stelle non brillano né per me né per il nemico.

Colpisco con rabbia, con una forza che non ho saputo dominare.

Adesso è tutto finito e questo è il risultato.

Nella strage tutti i cadaveri hanno lo stesso odore.

Barcollando insensatamente, fuggo dal luogo della strage. Prima di precipitare oltre il muro mi volto, guardo indietro, quello che ho fatto sembra che mi abbia fatto ritrovare la calma, sono vicino alla luce, comincio a vedere bene, riconosco il mostro che mi ha posseduto e me ne libero. Ritroverò la pace e la serenità che avevo nei giorni e nelle notti prima che arrivasse il trombettiere stonato.

Al di là del muro

Lauri seduta sul bordo del letto comincia la giornata con le orazioni mattutine che durano il tempo di infilarsi le calze. La sciatica e gli acciacchi alle ossa rallentano i movimenti quanto basta per recitare pater ave gloria per i vivi, requiem per i morti e un angelo di Dio per le anime più disperate. Si sveglia sempre al canto del gallo anche se ora non lo sente più a causa dell’età o come dice lei, per il rumore dell’autostrada che diventa insopportabile quando il vento del nord soffia sulla cascina.

La cucina è illuminata dalle fiamme del focolare; suo fratello Nocente come ogni mattina ha buttato sul fuoco una fascina per riscaldare l’ambiente. L’ottantenne sta facendo colazione con la scodella di latte tra le mani.

« Non ho sentito il canto del gallo stamattina ».

« Stiamo diventando sordi mio caro ».

La contadina afferra il lembo inferiore del grembiule, versa nel marsupio improvvisato una manciata di granoturco e raggiunge il fondo del portico. Il sole fa balenare riflessi argentati nella sua chioma.

« Pio, piopiopiopio, piiiio.».

Di solito al primo richiamo le galline si precipitano zampettando sull’aia.

La donna continuando il suo richiamo si avvia verso il serraglio. La porta è spalancata. Lauri si mette le mani nella permanente tinta color antracite e lancia urlo.

« Vigliacchi vigliacchi ».

Il fratello allarmato, balza in piedi, la raggiunge.

Accucciati in terra contano accantonando una dopo l’altro quindici corpi con le teste mozzate.

« Tutte e quindici le hanno decapitate le nostre galline ».

« Ladri, bastardi ».

« Manca il gallo ».

Guardano attorno. In alto tra i rami del gelso spunta il pennuto impaurito.

« Eccolo lì, l’incapace, non ha saputo difendere le sue femmine, vieni qua, ecco una manciata di grano ».

Il gallo discende la scaletta zampettando. Si ferma e prima di beccare tende il collo.

– CRIGHUCCUBRAGA TRRBDGARRINADUUUUU!–

« Ussignur, che rospi hai in gola. Sembra che tu stia raschiando il fondo di una pignatta. È quasi una fortuna avere i timpani fuori uso. Il tuo schiamazzo farebbe risuscitare anche i morti. Dovevi cantare prima. Qui non servi più .».

Nocente afferra il volatile per il collo e glielo tira con tutta la forza finché il gallo smette di battere le ali. Si rivolge alla sorella: « Carne magra, saporita e compatta. Io lo spenno e lo sventro. Domani gallo alla cacciatora. Mi raccomando cucinalo nella pentola di coccio, con cipolle , carote, pomodoro e olive.

« Invitiamo a pranzo il nuovo vicino e gli chiederò se ha sentito qualcosa di strano questa notte ».

Oltre il vetro

Sul treno della sera viaggiano uno in fronte all’altro due giovani. Marco e Paolo lavorano nello stesso ufficio, eppure non si conoscono; non si sono scambiati una parola in questi primi mesi di lavoro a tempo determinato; aspirano al posto fisso con la rassegnazione di chi sa già di dover eseguire un lavoro alienante e senza creatività; tacendo copiano fogli e fogli; hanno accettato condizioni di lavoro aleatorie senza poter obiettare. Ignorati dai titolari e dai colleghi che, in una povertà di parole, idee e interessi, mettono al centro del loro dire, fare e calcolare, solo se stessi e lasciano ai margini gli altri.

La cuffia infilata a tappare gli orecchi, Marco dondola la testa al ritmo di una musica assordante ma per gli altri silenziosa; con le dita tamburella freneticamente sul tablet commentando o approvando i vari post che scorrono sulla sua bacheca elettronica con un linguaggio di singulti e segni che lo sta portando sempre più verso una forma di autismo spirituale. A prima vista sembra l’immagine della solitudine necessaria per ritrovare se stessi, in realtà è solo un isolamento colmato da suoni e voci martellanti che lentamente ottundono il cervello e smorzano sul nascere ogni pensiero vero.

