Can’t take my eyes off you

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Dopo cinquant’anni mi ritrovo qui a Ho Chi Minh per un viaggio, un ritorno nei luoghi dove ho combattuto, ho ucciso, e ho visto morire i miei compagni. Per me il nome di questa città rimarrà sempre Saigon. Niente è come allora, non è una sorpresa, dopo la distruzione, la ricostruzione.

È un’emozione. Difficile descrivere il respiro pesante di questa città convulsa e trafficata, striato da suoni di sirene lontane e da rumori forti. Un senso di vertigine mi scarica addosso la sensazione di rivivere lo stesso mondo di drammi, di miserie, di paure, di sofferenze che credevo aver dimenticato e invece si ripresentano come se fosse passato un solo giorno da allora.

Non posso dimenticare quello che è successo qui. Parlare di guerra e di morte è una cosa, altro è viverla. Stai insieme ad una persona e pochi secondi dopo ti ritrovi la sua testa addosso, vedi fiotti di sangue schizzare fuori dal suo corpo, da un braccio da una gamba. Non so quante persone ho ammazzato, non lo so. Ma quando sei lì hai un solo pensiero: Come posso uscirne vivo?. Il resto non conta.

Dal finestrino del taxi osservo i viali della città sfilare davanti ai miei occhi, non ne son rimasti moltissimi di quei viali alberati che compaiono anche nei film, ma quelli che vedo sono uno degli incanti di questo posto.

L’autoradio diffonde una canzone, la riconosco dopo le prime note, Gloria Gaynor canta Can’t take my eyes off you, remake di un successo lanciato nel 1967 da Frankie Valli e la sua band Four Season. Il ritornello dice Non riesco a toglierti gli occhi di dosso, sei troppo bella per essere vera. Ogni volta che ascolto questo pezzo mi prende un nodo alla gola: la ascoltavamo nella tenda dello spaccio dell’accampamento in quel tempo di permanenza nel Vietnam.

La luce del sole d’oriente abbaglia i miei occhi, li richiudo e per due o tre secondi intravedo un bagliore incandescente e insostenibile, più candido della neve.

Li riapro, sul marciapiedi, davanti alla vetrina di un negozio appare una bambina dai capelli neri, aggrappata ai calzoni bianchi di sua madre. È un’immagine radiosa, pura, la più efficace rappresentazione visiva che potessi avere del suo essere. Sul disegno stampato della sua maglietta bianca riesco a vedere quello che potrebbe essere un piccolo arcobaleno senza colori. Ha gli occhi a mandorla, qualcuno direbbe a goccia, a me appaiono come due pesciolini che vorrebbero incontrarsi su quel viso più limpido del vetro della boccia nella quale stanno nuotando. Sta guardando timidamente nella mia direzione, ho la netta sensazione che mi stia fissando, occhi negli occhi.

Lo sguardo è un vero e proprio itinerario verso la profondità nascosta dell’altro.

La nostra è la civiltà dell’immagine immediata, del vedere superficiale, del flusso televisivo. Il nostro occhio è affollato e spesso sporcato, e, così, non sa più andare oltre la superficie delle cose, la pelle delle persone, la mera percezione della realtà. Lo sguardo è non solo un vedere gli occhi dell’altro, ma intuirne il linguaggio segreto. Se fossimo più capaci di affrontare il dialogo degli sguardi, saremmo meno timorosi delle persone diverse da noi per colore della pelle, per cultura e per usi e costumi. Guardandoci di più negli occhi, eviteremmo incomprensioni, contrasti e forse anche odio e cattiveria. Guardando negli occhi si scopre l’umanità che tutti ci accomuna. L’odio e la paura dell’altro nascono proprio da questa incapacità di guardarci in faccia: scopriremmo di essere del tutto simili, segnati dalla stessa impronta umana, fratelli nel dolore e nella gioia.

Scavalco il muro del suo timore per esplorare il suo sguardo.

Una fotografia stampata nella piccola cornice del mio cuore riaffiora come una sorgente dalla roccia dei ricordi.

Ho visto morire la sua gente, ne ho perso il conto, ma solo lei è tornata, sopravvivendo in terre d’ombra e rampe di sangue per ridare pace alla mia vita in risposte che non ho saputo trovare.

La memoria insegue a intermittenza un fantasma folle: ero uno dei tanti marines mandati qui per combattere il nemico, addestrati per uccidere il nemico. La tecnologia dell’odio che ci aveva arruolati non poteva essere invertita, né invertito il suo tragico corso, dall’alba al tramonto. Il nostro obiettivo: setacciare paesi e villaggi in cerca dei Vietcong che si erano mischiati ai civili per sabotare, sconfiggere il sogno americano. La terra bruciata esplodeva sotto il peso delle bombe sganciate dalla nostra aviazione. Le granate scoppiavano a pochi passi da noi, uccidendo e martoriando. Nessuno veniva risparmiato.

Le madri piangevano nelle risaie deserte mentre seppellivano quei piccoli corpi con gli occhi chiusi. Quei piccoli angeli fasciati di stracci che si sarebbero dissolti in breve tempo non hanno conosciuto i giorni di un’infanzia serena, ben nutrita, la meraviglia di un bacio, la follia di una corsa in moto, la gioia per un ritorno, la tristezza di un addio, la speranza per un nuova alba, la passione di un amore.

In un villaggio bruciato, sentii qualcuno che stava gridando nella torbida luce verde, attraverso i vetri appannati della maschera antigas un uomo dimenandosi tra le fiamme mi veniva incontro barcollando, giunto davanti a me si inginocchiò con le dita delle mani incrociate nel gesto di una supplice preghiera e prima di crollare a terra puntò l’indice verso un punto davanti a sé. Seguii d’istinto la direzione del dito. Mentre Incespicavo nel mare di corpi, macerie e distruzione, una voce dentro me urlava: Perché Dio permette tutto questo. Dov’è Dio?. Dove sei Dio?.

