Cireneo

il mio racconto per la IV edizione di Racconti Bresciani per Historica Edizioni

Cireneo

 

Nel grigio pomeriggio di fine febbraio un uomo e il suo cane camminano
fiancheggiando il fiume che scorre veloce dopo le abbondanti piogge della stagione.
Si fermano, là, dove un tronco sradicato di betulla blocca il passaggio.
Si siedono come sempre nello stesso posto, lui sul masso in pietra grigia, il cane accucciato ai suoi piedi; ascoltano il canto dell’acqua mentre ammirano sulle sponde l’esplosione della fioritura dei bucaneve, i fiori della vita e della speranza. Le bianche campanelle pendule scortate da foglie glauche a forma di nastro punteggiano il terreno umido e pesante tappezzato da foglie secche di robinia e platano.
A primavera il bruno mantello invernale sarà ricamato dalla serpeggiante pervinca lilla e più avanti dal convolvolo che avvolgerà con le sue spire ogni arbusto lottando con il luertìs, l’invasore estivo dai germogli rampicanti, gustosi in insalata.
Più a valle si intravede la diga della centrale elettrica; è là che vengono recuperati i corpi degli annegati. Nudi. Quando scompare qualcuno si corre subito alla diga per vedere se c’è un corpo nudo; risalendo lungo le rive si ritrovano gli indumenti ben piegati accanto alle scarpe.
È sempre stato così il rituale del suicidio su questo fiume.
Il vecchio trae dalla tasca un pezzo di pane secco, lo lancia in aria, il cane lo azzanna e comincia a sgranocchiarlo.
« Mangia, mangia, a me è passata la fame ».
Il silenzio avvolge la solitudine del luogo.
Scivolando nelle luci scintillanti sull’acqua i pensieri del vecchio si affacciano allo specchio dell’anima per fissare lo sguardo nel guazzabuglio della coscienza. Gli anni hanno portato con sé l’appannamento mentale e la debolezza dell’organismo passando tra le tempeste della vita che ora è quasi un fuoco spento; c’è ancora qualche brace sotto la cenere ma non c’è più la voglia di soffiare per ravvivarla; privo di vigore per pensare, creare, donare, senza il desiderio di ricominciare si sente come un’ombra che passeggia.
Le mani che hanno lavorato di vanga, piccone, scure e falce fanno da culla alla sua testa; le dita grosse e ruvide rastrellano la chioma canuta scontrandosi con la velata malinconia per le assenze che si sono fatte numerose. Il ricordo della moglie morta è quanto basta per fargli pensare che non ha più ragione di vivere senza di lei.
Guardando il cane che lo sta fissando negli occhi ripensa alle parole che la sua sposa gli disse poco prima di morire una sera di ottobre – Non ti lascio solo. Troverai qualcuno che ti starà accanto per confortarti e proteggerti –.
Qualche giorno dopo il funerale, tornando dal cimitero, il vecchio si accorse di una presenza alle proprie spalle: un meticcio con sangue di lupo nelle vene lo seguiva a distanza, passo dopo passo; squadrandolo con ammirazione timorosa due fiamme liquide comunicavano la tristezza di vivere da vagabondi, due richieste umide in quegli occhi: un abbraccio e il dono reciproco di affetto.
Puntando il muso verso lui pareva dicesse – io ti appartengo –.
Era penoso essere soli, soli come quel cane, non si voltò per attirarlo a sé ma se l’animale lo avesse seguito fino al cancello di casa lo avrebbe fatto entrare e lo avrebbe tenuto con sé.
Il cane non passò oltre, rivelando di appartenere alla schiera degli esseri generosi che affiancano i poveri cristi per aiutarli a portare un peso difficile da sostenere; da quel momento ebbe un nome: Cireneo.
In breve tempo, con rapidità sorprendente tra i due si è stabilito un legame saldo in un silenzio consolatorio più delle futili parole tra uomini.
Ogni mattina il devoto amico a quattro zampe attende accanto alla sedia la carezza, un colpo di spazzola sul pelo e ricambia l’omaggio con uno scodinzolio allegro riversando amore all’essere per cui sarebbe pronto a dare la vita contento.
« Hai le orecchie tese, le senti anche tu le voci Cireneo?.
Mi stanno chiamando verso un porto al di là di ogni lontananza; ciò che sono stato se ne vuole andare senza fretta verso un posto che non conosco, dove spero di trovare qualcuno che mi manca troppo ».
Rinunciare al privilegio della presenza è un gesto che si prepara nel profondo del cuore. L’inutilità della sofferenza scatena una crisi incontrollabile: il sottile processo per cui lo spirito punta alla morte. Uccidersi è confessare che non vale la pena vivere quando vivere non è facile. La disperazione affonda a spirale nei gorghi e nei mulinelli del fiume.
« Mi lascerò scivolare fino a che il vortice mi trascinerà contro le rocce. Lentamente uscirò dal tempo verso un futuro al di là da ogni stella.
Non mi spoglierò come gli altri. Nemmeno le scarpe. Sarà più facile andare giù. I vestiti impregnati appesantiranno il mio corpo.
Quando mi ripescheranno, penseranno ad un incidente, non al suicidio ».
Infila il guinzaglio del cane su un moncone di ramo della betulla, più tardi arriverà il pescatore, lo libererà e si occuperà di lui ».
È giunto il momento di andare, non ha paura di morire.
Un ultimo sguardo:
« Stai tranquillo Cireneo, faccio un giro in quest’acqua gelida ».
Si tuffa. La corrente lo tiene a galla, si lascia trasportare, non ha fretta di morire, ci penseranno i gorghi.
I veri amici vedono i tuoi errori e ti avvertono, non mentono su ciò che provano, perché non possono mentire e così Cireneo comincia ad abbaiare, abbaia forte, guaisce, si impunta sulle zampe, raspa la terra, strattona il guinzaglio. Colpi da rompersi l’osso del collo. Perle rosse scivolano sul collare. Ulula la sua disperazione al dio dei cani.
I cani quando amano, amano in modo costante, inalterabile fino all’ultimo respiro.
Il legno cede e si spezza.
Cireneo si butta nell’acqua gelida, zampettando si avvicina sempre più al suo compagno.
« Vai via Cireneo, ti prego torna a riva, vai in salvo, hai sempre avuto paura dell’acqua, vai salvati finché sei ancora in tempo ».
Due grandi pupille d’oro chiaro, affettuose e umane interrogano con tenerezza, è impossibile credere che lì non vi sia un’anima. L’amico fedele non ha il dono della parola ma suoi occhi dichiarano la grande offerta del suo cuore muto, parole espresse da uno sguardo patetico e smarrito:
-Io vengo con te-.
Il cane annaspa, sta andando giù.
Due grani di sale sulle pupille, le lacrime navigano negli occhi dell’uomo mentre un grido strozzato martella contro i denti:
– Cireneo, tu non devi morire…ti porto fuori –.
Infila una mano nel suo pelo, lo agguanta e con tutte le forze si batte contro i gorghi; è ancora forte il vecchio, l’attaccamento alla vita dell’amico moltiplica il suo vigore.
Sulla riva, il vecchio, il cane, gli abiti e il pelo inzuppati piangono acqua.
Lo bacia, lo stringe al petto, lo accarezza .
Lo lecca, gli zompa addosso, scodinzola, accoglie felice carezze e tirate d’orecchie.
« Dai, forza, corriamo a casa, faremo un bagno caldo e ci siederemo accanto alla stufa, io riproverò a cantare alla vita e tu mi farai il coro ululando alla luna ».
Uniti nell’inumidito imbrunire della sera, uomo e cane affrontano la notte.
Una raffica di vento agita le fronde delle acacie scuotendo pensieri fragili nascosti come nidi tra le foglie.
Le stelle brillano, qualcuno le ha baciate una ad una.

