Oltre il vetro

Sul treno della sera viaggiano uno in fronte all’altro due giovani. Marco e Paolo lavorano nello stesso ufficio, eppure non si conoscono; non si sono scambiati una parola in questi primi mesi di lavoro a tempo determinato; aspirano al posto fisso con la rassegnazione di chi sa già di dover eseguire un lavoro alienante e senza creatività; tacendo copiano fogli e fogli; hanno accettato condizioni di lavoro aleatorie senza poter obiettare. Ignorati dai titolari e dai colleghi che, in una povertà di parole, idee e interessi, mettono al centro del loro dire, fare e calcolare, solo se stessi e lasciano ai margini gli altri.

La cuffia infilata a tappare gli orecchi, Marco dondola la testa al ritmo di una musica assordante ma per gli altri silenziosa; con le dita tamburella freneticamente sul tablet commentando o approvando i vari post che scorrono sulla sua bacheca elettronica con un linguaggio di singulti e segni che lo sta portando sempre più verso una forma di autismo spirituale. A prima vista sembra l’immagine della solitudine necessaria per ritrovare se stessi, in realtà è solo un isolamento colmato da suoni e voci martellanti che lentamente ottundono il cervello e smorzano sul nascere ogni pensiero vero.

Davanti a quello schermo, appare come un uomo con le mani alzate in segno di resa o di adorazione. La sua è una vita squallida; immerso in azioni ripetitive, quando stacca dal lavoro e s’immette in un orizzonte diverso e più affascinante, dopo un primo sussulto ritorna ad essere annoiato, a riprendere gli stessi gesti, a rivivere la costante monotonia.

Vive all’insegna della noia, nella scontata certezza che ogni giorno non reca in sé nessun germe di novità, di freschezza, di speranza. Il suo viso è una maschera di malumore e malcontento.

Ha perso l’abitudine al silenzio, perché ha paura di confrontarsi con la verità.

Senza questo bagno di quiete, la verità si appanna e si dissolve, la coscienza resta sorda e inerte, il cuore perde il suo battito d’amore. Rifiutando di sostare almeno qualche minuto al giorno in quell’oasi precipita nel frastuono della città in agguato sulla strada della sua vita.

Il mostro della mediocrità vestita di grigiore, teme la limpidezza della verità e dell’impegno serio ed esigente e lo nutre di chiacchiere, affidandolo allo sfarfallio delle mode che gli propongono realtà materiali a cui si aggrappa ferocemente ma che, dopo il primo momento di gioia, si rivelano fredde come pietre, incapaci di dare vita.

Si è estinta in lui la capacità di desiderare; non trovando il tempo per conoscere nulla, compra dai mercanti dell’etere beni già confezionati, ma siccome non esistono mercanti di amici, non ha amici. È diventato come l’ idolo prezioso che tiene tra le mani: nero, gelido, lucido, tecnologico ma morto e immobile.

Una «povera vita» insapore e incolore, condotta anche in «luoghi poveri e indifferenti», si può trasformare in una «vita povera» ma libera, fiduciosa, «fiorita», limpida e gioiosa.

L’avere una convinzione propria e tenerla ben eretta come una fiaccola sopra la marea delle teste «omologate» è l’ impegno serio e severo di Paolo. La folla anonima può persino essere un orizzonte sicuro in cui riparare, dissolvendo in essa le proprie paure. Nella massa grigia della collettività riesce a vedere una comunità viva in cui le diversità creano armonia.

Abbatte il muro dell’individualismo ascoltando e guardando la varietà dell’umanità che lo circonda: una ventata d’aria fresca a volte turbinosa e rumorosa ma capace di spazzar via l’atmosfera asfittica dell’isolamento monocorde e noioso del luogo di lavoro.

La vita per Paolo è un progredire, la ricerca è scoprire sempre nuovi orizzonti, l’esperienza è esplorazione di nuovi territori del conoscere e del fare. C’è, però, un rischio ed è quello di tagliare le radici o di staccarsi dal tronco secolare della storia.