Vidi la bambina, accanto ai resti fumanti di una misera capanna, aggrappata a quella che non sarebbe stata più sua madre. La voce dentro me si placò.

Dio era lì.

Mi inginocchiai davanti a lei. Non riuscivo a strapparla dallo scudo di quel corpo martoriato. Non sapevo come fare. Tolsi l’elmetto e la maschera per apparire meno mostro di quello che ero e attesi finché la stanchezza mi indusse a sedermi sui polpacci. Prima che la mia vista diventasse debole la vidi crollare a terra. La presi tra le braccia per portarla lontano da quel luogo di disperazione, lei era sveglia ma talmente stanca e sfinita che non ebbe la forza di reagire, abbandonò il suo capo sulla mia spalla. La mia mano accarezzava i lunghi capelli neri incrostati di fango e di sangue. Raggiunsi una radura affiancata da un canneto. Il vento soffiava tra i bambù, mi fermai, la deposi a terra sul giaciglio di una coperta che tenevo arrotolata tra le cinghie dello zaino, riuscii a farle bere un sorso d’acqua dalla mia borraccia. La notte scese sopra noi come una coltre trapunta di stelle. Lei puntò il dito verso altre stelline che si muovevano in moto ondulatorio e intermittente sull’erba. Lucciole. Ne catturai una e la deposi nel palmo aperto della sua mano affinché brillasse sul solco della vita, fu come tentare di far confluire in un piccolo stampo la colata incandescente che bruciava nel mio petto. Lei chiuse gli occhi stringendo il piccolo tesoro nel pugno. La stanchezza prese il sopravvento, si addormentò, mi addormentai. La vidi nel sogno in una nuvola di luce, fluttuava a cavallo del vento, circondata da cascate e ruscelli che sussurravano il suo nome.

Al mattino lei se n’era andata lasciando il suo piccolo corpo accanto a me. Addormentata per la guerra, per l’odio e la paura.

L’avevo persa prima ancora che potessi darle un nome.

Ora è qui.

La guardo negli occhi, con gli occhi di un cuore che non ha ritrovato riposo, che non si è ancora aggiustato.

Come posso dirle che non sono riuscito a proteggerla.

Ci sono tante cose che vorrei dirle ma sto sperando solo di prenderla in braccio, stringerla mentre le scompiglio la chioma nera appoggiata sulla mia spalla. Vorrei prenderla per mano e condurla lungo i sentieri della vita, vorrei dirle sarò sempre al tuo fianco, ti assisterò, ti darò aiuto nel momento delle difficoltà, quando vacillerai ti appoggerai a me stanca e proseguirai con il mio aiuto, ti rialzerò quando cadrai.

Sento le parole del suo silenzio eloquente:

Sono una bambina.

Tu non riesci a concepire l’assenza del mio sorriso.

Tu sei un uomo.

Mi sollevi e poi mi rimetti giù.

Tu fai le regole.

Dici cosa è giusto e cosa è sbagliato.

Ho visto la linea tracciata tra il bene e il male.

Ho visto l’uomo cieco sparare proiettili di piombo.

Sterminare le persone che amavo.

Chi era il nemico?…

Eri tu il nemico.

Mi piacerebbe sapere cosa hai imparato dalla guerra.

Io solo questo:

Il cielo è blu

Il prato è verde

Qual’è il colore quando tutto è bruciato?

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I giardini di marzo

La canzone sospesa di mia moglie risale al 1972, è una delle più emozionanti del panorama musicale italiano, composta da Mogol e cantata da Lucio Battisti. La melodia struggente e malinconica del brano si sposa perfettamente col testo, immerso nella nostalgia del passato.

Che anno è, che giorno è

Era il 1958, martedì 11 marzo, quando Maria con sua madre Ernesta percorse a piedi la strada dal Villaggio Marzoli all’Ospedale di Palazzolo. Le acque si erano rotte, le doglie furono veloci e nacque il terzo figlio, una femmina. Il cielo bianco quel giorno si aprì per deporre un mantello bianco sul mondo di Marina; all’anagrafe al nome scelto dalla madre il padre Vincenzo aggiunse Bianca, come la neve.

I giardini di marzo si vestono di nuovi colori                                                                                       e le giovani donne in quel mese vivono nuovi amori

Era il 1977, 11 marzo. Marina festeggiava al bar il suo diciannovesimo compleanno. Vito un amico figlio del datore di lavoro di Marina mi portò a quella festa e così ci incontrammo per la prima volta. Mi colpirono i suoi occhi.

Cieli immensi

Il giorno seguente eravamo seduti su un muretto del lungolago d’Iseo presso Predore; un amico ci fece mettere in posa per scattare una foto. Quando lei appoggiò la sua mano sulla mia spalla; partì la freccia di Cupido.

e immenso amore e poi ancora amore amor per te

un’ora dopo sulla strada di casa le dissi che l’avrei sposata. Ci sposammo nell’ottobre dell’anno seguente.

Che anno è, che giorno è

Era il 1980, marzo, non ricordo il giorno; lavoravo alla fonderia artistica del mio paese, lei a mezzogiorno mi aspettò sulla porta col sorriso sulle labbra : – Aspetto un bambino -. Il 31 ottobre nacque il nostro primo figlio: Alessandro.

Che anno è, che giorno è

Era il 1984, marzo, non ricordo i giorno; lavoravo alla forneria della mia famiglia con mio fratello Paolo; lei a mezzogiorno mi aspettò sulla porta col sorriso sulle labbra:           -­ Aspetto un bambino – . Il 2 novembre nacque il nostro secondo figlio Matteo.