 

 

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LA PORTA

 

Il mio finale per questo incipit con obbligatoria la parola

porta”:

Si può scomparire dietro una porta senza aver lasciato detto niente?

Che fine potrebbe aver fatto il tuo amico, quello che poco prima aveva preso una tazza di tè con dei biscotti danesi al burro insieme a te? Parliamoci chiaro, uno non è che sparisce così, dal niente, soprattutto dietro ad una porta. Il giornale di oggi gli ha dedicato due pagine, tutti parlano di lui eppure…

glugluglugluglu scomparso.

IL FINALE DI FAUSTO

13 GENNAIO 2015

Qualcuno crede che il proprio giardino sia destinato a durare?.

La porta eretta a protezione è un muro per dividere chi resta e chi se n’è andato. C’è rovina ovunque nel giardino dove è cresciuto il nostro amore. Il vento e la pioggia del congedo hanno calpestato i fiori, squarciato le chiome degli alberi, incendiato i fusti e i rami, intorpidito la mia mente. Rastrello tra le ceneri le gioie di ieri, la felicità, le risate, i sogni, le aspirazioni.

Guardo la porta e vedo solo quello che ho perso.

È fìnito il tempo per condividere le nostre trame e tutto ciò che chiamavamo nostro. Dopo il suo pit-stop è partito frantumando in polvere le profezie, rinnegando la memoria, la speranza e la paura. Le luci di questo palcoscenico si oscurano, devo uscire o restare qua?. Non riesco a scorgere la strada che ha imboccato afferrando la maniglia di quella porta. Camminando sull’acqua non ha lasciato un indizio, nessuna mappa, nessuna impronta. Farei meglio a sedermi, ho bisogno di tutto quello che mi resta: il te, i biscotti al burro, il gatto.

È il momento di dare le dimissioni dal gioco, con equanimità e placidità. È il momento di riferire. Mi piacerebbe tenere private se posso le sue ultime parole, l’ultimo sguardo, la porta che si chiude dietro di lui. Cosa rimarrà del suo smack sulla mia guancia!. Guardo indietro e dico – Ha fatto tutto troppo presto –. Trascino le mie pantofole sul pavimento fino allo stereo. Il pick up cala sul vinile nero. Mi sto strisciando sul tramonto che sfuma nel mare di questa copertina patinata: un indizio rivelatore di una fine imminente mostra le crepe nel muro fatto di sogni che andavano pian piano incrinandosi e ora si dissolvono come la luce del sole sulle onde del mare.

If I could only remember my name.

Il suono della chitarra, leggero come un refolo di vento accompagna il canto di Crosby. Faccio mie le sue parole:

Mi sono illusa di aver conosciuto un uomo che sapeva come andavano le cose, una luce che mi avrebbe guidato attraverso le mie fasi oscure, qualcuno che sembrava conoscesse almeno in parte la verità. Mi stavo sbagliando, era solo un altro sconosciuto. Mi stavo sbagliando, era solo un bambino che rideva nel sole –.

Non mi resta che cambiare un pronome.

Guardo la porta.

If I could only remember your name.


Little wing

Il mio racconto  per il magazine di Natale 2016 sul blog di Morena Fanti

http://www.scriveregiocando.it/natale16.html

Lo spartito è aperto sul leggio, nessun suono nella stanza.
Nel vano adiacente l’insegnante di pianoforte si riveste indossando uno dopo l’altro gli indumenti appoggiati con cura sulla sedia accanto al letto.
L’allievo dorme con un respiro regolare dopo la corsa d’amore; i suoi panni sono
sparsi in terra disordinatamente, se li era strappati di dosso con l’irruenza del bambino che scarta i regali sotto l’albero il mattino di Natale e nella sua bellezza nuda l’aveva spogliata con la delicatezza di chi sfoglia una rosa per scoprire all’interno lo scarabeo dorato.
Non è ancora maggiorenne, potrebbe essere suo figlio. Non ha saputo resistergli. Lui ha preso una cotta, lei ha perso la testa.
È felice, ma scavando nel cuore della sua intimità trova un fondo di inquietitudine e di amarezza perché sente che la sua gioia non è definitiva, può essere spezzata facilmente, essa è fragile come la stella di vetro trasparente che brilla sul ramo dell’abete vestito a festa, bisogna custodirla con cautela e premura perché gioia, piacere, soddisfazione e godimento hanno sempre in agguato il loro contrario: infelicità, amarezza, tristezza, dolore, afflizione, basta una disattenzione, un piccolo urto, per ridurla in schegge.

Si affaccia alla finestra, sente il respiro pesante della città striato da suoni di sirene lontane, un senso di vertigine, la invade la sensazione di avere varcato un piccolo mondo di drammi, di segreti, di sofferenze nascoste eppure reali.
«I miei desideri sono pochi» pensa con dispiacere, perché sa che la mancanza dei desideri è il primo avvertimento della fine della vita.
Con malincuore interrompe il sonno del ragazzo:
«Sono le cinque, si è fatto tardi, il mio treno parte alle diciotto, devo sbrigarmi.
Beviamo un tè e poi ti accompagno alla fermata del pullman, percorriamo un po’ di strada assieme, ci salutiamo e proseguo fino alla stazione.
Ascoltando il gorgoglio del thé versato nella tazzina e il tintinnio del cucchiaino si guardano negli occhi in silenzio per intuirne il linguaggio segreto; uno sguardo autentico che li guida verso la profondità nascosta al di là di ciò che è visibile.