Liberi da questi legami, a prima vista sembra più agile il movimento, più vivace la crescita, più intensa la capacità di produrre. Ben presto, però, ci si accorge di essere diventati simili a un albero dal fogliame appariscente e abbondante ma dai frutti bacati e striminziti, proprio perché manca l’alimento autentico. Ecco, allora, la necessità di rivolgere lo sguardo e di protendere verso il passato con le sue straordinarie ricchezze di cultura, di esperienza, di spiritualità.

Vecchio e nuovo sono in contrappunto, ma non necessariamente in contrasto, anzi, debbono convivere ed essere in continuità, nella consapevolezza che non si comincia mai da zero.

Ci sono realtà semplici e quotidiane che sono capaci di generare e di nutrire. I desideri nascono dal distacco, da ciò che sembra scarto ed è invece dotato ancora di energia.

Paolo ha ritrovato la capacità di scoprire le piccole novità di ogni giorno con la fiducia in una grande sorpresa che ogni volta può attraversare all’improvviso la sua vita.

Dietro al vetro del finestrino, nel riconquistato silenzio interiore, insegue e ascolta le farfalle che gli volano per la testa, concentrato in un raccoglimento quasi mistico perché il loro battere d’ali è impercettibile.

La primavera è tornata e ha adempiuto come ogni anno ai suoi doveri. I ciliegi si sono rivestiti di bianco, il vento si è divertito tra i rami parati a festa, una nevicata di petali bianchi ha ricoperto il terreno, e ora, a fine maggio, tra le fronte lussureggianti occhieggiano i rossi luccicanti frutti carnosi.

A bassa voce ripete un ritornello che la nonna gli cantava da bambino:

I cinquecento cavalieri con la testa insanguinata

con la spada sguainata indovina che cos’è.

E sono, sono le ciliegie, e sono, sono le ciliegie

e sono, sono le ciliegie che maturan nel giardin.

La immagina seduta all’ombra dell’albero a raccontare storie, ridere o tacere felice.

Contaminato da una gioia incandescente l’avvolge con le sue braccia vive, due giovani ali che non pretendono nulla se non librarsi nel cielo.

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Ombre d’autunno

imagesDue linee parallele color terra tra i campi al confine del paese, la carreggiata erbosa solcata dalle ruote ferrate dei carri trainati dai buoi ora è un nastro grigio d’asfalto fiancheggiato dalle tinte cromatiche che segnano il mutare delle stagioni: verde, giallo, marrone in tutte le sfumature per dare luce a fieno, grano, colza, mais e soja, impenetrabili labirinti, rifugio per lepri e fagiani.

Camminano nel malinconico pomeriggio autunnale, uno accanto all’altro due vecchi, soli con se stessi.

Anche le rondini sui fili della corrente elettrica si accostano l’una all’altra come parole scritte sulle righe di un quaderno; come atleti sui blocchi di partenza attendono il via dello starter, pronte per punteggiare di nero i fiammeggianti cieli della sera d’ottobre.

-Come fanno a sapere quando è il momento di partire?-.

-Il tempo sta avanzando a un ritmo diverso, tutto cambia, tutto passa.

È tempo di andare, uno alla volta anche i nostri amici ci stanno lasciando-.

– Io sono ancora qui, non ho intenzione di partire-.

-E io non sono sola mentre sei accanto a me, non ho paura per il tempo che ci rimane da vivere. Quando incrocio lo sguardo delle persone più giovani mi sento inchiodata a un destino che non ha domani, ma pur se la mia vista è debole non ho dimenticato il colore dei tuoi occhi perché sento che mi guardano nel modo più dolce-.

Col passar del tempo l’amore diventa sempre più freddo e muore se si smette di amare , se ne va come gli uccelli della sera che non fanno più ritorno perché hanno dimenticato i luoghi dove hanno vissuto felici.

Loro invece come gli scriccioli continuano a saltellare tra i rami anche nelle giornate più fredde d’inverno. Un concentrato d’amore quanto basta per rincorrere i sogni, quando era talmente forte da farli piangere e i loro cuori potevano volare senza ali.

-Dove sono finiti i bei tempi!. Dimmi che ti ricordi, che ricordi quelle belle canzoni, i momenti d’amore rubati, le domeniche passate a letto, i lunedì mattina che arrivavano troppo in fretta, le folli estati che pensavamo non sarebbero mai finite.