Che anno è, che giorno è

Era il 2003, il 12 marzo, Marina era nella cella di isolamento del reparto Ematolgia dell’Ospedale di Bergamo: Leucemia promielocitica acuta. Il primario mi disse: – Sua moglie è arrivata qui in estremis; c’è un nuovo protocollo di cure, se supera queste due settimane ci sono buone probabilità di salvarla. Non facciamoci troppe illusioni ma abbiamo fede – . Lei ne ha avuta tanta; nel suo sguardo sofferente leggevo queste parole:

Se mi aiuti son certa che io ne verrò fuori

Son passati sedici anni da quei tristi giorni, il ricordo di quei momenti è sempre presente anche se si evita di parlarne perché la vita deve andare avanti, ogni giorno insieme. Insieme.

Questo è il tempo di vivere con te

CINTURA VERA

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Lei si chiama Veronica Raineri, abita nel mio stesso paese, ha 25 anni, figlia di un mio caro amico, la conoscono tutti come la classica brava ragazza di famiglia, non solo ora, ma anche da prima che una malattia rara stravolgesse la sua vita e quella dei suoi cari.

Appassionata dello sport del Karate , è sempre stata una combattente e questa forza l’ha messa sul tatami della vita di ogni giorno per combattere il suo avversario e  le ha dato anche l’idea  di mettere su carta  i momenti di questo match che tuttora si sta svolgendo ma che lei affronta sempre con coraggio e  determinazione.

Il libro si legge in un soffio, niente paroloni da dover ricorrere al vocabolario, Google o Wikipedia per capire di cosa si stia parlando; contiene momenti drammatici, sereni e  perché no di ilarità. Ho sorriso, riso. mi sono commosso.

Riporto le parole scritte tra virgolette sulla quarta di copertina:

La potenza della speranza, l’amicizia vera, l’amore profondo, la gioia immensa e la forza inaspettata di una persona qualunque che si trova di fronte ad una sfida indesiderata. Questo è il mio personale incontro con la malattia”.

e due frasi che mi hanno colpito:

  • La verità però è che, per quanto tu possa esser forte e coraggioso, ci sono volte in cui anche fare un semplice sorriso diventa la cosa più difficile di questo mondo (sono molti i muscoli che servono per sorridere, ma, a pensarci bene, sono ancora di più quelli che servono per arrabbiarsi).
  • la seconda frase è il tatuaggio che sua sorella Federica si è fatta fare su un braccio: My sister is my hero, e qui è scappata la lacrima.

 

Una scottante carezza

L’intricato tessuto legnoso aveva mantenuto acceso il grosso ceppo della notte di Natale e nella taverna dei fratelli Enrico e Dario, alle otto di sera, il tepore delle fiamme crepitanti aveva creato l’atmosfera giusta per la festa. Erano quasi arrivati tutti i ragazzi e le ragazze della compagnia, mancavano solo Paolo e Sara.

Il giovane carabiniere in licenza da cinque giorni, era passato alla casa della quindicenne entrata a far parte della compagnia da pochi mesi, per darle un passaggio.

I genitori della ragazza gli avevano raccomandato di riportarla a casa entro la mezzanotte.

Il poncho coloratissimo fuori moda donava un aspetto romantico a Sara, un tipino acqua e sapone che appena salita in macchina senza neanche presentarsi sbottò:

« Uff mi trattano ancora come se fossi una bambina. Dopo la curva ferma la macchina e accosta ».

Sul ciglio della strada, Paolo con le mani sul volante della sua Citroen 4 CV rimase a guardare ammutolito la metamorfosi.

Abbassato lo specchietto, Sara si passò il rossetto sulle labbra, truccò gli occhi, e, sollevando il poncho si sistemò la minigonna vertiginosa mettendo in mostra le belle gambe.

Da bambina a bomba sexy in poco più di cinque minuti. Il cambiamento scombussolò Paolo, aveva avuto l’impressione di vedere una farfalla impaziente che per la fretta di uscire dal bozzolo si lacera le ali.

Un paio di chilometri in silenzio prima di arrivare alla destinazione.

Li accolse il colore e la luce del focolare. C’erano tutti: i due fratelli con le inseparabili chitarre, Alessio, Angelo, Carlo, Dana, Laura, Luisa, e qualche faccia sconosciuta a completare il resto della compagnia.

Sul tavolo addossato alla parete c’era ogni ben di dio: panini imbottiti di prosciutto cotto e salame, panettone, pandoro, frutta secca, datteri, mandarini, bibite, spumante, cioccolatini e una scatola di marron glacé.

Nel semicerchio che si era formato davanti al camino i due fratelli stavano suonando il primo giro di accordi su una canzone di Bennato. Enrico alzando lo sguardo verso Paolo gli fece un cenno col capo che voleva dire – attacca la prima strofa che poi ti vengono dietro tutti gli altri -.

« Un giorno credi di essere giusto e di essere un grande uomo in un altro ti svegli e devi cominciare da zero…».

Canzoni, chiacchiere, confidenze, risate. Tutti erano coinvolti, una normalità per un gruppo che si conosce da lunga data.

Sara invece non sembrava interessata alla festa, se ne stava in disparte con Luisa, l’amica di qualche anno più grande, ogni tanto si alzava per andare alla finestra, accostava le tende e rimaneva ferma a guardare nel buio.

Un colpo di clacson prolungato. Sara scattò in piedi dal divano, raccolse il poncho, raggiunse la porta e rivolgendosi all’amica a voce alta quanto basta per farsi sentire anche da qualcun altro disse:

« Ciao. Io vado mi porta a casa lui ».

