12 marzo 2003

Entro in casa. Alessandro mio figlio primogenito tornato dal lavoro per la pausa di mezzogiorno ha mangiato qualcosa dalla nonna, è lì davanti alla televisione, con la sua bella testona rasata, mi alza gli occhi in faccia, occhi che scavano:

E così papi, cosa hanno detto alla mamma? Dov’è ?”

Gli racconta tutto, senza nascondere niente, neanche la paura per ciò che potrà succedere.

Soltanto le persone forti sanno confidare le proprie debolezze e chiedere conforto.

Ale si alza, corre in giardino, si è sempre mostrato forte e chiuso nei sentimenti, ha una perfetta conoscenza di quanto sia veramente amato e per ascoltare la voce dell’amore basta stare in silenzio da soli. Non l’ho mai visto piangere, comprendo quanto deve essere difficile contenere il dolore internamente, non liberare lo sfogo è ancora più straziante. Lo raggiungo: “Lasciati andare non vergognarti .”

Non voglio piangere quando tramonta il sole, le lacrime mi impedirebbero di vedere le stelle”

Quanto sono loquaci queste tre parole sparse nel silenzio del dolore.

Tu sei forte, insieme ce la faremo. Ti lascio da solo ora. Mi preoccupa di più tuo fratello Matteo. Tra dieci minuti sarà a casa di ritorno dalla scuola, gli preparo qualcosa da mangiare e poi gli parlo. Nel frigorifero c’è qualcosa per la cena, alle cinque torno dalla mamma e sarò a casa stasera, dopo le nove. Spero di potervi dare notizie più chiare e rassicuranti, mi raccomando fai il bravo.”

Ho vissuto tutti i giorni di questo figlio, gli sono stato accanto per tutti gli anni della scuola fino alla maturità dello scientifico -Era come se tu fossi stato nel banco con me tutti questi anni papà-. A volte penso che quell’attaccamento, quasi un accanimento scolastico sia stato la causa dell’ addio di Alessandro ai libri -niente più scuola, professori niente università, vado a lavorare!- aveva detto dopo la maturità.

A stasera papi . Torno al lavoro. Porta un bacio alla mamma per me. Dille che domani io e Matteo saremo là, accanto a lei” .

La barba del figlio punge nel bacio, è un uomo ormai.

Il cancellino sbatte. Passo lungo, Mongomery blu di panno col cappuccio sulle spalle, sciarpa da fedajn attorno al collo, capelli lunghi nell’aria frizzantina di marzo, arriva Matteo:

Cosa c’è da mangiare oggi ? ” La sua classica frase, da sempre al ritorno da scuola. Ha diciotto anni; in giugno affronterà la maturità dello scientifico.

Ho gli occhi arrossati, inutilmente mi sono lavato la faccia per nascondere ciò che sto passando. Matteo ha già capito tutto, c’è qualcosa di grave per la mamma, si butta tra le mie braccia :

Stringimi forte, stringimi! Voglio andare dalla mamma. La devo vedere. Quando mi porti da lei”.

Con calma gli spiego tutto mentre cerco di fargli mangiare qualcosa, poi per un mese saprò preparare per loro solo pane, prosciutto e macedonia. Quanta macedonia!

Sbuccio le banane e le affetto, faccio lo stesso con le fragole dopo averle lavate sotto l’acqua corrente del lavandino, poi tocca ai kiwi, qualche cucchiaiata di zucchero, una spruzzata di limone, mescolo un paio di volte col cucchiaio le fettine bianche, rosse e verdi e la macedonia è pronta.

Sono le cinque di sera, sono già’ in ospedale, non ho mangiato niente, non ho dormito nel pomeriggio, è stato tutto un giro di telefonate. Le cognate, i parenti, gli amici, un tam-tam, tutti vogliono sapere quello che ancora non si sa esattamente, sarà così anche domani e gli altri giorni a venire. Il telefono è rovente.

Per accedere al reparto isolamento ci si deve vestire con un grembiulone verde, la mascherina sulla bocca, la cuffietta in testa, i soprascarpe, tutto in carta verde chiaro da buttare nel cestino dopo l’uso; con me negli spogliatoi poche altre persone, anche loro in visita agli “isolati”.

Quando siamo pronti suoniamo il campanello, una infermiera apre, ci controlla con lo sguardo se siamo ben coperti poiché potremmo portare batteri dall’esterno aggravando con infezioni la situazione medica già precaria di questi i malati, le loro difese immunitarie sono minime.

Per sdrammatizzare la situazione, fuori dalla porta intono una vecchia canzone che ripeterò per tutto il mese nelle mie visite :

E’ arrivato l’ambasciatore, con la piuma sul cappello, è arrivato l’ambasciatore a cavallo di un cammello…”

Una flebile voce dall’interno risponde:

Ha portato la letterina, c’era scritto sai così…”

la porta si apre e insieme nell’abbraccio terminiamo il ritornello :

Se mi ami, mi, mi, ti darò tutto il cuor, è arrivato l’ambasciatore!”

Sorride: “ Come stai? Hai mangiato? Hai parlato coi ragazzi? Come…”

Prima di tutto come stai tu? Sei tu la malata! Per il resto tutto a posto, i ragazzi sono tranquilli, è inutile dire che gli manchi e che sono preoccupati, domani saranno qui tutti e due e se ti vedono bene come io ora saranno più sereni”.

Le guance sono due pomelle rosa :

Mi hanno dato una sacca di sangue, una trasfusione, mi sento molto meglio, è come se mi avessero ricaricato le batterie .” Ha ancora una flebo attaccata.

L’amore e la malattia hanno in comune quello stato d’animo per cui si rinuncia a voler apparire ciò che non si è, quindi è inutile persistere nella finzione che non sia fondata sulla pura realtà.

Sono sempre stata forte in tutte le vicissitudini della mia vita, ma ti confesso, ho paura. Mi stanno preparando per una cura chemioterapica, comincerò domani o tra due giorni, non ho capito bene. Dopo, passa in biblioteca ti aspetta un giovane medico, le infermiere lo mangiano con gli occhi, è proprio un bel ragazzo, mi sembra di aver capito che si chiami Massimiliano, lui ti spiegherà la mia malattia e la cura. Non so se ho capito tutto o se non hanno voluto dirmi tutto, ero un po’ addormentata, stanca, prima di questa bomba nelle vene. Secondo me il sangue che mi hanno dato era quello di un lottatore .”

Chemioterapia? ”

Sì, Sì, hai capito bene, questa parola fa paura anche a me, ho pensato subito alle persone sottoposte a questo trattamento, come sono state male, il cranio pelato…la maggior parte di loro non ce l’ha fatta. Se io muoio, con i ragazzi fai quello che facevo io e continuerò a vivere con te, insieme abbiamo messo le nostre radici in loro”

Non pensarlo neanche per scherzo, tu ce la farai, ce la faremo insieme, insieme abbiamo messo le nostre radici in loro, insieme continueremo a trasmettere ad Alessandro e Matteo la nostra linfa, sei forte, ho molta speranza, sono sicuro, tu non molli, coi globuli rinnovati come quelli del lottatore di sumo butterai fuori dal tappeto il male e vincerai. Le tue amiche ti chiamano “Spi “ sei piccola ma tenace come una spina, farai scoppiare la leucemia come un pallone gonfiato e tornerai a casa più forte di prima. ”

Non hai coraggio se non hai paura. Il coraggio è una contraddizione, esso implica un forte desiderio di vivere che prende forma nell’ essere pronti a morire. Il coraggio non le manca, ma deve lottare per farsi vedere forte da me.