-Alcune cose non sono destinate a durare, non è strano come adesso ci manchi il passato?.

Il vecchio entra nel campo, sposta con i piedi alcuni cartocci di foglie ingiallite, rimasti dopo il passaggio della trebbiatrice:

-Quando le raccoglievamo a mano non ne rimaneva una sul terreno, se ci fossero ancora gli spigolatori in pochi minuti riempirebbero il loro sacco- si abbassa raccoglie una pannocchia comincia a sgranarla con le grosse mani:

-La vita non ci appartiene più oramai, i nostri giorni se ne vanno via come questi granelli gialli che cadono a terra. Siamo un peso per la società e questo mi umilia-.

Il palmo della mano della donna chiede una manciata di granoturco:

-Niente va perduto, c’è sempre chi è pronto a raccogliere ciò che abbiamo seminato-.

L’ ampio gesto del braccio, disegna sul campo un ventaglio giallo. I corvi appostati sui gelsi si alzano in volo; come pigmenti neri diluiti a pennellate allungano le ombre, le diverse tonalità di verde delle prealpi uniformate in toni cupi e profondi retrocedono nell’orizzonte settentrionale sullo sfondo del paesaggio lombardo mentre la coppia raggiunge la panchina in pietra sul viale di cipressi che conduce al camposanto.

L’atmosfera e la tranquillità del luogo restituiscono un equilibrio delicato.

Giorno dopo giorno le persone che invecchiano riconoscono sempre meno il corpo nel quale abitano, combattuti dal desiderio di allontanarsi da esso e la voglia di alimentare la fiamma del suo esistere. Sono troppe le cose che non riescono più a fare come prima, le debolezze si sommano man mano sminuendoli sempre più creando un muro invisibile che li separa dagli altri.

-La dedizione con la quale ti prendi cura di me è un filo sottile ma tenace come l’acciaio e mi aiuta ad allontanare paura, rabbia, e inquietudine. L’averti vicina è uno scudo che protegge quel che mi rimane da vivere-.

Lei appoggia la testa sulla spalla di lui, alza una mano e gli accarezza il volto:

-Lasciati andare-.

Si fida delle sue parole, ascolta con lei il linguaggio dell’amore che il corpo ancora sa parlare. L’orologio segna il tempo ma la fiamma arde ancora. I sorrisi si sovrappongono nel bacio. Una vertigine di emozioni, la possibilità di sorprendersi di fronte al desiderio che non tramonta riveste il pudore di fantasia, sono in sintonia. Il respiro cambia ritmo e diventa via via più veloce, così come il cuore e la pressione del sangue.

Il sole è affondato a occidente, un raggio di vitalità entra nella scena penetrando le tenebre calate dalla paura di perdersi.

-Portami a casa-.

-Sì, sì, andiamo a casa-.

Si incamminano verso uno spazio vuoto da riempire. L’inchiostro tinge il cielo della notte.

” Le volpi hanno una tana e gli uccelli hanno un nido…”

A un amico nel silenzio

BARBONI

Grande fermento nell’ultima classe della scuola materna: la recita del Natale come ogni anno toccava ai “grandi”. I ruoli di Giuseppe, Maria, i pastori, gli angioletti, erano stati assegnati; mancava l’oste, quello che avrebbe dovuto negare l’alloggio ai futuri genitori del Bambino Gesù.

La maestra aveva puntato gli occhi su Paolo, l’osso duro dai capelli all’umberta, pettinati all’indietro con le dita delle mani bagnate d’acqua a sostituire la brillantina; ogni tanto qualcuno per fargli dispetto gli diceva – te li sei fatti leccare dalla mucca?-.

Il biondino determinato e testardo faceva solo ciò che gli andava di fare e lo aveva dimostrato fin dal primo giorno nel refettorio ignorando il pranzo; braccia conserte e bocca ermeticamente chiusa si rifiutò di mangiare finché cedettero alla sua richiesta: latte caldo e pane raffermo.