Non era ancora arrivata al cancello che Paolo era già alle sue spalle.

In strada c’era la nuova e fiammante GT Spider di Stefano che spalancata la portiera disse alla ragazza:

« Dai monta!».

Paolo lo conosceva bene, avevano giocato al pallone nella stessa squadra. Ma non erano mai stati amici. Troppo sbruffone. Era uno sul quale non c’era da fare affidamento. Come fidarsi di uno che per le ragazze aveva il motto – usa e getta – .

Scostando la ragazza afferrò la portiera e sbattendola violentemente la rinchiuse dicendo:

« Tu non vai da nessuna parte. Ho promesso ai tuoi che ti avrei riaccompagnato a casa, perciò entra subito » e rivolgendosi al guidatore: « Non ti vergogni di rimorchiare una quindicenne? ».

Sara gli puntò in faccia tutta la sua rabbia, i suoi occhi scagliavano scintille di fuoco. Gli mise le mani sul petto per scansarlo urlandogli in faccia:

« Cosa vuoi, torna dentro con i tuoi amici dell’oratorio e lasciami perdere. Non sei il mio tutore. Io vado dove e con chi voglio. Non sarai certo tu a fermarmi. Carabiniere! ».

La reazione di Paolo fu immediata. Con la mano sinistra le abbassò e mani e con la destra le mollò una sberla che la fece barcollare.

« Entra subito in casa e non fiatare.

E tu sgomma subito o ti spacco il muso ».

Luisa alle loro spalle aveva assistito alla scena, e approfittando del momento saltò in macchina. Sara non se ne accorse.

Stefano ingranò la marcia e facendo stridere le ruote sull’asfalto partì di corsa. Il suo vaff… si perse nell’aria gelida della notte.

A Paolo scottava la mano, si rendeva conto di aver alzato le mani su una donna ma ricordò una frase: chi agisce per un buon fine non fallisce mai. Tentò di giustificare il suo gesto: « Sara…».

Lei non lo lasciò continuare:

« Sei invidioso perché lui ha una bella macchina e non un cartoccio come il tuo. Portami a casa ».

« Al volo » rispose lui, sapeva che in quel momento sarebbe stato inutile qualsiasi chiarimento.

Nessuna parola per tutto il tragitto. La lasciò sul cancello di casa. Lei non rispose al suo saluto.

Agli amici , Paolo disse che la ragazza non stava bene e che l’aveva accompagnata a casa. La festa finì a mezzanotte, lui non cantò più quella sera. La mano bruciava.

Il giorno seguente la telefonata di Enrico:

« Paolo hai sentito cosa è successo?La Spider di Stefano si è schiantata contro un albero. Lui è morto ».

« E la ragazza che c’era con lui? ».

« Quale ragazza? Non c’era nessuna ragazza ».

« Luisa ».

« Ma non le hai portate a casa tu, lei e Sara? ».

Paolo fece finta di niente e si scusò:

« Hai ragione. Le ho portate a casa tutte e due io. ».

Al funerale Sara seguiva il feretro in fondo al corteo, le lacrime avevano intriso il fazzoletto che teneva tra le mani. Luisa le si accostò, la prese sottobraccio e le disse:

« Felicità e vetro quanto facilmente possono essere spezzati. Alla nostra età non si pensa alla morte, la immaginiamo lontana, non ha nulla a che vedere con le nostre giornate, invece si presenta in un giorno qualsiasi per strapparci da un’esistenza che ha tanti progetti da compiere ».

« Sarebbe potuto diventare una bella storia e invece…».

« E invece ti è andata bene ».

«Cosa stai dicendo sei impazzita!».

« No, l’altra sera quando ho preso il tuo posto sulla sua macchina, Stefano dopo un chilometro ha deviato in una stradina di campagna. Si è fermato, ha spento il motore, ha cominciato a baciarmi, capivo che non si sarebbe limitato a quello, era eccitato, mentre abbassava i ribaltabili capiì che sarebbe finita male. Con la scusa di togliermi il cappotto sono scesa dalla macchina e sono scappata nel campo. Lui mi chiamò dicendo di non fare la bambina, ha insistito, poi ha cominciato a urlare che se non l’avessi raggiunto immediatamente mi avrebbe lasciato là a gelare dal freddo, ma avevo paura e mi inoltravo sempre più nel campo perché temevo che venisse a prendermi. Invece, e per fortuna, non ha perso tempo, mi ha chiamata ancora una volta ed è ripartito a tutta velocità bestemmiando. Sono tornata a casa a piedi. Non ho detto niente a nessuno. Capisci, mi avrebbe violentata. Poteva succedere a te.

A volte senza riflettere ci si butta a capofitto in situazioni pericolose, con superficialità. L’avventatezza rivela la nostra immaturità, l’irresponsabilità e l’incoscienza.

Sara rimase in silenzio ad ascoltare e riflettere.

Dopo il congedo Paolo aveva trovato lavoro come rappresentante in una ditta di Import Export, spesso era in trasferta, aveva così perso il contatto con gli amici. Passano gli anni, le strade si dividono, ognuno percorre la propria. Cinque anni dopo, la vigilia di Natale, Paolo si fermò davanti alla vetrina di una pelletteria: aveva bisogno di un paio di guanti. Entrò.

La commessa stava servendo una signora che voleva una borsa, ogni tanto lanciava uno sguardo su di lui. Quando l’anziana cliente fu servita la ragazza rivolgendosi a lui lo sorprese:

« Ciao Paolo ».

Lui sorpreso rispose: « Ci conosciamo?»

Lei fece cenno di sì.

Mentre la guardava cercando di ricordare Paolo chiese:

« Vorrei un paio di guanti. Quali mi consiglia ».