«Andiamo. Prendo il borsone che ho lasciato accanto alla porta».
«Lo porto io».

Le luminarie del Natale colorano le vie della città, i due camminano fianco a fianco, lei gli tiene un braccio appoggiato sulla spalla e ogni tanto lo tira verso di sé; uno spiraglio di luce si è aperto nella sua vita, non si aspetta niente di più.
Dietro le loro spalle il vento sferza ondate fredde sui gusci dei loro cappotti, una frustata gelida colpisce la folta capigliatura ricciuta mettendo in risalto la perla sull’orecchio perfetto della quarantenne.
Dall’altoparlante del negozio di dischi la musica trasmette sensazioni di incanto: un prolungato riff introduce la canzone Little wing. La chitarra di Jimi Hendrix fraseggia con la voce ricamando le tracce malinconiche delle liriche magiche:
“Cammina tra le nuvole non pensare ad altro.
Cavalca il vento.
Quando sono triste vieni da me con mille sorrisi e raggi di luna e mi regali fiabe.
Prendi ciò che vuoi da me.
Qualunque cosa.
Vola piccola ala”.
L’eco finale sfocia in un assolo che sfuma nell’infinito.
La testa dello studente è persa in mille pensieri, sa di aver aperto una porta, ma non sa cosa aspettarsi al di là della soglia. Una cosa è certa, il suo cuore batteva come un tamburo mentre stava tra le braccia di lei; sente ancora la morbidezza e il profumo di sapone alla magnolia del suo corpo.

La notte senza stelle ruba gli occhi ai due viandanti, una pallida luna si affaccia tra le nuvole con una manciata di luce sulle strade della città. La morsa invernale attanaglia il cuore; il silenzio cala come una lama gelata.
Si devono dividere per un po’ di tempo, non sanno come rompere il ghiaccio, cosa dire dopo tutto ciò che si sono rivelati in questi giorni. Due parole intrappolate nelle bocche mute:
“Mi mancherà”.
“Mi mancherà”.
Arrivati alla fermata il ragazzo scongela il silenzio:
«Prendo il pullman delle sette e ti accompagno fino alla stazione, ti porto la borsa fino là». È una scusa per stare ancora un poco con lei.
Lungo il tragitto alcuni pensieri martellano la sua mente:
Cosa farà senza lei tutto questo tempo. Cambierà qualcosa al suo ritorno. Si rivedranno ancora?. Se succedesse qualcosa, qualsiasi cosa che gli impedisse di vederla…
La commozione fa capolino, gli occhi si fanno lucidi.
Davanti ad un locale chiuso un filo leggero di lucine bianche illumina un ramo di vischio, il diciassettenne si ferma, lascia cadere la borsa, prende tra le mani il viso di lei e spingendola dolcemente sotto il rametto sussurra:
«Un bacio sotto il vischio è di buon auspicio per l’anno a venire».
Appoggia le labbra socchiuse su quelle profumate di mandarino; un bacio puro, come quello dei film che piacciono tanto a lui. Un bacio semplice e fragile che crea ed esprime una storia delicata e ricca di emozioni, una piccola realtà che contiene una costellazione immensa di valori.
Piace anche a lei il bacio rubato.
Il treno è già sui binari, il biglietto è nella borsa.
La voce flautata della donna cerca invano di rendere dolce il distacco:
«Ti porterò un regalo da Bologna, ci vediamo al mio ritorno il primo martedì dell’inizio della scuola, Buon Natale e Buon Anno».
Il distacco strappa il cuore, hanno bisogno di stare soli per pensare l’una all’altro, per fissare gli ultimi attimi del giorno che sta passando.
Il fischio del treno è una fucilata che corre sui binari annunciando la partenza.
La notte è lo sfondo di un quadretto romantico di forte intensità: lei è al finestrino, il palmo della mano appoggiata al vetro, un sorriso sulla bocca, la sciarpa sui capelli.
Lui sulla banchina non sa come trattenere l’emozione, le lacrime sciolte sul bordo degli occhi cadono in terra diventando cristalli di brina. Strappa di tasca un fazzoletto bianco e comincia a sventolarlo oscillando il braccio in alto perchè lei lo veda da lontano finchè diventerà un puntino prima di essere ingoiato dalla notte.
La malinconia batte nel petto come un martello sul ferro incandescente per forgiarlo in un raggio di sole, un filo forte per attraversare la vita.

Ovest

Un rombo lontano.
Le nuvole si raccolgono ed esplodono come asce in frantumi.
La pioggia precipita su tutto cantando una lingua che non credevo di conoscere.
In lontananza il ghiaccio fonde lentamente, le città si schiantano nell’onda possente.
L’opera antica ideata con arte e ingegno scomparirà, si scioglieranno in polvere gli splendidi palazzi, la selva dei pinnacoli, le sale dei banchetti.
Le splendide muraglie di pietra saranno sommerse, cadranno i tetti, infrante le porte, sbrecciate le finestre, i muri si sfarineranno corrosi dall’acqua salata.
Torri inabitate si stagliano all’orizzonte.
Gli spalti merlati sono luoghi desolati, le fortezze si sgretolano.
I guerrieri sono tutti morti.
Il forte abbraccio liquido sarà la morsa della tomba di una generazione decomposta di uomini.
Freddi flussi d’acqua si riversano negli squallidi cortili colmi di macerie dove un tempo l’uomo lieto di cuore stupendamente abbigliato, orgoglioso e inebriato dal vino splendeva nella sua corazza e guardava i suoi tesori.
Quando piove si dovrebbe dormire con una donna, fare giochi d’amore, parlare, scrivere, seminare.

Ho bisogno di sentire una qualsiasi voce per rimanere vivo.
Sono qui, completamente solo, sto vedendo avverarsi le cose che temevo molto tempo fa.
Aspetterò il sorgere del giorno cercando di raccogliere tutti i miei ricordi, e poi scivolerò nell’acqua.
L’alba chiama, ho indugiato nei pensieri sui bei momenti per trovare consolazione e sento che sto per piangere le mie lacrime, pioggia salata sul paese delle meraviglie che giacerà sotto il mantello acquoso in un cumulo di rovine ricoperte dalle alghe.
Qualcuno mi aiuti, sono smarrito, la mia mente non indossa più nessuna armatura.
Come è possibile che sia successa una cosa del genere in un luogo dove abbiamo vissuto.
Sono destinato a dileguarmi nella luce tremolante scomparendo nella notte oscura dei flutti.
Un’alta onda mi trascinerà nel profondo, sarò un altro smunto uomo annegato.
Sono quasi accecato da dolore che è dentro di me e mi sento morto dentro.