Il latte lo portava lui ogni giorno, appena munto. Dopo colazione, il piccoletto attraversava il cortile di corsa fino alla stalla di Luigì e Velina, si faceva riempire il pentolino di alluminio, lo richiudeva col coperchio dello stesso metallo e s’incamminava da solo sulla strada sterrata, fino all’Asilo Infantile. All’ora del pranzo accumulava i pezzetti di pane sbocconcellando due mantovane rafferme, li immergeva nel latte bollente della grande scodella realizzando un pastone color biscotto, talmente denso che il cucchiaio piantato nel mezzo stava in verticale come il palo della cuccagna. Nessuno doveva disturbarlo fino alla fine del pasto, quando, a braccia ciondoloni, si abbandonava allo schienale della sedia, in attesa dell’immancabile ruttino.

Il bambino dalle pagliuzze dorate nei capelli, dopo tanta insistenza aveva ceduto alla richiesta della maestra, ma non voleva saperne di rivolgere la frase –Non c’è posto per voi – a Giuseppe e Maria quando avrebbero bussato alla sua postazione dietro la porta montata sui cardini nell’apertura ritagliata in un pannello di compensato.

L’alloggio dell’oste, la capanna, le case, le montagne erano disegnati su carta da pacchi incollata con un impasto di farina e acqua sui pannelli incernierati a formare un lungo paravento che si reggeva in equilibrio precario. Sullo sfondo il cielo di carta blu – la stessa che si usava per ricoprire i libri scolastici incorniciava lo scenario della Notte Santa. Nella Betlemme dei bambini il cielo scende sulla terra, tempestato di stelle ritagliate in carta stagnola.

– Devi dire solamente quelle tre parole. Coraggio non farti pregare.

– Ho vergogna , mi guardano tutti e se poi sbaglio? E se…– trovava sempre mille scuse, tanto è vero che dopo tanta riluttanza, la frase alla fine la urlavano all’unisono i suoi compagni di classe.

Il blocco emotivo aumentò un paio di settimane prima della recita, quando nell’uscire dalla stalla con la sua razione giornaliera si scontrò col Barbone: un vagabondo, che da qualche giorno aveva trovato riparo per la la notte nel fienile della cascina e ripagava l’ospitalità con lavori di mungitura, e rigoverno della stalla.

Un sorriso aperto nel pertugio tra baffi e barba e due occhi buoni sul viso nero come la notte bastarono a creare l’intesa tra i due.

Ogni sera dopo il vespro, il piccolo, col permesso della zia che lo aveva in custodia, raggiungeva la stalla per ascoltare incantato le storie di quell’uomo.

Barbone, chiamato così, dalla gente del paese dove tutti avevano un soprannome, per via della barba e della sua vita da senzatetto, prima di raggiungere il suo giaciglio nel fienile, puntando il dito verso est nel cielo di dicembre tracciava i cateti che collegavano i tre vertici del triangolo d’inverno per mostrare Betelgeuse, Sirio e Procione a Paolo e al vecchio Luigì. Proprio per la conoscenza delle stelle e delle storie dei popoli, il padrone della stalla, gli aveva appioppato il nome -Re magio- come Gaspare Melchiorre e Baldassarre, i sapienti guidati dalla cometa fino alla grotta del Re dei Re.

Una sera Paolo dopo aver raccontato al vagabondo la storia del Bambino di Betlemme, la stessa della rappresentazione natalizia, gli confidò il motivo principale della sua non voglia di salire sul palcoscenico:

– Sarò da solo. Il mio papà e la mamma lavorano lontano da casa e non ci saranno la sera del saggio di Natale.

–A me piacerebbe vedere la vostra recita, se può esserti di conforto sarò in fondo, vicino alla porta, al buio, così la mia presenza non disturberà nessuno.

Sì, per lui lo avrebbe fatto, per lui soltanto, per Barbone. Non poteva rifiutare ora che sapeva che quel soprannome non definiva solo l’aspetto esteriore. Quando aveva chiesto alla zia come mai quell’uomo dormisse sul fienile e non in un letto come tutti, la risposta fu:

–Perché nessuno gli dà ospitalità.

–Ma perché ?.

–Perché è povero, sporco, vestito di stracci come tutti i barboni.

Non erano scuse buone. Lui lo avrebbe fatto dormire in casa il suo amico, magari accanto al fuoco del camino, anche senza fiamme, sarebbe bastata una coperta, sempre meglio della nicchia nel fieno. Certo, dormire con un cielo color inchiostro per tetto, almeno una volta sarebbe piaciuto anche a lui. Sarebbe stato bello sentirsi straniero tra un muggito di un vitello, il cigolio delle catene che legano le mucche alla greppia, o il grido di un uccello notturno.