Davanti a quello schermo, appare come un uomo con le mani alzate in segno di resa o di adorazione. La sua è una vita squallida; immerso in azioni ripetitive, quando stacca dal lavoro e s’immette in un orizzonte diverso e più affascinante, dopo un primo sussulto ritorna ad essere annoiato, a riprendere gli stessi gesti, a rivivere la costante monotonia.

Vive all’insegna della noia, nella scontata certezza che ogni giorno non reca in sé nessun germe di novità, di freschezza, di speranza. Il suo viso è una maschera di malumore e malcontento.

Ha perso l’abitudine al silenzio, perché ha paura di confrontarsi con la verità.

Senza questo bagno di quiete, la verità si appanna e si dissolve, la coscienza resta sorda e inerte, il cuore perde il suo battito d’amore. Rifiutando di sostare almeno qualche minuto al giorno in quell’oasi precipita nel frastuono della città in agguato sulla strada della sua vita.

Il mostro della mediocrità vestita di grigiore, teme la limpidezza della verità e dell’impegno serio ed esigente e lo nutre di chiacchiere, affidandolo allo sfarfallio delle mode che gli propongono realtà materiali a cui si aggrappa ferocemente ma che, dopo il primo momento di gioia, si rivelano fredde come pietre, incapaci di dare vita.

Si è estinta in lui la capacità di desiderare; non trovando il tempo per conoscere nulla, compra dai mercanti dell’etere beni già confezionati, ma siccome non esistono mercanti di amici, non ha amici. È diventato come l’ idolo prezioso che tiene tra le mani: nero, gelido, lucido, tecnologico ma morto e immobile.

Una «povera vita» insapore e incolore, condotta anche in «luoghi poveri e indifferenti», si può trasformare in una «vita povera» ma libera, fiduciosa, «fiorita», limpida e gioiosa.

L’avere una convinzione propria e tenerla ben eretta come una fiaccola sopra la marea delle teste «omologate» è l’ impegno serio e severo di Paolo. La folla anonima può persino essere un orizzonte sicuro in cui riparare, dissolvendo in essa le proprie paure. Nella massa grigia della collettività riesce a vedere una comunità viva in cui le diversità creano armonia.

Abbatte il muro dell’individualismo ascoltando e guardando la varietà dell’umanità che lo circonda: una ventata d’aria fresca a volte turbinosa e rumorosa ma capace di spazzar via l’atmosfera asfittica dell’isolamento monocorde e noioso del luogo di lavoro.

La vita per Paolo è un progredire, la ricerca è scoprire sempre nuovi orizzonti, l’esperienza è esplorazione di nuovi territori del conoscere e del fare. C’è, però, un rischio ed è quello di tagliare le radici o di staccarsi dal tronco secolare della storia.

Liberi da questi legami, a prima vista sembra più agile il movimento, più vivace la crescita, più intensa la capacità di produrre. Ben presto, però, ci si accorge di essere diventati simili a un albero dal fogliame appariscente e abbondante ma dai frutti bacati e striminziti, proprio perché manca l’alimento autentico. Ecco, allora, la necessità di rivolgere lo sguardo e di protendere verso il passato con le sue straordinarie ricchezze di cultura, di esperienza, di spiritualità.

Vecchio e nuovo sono in contrappunto, ma non necessariamente in contrasto, anzi, debbono convivere ed essere in continuità, nella consapevolezza che non si comincia mai da zero.

Ci sono realtà semplici e quotidiane che sono capaci di generare e di nutrire. I desideri nascono dal distacco, da ciò che sembra scarto ed è invece dotato ancora di energia.

Paolo ha ritrovato la capacità di scoprire le piccole novità di ogni giorno con la fiducia in una grande sorpresa che ogni volta può attraversare all’improvviso la sua vita.

Dietro al vetro del finestrino, nel riconquistato silenzio interiore, insegue e ascolta le farfalle che gli volano per la testa, concentrato in un raccoglimento quasi mistico perché il loro battere d’ali è impercettibile.

La primavera è tornata e ha adempiuto come ogni anno ai suoi doveri. I ciliegi si sono rivestiti di bianco, il vento si è divertito tra i rami parati a festa, una nevicata di petali bianchi ha ricoperto il terreno, e ora, a fine maggio, tra le fronte lussureggianti occhieggiano i rossi luccicanti frutti carnosi.