Alzo lo sguardo sul muro dell’edificio di fronte, lo gnomone della meridiana non traccia segno. Quanto sembra lungo il tempo e quanto tenebrosa l’ombra che si scrolla di dosso le ore facendone giorni e notti da inseguire con le nostre vite con i passi di tutte le stagioni.
Quanto è lunga la notte!.
Il tempo ci occupa, ci preoccupa e talvolta ci spaventa, il suo ritmo arrestabile ci conduce alla fine della vita creando distacchi dolorosi ed inevitabili perdite, è in vista di ciò che ne percepiamo meglio il valore, ma sappiamo che spesso ci sfugge, ci ingoia e ci affligge.
La luce grigia illumina la casa di fronte, un quadro dipinto nella faccia del cielo.
Una donna si affaccia alla finestra, i suoi capelli nascondono il volto ansioso chinato verso il basso nella gelida notte. L’ho sentita implorare protezione per giorni mentre le sue dita raspavano i muri per raccogliere calcinacci in sacchi di juta; una barriera che non servirà a niente quando le acque avranno raggiunto il livello del luogo sacro della sua abitazione.
Il suo viso di una tonalità di verde, in qualche modo cerca di urlare attraverso lo spazio della bocca, ma non esce verso, se non fiamme dagli occhi.
Apre e chiude le finestre per affacciarsi sulla paura. .
Barricata nella sua scatola chiusa, vuota da tempo come su un patibolo supplica pietà al cielo.
Vorrei aiutarla in qualche modo, ma sto esattamente come lei.
La sua voce gracchia quasi soffocata dallo stupore.
Un’eco terrificante disturba il silenzio:
«Un giorno acquoso di un mese acquoso al di sopra di questo mare acquoso.
Il mare è la morte. Qualcuno venga ad aiutarmi, non sono un pesce, non sono un uccello.
Qualcuno mi aiuti, mi sto perdendo, sono completamente sola, parte infinitesima di un vuoto fuso orario, vagamente consapevole dell’esistenza».
Una consapevolezza vagamente esistente in messaggi di disperazione, povertà e rimprovero.
Mi irrita che siano rivolti a me, perché mi sento senza colpa.
L’emozione corre a livello della carne. Anch’io sono così solo e vorrei dimenticare di esserlo.
Inutili preghiere si confondono coi pensieri di fuga da questo posto.
Sono rimasto qui, sul punto più alto di questa scogliera edile; guardando in basso tutto quello che posso vedere sono quelli con cui avrei amato restare ma che invece in silenzio si sono gettati alla cieca nel mare.
Mi sento piccolo mentre mi lascio cadere in questo estuario sull’infinito per raggiungere la donna,
vaga promessa di tregua, fatale presagio di morte.

Una chiave ruota nella toppa arrugginita.

Siamo qui soli e confusi a ricordare i tempi quando ridevamo, ma i tempi sono cambiati, tutte le nostre possibilità ci sono scivolate tra le mani coma sabbia.
Non balleremo più come eravamo soliti fare.
La pioggia continua a cadere su di noi come lacrime da una stella, rimarrà per sempre nelle nostre menti, continuerà a dirci quanto siamo fragili.
Le nuvole si sono accumulate in forma di montagne. Pioverà ancora. Pioverà. Non c’è scampo eccetto andare via.

Dove andremo?
Il nord è lontano da qualche parte, freddo, i ghiacci bloccano il cuore delle persone e le fanno diventare vecchie.
Le aride terre del sud ora sono il luogo delle acque più profonde.
Il vento arrivava dolcemente da est dove il sole dorato annunciava l’alba nel tempo d’estate soffiando verso ovest.
L’ovest è il luogo dove i giorni un tempo finiranno e dove i colori si trasformano dal grigio in oro e le luce del tramonto infiamma a sprazzi le nuvole. Là noi passeremo gli ultimi giorni delle nostre vite, raccontandoci le solite vecchie storie.
Andremo verso ovest col sorriso sui nostri volti.
Noi saremo i fuggiaschi, scapperemo fuori dalla vita che abbiamo conosciuto ed amato, niente da fare e da dire, nessun posto dove fermarci. Saremo soli, porteremo con noi tutto quello che abbiamo raccolto nelle borse della nostra esperienza.
So che la nostra fine potrebbe arrivare presto, perché anticiparla prima?.
Il tempo potrebbe alla fine provare che solo i vivi la spronano e nessuna vita è situata nelle sabbie mobili. La morte non offre alcuna speranza, dobbiamo procedere a tentoni per una risposta ignota. Guardare al perché e dove siamo non serve a niente.
Interroghiamo le stelle. Alla fine che scelta è rimasta se non vivere nella speranza di salvarci.

Ci sono due modi di vivere: camminare sulla terra ferma facendo solo ciò che è giusto e rispettabile e così misurare,soppesare e prevedere ma si può anche camminare sulle acque. Allora non si può più misurare e prevedere, ma è necessario credere incessantemente. Basta un istante di incredulità per cominciare ad affondare.
Viene il momento in cui bisogna avere il coraggio del rischio. Si deve abbandonare la terra ferma, ove i piedi sono ben piantati e ci si deve inoltrare sul mare fluido e mutevole agitato dalla tempesta. Non si può e non si deve vivere sempre di calcoli, di interesse personale, di tornaconto. Bisogna ingaggiare la sfida del rischio, della donazione assoluta, del mettere a repentaglio la propria vita per salvarne un’ altra. È la strana legge del perdere per trovare.
Meglio non raggiungere alcuna decisione, per quanto è possibile e tenersi indifferenti riguardo ai risultati. Quando il prendere una decisione diventa dovere, bisogna prenderla con la maggior cura possibile e poi portarla avanti senza alcuna paura.
Mentre la mia mente incespica mi precipito con lei nell’oscuro oceano.
Nessuno fermerà il nostro salto nelle fauci dell’ignoto. È davvero troppo tardi per fermarci perché se il cielo è seminato di morte che senso ha fermarsi a prendere fiato.
Che causa è rimasta se non morire nella ricerca di qualcosa di cui non siamo realmente certi?.
Uniamo il sangue delle nostre forze, affrontiamo il diluvio.