Non sapeva niente Paolo di chi va in giro senza conoscere la lingua del posto, con fantasmi e tasche vuote per compagni di viaggio; non sapeva ancora Paolo cosa significasse percorrere i giorni sotto i cieli del mondo con un viso nero come la notte.

La sera del debutto, il salone del teatro era gremito di genitori e parenti, con la loro scorta di caramelle e frutta secca, da lanciare sul palco alla fine della rappresentazione come premio ai piccoli attori.

Al suono del campanello calò il silenzio. L’atmosfera creata dalle luci basse e dallo scenario contribuì a immergere protagonisti e spettatori nella magia dell’evento.

Mentre i genitori del Messia interpretavano il copione recitando la loro parte imparata a menadito, Paolo, spiando dall’interno della sua casetta, cercava di rintracciare una presenza nel buio della sala. Col cuore che tambureggiava a un ritmo crescente ripeteva la sua parte, amareggiato dal pensiero che forse il suo amico gli aveva mentito o forse era partito per una nuova destinazione. La voglia di mettere fine a quell’attesa aveva aumentato la sua tensione e prima ancora che le nocche di san Giuseppe toccassero la sua porta, la spalancò urlando a tutta voce– Non c’è posto per voi– e richiudendola violentemente la scardinò facendo crollare il lungo paravento.

L’Oooh del pubblico lo impietrì. Una statua di sale tra i resti di una Betlemme di cartone e compensato, sotto un cielo blu tempestato di stelle. Occhi sbarrati. Imbarazzatissimo padrone della scena.

Una voce tra il pubblico –Oh la peppa, il biondino ha provocato il terremoto –.

Una risata, un’altra, infine l’ilarità generale fece scattare la pioggia di caramelle, noci e nocciole sul palco. Le lacrime cristallizzate sul bordo degli occhi del piccolo bevitore di latte trovarono la strada sulle guance. Sotto il velo liquido vide avanzare dal fondo della sala la figura ondeggiante del suo amico avvolto nel tabarro scuro. Mano a mano che Barbone procedeva, le bocche degli spettatori ammutolivano; davanti al boccascena aprì le braccia come una croce.

Il bambino senza esitare spiccò il suo volo dal palco e aggrappato al collo del suo salvatore, sparì nel silenzio del mantello.

Non nevicò quell’anno, nessuna orma bianca a segnare la strada di chi va via senza salutare.

La perdita di un amico è una finestra aperta nel cuore, da essa si può vedere il vuoto, da essa si può sentire il soffio del vento.

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Qualche anno dopo nevicò a dicembre ma il manto di neve rimase immacolato dalla cascina alla stalla. I due contadini erano diventati anziani, non c’erano più le mucche; il latte lo consegnava il lattaio, in bottiglie di vetro con tappo sigillato in alluminio. Non c’era più fieno, nessun giaciglio per dormire nel fienile. Barbone non era più tornato.

Il maestro di quinta elementare, su richiesta del direttore didattico, che insisteva sull’impegno artistico degli alunni per sviluppare relazioni sociali attraverso la finzione della dimensione teatrale, aveva scelto di inscenare per Natale una poesia di Guido Gozzano.

Nella “Notte Santa”, a partire dal rintocco delle sei di sera, la richiesta di alloggio di Giuseppe e Maria, viene respinta dagli albergatori di Betlemme, a ogni scoccare di ora.

A Paolo era stata assegnata la parte dell’ Oste di Cesarea; l’ultimo rifiuto prima del tocco delle undici toccava a lui. Avanzò varie scuse per schivare quella recita, soprattutto perché avrebbe dovuto, come cinque anni prima, aprire e chiudere la porta in faccia a “quei due senzatetto” e la cosa gli bruciava perché gli ricordava il suo amico scomparso nel nulla.

Non era più tornato in quel teatro Paolo; gli sembrava meno grande; lo scenario, dipinto su quinte ruotanti attorno a un perno come pagine di un libro, presentava di volta in volta le porte dei cinque alberghi: Caval Grigio, Moro, Cervo Bianco, Tre merli e Cesarea e infine la grotta con tanto di bue e asinello dipinti sulla scena.