A bassa voce ripete un ritornello che la nonna gli cantava da bambino:

I cinquecento cavalieri con la testa insanguinata

con la spada sguainata indovina che cos’è.

E sono, sono le ciliegie, e sono, sono le ciliegie

e sono, sono le ciliegie che maturan nel giardin.

La immagina seduta all’ombra dell’albero a raccontare storie, ridere o tacere felice.

Contaminato da una gioia incandescente l’avvolge con le sue braccia vive, due giovani ali che non pretendono nulla se non librarsi nel cielo.

Cireneo

il mio racconto per la IV edizione di Racconti Bresciani per Historica Edizioni

Cireneo

 

Nel grigio pomeriggio di fine febbraio un uomo e il suo cane camminano
fiancheggiando il fiume che scorre veloce dopo le abbondanti piogge della stagione.
Si fermano, là, dove un tronco sradicato di betulla blocca il passaggio.
Si siedono come sempre nello stesso posto, lui sul masso in pietra grigia, il cane accucciato ai suoi piedi; ascoltano il canto dell’acqua mentre ammirano sulle sponde l’esplosione della fioritura dei bucaneve, i fiori della vita e della speranza. Le bianche campanelle pendule scortate da foglie glauche a forma di nastro punteggiano il terreno umido e pesante tappezzato da foglie secche di robinia e platano.
A primavera il bruno mantello invernale sarà ricamato dalla serpeggiante pervinca lilla e più avanti dal convolvolo che avvolgerà con le sue spire ogni arbusto lottando con il luertìs, l’invasore estivo dai germogli rampicanti, gustosi in insalata.
Più a valle si intravede la diga della centrale elettrica; è là che vengono recuperati i corpi degli annegati. Nudi. Quando scompare qualcuno si corre subito alla diga per vedere se c’è un corpo nudo; risalendo lungo le rive si ritrovano gli indumenti ben piegati accanto alle scarpe.
È sempre stato così il rituale del suicidio su questo fiume.
Il vecchio trae dalla tasca un pezzo di pane secco, lo lancia in aria, il cane lo azzanna e comincia a sgranocchiarlo.
« Mangia, mangia, a me è passata la fame ».
Il silenzio avvolge la solitudine del luogo.
Scivolando nelle luci scintillanti sull’acqua i pensieri del vecchio si affacciano allo specchio dell’anima per fissare lo sguardo nel guazzabuglio della coscienza. Gli anni hanno portato con sé l’appannamento mentale e la debolezza dell’organismo passando tra le tempeste della vita che ora è quasi un fuoco spento; c’è ancora qualche brace sotto la cenere ma non c’è più la voglia di soffiare per ravvivarla; privo di vigore per pensare, creare, donare, senza il desiderio di ricominciare si sente come un’ombra che passeggia.
Le mani che hanno lavorato di vanga, piccone, scure e falce fanno da culla alla sua testa; le dita grosse e ruvide rastrellano la chioma canuta scontrandosi con la velata malinconia per le assenze che si sono fatte numerose. Il ricordo della moglie morta è quanto basta per fargli pensare che non ha più ragione di vivere senza di lei.
Guardando il cane che lo sta fissando negli occhi ripensa alle parole che la sua sposa gli disse poco prima di morire una sera di ottobre – Non ti lascio solo. Troverai qualcuno che ti starà accanto per confortarti e proteggerti –.
Qualche giorno dopo il funerale, tornando dal cimitero, il vecchio si accorse di una presenza alle proprie spalle: un meticcio con sangue di lupo nelle vene lo seguiva a distanza, passo dopo passo; squadrandolo con ammirazione timorosa due fiamme liquide comunicavano la tristezza di vivere da vagabondi, due richieste umide in quegli occhi: un abbraccio e il dono reciproco di affetto.
Puntando il muso verso lui pareva dicesse – io ti appartengo –.
Era penoso essere soli, soli come quel cane, non si voltò per attirarlo a sé ma se l’animale lo avesse seguito fino al cancello di casa lo avrebbe fatto entrare e lo avrebbe tenuto con sé.
Il cane non passò oltre, rivelando di appartenere alla schiera degli esseri generosi che affiancano i poveri cristi per aiutarli a portare un peso difficile da sostenere; da quel momento ebbe un nome: Cireneo.
In breve tempo, con rapidità sorprendente tra i due si è stabilito un legame saldo in un silenzio consolatorio più delle futili parole tra uomini.