Quando uscirò di qui, promettimi una cosa: continueremo a cantare insieme la gioia di vivere, ogni momento bello o brutto, qualunque sarà la mia o la tua condizione.

Mi dispiace un po’ per i capelli, le ragazze qui, tra l’altro gentilissime, hanno detto che facilmente cadranno, sarebbe meglio accorciarli, magari sabato porta il rasoio elettrico col quale vi rasate tu e Ale”.

Le rispondo al volo scherzando: “Avrò il tuo scalpo maledetto viso pallido”.

La malata è serena, parliamo un po’ di tutto :

Avrei dovuto accorgermene, le macchie scure comparse sulle gambe non erano lividi causati dalle botte prese nei lavori domestici, erano un segno della malattia. A saperlo…!

Adesso è meglio se vai a parlare con il dottore, fatti dire tutto, non c’è bisogno che mi riferisci del colloquio, tanto io sono qua e vedrò in diretta come andranno le cose. Domani non venire riposa, ne hai bisogno quanto me, sei pallidissimo! Fai venire le mie sorelle nel pomeriggio, ho bisogno di parlare con loro. Domani sera sarei felice di vedere i ragazzi! Mi sembra una vita che non li vedo. Sento di averli trascurati in questo periodo di estrema stanchezza”.

Non hai trascurato proprio nessuno, sei un po’ una rompiscatole, ma hai una generosità…”

Mi sto commuovendo, ma mi trattengo e lascio sospesa la frase. Ci diamo un bacio attraverso la mascherina di carta : “ Ci vediamo tra due giorni, riposati. Ah! Dimenticavo, cerca una donna per la casa, non vorrei trovare il caos quando torno”.

Certo! L’ordine e la pulizia vanno al primo posto, neanche la malattia è così importante per lei. Le mando un ultimo saluto da dietro il finestrino sulla porta, un velo triste annacqua i meravigliosi occhi azzurri di Neli.

Il gioco sul legno di mandorlo

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Il mio contributo alla raccolta  Ricordi di giocattoli curata da Federica Gnomo

Fin dalla prima infanzia ho cavalcato i sogni seduto sulle ginocchia di mio padre; le mani saldamente ancorate alle sue redini infarinate in profumo di pane.

“Trotta trotta cavallo di legno, col tuo gran cavalier sulla groppa,

e se arrivi a toccare quel segno, alla corsa ti voglio portar.

Su galoppa galoppa, galoppa. Su galoppa, galoppa, galoppa”.

Ci sono momenti nella vita in cui mi fermo a ripensare gli anni verdi e se mi espando attraverso il ricordo, posso invertire la mente e viaggiare nuovamente nel tempo.

Galleggiando come un orso bianco sul blocco di ghiaccio polare alla ricerca di un posto chiamato casa sono tornato qui dove sono cresciuto in un altro tempo.

Attraverso il cortile. Un vialetto d’erba separa le due aiuole: a sinistra quella della zia Lucia con ortensie, rose e astri, a destra quella della zia Santina: viole mammole e tulipani sotto un albero di cachi. Nel corridoio ombroso del pergolato del glicine sosto a naso in su, in contemplazione, ascolto il ronzio dei bombi in perlustrazione sui grappoli lilla.

Apro il cancelletto in legno, ecco il mio regno!

Le mani appoggiate al tronco e i piedi incastrati nelle maglie della rete metallica che divide il serraglio delle galline dall’orto dove mio padre coltiva insalate, ravanelli e l’immancabile prezzemolo mi arrampico sul mandorlo.

Quattro grossi rami spartiti tra i quattro ragazzi della forneria.

Quello centrale, più in alto di tutti ma più facile da scalare è di mio fratello Ignazio.

A occidente il ramo di Paolo, l’altro fratello, è il più grosso, praticamente mezza pianta; lui mangia solo frutta secca. I miei due fratelli si arrampicano sul mandorlo solo al tempo del bottino.

Verso nord il ramo di Beppe, cugino, coetaneo; le sue mandorle le cogliamo quasi sempre noi tre fratelli; gli alberi non fanno per lui che incantato dall’arte della commedia, recita in soffitta tra vecchi armadi senz’ante e cassapanche scoperchiate.

Il mio ramo, il più pericoloso, il migliore, inclinato come la diagonale di un quadrato si allunga verso est. Ho imparato presto a muovermi sulla sua corteccia, le prime volte abbracciandolo stretto con tutto il corpo e strisciando fino alla biforcazione che fa da sella; poi come una scimmia procedendo a quattro zampe fino alla mia postazione, il mio destriero.

A cavalcioni sulla forcella rugosa guardo il mio orizzonte: una corsa tra i campi per raggiungere l’isola che non c’è, il mio mondo fantastico, una lunga vacanza sulla scia dell’azzurro striata da nuvole gravide di vapore estivo.

Le dita sul muschio dell’abbandono accarezzano i giorni di ore leggere nell’esplosione bianca di petali in primavera o nelle ombre delle chiome verdi nutrite dal sole che ricamano sulla mia pelle tatuaggi misteriosi.

Il verde del fieno dei prati in lontananza è un mare che nasconde grovigli di alghe gigantesche.

Il vento soffia sul grano ondeggiante disegnando vele screziate dal rosso dei papaveri.

Cavalco il mio ramo per esercitare la mia mente e portarla dove desidero andare, come un marinaio sul bompresso a prua di una nave antica. All’altezza del cuore battono onde imbevute di sale.

Lo sguardo puntato sull’orizzonte orientale sbarrato dai monti, a scorticare tra i boschi i relitti depositati sul fondo dell’oceano. Nei momenti più difficili, cavalco la tempesta come un attore buttato sulla scena senza la parte; il mio ramo diventa una tigre e io la cavalco per correre verso il sole nascente
 dove la rugiada non è solo acqua, sale e carbonio ma una lacrima di tristezza e dolore per un amico che non farà più ritorno.

“Trotta , trotta cavallo di legno…”

Non c’è più il ramo di mandorlo, il mio destriero; una casa occupa il suo posto da molti anni ormai ma nel ricordo basta poco per riprendere la corsa nelle praterie del sogno. Sul filo della corrente elettrica la dichiarazione delirante d’amore di una tortora color caffelatte, approda al mio silenzio. L’insistenza del richiamo monotono a tono basso dell’uccello dallo stretto collarino nero spalanca le porte della memoria come scheggia acuminata e riapre universi di stagioni mai scritte ma raccolte nel vaso prezioso del sonno. Una poesia in tre versi rochi e gutturali sale sui tetti e invita a raccogliersi in ascolto, perché più in alto sale più profondo risplende il desiderio di ritrovarsi nel luogo del gioco più bello e allora, solo allora distingui il canto: “ Ri- tor- na”.

Il presepe di Gaspare

Come ogni anno ecco il mio racconto per la pagina natalizia di Scriveregiocando pubblicata sul blog di Morena Fanti http://www.scriveregiocando.it/natale14.html

Il presepe di Gaspare

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Incastonato nella quotidianità fitta di rumori e di voci della zona industriale, il silenzio della cascina dei Macì è un’oasi seminata nel terreno sassoso e spinoso delle fatiche, degli odi e delle bestemmie.