« Dammi del tu, sono passati cinque anni ma non sono così vecchia ».

Le parole della commessa uscirono dalle labbra con discrezione e pudore, centellinate e avvolte nella pellicola del silenzio ovattato come l’interno dei guanti di pelle che gli stava facendo provare.

« È passato molto tempo, e ogni giorno è stato un giorno in cui mi sono sentita sempre più intraprendente, sicura, forte, tenace, ma non ho mai scordato quella sera, quel momento durato solo un attimo. Come quando dalla finestra entra il vento violento e sconquassa tutto ma passando sulle cose lascia il suo profumo tu mi hai fatto capire che l’esperienza rivela il sapore acido di un frutto non maturo che presenta all’esterno una buccia dorata e invitante ».

Paolo stupito ascoltava ammirando la bellezza di un candore ritrovato, la guardava con gli stessi occhi di un bambino che sta col naso incollato al vetro della finestra per vedere il cielo sbriciolarsi in fiocchi di neve.

La ragazza allungò una mano verso di lui:

« Fammi vedere le mani ».

« Eccole. Perché dovrei riconoscerti, chi sei? Non riesco a trovarti nei miei ricordi ».

Lei prese la sua mano destra, la rivoltò, passò le dita affusolate sulle linee del palmo, e sollevandola la appoggiò sulla propria guancia. Una scottante carezza.

« Ti ricorda qualcosa?».

« Sara! ».

« Sì. Sono io ».

« Non mi sono più scusato per quel gesto di Natale ».

« È stato il più bel regalo che potessi ricevere ».

Il trombettiere stonato

Al di qua del muro

Irreale, come il grido di un fantasma, attraversa il cielo, irrompe nella mia stanza. Il suono rauco inarticolato emesso con forza sfonda i muri come fossero di carta velina e si infrange sulla nuda corteccia del mio cervello. Al di là del confine, l’urlo replicato ad intervalli frequenti ha un solo intento: distruggere la mia pace. Nel silenzio che precede il grido stridente riesco a sentire la sua presenza nella notte e non riesco più a dormire.

Lavoro duro tutto il giorno e dopo dieci lunghe ore ho il diritto di riposare. Sono venuto a vivere qui nella pianura dove la quiete non è disturbata dalla pioggia che batte forte sul soffitto, dalle mosche che ronzano in cucina o dall’umidità appesa nell’aria come una tenda.

Lui ha rotto i miei silenzi. Comincia alle due di notte e continua fino alle sette di mattino a intervalli di un quarto d’ora.

Sto perdendo il controllo, lo stress ha il sopravvento su me, mi risucchia nel suo vortice. Ho una morsa sullo stomaco e non riesco più a mangiare. Sono diventato leggero come la paglia e fragile come un passero, peso meno di un’ombra sul muro. Mi meraviglio di essere ancora vivo.

Il mio lamento è il sussurro di una voce inascoltata, nessuno presta attenzione alle mie lamentele

Non riesco a vedere una via d’uscita. Non so più cosa fare.

La follia privandomi del giudizio su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, sta minacciando la purezza del mio pensiero. Sento inclinazioni diaboliche.

Bloccato in un silenzioso monologo, cerco a tentoni una risposta guardando la mia immagine riflessa nello specchio.

Gli occhi sono la testimonianza delle notti insonni.

Sono proprio io?

O sono qualcun altro?

Non so più chi sono. Chi vive dentro di me!

L’odio si nutre di me come un vampiro, infetta le ferite che ho cesellate nella noce del mio cervello. Non riesco a liberarmi di lui.

L’assassino che vive dentro di me, non dorme più nell’armatura del mio corpo, lo sento muoversi,

La sua presenza graffia e agita la tempesta nella mia mente.

I suoi occhi osservano lo specchio attraverso i miei, mi guarda mentre sto per cedere.

Fuori controllo. Sono fuori controllo. Come posso ricevere aiuto ?

La mia faccia è svuotata di colore e il mio cervello di sangue, le mie facoltà complete sono compromesse. Il libero arbitrio giustifica il mio bisogno di indecisione. Lancio in aria una moneta, testa vita, croce morte. croce.

Istinto e brama di uccidere. Chino il capo in segno di sottomissione.

Non ci sono altre vie per oliare l’ingranaggio dell’odio che ho accumulato: il sacrificio offre speranze. Non c’è tempo per il ripensamento. È troppo tardi per fermarsi. Se il cielo è seminato di morte, che senso ha fermarsi a prendere fiato?

Nessuna tregua finché il nemico sarà morto. Il re deve morire. Non avrò pace finché la causa sarà combattuta e vinta.

Il giustiziere della notte ha volontà di uccidere per sopravvivere.

La vendetta sta per cominciare.

Tutto tranquillo sul fronte occidentale.

Mi arrampico sul muro, lo scavalco. Strisciando navigo sull’erba, attraverso lo spazio che contiene la notte e raggiungo il suo alloggio.

Non è solo. Dormono tutti. Ognuno nel proprio giaciglio. Non riesco a distinguerlo.

Non posso sbagliare. Li ucciderò tutti. Spargerò sangue, un’inarrestabile inondazione rossa.

Le mie dita stringono l’impugnatura della scure affilata. Accarezzo la lama dopo aver deciso quelli che devono morire per primi. Nel buio distinguo un ceppo di legno: sarà il patibolo, il boia sono io.

Le stelle non brillano né per me né per il nemico.

Colpisco con rabbia, con una forza che non ho saputo dominare.

Adesso è tutto finito e questo è il risultato.

Nella strage tutti i cadaveri hanno lo stesso odore.