Ogni mattina il devoto amico a quattro zampe attende accanto alla sedia la carezza, un colpo di spazzola sul pelo e ricambia l’omaggio con uno scodinzolio allegro riversando amore all’essere per cui sarebbe pronto a dare la vita contento.
« Hai le orecchie tese, le senti anche tu le voci Cireneo?.
Mi stanno chiamando verso un porto al di là di ogni lontananza; ciò che sono stato se ne vuole andare senza fretta verso un posto che non conosco, dove spero di trovare qualcuno che mi manca troppo ».
Rinunciare al privilegio della presenza è un gesto che si prepara nel profondo del cuore. L’inutilità della sofferenza scatena una crisi incontrollabile: il sottile processo per cui lo spirito punta alla morte. Uccidersi è confessare che non vale la pena vivere quando vivere non è facile. La disperazione affonda a spirale nei gorghi e nei mulinelli del fiume.
« Mi lascerò scivolare fino a che il vortice mi trascinerà contro le rocce. Lentamente uscirò dal tempo verso un futuro al di là da ogni stella.
Non mi spoglierò come gli altri. Nemmeno le scarpe. Sarà più facile andare giù. I vestiti impregnati appesantiranno il mio corpo.
Quando mi ripescheranno, penseranno ad un incidente, non al suicidio ».
Infila il guinzaglio del cane su un moncone di ramo della betulla, più tardi arriverà il pescatore, lo libererà e si occuperà di lui ».
È giunto il momento di andare, non ha paura di morire.
Un ultimo sguardo:
« Stai tranquillo Cireneo, faccio un giro in quest’acqua gelida ».
Si tuffa. La corrente lo tiene a galla, si lascia trasportare, non ha fretta di morire, ci penseranno i gorghi.
I veri amici vedono i tuoi errori e ti avvertono, non mentono su ciò che provano, perché non possono mentire e così Cireneo comincia ad abbaiare, abbaia forte, guaisce, si impunta sulle zampe, raspa la terra, strattona il guinzaglio. Colpi da rompersi l’osso del collo. Perle rosse scivolano sul collare. Ulula la sua disperazione al dio dei cani.
I cani quando amano, amano in modo costante, inalterabile fino all’ultimo respiro.
Il legno cede e si spezza.
Cireneo si butta nell’acqua gelida, zampettando si avvicina sempre più al suo compagno.
« Vai via Cireneo, ti prego torna a riva, vai in salvo, hai sempre avuto paura dell’acqua, vai salvati finché sei ancora in tempo ».
Due grandi pupille d’oro chiaro, affettuose e umane interrogano con tenerezza, è impossibile credere che lì non vi sia un’anima. L’amico fedele non ha il dono della parola ma suoi occhi dichiarano la grande offerta del suo cuore muto, parole espresse da uno sguardo patetico e smarrito:
-Io vengo con te-.
Il cane annaspa, sta andando giù.
Due grani di sale sulle pupille, le lacrime navigano negli occhi dell’uomo mentre un grido strozzato martella contro i denti:
– Cireneo, tu non devi morire…ti porto fuori –.
Infila una mano nel suo pelo, lo agguanta e con tutte le forze si batte contro i gorghi; è ancora forte il vecchio, l’attaccamento alla vita dell’amico moltiplica il suo vigore.
Sulla riva, il vecchio, il cane, gli abiti e il pelo inzuppati piangono acqua.
Lo bacia, lo stringe al petto, lo accarezza .
Lo lecca, gli zompa addosso, scodinzola, accoglie felice carezze e tirate d’orecchie.
« Dai, forza, corriamo a casa, faremo un bagno caldo e ci siederemo accanto alla stufa, io riproverò a cantare alla vita e tu mi farai il coro ululando alla luna ».
Uniti nell’inumidito imbrunire della sera, uomo e cane affrontano la notte.
Una raffica di vento agita le fronde delle acacie scuotendo pensieri fragili nascosti come nidi tra le foglie.
Le stelle brillano, qualcuno le ha baciate una ad una.

 

 

LA PORTA

 

Il mio finale per questo incipit con obbligatoria la parola

porta”:

Si può scomparire dietro una porta senza aver lasciato detto niente?

Che fine potrebbe aver fatto il tuo amico, quello che poco prima aveva preso una tazza di tè con dei biscotti danesi al burro insieme a te? Parliamoci chiaro, uno non è che sparisce così, dal niente, soprattutto dietro ad una porta. Il giornale di oggi gli ha dedicato due pagine, tutti parlano di lui eppure…

glugluglugluglu scomparso.