I tralci secchi di vite scoppiettano nel camino spandendo luce e calore nella grande cucina.

I due fratelli ottantenni sono soli. La prima domenica di aprile, dopo aver servito loro il pranzo, la sorella Lauri ha esalato l’ultimo respiro accasciata sul piatto di polenta e coniglio arrosto.

Lo sguardo di Innocente è fisso sul duello delle lame incandescenti nel fuoco; i suoi pensieri si attrocigliano come edera intorno a braccia e gambe e affondano le radici nella mente e nel cuore.

Gli anni portano con sé la debolezza generale dell’organismo e l’appannamento mentale. La nostra vita è un fuoco spento, c’è ancora qualche brace sotto il velo della cenere, ma non c’è più la voglia o la forza di soffiare, siamo ombre che passeggiano senza la voglia di ricominciare–.

Gaspare è alla finestra. Fuori è ancora buio.In lontananza luccicano le lampadine degli alberi di Natale, stelline intermittenti come i suoi pensieri: assenti sul presente e presenti sul passato; lui ha un’altra vita, colma di fantasticherie, chimere e miraggi, dall’alba al tramonto veleggia sulla superficie degli eventi e si astrae nel sogno.

L’uomo-vecchio prepara la colazione mentre l’uomo-bambino disegna sui vetri; con le dita collega le goccioline di vapore condensato che lentamente scorrono verso il basso in linee verticali parallele.

Il fratello minore chiede:

«Perchè ci sono tutte quelle lucine colorate là in fondo?».

Il fratello maggiore scrolla il capo al pensiero che non ricordi più nulla, gli si avvicina lo prende per mano e lo fa sedere al tavolo, batte un pugno sul pane raffermo e tostato e lo frantuma in piccoli bocconi da inzuppare nelle tazze di latte bollente e gli risponde:

«Tra una settimana nasce il Bambino Gesù, quelle sono le luci degli alberi di Natale».

«Ma allora perchè Lauri non ha ancora allestito il presepe?».

Il bolo di pane e latte diventa un groppo in gola. Dalla morte prematura dei genitori, la sorella aveva dedicato tutta la propria vita ai fratelli scapoli e ora li aveva abbandonati al loro destino di vecchi.

«Lauri non c’è, ma prima di andare via mi ha raccomandato di farlo allestire a te il presepe. Dai impegnati, sono mesi che stai lì sulla sedia senza fare niente».

La proposta entusiasma Gaspare; la sorella decideva tutto da sola, lui poteva solo aiutarla, privato dal potere di aggiungere, togliere o modificare.

«Si dai, però mi aiuti e lasci fare a me».

«Ma certo sarò il tuo piccolo servitore».

Dopo la colazione, i due indossano giacconi pesanti, cuffie e scarponi. Innocente mette alla prova la memoria del fratello:

«Per prima cosa andiamo a prendere il muschio, ti ricordi dove?».

«Certo, dietro la casa, dove c’è sempre ombra e il muschio è soffice, la terra non è ancora gelata. Strapperemo con facilità le grosse toppe verdi».

I due partono con i canestri al braccio: uno per il muschio e l’altro per radici e pezzi di corteccia.

Prima di rientare passano nel ripostiglio, recuperano un’asse e un paio di cavalletti, li portano in casa collocandoli nel vano della finestra.

Gaspare bisbiglia soddisfatto:

«Questo è il posto giusto, nessuna carta blu, il cielo d’inverno fornirà luce diretta per il giorno e buio per la notte».

Con un pezzo di tela riveste le gambe in vista del tavolo occasionale, ricopre il piano con carta di sacco, forma montagne e grotte alternando cortecce e radici, sistema con cura il muschio, traccia una strada con la farina e colloca uno specchio per il laghetto.

Innocente controlla incuriosito il lavoro metodico del fratello e nello stesso tempo con cura esegue il compito che gli è stato affidato: scartare le statuine conservate nella scatola di latta. Lauri le riponeva ogni anno con cura, non se n’è mai rotta una.

Il posizionamento dei personaggi è il momento che Gaspare attendeva da tutta la vita; meticolosamente colloca uno dopo l’altro il bue, l’asino, San Giuseppe, la Madonna, l’angelo, i pastori e le pecore, il fornaio, la contadinella con la brocca dell’acqua. I cammelli e i Re Magi li apposta in fila sulla credenza, orientati verso la grotta –Tanto arriveranno solo all’Epifania, devono fare ancora tanta strada–.

Innocente sorride nell’attesa curiosa di vedere se il fratello ricorda che manca ancora l’Incantato: il pastorello che a differenza delle altre statuine non porta doni, ma se ne sta lì, davanti alla grotta con le mani vuote, totalmente assorto nel guardare il Bambino, sospeso in una bolla d’intimità porta la sua meraviglia, lo stupore di un cuore aperto per ricevere e contenere una gioia inesprimibile.

L’amore di Dio fatto bambino piccolissimo incanta e ammutolisce chi ha l’animo puro e semplice.

L’Incantato è l’unico personaggio che Gaspare aveva il permesso di posizionare, l’unica mossa che la sorella gli concedeva; era tale il suo attaccamento a questa statuina che non permetteva a nessuno di toccarla.

«L’Incantato non lo metti?».

«Oh certo, passamelo».

«Qui non c’è, dove l’hai messo?.Solo tu puoi saperlo».

Gaspare rimane lì a bocca aperta, ricorda Incantato ma non riesce a ricordare il nascondiglio.

Fin dall’infanzia, ogni anno dopo aver smontato il presepe lo afferrava e senza farsi vedere da nessuno andava a riporlo in un posto che nessuno dei familiari riusciva a scoprire.

«Pensaci e vedrai che lo trovi».

La mattina del 25 dicembre Nocente si sveglia alla solita ora anche se il gallo non canta più. Dopo il furto delle galline Lauri aveva regalato il re del pollaio ad una cugina proprio per non averlo davanti agli occhi e ricordare l’orrore delle quindici teste mozzate.

Il letto accanto è vuoto. Il vecchio infila le ciabatte e passa in cucina. Il fratello minore è lì, davanti al presepe, incantato come la statuina stretta tra le sue mani, contempla il Bambino nella culla.

Il vecchio-bambino centellina parole tra i lunghi spazi bianchi di un silenzio ovattato per formare frasi ispirate che ammettono approfondimenti e un’ulteriore vita in chi le ascolta:

«Ciao Bambino, nella mia testa non hai ancora camminato. Le tue prime parole devono ancora essere dette. Non conosco il colore dei tuoi occhi, potrebbero essere verdi o blu come il mare profondo che non ho mai visto. Avrai il meglio, te lo prometto. Una stella nel cielo mi indicherà sempre la strada per trovarti, io la seguirò, te lo prometto. Ho bisogno di te, per averti e stringerti, per camminare con te e continuare la mia strada con te e sapere che sei benedetto. Perchè giuro che sarai benedetto».

Chi ha detto che i topi non mangiano il formaggio?

Questo è il mio racconto per le Cronache dalla fine del mondo, una raccolta di racconti sull’evento preannunciato per la fine del dicembre 2012, curato da Laura Costantini e pubbicato da Historica Edizioni

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Chi ha detto che i topi non mangiano il formaggio?