Free bird – in memoria di Lucia Tosi

La poesia Undicesima conversazione è di Lucia Tosi

 

È venuto l’uccellino del freddo

a picchiettare avido ai vetri

appannati (più che appannati, sporchi)

in attesa di briciole che non ho

che non mangio pane né lo mangiavo

(per la glicemia e il colesterolo);

con fatica ho spazzato la finestra

con la mano dalla nebbia grondante.

Il raschio lo ha infastidito

(basta un niente da queste parti

che ti trovi in un’altra storia):

scricciolo scricciolo scricciolo resta!

È volato sulla siepe spinosa…

La finestra della cucina è sipario del giardino d’inverno. Ecco, arriva il primo attore. Ha un lungo sopracciglio chiaro, la coda corta e appuntita sollevata bene in alto, il re degli uccelli. Agile e scattante saltella sul cotognastro strisciante e sui rametti di agrifoglio scalandolo fino alla cima per raccogliere le bacche rosse e lucenti di dicembre. Non teme le foglie spinose. I suoi antenati in Irlanda venivano sacrificati e poi appesi a quei rami; ora i Wren boys visitano le case e mostrando la sua immagine sul rametto verde lucente richiedono un’ offerta. Apro la finestra e sbatto la tovaglia al di fuori sull’erba gelata, questo è il mio compito quotidiano a fine pasto. Mi guarda incuriosito e scappa via.

è tornato che era un pettirosso:

avevo una noce l’ho spezzata

nel nome del padre, un pezzo a me uno

a lui. Ha mangiato il microcervello

guardandomi attento che neanche tuo padre

le sere d’inverno col freddo

gli occhi grandi per vedermi meglio.

Tic tic tic! Una serie di corte frasi gorgheggiate. Arriva il cantore spavaldo paffuto e senza collo, non indossa il frac ma è in bella mostra il suo panciotto arancio.Ha fame, anche per lui bacche rosse e qualche seme di calicanto; questo lo penso io, dato che ama accovacciarsi tra i suoi rami e da lì osserva l’ambiente vicino per saltellare poi di qua e di là. L’agrifoglio gli ricorda la corona di spine dell’uomo morto in croce. Si mormora in platea che questo uccello si sarebbe insanguinato il petto tentando di rimuovere la corona del crocifisso.La scena mi commuove, gli offro metà della mia noce di fine pasto riaprendo la finestra. Anche lui scappa via, ma solo per un po’, so già che tornerà alternandosi al compagno di scena.

Freebird , freebird cantavano i Lynyrd Skynyrd prima che l’aereo precipitasse:

Se me ne andassi domani mi ricorderesti ancora? Infatti io devo proprio essere in viaggio, ora, perché ci sono troppo posti che devo vedere. Ma, se stessi qui con te, le cose non potrebbero semplicemente essere le stesse. Perché io sono libero come un uccello ora, E questo uccello tu non lo puoi cambiare. Dio lo sa, io non posso cambiare.”

Due uccellini nella mia casa, uno è rimasto, l’altro se n’è andato che aveva poco più di vent’anni. Torna a volte e si ferma a mangiare, oggi era qui, ha scostato le tendine appoggiando il naso sul vetro:

-Eccolo lì, non ha toccato la noce, è il pettirosso o lo scricciolo?. Tornano sempre.

Si sta bene qua.-

Qui non si sta male, rispetto alla scogliera:

il vento sibila di fuori, c’è un camino

con una minestra sospesa sempre pronta.

Ma non ho fame, giusto la noce.

Moby Dick

Qualche volta di notte,
quando la luna è alta nel cielo
un potente tuono viene udito tra le colline ma non spaventatevi,
è solo Bonzo,
che fa un soundcheck in paradiso.                                                                                                  (John Paul Jones)

«I bambini nascono sotto i cavoli?».
«Perchè me lo chiedi?».
«I miei amici dicono che non è vero. Che i bambini li fanno gli uomini e le donne nel letto. Io non ho capito, mi vuoi spiegare?».
Il dodicenne Paolo da poco aveva visto la comparsa dei peli sul proprio pube ed aveva capito come funzionava il gioco per mettere al mondo i bambini. Come spiegare al fratellino ciò che per lui era stato un mistero fino allora. Cosa avrebbe capito Ismaele?. La curiosità del piccolo non l’avrebbe lasciato in pace, inventò una risposta al volo per poter soddisfare la sua domanda.
«Sì, li fanno gli uomini e le donne ma non necessariamente nel letto».
Risposta sventata. Si era cacciato in un bel pasticcio sparando quella frase. Non doveva lasciargli il tempo di replicare altrimenti lo avrebbe tormentato di domande fino a fargli rivelare tutto il mistero, ed era troppo presto per un bambino di sei anni.
«I bambini nascono nei luoghi dove vivono e lavorano i genitori: quelli degli spaccapietre, nelle cave, quelli dei contadini sotto i cavoli. Tu sei figlio di un fabbro e sei stato trovato sull’incudine e se vuoi proprio saperlo, la mattina del tuo arrivo sono stato io a sentire per primo i tuoi vagiti. Urlavi come un ossesso. Sono corso giù in fucina e non sapendo come farti smettere ti ho messo un dito in bocca e subito hai cominicato a succhiarlo. Sei nato con la fame e allora ti ho portato dalla mamma e dal papà e sei diventato uno di noi. Capito?. Ora dormi. Sono già le undici e domattina mentre tu ancora starai qui al calduccio sotto le coperte, io sarò giù a battere il ferro rovente col papà e se sull’incudine ci fosse un altro bambino potrei dargli una martellata in testa per farlo stare zitto».
Il piccolo rise, la rivelazione lo aveva appagato, allungò la mano per prendere quella del fratello, la accarezzò pensando al dito succhiato sei anni prima, la baciò, intrecciò le proprie dita con le sue, appoggiò sul fianco del fratello la stretta intesa e si addormentò in pochi istanti, allacciato come ogni notte alla sua schiena .
Anche Paolo era soddisfatto, l’aveva spuntata abbastanza bene senza svelare il segreto con verità troppo crude o bugie troppo grosse. Sì, non era vero che i bambini nascono come aveva raccontato al fratellino, ma una mezza verità l’aveva detta: Ismaele lo aveva trovato proprio lui, sei anni prima, giù in fucina. Il piccolo era avvolto in una coperta, dentro un canestro di vimini, con la sola eredità di un libro dal titolo Moby Dick.
Su una delle prime pagine bianche c’era una scritta in matita: “Chiamatemi Ismaele”.
E Ismaele non avrebbe fatto la fine del vagabondo figlio del biblico Abramo e della schiava Agar, non lo avrebbero lasciato vagare nel deserto come un bastardo, fra altri reietti. Fu da subito considerato un dono per la famiglia e avrebbe trovato un posto e l’opportunità di trovare l’amore che non gli aveva dato chi lo aveva portato lì.
Fu adottato, esaudendo il desiderio richiesto con insistenza da Paolo alla mamma che oramai non vedeva il sangue da qualche anno.