IL FINALE DI FAUSTO

13 GENNAIO 2015

Qualcuno crede che il proprio giardino sia destinato a durare?.

La porta eretta a protezione è un muro per dividere chi resta e chi se n’è andato. C’è rovina ovunque nel giardino dove è cresciuto il nostro amore. Il vento e la pioggia del congedo hanno calpestato i fiori, squarciato le chiome degli alberi, incendiato i fusti e i rami, intorpidito la mia mente. Rastrello tra le ceneri le gioie di ieri, la felicità, le risate, i sogni, le aspirazioni.

Guardo la porta e vedo solo quello che ho perso.

È fìnito il tempo per condividere le nostre trame e tutto ciò che chiamavamo nostro. Dopo il suo pit-stop è partito frantumando in polvere le profezie, rinnegando la memoria, la speranza e la paura. Le luci di questo palcoscenico si oscurano, devo uscire o restare qua?. Non riesco a scorgere la strada che ha imboccato afferrando la maniglia di quella porta. Camminando sull’acqua non ha lasciato un indizio, nessuna mappa, nessuna impronta. Farei meglio a sedermi, ho bisogno di tutto quello che mi resta: il te, i biscotti al burro, il gatto.

È il momento di dare le dimissioni dal gioco, con equanimità e placidità. È il momento di riferire. Mi piacerebbe tenere private se posso le sue ultime parole, l’ultimo sguardo, la porta che si chiude dietro di lui. Cosa rimarrà del suo smack sulla mia guancia!. Guardo indietro e dico – Ha fatto tutto troppo presto –. Trascino le mie pantofole sul pavimento fino allo stereo. Il pick up cala sul vinile nero. Mi sto strisciando sul tramonto che sfuma nel mare di questa copertina patinata: un indizio rivelatore di una fine imminente mostra le crepe nel muro fatto di sogni che andavano pian piano incrinandosi e ora si dissolvono come la luce del sole sulle onde del mare.

If I could only remember my name.

Il suono della chitarra, leggero come un refolo di vento accompagna il canto di Crosby. Faccio mie le sue parole:

Mi sono illusa di aver conosciuto un uomo che sapeva come andavano le cose, una luce che mi avrebbe guidato attraverso le mie fasi oscure, qualcuno che sembrava conoscesse almeno in parte la verità. Mi stavo sbagliando, era solo un altro sconosciuto. Mi stavo sbagliando, era solo un bambino che rideva nel sole –.

Non mi resta che cambiare un pronome.

Guardo la porta.

If I could only remember your name.


Little wing

Il mio racconto  per il magazine di Natale 2016 sul blog di Morena Fanti

http://www.scriveregiocando.it/natale16.html

Lo spartito è aperto sul leggio, nessun suono nella stanza.
Nel vano adiacente l’insegnante di pianoforte si riveste indossando uno dopo l’altro gli indumenti appoggiati con cura sulla sedia accanto al letto.
L’allievo dorme con un respiro regolare dopo la corsa d’amore; i suoi panni sono
sparsi in terra disordinatamente, se li era strappati di dosso con l’irruenza del bambino che scarta i regali sotto l’albero il mattino di Natale e nella sua bellezza nuda l’aveva spogliata con la delicatezza di chi sfoglia una rosa per scoprire all’interno lo scarabeo dorato.
Non è ancora maggiorenne, potrebbe essere suo figlio. Non ha saputo resistergli. Lui ha preso una cotta, lei ha perso la testa.
È felice, ma scavando nel cuore della sua intimità trova un fondo di inquietitudine e di amarezza perché sente che la sua gioia non è definitiva, può essere spezzata facilmente, essa è fragile come la stella di vetro trasparente che brilla sul ramo dell’abete vestito a festa, bisogna custodirla con cautela e premura perché gioia, piacere, soddisfazione e godimento hanno sempre in agguato il loro contrario: infelicità, amarezza, tristezza, dolore, afflizione, basta una disattenzione, un piccolo urto, per ridurla in schegge.