Non ho mai creduto alle profezie, a questa dei Maya men che meno.

Ho bisogno di qualcuno che mi dia un’idea sulla prossima fine del mondo, qualcuno che ci creda almeno un pochino.

Innocente. Ecco proprio lui, il settimino che vive con la sorella in una cascina a duecento metri da casa mia.

Porto con me un sacchetto di biscotti sfornati stamattina. I due ottantenni sono golosi.

Il cigolio del cancello funziona da campanello, scavalco Barbone il cocker spaniel che dovrebbe far la guardia invece di dormire come un masso, ma si sa, lì, lo fanno mangiare da scoppiare che la pancia gli tocca il suolo.

Mi accoglie Lauri, il suo urlo stridulo: “Nocenteee, ghe chè el fornareto” fa accorrere il fratello.

Tre sedie in fondo al portico, due per gli uomini e una per appoggiarvi il moscato, due bicchieri e un piatto per i biscotti già assaggiati dalla sorella che in cucina sparecchia cantando con la bocca piena.

Un biscotto e un sorso di vino per il vecchio.

Prendo tempo col bicchiere a mezz’aria perché so come va a finire: continuerà a riempirmelo finché avremo fatto fuori la bottiglia.

Passo immediatamente all’argomento della mia visita prima che attacchi lui con una delle storie che ci porterebbero sicuramente fuori strada.

Dicono che quest’anno finirà il mondo…”non mi lascia finire la frase.

La luna la scc-iopa, scoppierà la Luna e la Terra uscirà dal suo perno come una ruota che si perde giù per la scarpata del ponte dell’autostrada”.

Perché dovrebbe scoppiare la luna? Innocente, tu credi alla profezia dei Maya?”.

La luna è re de ‘n po chi la maja”.

Chi starebbe mangiando la luna?”.

I sureck i l’ha quasi majada tota”.

I topi starebbero mangiando la luna? E l’han quasi mangiata tutta? E’ commestibile? Buona da mangiare la luna?”.

L’è fada de formai, è fatta di formaggio.

Gli astronauti non ce l’hanno raccontata tutta l’avventura. Lassù, il sottosuolo è pieno di topi che la stanno svuotando come una forma di Parmigiano Reggiano”.

Ma se ho letto da qualche parte che i topi non mangiano il formaggio”.

Chi l’ha dit, chi l’ha detto, hai mai provato a caricare una trappola? Se ci metti il formaggio il giorno dopo ci trovi il morto.

Da tempo tengo sotto controllo la luna. I buchi stanno diventando sempre più grandi, l’alone intorno si allarga sempre più e a volte non riesco a vedere la falce luminosa attraverso quella nuvola di mosche”.

Stai parlando di crateri lunari, non sono buchi e l’alone che vedi è l’effetto delle nuvole della nostra atmosfera”.

Se, se, contala a me, secondo te perché non sono più tornati sulla luna?…

speravano di trovare chissà quali minerali preziosi e invece si son trovati tra le mani formaggio, tonnellate di formaggio, miliardi di tonnellate di formaggio. Non l’hanno divulgata la notizia per non dover giustificare tutto il denaro speso per le imprese spaziali degli anni sessanta e farsi coprire di ridicolo dal mondo, ma credimi lassù c’è solo formaggio, furmaj, conservato a bassa temperatura; altrimenti come spieghi che dal 1972 non son più tornati lassù”.

Si certo e i topi perché non li ha visti nessun altro? …che so… i cinesi che ora possiedono potentissimi telescopi e magari i topi li mangiano anche”.

Li hanno visti, te lo dico io, ma non gli hanno creduto o han fatto finta di niente se no come spieghi che gli astronauti che han camminato sul suolo lunare hanno avuto disturbi della personalità, negli anni a seguire uno è diventato un alcolizzato, uno predicatore, un altro si è isolato dal mondo, quello dell’Apollo 14 addirittura diceva di aver avuto contatti con Alieni. Alieni con la coda, per questo che i cinesi han lasciato perdere la luna”.

Probabilmente, il settimino, a cavallo degli anni settanta ha seguito con interesse gli sbarchi lunari.

Sgranocchia un altro biscotto dopo averlo immerso toccando il fondo del bicchiere e poi succhia il pollice e l’indice gocciolanti di vino.

Non fai la zuppetta tu?”.

Non una goccia o una briciola va sprecata.

Ai cinesi fa più comodo colonizzare l’Italia, non vedi che stanno comperando tutto; guarda qui in paese come si sono allargati, come sentono che c’è qualcosa in vendita arrivano a spazzano via tutto, soldi alla mano. Sono come topi.

Nello zodiaco cinese il primo segno è proprio quello del Topo che è ritenuto protettore e portatore di prosperità materiale; associato a ricchezza, aggressione, fascino e ordine ma anche morte, guerra e peste. Se non sono andati sulla luna è solo perché hanno capito che non può durare, avranno scoperto quello che penso io da anni”.

E cioè?”.

Che la luna all’interno è ormai vuota e quando la pressione esterna supererà la forza che tiene insieme la crosta scoppierà come un palloncino lanciando in aria tutti i topi che si disintegreranno nello spazio. Una nuvola nera scodinzolante che prima o poi arriverà sulla terra in forma di fuliggine che oscurerà la luce del sole e ci priverà dell’energia vitale. Il nostro pianeta privo della forza di attrazione lunare uscirà di rotta perdendosi nello spazio andrà a finire nell’orbita di un altro pianeta ci sarà una collisione fortissima che darà il via a una reazione a catena nel sistema solare e lo distruggerà.

Dio solo sa come andrà a finire”.

Quindi sarà la fine, non ci sarà possibilità di salvezza?”.

Temo di no. Anche se i topi aggrappandosi l’uno all’altro formassero una catena lunghissima chilometri e chilometri fino ad arrivare sulla terra potrebbero ristabilire soltanto una parte del peso di luna perso e quindi il problema della stabilità orbitale non sarebbe garantito lo stesso. A pensarci bene se la canzone di Modugno dice il giusto -Selene ene a’ , il peso sulla luna è la metà della metà- un topo lunare di 25 grammi qui da noi potrebbe pesare un etto…ma ci pensi se tutti i topi ammarassero sulla terra …” .

Chiude gli occhi in delirio:

Eccoli là arrivano dal sud e corrono, corrono,la punta del naso come una freccia; arrivano da est e da ovest in file interminabili con le orecchiette tese per captare ogni rumore; arrivano da nord col pelo ricoperto di piccole scaglie di ghiaccio; corrono, corrono anche nei miei sogni, sono l’incubo delle mie notti.

Corrono, corrono alla ricerca di un luogo dove nascondersi e sfamarsi.

Code e vibrisse fosforescenti dal tramonto all’alba, i topi della luna si accoppieranno con i nostri, quindici parti all’anno, una media di dieci per volta… Can-de-la-madoja! Distruggeranno i nostri raccolti, li avremo dappertutto, sarà la punizione per i nostri peccati. La vecchia luna sparirà e in un caos di squittii sparirà anche la terra”.

Lauri sulla porta della cucina gira il dito a cacciavite sulla tempia e mi fa l’occhiolino col sorriso sulle labbra.