L’aveva imparata bene la sua parte, sapeva anche quella degli altri osti , di Giuseppe, di Maria, del campanile e quella lunga dell’angelo che annunciava la nascita dei Gesù bambino. Una bella poesia.

Era tranquillo, non c’era più emozione, nessun tambureggiamento nel cuore. Dietro la porta seguiva il prosieguo della poesia e aspettando la sua parte sbirciava per scorgere la postazione dei suoi genitori, presenti in sala ora che il lavoro l’avevano trovato vicino a casa.

La porta sul fondo era spalancata per lasciar passare un po’ d’aria: la stufa a carbone e l’affollamento avevano surriscaldato l’ambiente.

Il ragazzo improvvisamente immaginò l’arrivo del vagabondo; ricordava le sembianze ma faticava a tratteggiarle sul riquadro nero aperto nella notte invernale.

Il campanile scocca lentamente le dieci

Era il suo turno, doveva concentrarsi – un bel respiro e voce alta– aveva raccomandato l’insegnate durante le prove.

Oste di Cesarea…

Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente? 
L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
 non amo la miscela dell’alta e bassa gente.

Ecco, bene, non aveva sbagliato niente, aveva richiuso la porta senza far crollare le quinte, lasciando fuori quei due al freddo senza un riparo per dormire.

–Basta! Smettiamola una buona volta– si girò di scatto riaprì la porta riapparendo in scena; lo sguardo fisso verso il fondo della sala.

–Ssst ssst– il maestro faceva segno di rientrare nel suo alloggio, ma Paolo determinato più che mai si avvicinò a Giuseppe, gli afferrò la mano e appoggiando l’altra sulla spalla di Maria li introdusse nella sua dimora. La dimora del tempo sospeso.

Nel silenzio della sala, ad alta voce proclamò un versetto dell’Apocalisse imparato a memoria e conservato a lungo nel suo cuore:

Ecco , io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui, ed egli con me”

In fondo alla sala scintillò una luce e poi fu notte nel cielo di Natale.

Ora ritorni qui in un altro tempo

Ho sete, lasciatemi bere, lasciatemi sorridere, lasciatemi andare.
Il sangue scorre dalla sacca appesa al di sopra della mia testa attraversando l’ago infilato nel mio braccio. In questa parte di vita i problemi e i sogni da realizzare sono diversi da quelli che vivevo prima, mi accontenterei di ritrovare la forza necessaria per alzarmi da questo letto bianco e raggiungere la finestra che si affaccia sull’ignoto.
Il trattamento previsto dall’ associazione dell’acido retinoico alla chemioterapia ha modificato la prognosi della mia malattia che era fino a poco tempo fa considerata come la forma più temibile tra le leucemie e che è invece oggi la più curabile e guaribile. Ho fiducia, lo sento, guarirò. Mi sono fatta rasare i capelli per non vederli cadere, mio marito accarezzandomi la testa ha detto che così sono ancora più bella, proprio come mia madre.
Mamma!
Se ci fossi qui tu ora, sarebbe tutto più facile per me, come quando da bambina ti alzavi di notte per tirarmi fuori dal letto perchè non mi bagnassi dopo quella terribile operazione che ci ha tenute in ospedale per più di un mese. Ti ricordo con la testa sempre curva a cucire per noi gonne e camicette, il vestito della comunione, la prima minigonna e l’abito da sposa, anche quello hai voluto confezionarmelo tu; incontrai la luce gioiosa dei tuoi occhi quando scendendo dall’automobile davanti alla chiesa fui accolta da quell -oooh!- degli invitati.