Ismaele crebbe sereno e felice. Meno dotato fisicamente del fratello maggiore ma più intelligente e perspicace, era il beniamino non solo della famiglia ma di tutte le persone che frequentavano la mascalcia, soprattutto dei contadini che portavano i cavalli per la ferratura degli zoccoli. Il ragazzino dimostrò dai primi anni di scuola le sue capacità intellettive e i genitori su consiglio del maestro dopo la quinta elementare decisero di fargli proseguire gli studi nonostante il piccolo volesse a tutti i costi fermarsi a lavorare nell’attività di famiglia. Ogni pomeriggio appena terminati i compiti scendeva nella piccola officina e si dava da fare con impegno, imparando così a poco a poco tutte le operazioni del fabroferraio. All’età di quindici anni aveva imparato a perfezione la “tripletta”: una ritmica percussione con mazze e martelli sulla barra di ferro incandescente appoggiata sull’incudine. Tam, tam, tam, un colpo dopo l’altro fino a che il ferro ridiventato scuro per la perdita di calore veniva gettato in terra o nel secchio a raffreddare, oppure rimesso nel fuoco per ulteriori passaggi di lavorazione. Quell’andatura precisa, rapida, incalzante, era l’operazione preferita di Ismaele; in quei momenti si sentiva una cosa sola col fratello e il padre Santo.

La passione per il ritmo lo condusse per mano ad un’altra passione: quella per la musica. Erano gli anni sessanta; le sere d’estate il Juke box del bar nella piazzetta adiacente diffondeva i nuovi suoni del rock; per Ismaele fu subito amore. Un sera, Paolo, mentre si stava infilando sotto le coperte, si rese conto dai singhiozzi, che il fratello non stava dormendo. «Cos’hai, perché piangi? É successo qualcosa?».
La luce fioca dell’abatjour illuminò il volto tumefatto di Ismaele. «Niente niente».
«Come niente. Dimmi subito chi ti ha conciato così e domani gli spacco il muso». «Lascia perdere, sono stato io per primo ad alzare le mani». Il fratello maggiore insisteva; non avrebbe mollato finchè avrebbe ottenuto ciò che voleva sapere. Il fratello minore fu costretto a cedere, chiese di spegnere la luce e cominciò a confidare l’accaduto.
Al bar durante una discussione animata, un coetaneo lo aveva insultato chiamandolo -bastardo, figlio di puttana-. Erano venuti alle mani, se le erano date di santa ragione. Il suo avversario conciato peggio di lui prima di andaresene gli aveva urlato in faccia -Lo sanno tutti in paese che non sei figlio di Santo. Chiedilo a tuo fratello-.

Paolo deglutiva in silenzio; aveva mantenuto il segreto per tutti quegli anni obbedendo alla promessa fatta ai genitori – quando arriverà il momento glielo diremo – sperando sempre che non sarebbe stato necessario, e intanto anno dopo anno, il bambino era cresciuto nella loro famiglia, amato fin dal primo momento.

Chi sono i genitori? Coloro che accoppiandosi danno inizio alla vita? Una madre che ti porta in seno e ti partorisce? O forse i genitori sono coloro che meritano di esserlo?.

Paolo confermò quanto gli aveva raccontato anni prima, e aggiunse:
« Ora sai come nascono i bambini; non ti ho mentito quando ti raccontai dove e come ti ho trovato. Non so niente di più. Domattina ne parliamo con mamma e papà. Dormi adesso. È vero, non sei figlio naturale dei nostri genitori, ma sei stato accolto come il figlio atteso da sempre».
Ismaele si sentì soffocare. I suoi veri genitori non lo avevano voluto. Lo avevano escluso dalla propria vita come un aborto clandestino. Non dormì quella notte, e sotto le stesse coperte un giovane, considerato fratello fino allora, condivise in silenzio la veglia fino all’alba.

All’ora di colazione Santo e la moglie trovarono i due figli in cucina ad attenderli.
Il padre confermò le parole di Paolo e mostrò il libro trovato nel canestro.
La scritta -Chiamatemi Ismaele- era firmata: Mary.
Sulla seconda pagina di copertina, un’altra indicazione: London 1945. With love Peter.
Se quelli erano i nomi dei suoi genitori naturali, Londra sarebbe dovuta essere la loro casa. Per far capire al figlio che non avrebbe dovuto giudicare il comportamento innaturale della madre, gli confidò la verità, avvolta fino a quel giorno in una pellicola di silenzio, rivelandola con parole centellinate, pesate e pensate in tutti quegli anni:
«Lo stesso giorno del tuo arrivo, sulla strada a pochi chilometri dalla fucina, fu ritrovata una sconosciuta in fin di vita, dissanguata da emoraggia da parto. Accanto a lei il cadavere di un uomo trucidato da colpi di arma bianca.
Erano gli ultimi tempi prima della Liberazione del ’45.
Il giorno seguente un gruppo di antifascisti armati prelevò i cadaveri. Si seppe che i due erano informatori inglesi stanziati nella zona per tenere il contatto tra gli alleati e le truppe partigiane. Niente di più. Nessuno chiese notizie del bambino. Per noi eri un dono piovuto dal cielo. In quei tempi fu facile registrarti all’anagrafe come nostro figlio.
Non sei stato abbandonato. I tuoi veri genitori hanno sacrificato le proprie vite per la tua».

Reciso da un albero lacerato dal fulmine della guerra era stato innestato come una gemma nel portainnesto in una famiglia sana che lo aveva fatto germogliare con cura e amore.
La storia lasciava spazi bianchi necessari di approfondimento, un rigo musicale vuoto da riempire con l’eco del cuore.

Quando pensi di aver perso la rotta e non sai cosa decidere o fare, l’amore di una madre emerge dalle profondità del mare e diventa la stella polare che brilla nel buio della non conoscenza.
Due sono le cose durevoli che i genitori sperano di lasciare ai figli: le radici e le ali.