Si affaccia alla finestra, sente il respiro pesante della città striato da suoni di sirene lontane, un senso di vertigine, la invade la sensazione di avere varcato un piccolo mondo di drammi, di segreti, di sofferenze nascoste eppure reali.
«I miei desideri sono pochi» pensa con dispiacere, perché sa che la mancanza dei desideri è il primo avvertimento della fine della vita.
Con malincuore interrompe il sonno del ragazzo:
«Sono le cinque, si è fatto tardi, il mio treno parte alle diciotto, devo sbrigarmi.
Beviamo un tè e poi ti accompagno alla fermata del pullman, percorriamo un po’ di strada assieme, ci salutiamo e proseguo fino alla stazione.
Ascoltando il gorgoglio del thé versato nella tazzina e il tintinnio del cucchiaino si guardano negli occhi in silenzio per intuirne il linguaggio segreto; uno sguardo autentico che li guida verso la profondità nascosta al di là di ciò che è visibile.

«Andiamo. Prendo il borsone che ho lasciato accanto alla porta».
«Lo porto io».

Le luminarie del Natale colorano le vie della città, i due camminano fianco a fianco, lei gli tiene un braccio appoggiato sulla spalla e ogni tanto lo tira verso di sé; uno spiraglio di luce si è aperto nella sua vita, non si aspetta niente di più.
Dietro le loro spalle il vento sferza ondate fredde sui gusci dei loro cappotti, una frustata gelida colpisce la folta capigliatura ricciuta mettendo in risalto la perla sull’orecchio perfetto della quarantenne.
Dall’altoparlante del negozio di dischi la musica trasmette sensazioni di incanto: un prolungato riff introduce la canzone Little wing. La chitarra di Jimi Hendrix fraseggia con la voce ricamando le tracce malinconiche delle liriche magiche:
“Cammina tra le nuvole non pensare ad altro.
Cavalca il vento.
Quando sono triste vieni da me con mille sorrisi e raggi di luna e mi regali fiabe.
Prendi ciò che vuoi da me.
Qualunque cosa.
Vola piccola ala”.
L’eco finale sfocia in un assolo che sfuma nell’infinito.
La testa dello studente è persa in mille pensieri, sa di aver aperto una porta, ma non sa cosa aspettarsi al di là della soglia. Una cosa è certa, il suo cuore batteva come un tamburo mentre stava tra le braccia di lei; sente ancora la morbidezza e il profumo di sapone alla magnolia del suo corpo.

La notte senza stelle ruba gli occhi ai due viandanti, una pallida luna si affaccia tra le nuvole con una manciata di luce sulle strade della città. La morsa invernale attanaglia il cuore; il silenzio cala come una lama gelata.
Si devono dividere per un po’ di tempo, non sanno come rompere il ghiaccio, cosa dire dopo tutto ciò che si sono rivelati in questi giorni. Due parole intrappolate nelle bocche mute:
“Mi mancherà”.
“Mi mancherà”.
Arrivati alla fermata il ragazzo scongela il silenzio:
«Prendo il pullman delle sette e ti accompagno fino alla stazione, ti porto la borsa fino là». È una scusa per stare ancora un poco con lei.
Lungo il tragitto alcuni pensieri martellano la sua mente:
Cosa farà senza lei tutto questo tempo. Cambierà qualcosa al suo ritorno. Si rivedranno ancora?. Se succedesse qualcosa, qualsiasi cosa che gli impedisse di vederla…
La commozione fa capolino, gli occhi si fanno lucidi.
Davanti ad un locale chiuso un filo leggero di lucine bianche illumina un ramo di vischio, il diciassettenne si ferma, lascia cadere la borsa, prende tra le mani il viso di lei e spingendola dolcemente sotto il rametto sussurra:
«Un bacio sotto il vischio è di buon auspicio per l’anno a venire».
Appoggia le labbra socchiuse su quelle profumate di mandarino; un bacio puro, come quello dei film che piacciono tanto a lui. Un bacio semplice e fragile che crea ed esprime una storia delicata e ricca di emozioni, una piccola realtà che contiene una costellazione immensa di valori.
Piace anche a lei il bacio rubato.
Il treno è già sui binari, il biglietto è nella borsa.
La voce flautata della donna cerca invano di rendere dolce il distacco:
«Ti porterò un regalo da Bologna, ci vediamo al mio ritorno il primo martedì dell’inizio della scuola, Buon Natale e Buon Anno».
Il distacco strappa il cuore, hanno bisogno di stare soli per pensare l’una all’altro, per fissare gli ultimi attimi del giorno che sta passando.
Il fischio del treno è una fucilata che corre sui binari annunciando la partenza.
La notte è lo sfondo di un quadretto romantico di forte intensità: lei è al finestrino, il palmo della mano appoggiata al vetro, un sorriso sulla bocca, la sciarpa sui capelli.
Lui sulla banchina non sa come trattenere l’emozione, le lacrime sciolte sul bordo degli occhi cadono in terra diventando cristalli di brina. Strappa di tasca un fazzoletto bianco e comincia a sventolarlo oscillando il braccio in alto perchè lei lo veda da lontano finchè diventerà un puntino prima di essere ingoiato dalla notte.
La malinconia batte nel petto come un martello sul ferro incandescente per forgiarlo in un raggio di sole, un filo forte per attraversare la vita.