L’è mat , l’è mat. Basta Innocente o diventerai matto, mi hai fatto passare la voglia di mangiare i biscotti”. Il richiamo della sorella lo riporta alla realtà.

Meglio, li mangio io. Finiamo il moscato e poi vado a dormire. Domani la prima cosa che faccio sarà di caricare le trappole nel granaio che almeno i nostri di topi li teniamo sotto controllo”.

Riempie i due bicchieri, mi prende sottobraccio e mi conduce sull’aia in pietra grigia; alza il bicchiere verso il cielo:

Guarda che bella la luna stasera! Sarà sempre così. Non me la porteranno via, se fossi un poeta non farei che parlare di lei. La prossima volta che vieni a trovarmi ti porto in soffitta a vedere la mia raccolta di notizie sul nostro satellite ”.

Un grido acuto, stridulo come il fischio di una pentola a vapore. Dalla soffitta una creatura vola leggera come un fantasma verso il fienile, tra le sue zampe pende qualcosa, pare un codino.

Uno in meno!. ‘l barbagiano è nostro alleato”.

Brindiamo. Lo riaccompagno in cucina. Una stretta di mano e l’immancabile bacio di Lauri che mi punge con i suoi baffetti androgeni. Per un momento alla luce fioca di 20 candele ho avuto l’impressione che mi baciasse un topo.

Sulla cavedagna erbosa la sfera luminosa che fa capolino tra i rami fioriti e profumati della robinia mi rincorre fino al cancello di casa. Nell’ultimo sguardo verso il cielo sorrido alle profezie di Innocente mentre nella memoria riaffiora Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia:

Che fai tu, luna in ciel? dimmi che fai, silenziosa luna?”.

Mary Bloody Mary

L’Associazione Culturale PescePirata, in occasione della festa della donna, ha proposto un concorso letterario che ha come protagoniste proprio le donne. Ma non donne qualunque, no. Donne arcigne, combattenti. Donne incazzate, che non si piegano, che non ci stanno ad abbassare la testa. Donne fiere di esserlo, che pretendono i loro diritti (e se li prendono).

Questo è il mio racconto:

Mary Bloody Mary

Nel paese incantato dei sogni le creature delle favole escono dai libri per recarsi alla reggia di King Cole. Nella sala dei banchetti il pifferaio magico, i tre porcellini, Little boy blue, Cappuccetto Rosso, la Regina di Cuori, Hunpyy Dumpty e tutti gli altri fanno a gara per presentare numeri e spettacoli fino allo scoccare della mezzanotte. All’ultimo tocco, quando tutti i protagonisti sono andati a letto, chi conosce la voce del silenzio può sentire i passi vestiti di rosso barcollare per strada e il vento che urla: “Play me my song , Mary, Bloody Mary”.

Da qualche parte una bambina sta piangendo. Da qualche parte un bambino ha perso la testa.

Una scopa spazza via i pezzi rotti della vita di ieri; Cynthia Jane De Blaise-William entra nel Musical Box per il solito cocktail.

Quattro grosse prese di sale sul fondo dello shaker, due di pepe nero, due di pepe di Caienna, uno strato di salsa Worcestershire, una spruzzata di succo di limone, ghiaccio tritato, due once di vodka e due di spesso succo di pomodoro. Henry Hamilton-Smythe dietro al bancone scuote lo shaker, filtra e versa la bevanda insanguinata nel highball, vi infila una stecca di sedano, lo porge all’amica, la guarda e dice: “Ciao cara, è un po’ di tempo che non vedo la tua faccia. Hai finito di stare in galera per causa mia? Sei sempre la solita bambina viziata? Ciao, ho detto ciao, perchè non mi rispondi? Questo è l’unico posto dove puoi incontrarmi. Sono l’unico uomo che hai mai avuto, mi correggo, che avresti potuto avere se fossi sopravvissuto ai tuoi colpi di testa. Siamo una bella coppia tu ed io, su quest’isola nel mare dell’oltre. Ti voglio amare per sempre, non ti lascerò mai. Apri il tuo cuore e lascia scorrere i sentimenti. Non sei stata sfortunata a incontrare me. Ho sbagliato il primo passo e tu mi hai subito rubato la scena scaraventandomi dietro le quinte o meglio ancora, nella botola del suggeritore.

Il mondo attraverso il bicchiere è un campo di croquet che si perde a forma di triangolo isoscele in lontananza nell’orizzonte. L’erba del prato è rasata a fasce longitudinali, bicolori per l’alternanza del senso del taglio.

Nella battaglia tattica si gioca con quattro palle, Blu e Nero contro Rosso e Giallo; lo scopo del gioco è quello di segnare punti facendo passare con un colpo di mazza una palla sotto gli archetti disposti a formare il percorso, al termine del quale si deve colpire un picchetto al centro del campo.

Ma non sempre si gioca in questo modo.

Oltre il vetro del cocktail rosso le palle del gioco sono sostituite dalle teste di tanti piccoli Henry.

Cynthia quando aveva nove anni giocava con Henry. L’abilissimo, dispettoso e antipatico coetaneo ogni volta che segnava un punto la sfotteva e le tirava i capelli; una volta le mise le mani addosso e le strappò la catenella d’oro che portava al collo. Da quel giorno crebbe nella ragazzina la sensazione che il suo compagno la guardasse in modo strano, come un arciere pronto a colpirla con la sua freccia. Quando lo sentì dire : “Il mio uccello vola in alto, scivola tra le mie mani, prendilo, toccalo” alterata più del solito brandì con gran forza la mazza di legno e con un colpo spettacolare staccò la testa dal collo del suo avversario facendola ruzzolare nella porta arcuata. A chi la interrogava sul misfatto, la piccola con estremo candore rispondeva: “Lui continuava a dire che con la sua testa poteva centrare ogni bersaglio; penetrare in ogni fessura. Non ho fatto altro che assecondare il suo desiderio”.

Due settimane dopo la tragedia, la bambina, ribattezzata Bloody Mary dalle male lingue, rovistando tra i giocattoli nella cameretta di Henry alla ricerca della propria preziosa catenella scoprì il carillon. La memoria registrata sul cilindro metallico mettendo in vibrazione le lamelle riproduceva una vecchia filastrocca:

“Old King Cole era una vecchia anima allegra, voleva la sua pipa, voleva il suo arco e voleva i suoi tre violinisti”.

Dalla scatola decorata uscì una piccola figura di spirito: Henry era tornato. Roteando a tempo di musica, il suo corpo iniziò rapidamente ad invecchiare. Il piccolo protagonista tornato dall’aldilà sotto forma di un vecchio lascivo cercava invano di soddisfare sulla ex-compagna di giochi le pulsioni carnali represse da una vita interrotta.

Cynthia sorseggia, mastica il sedano, carica la molla dello strumento musicale; un solo giro perchè la vita di Henry dura tutto il tempo della filastrocca. “Il mio uccello vola ancora in alto. Hai creduto che volessi farti del male e invece volevo solo insegnarti ad amare, legarti a me come la catena che brillava sul tuo piccolo seno e che ora tieni nascosta sotto il cuscino. Ora sei una donna, hai il tempo dalla tua parte. Fatti vedere in viso, tira indietro i capelli, lascia che conosca il tuo corpo. Sto aspettando qui ogni volta. E tutto il tempo che è passato sembra quasi non avere importanza ora se te ne stai lì con il tuo sguardo fisso dubitando di tutto ciò che ti dico. Perché non mi tocchi. Toccami.Toccami. Ti voglio ora”.