Barcollando insensatamente, fuggo dal luogo della strage. Prima di precipitare oltre il muro mi volto, guardo indietro, quello che ho fatto sembra che mi abbia fatto ritrovare la calma, sono vicino alla luce, comincio a vedere bene, riconosco il mostro che mi ha posseduto e me ne libero. Ritroverò la pace e la serenità che avevo nei giorni e nelle notti prima che arrivasse il trombettiere stonato.

Al di là del muro

Lauri seduta sul bordo del letto comincia la giornata con le orazioni mattutine che durano il tempo di infilarsi le calze. La sciatica e gli acciacchi alle ossa rallentano i movimenti quanto basta per recitare pater ave gloria per i vivi, requiem per i morti e un angelo di Dio per le anime più disperate. Si sveglia sempre al canto del gallo anche se ora non lo sente più a causa dell’età o come dice lei, per il rumore dell’autostrada che diventa insopportabile quando il vento del nord soffia sulla cascina.

La cucina è illuminata dalle fiamme del focolare; suo fratello Nocente come ogni mattina ha buttato sul fuoco una fascina per riscaldare l’ambiente. L’ottantenne sta facendo colazione con la scodella di latte tra le mani.

« Non ho sentito il canto del gallo stamattina ».

« Stiamo diventando sordi mio caro ».

La contadina afferra il lembo inferiore del grembiule, versa nel marsupio improvvisato una manciata di granoturco e raggiunge il fondo del portico. Il sole fa balenare riflessi argentati nella sua chioma.

« Pio, piopiopiopio, piiiio.».

Di solito al primo richiamo le galline si precipitano zampettando sull’aia.

La donna continuando il suo richiamo si avvia verso il serraglio. La porta è spalancata. Lauri si mette le mani nella permanente tinta color antracite e lancia urlo.

« Vigliacchi vigliacchi ».

Il fratello allarmato, balza in piedi, la raggiunge.

Accucciati in terra contano accantonando una dopo l’altro quindici corpi con le teste mozzate.

« Tutte e quindici le hanno decapitate le nostre galline ».

« Ladri, bastardi ».

« Manca il gallo ».

Guardano attorno. In alto tra i rami del gelso spunta il pennuto impaurito.

« Eccolo lì, l’incapace, non ha saputo difendere le sue femmine, vieni qua, ecco una manciata di grano ».

Il gallo discende la scaletta zampettando. Si ferma e prima di beccare tende il collo.

– CRIGHUCCUBRAGA TRRBDGARRINADUUUUU!–

« Ussignur, che rospi hai in gola. Sembra che tu stia raschiando il fondo di una pignatta. È quasi una fortuna avere i timpani fuori uso. Il tuo schiamazzo farebbe risuscitare anche i morti. Dovevi cantare prima. Qui non servi più .».

Nocente afferra il volatile per il collo e glielo tira con tutta la forza finché il gallo smette di battere le ali. Si rivolge alla sorella: « Carne magra, saporita e compatta. Io lo spenno e lo sventro. Domani gallo alla cacciatora. Mi raccomando cucinalo nella pentola di coccio, con cipolle , carote, pomodoro e olive.

« Invitiamo a pranzo il nuovo vicino e gli chiederò se ha sentito qualcosa di strano questa notte ».

Oltre il vetro

Sul treno della sera viaggiano uno in fronte all’altro due giovani. Marco e Paolo lavorano nello stesso ufficio, eppure non si conoscono; non si sono scambiati una parola in questi primi mesi di lavoro a tempo determinato; aspirano al posto fisso con la rassegnazione di chi sa già di dover eseguire un lavoro alienante e senza creatività; tacendo copiano fogli e fogli; hanno accettato condizioni di lavoro aleatorie senza poter obiettare. Ignorati dai titolari e dai colleghi che, in una povertà di parole, idee e interessi, mettono al centro del loro dire, fare e calcolare, solo se stessi e lasciano ai margini gli altri.

La cuffia infilata a tappare gli orecchi, Marco dondola la testa al ritmo di una musica assordante ma per gli altri silenziosa; con le dita tamburella freneticamente sul tablet commentando o approvando i vari post che scorrono sulla sua bacheca elettronica con un linguaggio di singulti e segni che lo sta portando sempre più verso una forma di autismo spirituale. A prima vista sembra l’immagine della solitudine necessaria per ritrovare se stessi, in realtà è solo un isolamento colmato da suoni e voci martellanti che lentamente ottundono il cervello e smorzano sul nascere ogni pensiero vero.

Davanti a quello schermo, appare come un uomo con le mani alzate in segno di resa o di adorazione. La sua è una vita squallida; immerso in azioni ripetitive, quando stacca dal lavoro e s’immette in un orizzonte diverso e più affascinante, dopo un primo sussulto ritorna ad essere annoiato, a riprendere gli stessi gesti, a rivivere la costante monotonia.

Vive all’insegna della noia, nella scontata certezza che ogni giorno non reca in sé nessun germe di novità, di freschezza, di speranza. Il suo viso è una maschera di malumore e malcontento.

Ha perso l’abitudine al silenzio, perché ha paura di confrontarsi con la verità.

Senza questo bagno di quiete, la verità si appanna e si dissolve, la coscienza resta sorda e inerte, il cuore perde il suo battito d’amore. Rifiutando di sostare almeno qualche minuto al giorno in quell’oasi precipita nel frastuono della città in agguato sulla strada della sua vita.

Il mostro della mediocrità vestita di grigiore, teme la limpidezza della verità e dell’impegno serio ed esigente e lo nutre di chiacchiere, affidandolo allo sfarfallio delle mode che gli propongono realtà materiali a cui si aggrappa ferocemente ma che, dopo il primo momento di gioia, si rivelano fredde come pietre, incapaci di dare vita.