Ovest

Un rombo lontano.
Le nuvole si raccolgono ed esplodono come asce in frantumi.
La pioggia precipita su tutto cantando una lingua che non credevo di conoscere.
In lontananza il ghiaccio fonde lentamente, le città si schiantano nell’onda possente.
L’opera antica ideata con arte e ingegno scomparirà, si scioglieranno in polvere gli splendidi palazzi, la selva dei pinnacoli, le sale dei banchetti.
Le splendide muraglie di pietra saranno sommerse, cadranno i tetti, infrante le porte, sbrecciate le finestre, i muri si sfarineranno corrosi dall’acqua salata.
Torri inabitate si stagliano all’orizzonte.
Gli spalti merlati sono luoghi desolati, le fortezze si sgretolano.
I guerrieri sono tutti morti.
Il forte abbraccio liquido sarà la morsa della tomba di una generazione decomposta di uomini.
Freddi flussi d’acqua si riversano negli squallidi cortili colmi di macerie dove un tempo l’uomo lieto di cuore stupendamente abbigliato, orgoglioso e inebriato dal vino splendeva nella sua corazza e guardava i suoi tesori.
Quando piove si dovrebbe dormire con una donna, fare giochi d’amore, parlare, scrivere, seminare.

Ho bisogno di sentire una qualsiasi voce per rimanere vivo.
Sono qui, completamente solo, sto vedendo avverarsi le cose che temevo molto tempo fa.
Aspetterò il sorgere del giorno cercando di raccogliere tutti i miei ricordi, e poi scivolerò nell’acqua.
L’alba chiama, ho indugiato nei pensieri sui bei momenti per trovare consolazione e sento che sto per piangere le mie lacrime, pioggia salata sul paese delle meraviglie che giacerà sotto il mantello acquoso in un cumulo di rovine ricoperte dalle alghe.
Qualcuno mi aiuti, sono smarrito, la mia mente non indossa più nessuna armatura.
Come è possibile che sia successa una cosa del genere in un luogo dove abbiamo vissuto.
Sono destinato a dileguarmi nella luce tremolante scomparendo nella notte oscura dei flutti.
Un’alta onda mi trascinerà nel profondo, sarò un altro smunto uomo annegato.
Sono quasi accecato da dolore che è dentro di me e mi sento morto dentro.

Alzo lo sguardo sul muro dell’edificio di fronte, lo gnomone della meridiana non traccia segno. Quanto sembra lungo il tempo e quanto tenebrosa l’ombra che si scrolla di dosso le ore facendone giorni e notti da inseguire con le nostre vite con i passi di tutte le stagioni.
Quanto è lunga la notte!.
Il tempo ci occupa, ci preoccupa e talvolta ci spaventa, il suo ritmo arrestabile ci conduce alla fine della vita creando distacchi dolorosi ed inevitabili perdite, è in vista di ciò che ne percepiamo meglio il valore, ma sappiamo che spesso ci sfugge, ci ingoia e ci affligge.
La luce grigia illumina la casa di fronte, un quadro dipinto nella faccia del cielo.
Una donna si affaccia alla finestra, i suoi capelli nascondono il volto ansioso chinato verso il basso nella gelida notte. L’ho sentita implorare protezione per giorni mentre le sue dita raspavano i muri per raccogliere calcinacci in sacchi di juta; una barriera che non servirà a niente quando le acque avranno raggiunto il livello del luogo sacro della sua abitazione.
Il suo viso di una tonalità di verde, in qualche modo cerca di urlare attraverso lo spazio della bocca, ma non esce verso, se non fiamme dagli occhi.
Apre e chiude le finestre per affacciarsi sulla paura. .
Barricata nella sua scatola chiusa, vuota da tempo come su un patibolo supplica pietà al cielo.
Vorrei aiutarla in qualche modo, ma sto esattamente come lei.
La sua voce gracchia quasi soffocata dallo stupore.
Un’eco terrificante disturba il silenzio:
«Un giorno acquoso di un mese acquoso al di sopra di questo mare acquoso.
Il mare è la morte. Qualcuno venga ad aiutarmi, non sono un pesce, non sono un uccello.
Qualcuno mi aiuti, mi sto perdendo, sono completamente sola, parte infinitesima di un vuoto fuso orario, vagamente consapevole dell’esistenza».
Una consapevolezza vagamente esistente in messaggi di disperazione, povertà e rimprovero.
Mi irrita che siano rivolti a me, perché mi sento senza colpa.
L’emozione corre a livello della carne. Anch’io sono così solo e vorrei dimenticare di esserlo.
Inutili preghiere si confondono coi pensieri di fuga da questo posto.
Sono rimasto qui, sul punto più alto di questa scogliera edile; guardando in basso tutto quello che posso vedere sono quelli con cui avrei amato restare ma che invece in silenzio si sono gettati alla cieca nel mare.
Mi sento piccolo mentre mi lascio cadere in questo estuario sull’infinito per raggiungere la donna,
vaga promessa di tregua, fatale presagio di morte.