Il bicchiere è vuoto, il carillon sta terminando la sua corsa.

Il vento riporterà i nomi che ha soffiato nel passato?.

Cynthia sussurra: “No, questa è l’ultima volta”. Scaglia il bicchiere contro il vetro della finestra. La musica è finita e il vento non soffia più. Henry non tornerà.

Ma tu che leggi se vuoi sentire la canzone di Old King Cole, devi fare girare sul piatto il disco dei Genesis: la voce di Peter Gabriel ti trasporterà sul campo di croquet nel bucolico paesaggio al tramonto del sole dipinto da Paul Whitehead e poi…puoi sempre scegliere di naufragare nel mare insanguinato di un Bloody Mary.

Una tranquilla resa alla fretta del giorno

Sono un uomo come tanti, in un momento tutt’altro che semplice. Cammino da tre giorni, vagando in radure e boschi. Mi sto perdendo per pagare il prezzo della strada che ho scelto: morire tra gli alberi, su un letto di foglie secche.

Il mondo dei vivi è lontano. Cè un tempo per correre, un tempo per nascondersi e un tempo per fare l’ultimo viaggio. Nel sollievo della morte potrò trovare la pace che nella vita non ho mai incontrato.

Preferisco morire a testa alta che vivere quel che mi resta nella paura.

Il killer dentro di me sta allargando il suo dominio ma non mi lascerò abbattere da lui.

Combatto i morsi lancinanti del male incistato nell’ addome procurandomi ferite alle mani e graffi sul viso mentre mi apro il passaggio tra rovi e sterpaglie.

Il cuore aumenta i suoi battiti. La fame non è più un problema. Sono talmente esausto che potrei addormentarmi appoggiato ad un tronco e morire nel sonno. È ciò che voglio in fondo. Ho lasciato definitivamente il mio vivere tra la gente, nessuno piangerà per me, ho passato gran parte del mio tempo a fuggire le persone, nessuno verrà a cercarmi. Sono un solitario.

Il fiato si fa corto. Mi accascio abbandonandomi sul dorso.

Guardo il cielo, palcoscenico di questo ultimo giorno. Il sipario della notte cala sulle quinte degli alberi. La vista si annebbia per un momento, sono consapevole e lucido, non è ancora la mia ora, sarebbe troppo facile.

Il mio programma prevede che non lasci niente su questa terra. Facilito il compito della natura spogliandomi di ogni indumento per uscire dalla vita con lo stesso vestito col quale sono entrato.

Appoggio la testa sul cuscino di panni e stringo nella mano sinistra un tubetto di pillole che aiuteranno l’ultimo sonno ma sono tanto stanco e mi assopisco in un amen.

Mi sveglia il soffio del vento tra le querce e i castagni. Sono ancora vivo.

Sento un fruscio. Passi leggeri sullo strame in putrefazione sollevano odore di funghi.

Passi accorti di qualcuno in ricognizione. Chi si aggira in un posto simile di notte se non un altro essere solitario?.

Si sta avvicinando, sento il suo ansimare, forse ha camminato a lungo come me. Cosa starà cercando?. Sarà un altro essere in cerca di morte o forse combatte con la vita, per la vita, la propria vita.

Eccolo. È vicino, riesco a distinguere quattro zampe. È su di me, mostra i denti affilati, lunghi e ricurvi ma subito il suo ringhio si tramuta in un mugolio domestico, mi annusa, lecca il sangue delle mie ferite. Sento la sua lingua ruvida sul mio volto. Sto immobile ma non ho paura. Perdere la vita è quello che voglio, non è una vergogna se non hai più nulla in cui credere e sperare.

La nube che oscurava la luna si è spostata più avanti.

Ora lo vedo meglio: fronte ampia, occhi chiari dal taglio leggermente obliquo, le orecchie in posizione eretta lungo il profilo della testa: è un lupo. Questa splendida creatura sicuramente ha fiutato il mio odore di morte, si accuccia accanto a me incrociando le zampe sul mio petto nudo. Non ha fretta. Il suo pasto è assicurato. Punta gli occhi nei miei. Cosa aspetta?. Forse non vuole che lo fissi mentre mi sbrana. Vigilerà il mio sonno-veglia e quando abbasserò le palpebre mi azzannerà alla gola. Berrà il mio sangue, farà a brandelli il mio corpo scegliendo le parti migliori. I lupi di rado mangiano quotidianamente e quando ne hanno la possibilità arrivano a ingurgitare parecchi chili in un pasto.

Potrei anticipare il suo intervento con uno scatto improvviso e farla finita subito ma prendo tempo e sto in contemplazione del suo muso circondato dall’aureola lunare. Allungo lentamente una mano per accarezzarlo, non ho niente da temere, quello che deve fare lo farà nè piu nè meno; sembra godere del passaggio della mia mano sul suo pelo.

Questo guerriero è un altro vagabondo dagli occhi spalancati che arriva da lontano. Ci guardiamo nell’intervallo incantato. Siamo talmente a contatto che sento il pulsare del mio cuore al ritmo del suo. Una forte suggestione mi comunica il suo pensiero: «La vita é una strada molto lunga che non dovremmo percorrere da soli. Ma se trovi il giusto compagno non ti sentirai così sfinito alla fine dei tuoi giorni».

Ho allontanato il calore del mondo che girava con me, ora ricevo calore dal suo corpo accovacciato sul mio. Quando non c’è più speranza in vista, c’è una possibilità di trovare una risposta nel cielo molto più grande di quanto ci si possa aspettare. Non ho bisogno di una preghiera, mi affido a questa possibilità mentre lentamente mi allontano dalla terra e mi avvicino alla luna.

Sono stato un uccello in gabbia costretto a cantare ogni giorno una melodia stonata, ora che ho le ali libere mi lancerò in picchiata come un falco incontro alla morte.

C’è una rima e una ragione a spiegare la poesia di questo mondo selvaggio e la trovo ora che il mio cuore di viaggiatore batte il suo tempo prima di essere lanciato in orbita tra le stelle..

Da qualche parte nel profondo della mia anima sento che è arrivato il momento.

L’eco perfetto di un ululato riflette contro un anonimo muro di cielo. Non è un fluttuante canto modulato alla luna ma un richiamo alla predazione. Non è un solitario, mi ero sbagliato è un capo, sta invitando il suo branco al banchetto.

In un universo in cui regna la morte, si restituisce alla morte quanto le appartiene affinchè la vita penetri le zone necrotizzate dell’essere.

La notte termina ai margini dell’aurora in fiamme; una tranquilla resa alla fretta del giorno.

Nella luce del mattino le cose appaiono diverse da come apparivano nelle ore precedenti.

Vedo i resti di un essere umano su un letto di foglie disfatto. Un ronzio di mosche circola nell’aria, mentre una fila di formiche sta arrivando per pulire la scena. Alla fine, le ossa brilleranno al sole e poi una manciata di polvere sarà l’eredità lasciata alla terra.