Il lento stillicidio di piastrine e plasma mi dà vigore e sonnolenza; la mia mente sta lasciando il mio corpo, vorrei lanciarla nel luogo dove si sta bene, come la calotta polare per l’ orso bianco o la sabbia per la volpe del deserto.
Stanno uccidendo il fiume malato delle mie vene per riportarmi alla vita.
Il ghiaccio sta avanzando e il mondo dentro me ha già iniziato a gelare, la luce del sole è smorzata dalle nuvole grige, la mente vaga, il corpo insensibile, morirò per cominciare a vivere. Come un’ombra galleggio su questo stagno. C’è pace tra le montagne. Oltre le nubi il chiarore lunare è un sorriso alle mie lacrime.
Beati sono coloro che sorridono in corpi liberi.
Ci sono momenti nella vita in cui si vorrebbe fissare i ricordi più importanti ed espanderli per invertire la mente e viaggiare indietro nel tempo…

Sto correndo, è interminabile questo corridoio d’ospedale, non ricordo più il numero dell’interno, il piano , qual’è la scala? Ho sbagliato reparto, devo tornare indietro.
La rimozione dell’ematoma al cervello è andata bene, la riporteremo a casa presto, in aprile festeggeremo il 50° anniversario del suo matrimonio. Chissà se l’hanno spostata dalla stanza sterile.
Ecco sto arrivando, non c’è nessun infermiere in giro. Mamma?…
Ha gli occhi sbarrati, suono il campanello, urlo, la scuoto chiamo gli infermieri, accorrono anche i medici.
Rincantucciata dietro il tendone verde assisto all’inutile corsa per riportare in vita il corpo nudo di mia madre; il fiume inarrestabile che straripa dai miei occhi lo inonda.
La vedo galleggiare nel suo vestito di carne.
Una leggera brezza increspa la superficie dello specchio d’acqua tra le montagne.
Abbandonando l’ombra la figura emerge, si stacca dallo stagno; la linea simmetrica che separa la morte dalla vita la porta a mezz’aria nel cielo proprio di fronte a me, al di sopra della mia testa, eccola lì, nuda coi capelli e il suo corpo di ragazza.
Allargo le braccia, mi accoglierà tra le sue, spiegate come ali, si curerà di nuovo di me, percorreremo il sentiero che ci riporterà a casa e lasceremo fuori la tormenta ad urlare come un lupo nella notte.

-Hai lasciato il tuo corpo, ritorna quando vuoi, un altro giorno, per me.-

Il lamento dell’albero di Yukio

*Non l’avete veduto?

Il sangue versato
 forma il nucleo delle maree

 
invano tinge i neri flutti,

sulla superficie 
nelle notti di luna ondeggia una rossa corrente

vaga intorno a queste piccole isole

ululando tristemente
 come una belva.

Il tremore della terra ha risvegliato l’anaconda,

pescherecci, automobili e case

origami di carta accartocciati

tralicci e ponti

stuzzicadenti tra le macerie.

 

*Una vita a cui basti trovarsi 
faccia a faccia con la morte


per esserne sfregiata e spezzata


forse non è altro
 che un fragile vetro.

 

Tredici corde tese
 su legno di paulownia

frecce scagliate nel cielo le note del koto.


*
Lacrime di dolore 
per la sincerità dei nostri sentimenti,


lacrime di dolore
 per la nostra morte 
rigano le guance del Volto di Drago.

Nocciolo nel guscio

 pugnale radioattivo
 pronto per l’harakiri

Lacrime contaminate

i petali di ciliegio a maggio.

Api bottinatrici impazzite

non torneranno all’alveare.

 

*Soltanto guardando in faccia
 la morte


possiamo comprendere
 la nostra autentica forza


e il grado del nostro attaccamento alla vita.

Il gallo dalla lunga coda tornerà a cantare sul torii vermiglio

chiamerà dall’isolamento Amaterasu
 la dea del sole

e il mondo sprofondato 
risorgerà dalle tenebre.







 

*Nella fervida speranza 

che possiate risorgere 
come uomini
 e come guerrieri.