Una chiave ruota nella toppa arrugginita.

Siamo qui soli e confusi a ricordare i tempi quando ridevamo, ma i tempi sono cambiati, tutte le nostre possibilità ci sono scivolate tra le mani coma sabbia.
Non balleremo più come eravamo soliti fare.
La pioggia continua a cadere su di noi come lacrime da una stella, rimarrà per sempre nelle nostre menti, continuerà a dirci quanto siamo fragili.
Le nuvole si sono accumulate in forma di montagne. Pioverà ancora. Pioverà. Non c’è scampo eccetto andare via.

Dove andremo?
Il nord è lontano da qualche parte, freddo, i ghiacci bloccano il cuore delle persone e le fanno diventare vecchie.
Le aride terre del sud ora sono il luogo delle acque più profonde.
Il vento arrivava dolcemente da est dove il sole dorato annunciava l’alba nel tempo d’estate soffiando verso ovest.
L’ovest è il luogo dove i giorni un tempo finiranno e dove i colori si trasformano dal grigio in oro e le luce del tramonto infiamma a sprazzi le nuvole. Là noi passeremo gli ultimi giorni delle nostre vite, raccontandoci le solite vecchie storie.
Andremo verso ovest col sorriso sui nostri volti.
Noi saremo i fuggiaschi, scapperemo fuori dalla vita che abbiamo conosciuto ed amato, niente da fare e da dire, nessun posto dove fermarci. Saremo soli, porteremo con noi tutto quello che abbiamo raccolto nelle borse della nostra esperienza.
So che la nostra fine potrebbe arrivare presto, perché anticiparla prima?.
Il tempo potrebbe alla fine provare che solo i vivi la spronano e nessuna vita è situata nelle sabbie mobili. La morte non offre alcuna speranza, dobbiamo procedere a tentoni per una risposta ignota. Guardare al perché e dove siamo non serve a niente.
Interroghiamo le stelle. Alla fine che scelta è rimasta se non vivere nella speranza di salvarci.

Ci sono due modi di vivere: camminare sulla terra ferma facendo solo ciò che è giusto e rispettabile e così misurare,soppesare e prevedere ma si può anche camminare sulle acque. Allora non si può più misurare e prevedere, ma è necessario credere incessantemente. Basta un istante di incredulità per cominciare ad affondare.
Viene il momento in cui bisogna avere il coraggio del rischio. Si deve abbandonare la terra ferma, ove i piedi sono ben piantati e ci si deve inoltrare sul mare fluido e mutevole agitato dalla tempesta. Non si può e non si deve vivere sempre di calcoli, di interesse personale, di tornaconto. Bisogna ingaggiare la sfida del rischio, della donazione assoluta, del mettere a repentaglio la propria vita per salvarne un’ altra. È la strana legge del perdere per trovare.
Meglio non raggiungere alcuna decisione, per quanto è possibile e tenersi indifferenti riguardo ai risultati. Quando il prendere una decisione diventa dovere, bisogna prenderla con la maggior cura possibile e poi portarla avanti senza alcuna paura.
Mentre la mia mente incespica mi precipito con lei nell’oscuro oceano.
Nessuno fermerà il nostro salto nelle fauci dell’ignoto. È davvero troppo tardi per fermarci perché se il cielo è seminato di morte che senso ha fermarsi a prendere fiato.
Che causa è rimasta se non morire nella ricerca di qualcosa di cui non siamo realmente certi?.
Uniamo il sangue delle nostre forze, affrontiamo il diluvio.