Ho bisogno di bere e una gran voglia di correre. L’orizzonte intorno mi appare al di sopra dei cespugli di erica. Sento lo scorrere di un ruscello, il mio istinto mi dirige presso la riva. Un diga di castori ha creato una pozza d’acqua. Alcuni animali che si stavano abbeverando come mi vedono apparire svaniscono spaventati dalla mia presenza. Immergo la lingua nell’acqua e bevo grandi sorsate per dare refrigerio alla mia gola secca.

Lo specchio liquido riflette una figura diversa da quella che ho sempre visto fino a ieri. Assomiglia a qualcuno che ho lasciato da poco. Mi guardo attorno spaventato, non c’è nessuno oltre me. Mi riavvicino all’acqua per ritrovarmi.

Gocce di sangue, scaglie di osso e di pelle come i frammmenti di vetro nel caleidoscopio generano strutture simmetriche create dalle riflessioni negli specchi: le figure mutano e cambiano colore e forma.

Chi rinuncia allo sguardo impuro non perde la vista, il suo corpo viene anzi illuminato da una luce pura; rinunciando al mondo non lo perde, ma lo assorbe nella sua solitudine.

Sono un lupo.

Una nuova tappa nel cerchio sacro, l’inizio di un’altra storia, altri affanni, altri dolori, gioie e bisogni. Il mal di vivere si espia sulla terra. Sarò costretto a starmene qui per cercare l’armonia e la gioia di vivere che nella precedente esistenza non ho saputo trovare. Lascio cadere una lacrima. Le nuvole temporalesche potranno infuriarsi e lamentarsi, le raccoglierò nel tubetto di latta come fossero farfalle.

http://youtu.be/SXOe_rbN-nI

Il diario blu

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Ieri pomeriggio  mentre stavo rovistando sulle mensole in cantina per cercare non so neanche io cosa  mi è capitato tra le mani un diario-agenda con la copertina in pelle blu sul quale durante l’anno scolastico 69/70 trascrivevo testi di canzoni del tempo.

Ho aperto a caso: sulla pagine sinistra avevo disegnato  un’anatra che si alza in volo tra i rami di fiordipesco, ricordo di averlo copiato da un quadro giapponese; sulla sinistra appare scritta con una calligrafia piuttosto difficile da leggere questa poesia di James Joyce:

 

Non sei ancor stanca dei tuoi modi ardenti,

malia dei caduti serafini?

Non dire più di giorni seducenti.

 

Il cuore all’uomo cogli occhi arroventi

ed eccolo piegato ai tuoi fini.

Non sei ancor stanca dei tuoi modi ardenti?

 

Fumi di lode salgono sui venti

dall’orlo dell’oceano ai tuoi confini.

Non dire più di giorni seducenti.

 

Le nostre grida e i lugubri lamenti

t’innalzano i loro inni più divini.

Non sei ancor stanca dei tuoi modi ardenti?

 

Le mani ministranti, tra le genti,

ti levan calici colmi di vini.

Non dire più di giorni seducenti.

 

Non la scrissi io, fu una dedica da parte dell’insegnante di italiano di quell’anno in cui frequentavo la seconda ITIS in una classe tutta al maschile.

Il suo nome era Ludovica ma noi tutti l’avevamo ribattezzata l’Angiolona durante e dopo la lettura del libro di Svevo dal titolo Senilità che la profe aveva scelto come fuori testo per letture e discussioni in classe.

Alta, bella, con lunghi capelli ondulati che le coronavano la testa, ci aveva fatto quasi tutti innamorare di lei; a quell’età è abbastanza normale. Al suo arrivo e alla partenza  facevamo a gara per accompagnarla e portarle i libri o la borsa dalla ‘500  beige alla scuola e viceversa, anche perchè aveva una gamba ingessata e per camminare era obbligata a servirsi di una stampella.

Era supplente e ai primi di maggio ci disse che sarebbe stata sostituita da un insegnante maschio per l’ultimo mese di scuola; una tragedia per  tutta la classe  che aveva trovato in quelle ore di lezione uno dei motivi che ci spingevano particolarmente ad amare la scuola.

Io avevo un ulteriore problema: il mio modo di comporre, che lei diceva fosse particolare: «Sei sempre fuori tema, ma è un piacere leggere quello che scrivi» quindi mi dava due voti, uno insufficiente e uno più che buono aggiungendo a voce: « ricorda che un altro insegnante non accetterà quello che scrivi».

Il giorno dei saluti il capoclasse lesse un pensiero di ringraziamento e di commiato molto coinvolgente, ci commovemmo tutti, compresa l’insegnante che ci chiese il favore di non abbracciarla con la scusa che stava cominciando a camminare senza ingessatura e avrebbe rischiato di perdere l’equilibrio; forse temeva di non essere abbastanza forte per contenere le sensazioni di tutti noi che non volevamo lasciar andare via una persona alla quale avevamo voluto bene e ci aveva aiutati a fare un passo avanti in quel periodo delicato e sognante dell’adolescenza.

 

 

Down to you per Anna Maria

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Il blog - Cronache di Mutter Courage- presenta un’immagine colore seppia di una donna con una gonna lunga e larga che arriva fino ai piedi; sul giaccone di stoffa pesante porta all’occhiello una  pochette che ai miei occhi appare come un fiore bianco. Cammina fiera in una strada dove i carri hanno ruote di legno e sono trainati da cavalli. Sulle sue pagine Anna Maria Curci propone poesie come questa:

                                      Non sparo io ai gabbiani,

vivi li preferisco

con pan di segale li nutro

e zibibbo rossiccio.

Umano, neppur per caso il volo

dei gabbiani raggiungere potrai.

Dovessi chiamarti Emma, accontentati

allora di aver pari sembiante.

Non so niente io di poesia ma queste parole di Christian Morgenstern mi danno il conforto come se  le avessi sentite recitate da mio padre nelle sere d’inverno quando tornando dal rosario ci appoggiavamo con la schiena alle pareti refrattarie del vecchio forno per recuperare calore in attesa della cena. Chi lavora di notte, dorme nel pomeriggio; i momenti di vita in comune con i propri figli sono rari e io li sfruttavo per sapere qualcosa della sua vita. Parlava poco mio padre e solo per raccontare di persone buone, di chi gli aveva voluto bene, e quando chiedevo della guerra erano silenzi e sguardi nel vuoto. Negli anni che precedettero la seconda guerra mondiale il fornaio portava il pane appena sfornato nel paese vicino con un calesse dalle ruote di legno trainato dalla cavalla; aveva trentadue anni quando lo richiamarono nell’esercito; il fante non ebbe tempo di sparare  e forse non l’avrebbe mai fatto; lo fecero prigioniero sulle coste della Jugoslavia e lo portarono in un campo di prigionia ad Essen dove con altri compagni fu impiegato nella produzione di ordigni bellici. Rivelò quasi niente di quel periodo, forse per non comunicare gli orrori che vide, per lui il mondo era buono. Quel che portò dalla Germania furono frasi stringate che non riuscivo a collegare tra loro, una forchettina d’argento che ricevette in cambio di qualche pacchetto di sigarette da una donna tedesca che trafficava nel mercato nero oggetti recuperati tra le macerie della città dopo i   bombardamenti e alcune frasi di una canzone imparate a memoria: -Wie einst Lili Marleen. Mit dir, Lili Marleen-.