Si è estinta in lui la capacità di desiderare; non trovando il tempo per conoscere nulla, compra dai mercanti dell’etere beni già confezionati, ma siccome non esistono mercanti di amici, non ha amici. È diventato come l’ idolo prezioso che tiene tra le mani: nero, gelido, lucido, tecnologico ma morto e immobile.

Una «povera vita» insapore e incolore, condotta anche in «luoghi poveri e indifferenti», si può trasformare in una «vita povera» ma libera, fiduciosa, «fiorita», limpida e gioiosa.

L’avere una convinzione propria e tenerla ben eretta come una fiaccola sopra la marea delle teste «omologate» è l’ impegno serio e severo di Paolo. La folla anonima può persino essere un orizzonte sicuro in cui riparare, dissolvendo in essa le proprie paure. Nella massa grigia della collettività riesce a vedere una comunità viva in cui le diversità creano armonia.

Abbatte il muro dell’individualismo ascoltando e guardando la varietà dell’umanità che lo circonda: una ventata d’aria fresca a volte turbinosa e rumorosa ma capace di spazzar via l’atmosfera asfittica dell’isolamento monocorde e noioso del luogo di lavoro.

La vita per Paolo è un progredire, la ricerca è scoprire sempre nuovi orizzonti, l’esperienza è esplorazione di nuovi territori del conoscere e del fare. C’è, però, un rischio ed è quello di tagliare le radici o di staccarsi dal tronco secolare della storia.

Liberi da questi legami, a prima vista sembra più agile il movimento, più vivace la crescita, più intensa la capacità di produrre. Ben presto, però, ci si accorge di essere diventati simili a un albero dal fogliame appariscente e abbondante ma dai frutti bacati e striminziti, proprio perché manca l’alimento autentico. Ecco, allora, la necessità di rivolgere lo sguardo e di protendere verso il passato con le sue straordinarie ricchezze di cultura, di esperienza, di spiritualità.

Vecchio e nuovo sono in contrappunto, ma non necessariamente in contrasto, anzi, debbono convivere ed essere in continuità, nella consapevolezza che non si comincia mai da zero.

Ci sono realtà semplici e quotidiane che sono capaci di generare e di nutrire. I desideri nascono dal distacco, da ciò che sembra scarto ed è invece dotato ancora di energia.

Paolo ha ritrovato la capacità di scoprire le piccole novità di ogni giorno con la fiducia in una grande sorpresa che ogni volta può attraversare all’improvviso la sua vita.

Dietro al vetro del finestrino, nel riconquistato silenzio interiore, insegue e ascolta le farfalle che gli volano per la testa, concentrato in un raccoglimento quasi mistico perché il loro battere d’ali è impercettibile.

La primavera è tornata e ha adempiuto come ogni anno ai suoi doveri. I ciliegi si sono rivestiti di bianco, il vento si è divertito tra i rami parati a festa, una nevicata di petali bianchi ha ricoperto il terreno, e ora, a fine maggio, tra le fronte lussureggianti occhieggiano i rossi luccicanti frutti carnosi.

A bassa voce ripete un ritornello che la nonna gli cantava da bambino:

I cinquecento cavalieri con la testa insanguinata

con la spada sguainata indovina che cos’è.

E sono, sono le ciliegie, e sono, sono le ciliegie

e sono, sono le ciliegie che maturan nel giardin.

La immagina seduta all’ombra dell’albero a raccontare storie, ridere o tacere felice.

Contaminato da una gioia incandescente l’avvolge con le sue braccia vive, due giovani ali che non pretendono nulla se non librarsi nel cielo.

Cireneo (Grappoli di luppolo)

il mio racconto per la IV edizione di Racconti Bresciani per Historica Edizioni

Cireneo

 