Ismaele si aggrappò al primo e unico gradino del suo mistero: Moby Dick.
Lesse il libro nel giro di pochi giorni e maturò l’idea di andare nella città inglese per respirare la stessa aria di chi l’aveva messo al mondo.
I suoi familiari non fecero obiezioni.

A Londra trovò lavoro come cameriere in un pub, un posto per imparare la lingua guadagnando da vivere, e soprattutto ascoltare la musica delle bands rock che si alternavano sul palco del locale.
Durante una deludente esibizione, un ragazzo di qualche anno più grande di lui, dopo aver bevuto una buona misura di birra e alcool, insoddisfatto e seccato per la qualità delle esecuzioni sonore, scaraventò una sedia contro il palco e dopo una collutazione coi musicisti si sbarazzò di loro e si insediò alla batteria. In quel momento cominciò il vero spettacolo della serata.

Il suono lo dirige chi batte il tempo, era una idea fissa di Ismaele e quell’orso ne stava dando la dimostrazione convincendolo con ogni sorta di pandemonio, senza perdere di vista il vero obiettivo di ogni musicista: suonare con passione.
Le pulsazioni del giovane fabbro aumentarono ad un ritmo frenetico in perfetta sintonia con la musica prodotta. Una carica potente di energia penetrando nel petto lo riempiva al punto che se fosse stato un cannone avrebbe sparato il cuore in cielo.

Alla fine della performance il giovane cameriere entusiasta offrì da bere al batterista coi

baffi.Si fermarono fino a tarda notte a chiacchierare. Condividevano le stesse idee sulla musica e sulla vita.Trovando un’anima simile alla sua, Ismaele gli aprì il proprio cuore raccontandogli la sua storia e il desiderio di scoprire in quella città qualcosa delle proprie origini. Per commentare la sua impressione sull’esibizione del batterista trasse dal bancone il libro di Melville, lo sfogliò e si fermò su una pagina, la rilesse sottovoce e disse:

« Mentre ti guardavo sul palco mi si è presentata davanti agli occhi la scena descritta da queste parole “Sembrava un uomo staccato dal palo del rogo, quando il fuoco ha devastato le membra percorrendole tutte senza consumarle e senza portar via una sola particola della vecchia e compatta robustezza”».

Il batterista sorrise compiaciuto, gli diede una manata sulla spalla dicendo:
«Che libro è questo?»
«Moby Dick».
«Me lo presti?. Non temere, ho compreso cosa vale per te. Lo riporterò. La tua storia mi ha commosso. Vorrei trovare tra queste pagine un’ispirazione per la mia musica e una risposta per te che ora non sono in grado di dare. Io sono John, qualcuno mi chiama Bonzo». Ismaele conosceva a memoria le canzoni del primo album dei Led Zeppelin ma non sapeva che quell’uomo era John Bonham, la bestia, il batterista del gruppo.

Si salutarono cordialmente con la promessa di rincontrarsi.

Passarono i mesi, il barista era quasi rassegnato alla perdita del suo prezioso tesoro, quando si presentò nel pub un tizio per consegnargli una busta quadrata in cellophane. All’interno il secondo LP del dirigibile marrone: Led Zeppelin II e un biglietto per il concerto della presentazione del nuovo album della band inglese. Nessuna altra indicazione. Qualcuno in quella città grigia gli voleva bene, attese con trepidazione il giorno del concerto.

Grande fu la sorpresa quando presentando la sua prenotazione fu accompagnato in un posto in prima fila dove sulla poltroncina trovò il suo libro e un foglio con la scritta -Call me Ishmael-
Man mano che le canzoni susseguivano una dopo l’altra, la sua attenzione si spostò sul batterista John Bonham. Conosceva quel tipo, era lo stesso che aveva suonato nel suo locale.

Con difficili e frequenti variazioni ritmiche, Bonzo picchiando duro su cassa, piatti e rullante accompagnava ogni pezzo con semplicità creativa e inimitabile devastando il panorama sonoro. Il suo tuono ritmico rendeva sempre più compatto il suono perfetto degli altri tre componenti della band, proprio come colpo dopo colpo il martellamento nella fucina di Santo trasformava il ferro incandescente nel pezzo richiesto.

Quando il cantante Robert Plant presentò il brano Moby Dick, un’ ovazione dei presenti si elevò al punto che avrebbe potuto far crollare il tetto del teatro.
John, prima di iniziare, impugnando la bacchetta nella mano destra la puntò dritta verso Ismaele. Un sorriso d’intesa. Dopo un’introduzione di chitarra e basso, il lungo assolo della batteria dominò la scena per un quarto d’ora. Ismaele estasiato riconobbe il brano sentito in anteprima nel suo locale ma dilatato a dismisura nel tempo. Il titolo della canzone era lo stesso del libro che stringeva tra le mani: un caso? O un omaggio ad un ragazzo che aveva condiviso una birra e una pagina patinata?. L’emozione prese il largo e il cuore cominciò a battere al ritmo dei tamburi mentre una voce gridava nella tempesta: « Call me Ishmael, Call me Ishmael»

Rilesse la frase e poi girò il foglio, sul retro c’era un messaggio firmato John Bonham:
Caro amico, ho letto con piacere il libro. Io non so esprimermi a parole, parlo con le mani, mi riesce meglio. Cercavo una risposta per la tua storia e l’ho trovata nella stessa pagina che avevi letto a me la sera del nostro incontro:

“ una cicatrice sottile come una bacchetta, lividamente bianca, un segno particolare che talvolta s’apre nel tronco dritto e superbo di un grande albero quando è lacerato da un fulmine scagliato dall’alto che, senza schiantare un solo ramoscello, scortica appena la corteccia e vi traccia un solco, da cima a fondo, prima di sparire nel suolo, lasciando la pianta ancora verde e viva, ma segnata.

So che comprenderai queste parole. Il libro non ti darà altre indicazioni. Qui non c’è più niente da cercare. Torna a casa, la tua famiglia è là.

Il ragazzo chiuse gli occhi. In una zona oscura del cielo, la corazza marrone del grande dirigibile volante si frantumò come un guscio d’uovo per far spazio alla balena bianca che fluttuando tra le nuvole-onde s’inabissò nella luce bianca della luna.