* liberamente tratte dagli scritti di  Yukio Mishima

Le statuine del partigiano

Dicembre ’59.
Una visita per gli auguri di Natale. Il cigolio del cancello sui cardini arrugginiti straccia il silenzio. La zia Lucia scalda la mia manina nella sua mentre stiamo varcando il cancello di Marta.
Gli ultimi raggi del sole d’inverno accendono le bacche arancione della pianta di cachi. L’albero di Natale dei poveri ha i frutti talmente in alto che nessuno si fida a raccoglierli, lo sanno tutti che é pericoloso, i rami del fico e del caco si spezzano facilmente.
Le ombre della sera proiettano tristezza sulle lastre grigie in pietra dell’aia e del portico.
L’amica della zia ci accoglie nella stanza riscaldata dalla stufa a legna:
« Ciao Cia, questo é l’ultimo dei fornaretti vero?
Fatti vedere, piccolino. Mi hanno detto che frequenti la prima elementare e sai già leggere e scrivere. Sei venuto per vedere il mio presepe? Eccolo lì ».
Mi giro verso il camino, mi avvicino, non lo avevo notato entrando, la stanza è scarsamente illuminata, da fuori questa casa sembra abbandonata.
Pezzi di legna disposti a caso sul fondo, al posto del ceppo fiammeggiante vedo sassi lisci fare corona ad uno spiazzo di cenere. Non vedo le statuine, nessun pastore o pecorella.
Non serve lo specchio per vedere la delusione stampata sul mio volto.
« Aspetta un attimo. Sta suonando il Vespro, la notte è calata possiamo fare luce ».
Marta apre lo sportello della stufa e con la paletta di ferro fucinato raccoglie le braci e le sparge con destrezza sulla cenere.
D’incanto appare la visione:rami e radici formano anfratti, grotte, nicchie, avvallamenti, tre sassi formano le pareti della grotta senza tetto che accoglie l’unico personaggio: una Madonna scura intagliata nel legno.
Chiedo incuriosito:« Ma dove sono i pastori e le pecorelle, l’asino il bue, dov’è San Giuseppe? ».
Lentamente l’anziana signora infila le mani tra i legni e mentre uno alla volta compaiono i personaggi risponde:
« Vengono solo quando è notte, vivono alla macchia perché i soldati li stanno cercando ».
Insisto: « Il bue, l’asino, le pecorelle? ».
Marta continua stravolta: « Saccheggiate, portate via dai tedeschi ».
La zia l’aiuta a sedersi, le accarezza i capelli e la rincuora:
« Calmati, la guerra è finita da anni, non pensarci più ».
La donna continua, ha gli occhi fissi verso un punto oltre la finestra.
« Giuseppe non è più tornato dopo il rastrellamento, non sa neanche del bambino.
Non tornerà più, anche i partigiani non si sono più presentati in questa casa, vogliono dimenticare.
Solo tu Cia, hai condiviso con me l’amore per lui. Tu che lo hai salvato più volte nascondendolo dietro ai sacchi di juta pieni di farina ».
La zia le fa un cenno col capo, guardando verso di me: « Ti prego Marta, c’è il bambino ».
Non capisco cosa stanno dicendo. Il bambino io non lo vedo, non è nella culla. Cerco di mettere a fuoco la scena, come un gatto che guarda nel buio passo in rassegna i personaggi grezzamente intagliati in legno di pino. Li prendo in mano uno alla volta per osservarli meglio. Ognuno ha un dono diverso da portare: un pane, un canestro di frutta, una gallina, dei panni, una brocca.
Marta prosegue: « Li ha fatti tutti lui, il mio Giuseppe, me li consegnò un suo amico quando mi avvisò che non sarebbe più tornato ».
La zia asciuga con il fazzoletto gli occhi dell’amica e poi i suoi e si rivolge a me dicendo:
« Andiamo adesso. Marta è stanca ».
« Aspetta zia, io non lo vedo il bambino ».
Le donne si guardano in viso, noto un cenno di intesa tra loro.
« Il bambino arriva la notte di Natale, lo porterà Libero, mio figlio, che fa il muratore in città. Ha detto che porterà le lucine da mettere nel presepe. Dice che basta collegare l’una all’altra e infilare la spina nella presa della corrente, così non ci sarà più bisogno delle braci e non rischieremo di perdere le statuine di suo padre in una fiammata ».

Sulla strada di casa chiedo alla zia dove sia Giuseppe.
Lei risponde con voce soffocata:
« Trucidato… all’alba del 25 aprile 1945 ».
Per anni non ho compreso cosa volesse dire quella parola della zia.
Ora le due amiche non ci sono più, sono il solo a conoscere il nome del padre di Libero.
Ho capito anche per chi, ogni sera la zia posasse un lumino acceso sulla davanzale della finestra affacciata verso il monte.