Nel grigio pomeriggio di fine febbraio un uomo e il suo cane camminano
fiancheggiando il fiume che scorre veloce dopo le abbondanti piogge della stagione.
Si fermano, là, dove un tronco sradicato di betulla blocca il passaggio.
Si siedono come sempre nello stesso posto, lui sul masso in pietra grigia, il cane accucciato ai suoi piedi; ascoltano il canto dell’acqua mentre ammirano sulle sponde l’esplosione della fioritura dei bucaneve, i fiori della vita e della speranza. Le bianche campanelle pendule scortate da foglie glauche a forma di nastro punteggiano il terreno umido e pesante tappezzato da foglie secche di robinia e platano.
A primavera il bruno mantello invernale sarà ricamato dalla serpeggiante pervinca lilla e più avanti dal convolvolo che avvolgerà con le sue spire ogni arbusto lottando con il luertìs, l’invasore estivo dai germogli rampicanti, gustosi in insalata.
Più a valle si intravede la diga della centrale elettrica; è là che vengono recuperati i corpi degli annegati. Nudi. Quando scompare qualcuno si corre subito alla diga per vedere se c’è un corpo nudo; risalendo lungo le rive si ritrovano gli indumenti ben piegati accanto alle scarpe.
È sempre stato così il rituale del suicidio su questo fiume.
Il vecchio trae dalla tasca un pezzo di pane secco, lo lancia in aria, il cane lo azzanna e comincia a sgranocchiarlo.
« Mangia, mangia, a me è passata la fame ».
Il silenzio avvolge la solitudine del luogo.
Scivolando nelle luci scintillanti sull’acqua i pensieri del vecchio si affacciano allo specchio dell’anima per fissare lo sguardo nel guazzabuglio della coscienza. Gli anni hanno portato con sé l’appannamento mentale e la debolezza dell’organismo passando tra le tempeste della vita che ora è quasi un fuoco spento; c’è ancora qualche brace sotto la cenere ma non c’è più la voglia di soffiare per ravvivarla; privo di vigore per pensare, creare, donare, senza il desiderio di ricominciare si sente come un’ombra che passeggia.
Le mani che hanno lavorato di vanga, piccone, scure e falce fanno da culla alla sua testa; le dita grosse e ruvide rastrellano la chioma canuta scontrandosi con la velata malinconia per le assenze che si sono fatte numerose. Il ricordo della moglie morta è quanto basta per fargli pensare che non ha più ragione di vivere senza di lei.
Guardando il cane che lo sta fissando negli occhi ripensa alle parole che la sua sposa gli disse poco prima di morire una sera di ottobre – Non ti lascio solo. Troverai qualcuno che ti starà accanto per confortarti e proteggerti –.
Qualche giorno dopo il funerale, tornando dal cimitero, il vecchio si accorse di una presenza alle proprie spalle: un meticcio con sangue di lupo nelle vene lo seguiva a distanza, passo dopo passo; squadrandolo con ammirazione timorosa due fiamme liquide comunicavano la tristezza di vivere da vagabondi, due richieste umide in quegli occhi: un abbraccio e il dono reciproco di affetto.
Puntando il muso verso lui pareva dicesse – io ti appartengo –.
Era penoso essere soli, soli come quel cane, non si voltò per attirarlo a sé ma se l’animale lo avesse seguito fino al cancello di casa lo avrebbe fatto entrare e lo avrebbe tenuto con sé.
Il cane non passò oltre, rivelando di appartenere alla schiera degli esseri generosi che affiancano i poveri cristi per aiutarli a portare un peso difficile da sostenere; da quel momento ebbe un nome: Cireneo.
In breve tempo, con rapidità sorprendente tra i due si è stabilito un legame saldo in un silenzio consolatorio più delle futili parole tra uomini.
Ogni mattina il devoto amico a quattro zampe attende accanto alla sedia la carezza, un colpo di spazzola sul pelo e ricambia l’omaggio con uno scodinzolio allegro riversando amore all’essere per cui sarebbe pronto a dare la vita contento.
« Hai le orecchie tese, le senti anche tu le voci Cireneo?.
Mi stanno chiamando verso un porto al di là di ogni lontananza; ciò che sono stato se ne vuole andare senza fretta verso un posto che non conosco, dove spero di trovare qualcuno che mi manca troppo ».
Rinunciare al privilegio della presenza è un gesto che si prepara nel profondo del cuore. L’inutilità della sofferenza scatena una crisi incontrollabile: il sottile processo per cui lo spirito punta alla morte. Uccidersi è confessare che non vale la pena vivere quando vivere non è facile. La disperazione affonda a spirale nei gorghi e nei mulinelli del fiume.
« Mi lascerò scivolare fino a che il vortice mi trascinerà contro le rocce. Lentamente uscirò dal tempo verso un futuro al di là da ogni stella.
Non mi spoglierò come gli altri. Nemmeno le scarpe. Sarà più facile andare giù. I vestiti impregnati appesantiranno il mio corpo.
Quando mi ripescheranno, penseranno ad un incidente, non al suicidio ».
Infila il guinzaglio del cane su un moncone di ramo della betulla, più tardi arriverà il pescatore, lo libererà e si occuperà di lui ».
È giunto il momento di andare, non ha paura di morire.
Un ultimo sguardo:
« Stai tranquillo Cireneo, faccio un giro in quest’acqua gelida ».
Si tuffa. La corrente lo tiene a galla, si lascia trasportare, non ha fretta di morire, ci penseranno i gorghi.
I veri amici vedono i tuoi errori e ti avvertono, non mentono su ciò che provano, perché non possono mentire e così Cireneo comincia ad abbaiare, abbaia forte, guaisce, si impunta sulle zampe, raspa la terra, strattona il guinzaglio. Colpi da rompersi l’osso del collo. Perle rosse scivolano sul collare. Ulula la sua disperazione al dio dei cani.
I cani quando amano, amano in modo costante, inalterabile fino all’ultimo respiro.
Il legno cede e si spezza.
Cireneo si butta nell’acqua gelida, zampettando si avvicina sempre più al suo compagno.
« Vai via Cireneo, ti prego torna a riva, vai in salvo, hai sempre avuto paura dell’acqua, vai salvati finché sei ancora in tempo ».
Due grandi pupille d’oro chiaro, affettuose e umane interrogano con tenerezza, è impossibile credere che lì non vi sia un’anima. L’amico fedele non ha il dono della parola ma suoi occhi dichiarano la grande offerta del suo cuore muto, parole espresse da uno sguardo patetico e smarrito:
-Io vengo con te-.
Il cane annaspa, sta andando giù.
Due grani di sale sulle pupille, le lacrime navigano negli occhi dell’uomo mentre un grido strozzato martella contro i denti:
– Cireneo, tu non devi morire…ti porto fuori –.
Infila una mano nel suo pelo, lo agguanta e con tutte le forze si batte contro i gorghi; è ancora forte il vecchio, l’attaccamento alla vita dell’amico moltiplica il suo vigore.
Sulla riva, il vecchio, il cane, gli abiti e il pelo inzuppati piangono acqua.
Lo bacia, lo stringe al petto, lo accarezza .
Lo lecca, gli zompa addosso, scodinzola, accoglie felice carezze e tirate d’orecchie.
« Dai, forza, corriamo a casa, faremo un bagno caldo e ci siederemo accanto alla stufa, io riproverò a cantare alla vita e tu mi farai il coro ululando alla luna ».
Uniti nell’inumidito imbrunire della sera, uomo e cane affrontano la notte.
Una raffica di vento agita le fronde delle acacie scuotendo pensieri fragili nascosti come nidi tra le foglie.
Le stelle brillano, qualcuno le ha baciate una ad una.