Silvio e i tre angeli nella cascina del Sassorigato

questo è il mio racconto per il magazine di Natale 2015  di Morena Fanti

 

Le lancette fosforescenti del quadrante sul comodino segnano le sei di un altro mattino di Natale. Silvio si è svegliato presto, sguscia dalle coperte, si veste al buio per non disturbare la moglie, scende le scale con passo di gatto, infila cappotto, scarponcelli, cuffia e guanti per affrontare il freddo dell’esterno, sulla porta di casa guarda il cielo, la luce dell’alba si farà attendere più di un’ora.

La cascina del Sassorigato dista poco più di un centinaio di metri da casa; marcando con le sue orme la cavedagna imbiancata raggiunge la meta consueta dei suoi giorni di festa. Lui è il nipote prediletto, erede degli zii Lauri, Gasper e Nocente che in meno di un anno gli hanno lasciato la loro dimora per sempre.

La temperatura sottozero durante la notte ha trasformato le goccioline della nebbia negli aghi e scaglie di ghiaccio della galaverna cristallina che ha rivestito la siepe di biancospino e la recinzione metallica della proprietà. Nell’aprire e chiudere il cancello la battuta ferro su ferro fa cadere in terra una bianca polvere gelata. Per la prima volta dopo cinquant’anni non ci sono luci nella casa. Non c’è vita in quel luogo.

Già da qualche anno le voci erano andate scemando. Per i tre ottantenni il governo della stalla era diventato un lavoro troppo pesante e così gli attrezzi agricoli e la legna da ardere avevano preso il posto delle mucche. Il pollaio era rimasto vuoto da quando il grido –Pine, Pine, Piiine– di Lauri per chiamare le galline alla razione giornaliera di grano e pastura si era trasformato in un -Oooh– di disperazione con tanto di occhi sbarrati e mani infilate nei capelli ricci della permamnente antracite alla vista delle quindici teste mozzate dai barbari ladri che avevano fatto bottino nel serraglio durante la notte. Barone il coker spaniel dopo i tre funerali si era lasciato morire davanti al cancello nell’ attesa del non ritorno dei padroni. I gatti se ne erano andati da soli, viziati dal cibo fornito dagli abitanti della casa erano diventati troppo pigri per cacciare i topi rifugiati nel fienile e nel granaio.

Silvio attraversa l’aia lastricata di pietre grigia di Sarnico, passa sotto il portico, raggiunge la porta della casa, apre con la chiave in suo possesso ed entra in cucina.

Il silenzio nella stanza vuota dalle presenze familiari lo fa rabbrividire più della temperature esterna.

Fin da piccolo il suo arrivo era accolto dalle esternazioni vocali di gioia della zia che facevano accorrere i fratelli occupati nei lavori della stalla, dell’orto o della vigna; una gara a tre per abbracciare e baciare il nipote prediletto. Man mano che il bambino era cresciuto in età i baci erano stati sostituiti da pacche sulle spalle, una sedia tirata avanti per una bicchierata di vino bianco o spuma e la solita frase -Favorisci- quando il tavolo era apparecchiato di cibo genuino.

Dalla tenera età ha imparato da tutti e tre l’arte e mestiere del contadino, dalla raccolta delle uova nel pollaio alla guida del trattore, dalla semina nell’orto alla produzione del vino.

Per riportare la calda atmosfera dei giorni andati Silvio va e torna dalla stalla con una fascina e un canestro di legna per il fuoco nel camino. In pochi minuti le fiamme crepitanti dei tralci di vite illuminano l’ambiente e quando anche i tondelli di platano han preso fuoco il calore si diffonde. Sulla cappa trapezoidale manca il grappolo di vischio che nel periodo natalizio pendeva sopra i santini e i ritratti delle anime in cornice che ora impolverati occupano il piano della mensola.

Come una civetta a stomaco vuoto in un vecchio rudere dopo la grandine e il temporale che hanno limitato la sua caccia, il collo ritirato tra le ali e gli occhi dolci come lampade a petrolio, Silvio rincantucciato nella nicchia sinistra del camino scruta oltre la finestra in attesa di un segno, una stella cadente per esprimere un desiderio che si realizzi in un’esplosione di voci e di suoni.

La sua mente è lontana, vaga nei luoghi della fanciullezza racchiusi nella memoria da un sentimento di profonda nostalgia e desiderio. Appoggia la testa al muro caldo e si addormenta quel tanto che basta per far rivivere la vita come si svolgeva nei giorni del buontempo.

Nello spazio di pochi minuti l’impressione di una mano lieve accarezza il suo capo, ed ecco apparire lì davanti al fuoco, seduti uno a fianco all’altro i tre fratelli: Inocente, Laura e Gaspare.

Gli esseri umani continuano a vivere dopo la morte grazie all’immaginazione e ai sogni di chi li ha amati, e lui li ha amati. I tre angeli sono scesi dal paradiso per stare con lui abbastanza tempo per dargli la gioia del ritrovamento delle cose che credeva perdute per sempre. Immagini e voci impressi nella memoria fanno rivivere le storie che amava da bambino, e, prima di tornare da dove sono venuti gli sussurrano un messaggio: « Fai volare gli angeli ».

Come se la mano di cui sentiva in principio del sogno la pressione sul suo capo gli avesse dato una forte spinta contro il muro del focolare, si desta in uno sbalzo, grattandosi la testa indolenzita lascia la sua postazione, raggiunge la credenza, apre l’antina in noce, recupera tra le tazzine del caffè e la zuccheriera ciò che gli è stato suggerito nel sogno: una piccola giostra in lamierini di ottone dorato. Posa sul tavolo il piccolo marchingegno e con un fiammifero accende le quattro candeline inserite nelle ghiere della base metallica. Il calore delle fiammelle fluisce verso l’alto soffiando l’energia suffficiente a mettere in rotazione le palette inclinate della girandola montata sull’albero centrale e trascinare nel girotondo gli angioletti saldati ai quattro angoli della raggera a croce.

Le astine penzolanti collegate con un anellino alle trombe che ogni angioletto porta alla bocca, battono a turno su due calotte semisferiche. Il tintinnio argentino delle campanelle e il gioco d’ombre sulle pareti della stanza creano un’atmosfera magica.

Volate miei dolci angeli, solcate il cielo e vegliate sempre su di me –.

Il primo raggio di sole del mattino di Natale risalendo dal fondo della notte trafigge la finestra e si posa sulla statuina del Bambino di Betlemme in fissa dimora sul centrino tessuto ad uncinetto posto sul piano della credenza. La minuscola lucciola brilla sui solchi della vita, due mani a conchiglia cullano il Re dei Re.