La canzone scelta da Anna è Down on you  composta da Joni  Mitchell ma proposta dai Colosseum II,  la band che il batterista Jon Hiseman sopravvissuto col bassista  Mark Clark alla storica formazione del ’68 riformò nel ’75. In questa nuova formazione la parte da leone però la fa Gary Moore il chitarrista che ha fatto storia e scuola per il suo stile inconfondibile. Con tutta onestà devo dire che non ho mai seguito i Colosseum II, in quegli anni ho ascoltato poca musica, preso com’ero dall’inserimento nel mondo del lavoro, l’amore, il matrimonio, i figli.                                                                    Non è possibile ascoltare questa canzone su Youtube ma le vie del web sono infinite, soprattutto se hai amici come Anna Maria.                                    Dopo l’introduzione del suono limpido di una chitarra rock blues si  riconosce nelle parole e nella melodia la stessa canzone incisa da Joni per l’album Court and Spark. Confrontando le due versioni, al primo ascolto lo stile sembra molto diverso, le riaccomuna  immediatamente la virata del sound verso le spirali liberatorie del jazz-rock, grande amore di entrambi gli artisti.

Love is gone

written on your spirit this sad song

love is gone

everythinh comes and goes

Pleasure moves on too early and trouble leaves too slow

Lo scontro tra la fragilità delle anime sensibili con un mondo gonfiato di apparenze lascia un segno indelebile, una cicatrice compagna di viaggio nella ricerca di un sé più profondo nel doloroso confronto con gli inevitabili alti e bassi delle relazioni affettive, la disanima di tutto quello che l’amore regala e subito toglie.

Luglio 1974. Una domenica pomeriggio in piena estate. Con la centodecima compagnia  di mortaisti avevamo fatto rientro alla base accampata sulle rive del piccolo lago in val Senales, dopo una escursione di tre giorni con pernottamento nel rifugio sul ghiacciaio del Similaun. La discesa a valle era stata snervante a causa della tensione per l’allarme slavine e da un gragnola di chicchi ghiacciati che ci investì quando ormai eravamo fuori pericolo. Accucciato alla sponda del torrente  ero intento a lavare la gavetta e le posate quando da una radiolina portatile mi arrivarono le note di una canzone che avevo ballato l’estate precedente con una ragazza che frequentavo e per la quale avevo una cotta che bruciava parecchio da quando l’avevo vista baciare un mio amico poco tempo prima della mia partenza per il servizio militare.Le parole di Patty Pravo  ripetevano -non te ne andare, non te ne andare, non mi lasciare-.

Il groppo che avevo in gola si sciolse in lacrime e la forchetta scivolò tra i massi e fu trascinata via dalla corrente. In quel momento sentiì chiamare il mio nome dal furiere sopraggiunto con la posta arretrata. Aprii la lettera con le mani ancora bagnate di acqua dolce e salata.  Nelle informazioni di mia madre c’era la notizia dell’inizio dei lavori per quella che sarebbe stata la mia futura casa e  nell’ultima riga, prima dei saluti, il numero del telefono che ci avevano appena istallato. In compagnia di un amico inseparabile raggiunsi il posto telefonico nel paesino in riva al lago, feci il numero e dopo qualche squillo mi rispose la voce di mio padre. Non me lo sarei mai aspettato!. Riconobbe subito la mia voce. Poche parole per dire che era solo in casa, poi, silenzio come al solito, per stare ad assorbire tutto quello che avevo da dirgli, e fu poco, perchè si parlano poco coloro che parlano con gli occhi. Ma mi bastò. Avevo imparato col tempo a lavorare con fantasia alle sue parole centellinate. Poche frasi da conservare come pietre preziose nel mio scrigno segreto  spensero la fiamma che mi aveva scottato qualche attimo prima. Ogni cosa viene e va. Sul bancone del gasthof due bicchierini di grappa di pere da buttare giù in un fiato. I veri amici hanno il dono di capire le cose al volo. Io pagai il secondo giro alcoolico. Per quanto fossi un alpino buferato, l’alcool non lo reggevo più di tanto e, arrivato all’accampamento mi allungai sull’erba fresca e profumata del prato di montagna. Qualche istante per penetrare tra le nuvole con lo sguardo e il  sonno profondo aprì il suo sipario: la grandinata si trasformò in una pioggia di bombe, un soldato superò la recinzione di filo spinato per aiutare una giovane donna a trascinare un carretto al riparo di quello che era rimasto di una casa. La coppia abbracciata nella notte sotto un cielo di bombe e stelle, la forchettina d’argento, un fazzoletto bianco sventolato in aria  alla stazione per salutare il soldato affacciato al finestrino della tradotta militare. Il ritornello musicale -non te ne andare, non te ne andare, non mi lasciare mai-  che ossessivamente accompagnava le scene del mio sogno;  quel non- non- non, si trasformò poco alla volta in un don- don- don, e poi din- den- deng e infine  deng -deng- deng. Mi svegliai di soprassalto: una mucca stava brucando l’erba a pochi passi da me.

Il rumore dei fiori di carta

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Propongo una composizione a quattro mani scritta un paio di anni fa con una giovane amica che ogni tanto scrive poesie. Lo spunto lo abbiamo preso da questo video.

Solo il perdono mette fine al dolore nel cuore.
Oscilla il lume
della ragione
e riporta ciò che oramai non si può raggiungere
tra insonni tormenti
le foglie del tempo come onde sulla spiaggia
quando viaggiare non serve
per scappare da sè stessi
e il ricordo ti raggiunge
infuocato di realtà.

Volersi illudere
della miglior fine,
un salto nel fuoco
macina legata alla cravatta
per non sentire…
senza ali cade verso il fondo.

Persino la luna tace.
L’uomo non può volare
sui gesti umani
tra incroci e lampioni
simili coscienze ed animi
di chi da.. e chi riceve,
con le corse di una vita in castelli di sabbia
crollati per vigliaccheria.

Nessuno è davvero crudele
di proposito.

La torre da lo scacco al re
attraversando
la realtà che ci spinge a fuggire…
non ci sono più zolfanelli
per la candela di menzogne
puntata al petto,
il tempo non finirà
una pistola serpente sibila negli orecchi,
il sorriso di una presenza negata
scandisce vita e morte
di continuo
lacrime di cera
scale di falsità.

In marciapiedi di miseria
fuga in un mondo all’indietro.

L’incubo dell’enigma umano
così forte erige torri,
fragile le abbatte.
Il rifiuto sconfigge il rimorso
sguardi da lontano
scivolano su pietre levigate
ed è solo polvere
disordine, istinto primitivo,
corde pizzicate
strappate come scarpe di bambina
sulla via del ritorno..
lo spoglio del dogma
secondo propria natura.

Illuminando la strada lastricata di assenza
un lampione ad olio sul ciottolato
gioca con le nuvole
e il bagliore della luna.

L’egoismo
fa stringere solo sabbia.
L’inferno nudo del fiammifero
brucia le tempie come uno sparo
è la strada più breve..
in fanali d’auto alla finestra.
Flash di disperazione
e rimorsi da voli spietati
al suono della tromba solitaria.

Una lanterna trema alla sua luce
bambini in angoscia
urlo nella notte.

Ed è forse nell’omega,
l’alfa
di un nuovo smarrimento
dove dal niente
l’acquarello cobalto del mare
crea nuovi orizzonti,
e la speranza edifica
sabbia bagnata
sotto troppo sole.

Silenzio.

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