chiudo così

Sull’autostrada Verona-Bologna, la Citroen segue a ruota la Volvo di Max, Stefano chiacchiera con la moglie, le racconta racconta il sogno della notte. Il lettore CD dell’autoradio diffonde la musica di Happy Sad, creando grazie all’uso del vibrafono l’atmosfera fantastica di una lunga composizione morbida, sommessa, d’incredibile delicatezza. Il suono notturno di onde dell’oceano che si infrangono sugli scogli rivela un susseguirsi di ricordi.

Neli nota il velo di tristezza sul viso del suo uomo e chiede:

«Eri così allegro alla partenza e ora sembra che questa canzone abbia di colpo cambiato il tuo umore. Cosa dicono le parole, tu le conosci, sai tutto di Tim Buckley».

«Ci provo, la mia traduzione non è perfetta, ma renderà l’idea. Le parole della prima parte della canzone le ho ascoltate come se fossero cantate da Renata una donna conosciuta e amata nel passato:

Io ero persa senza una canzone, senza una melodia.

Tu sei arrivato nell’hotel della mia vita, hai fatto diventare la mia stanza una casa. Hai portato la luce del sole sulla città, hai scaldato il mio cuore.

La cosa più triste che ho conosciuto era vedere morire via i miei giorni, ora non mentire, come posso trovare il ritmo e il tuo tempo se non mi canti le tue canzoni.

L’odore della tua dolce pelle intrappola i miei sogni.

Oh come vorrei poter stare ancora un po’ con te e nutrirmi del tuo sguardo. Hai scaldato il mio cuore quando ero sola.

Tutto ciò che voglio, è venire e andare per sempre dentro il fiume del tempo, dove tu mi hai trovato e aspettarti per trovare la mia pace nella tua, cosi ci possiamo amare ancora.

Poi subentra la seconda donna.Tu, che mi ami e mi hai amato dal primo giorno fino ad oggi senza mai chiedere, rispettando i miei silenzi e le mie malinconie:

Io sento quello che tu senti, se tu senti quello che io sento

e vedo quello che vedi, se tu vedi quello che vedo,

e cosi sempre più avanti, è il mio e il tuo cuore, è il nostro cuore insieme, tu canti e io canto, tutti e due ameremo insieme

e tutto questo crescerà,

tutto ciò che troverai è la pace della mente e del cuore.

Dal primo giorno che ti ho conosciuto ho smesso di pensare a lei, il nostro amore col tempo è aumenatato sempre più di intensità. Gli avvenimenti di questi giorni hanno ridestato la fiamma del ricordo. Non fraintendere, sono due cose diverse ma mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se lei non si fosse ritirata e come invece sa-rebbe stata senza te.

L’esistenza di una persona consiste in una serie di avve-nimenti di cui l’ultimo potrebbe anche cambiare il senso di tutto l’insieme. Ci sono fatti che possono cambiare non solo la direzione di una vita, ma anche il significato di ciò che si è fino ad allora compiuto. Capita di incon-trare persone che ci hanno intimamente segnato, non parlo soltanto di coloro che da quell’incontro sono usci-ti innamorati l’uno dell’altra, ma anche di ognuno di noi quando abbiamo avuto la strada dell’esistenza attraver-sata da una figura che ci ha lasciato una traccia indele-bile.

Neli appoggia delicatamente la testa sulla spalla del ma-rito. L’essere amata è per una donna un bisogno supe-riore a quello di amare.

«Non pensavo di essere gelosa, invidio l’atmosfera magi-ca dei tuoi giorni passati con Renata. Ho una strana sen-sazione nel profondo del mio cuore, non so dirti cosa sia, ma so che non andrà via. Succede ogni volta che ti do più di quanto possieda, ma adesso tutto quello di cui ho bisogno è soltanto un po’ di tempo, per ascoltare questa canzone e sono convinta che troveremo un modo per far sparire questa strana sensazione».

 
Fine

ottobre 1973

Ottobre 1973

Un uomo di una cinquantina d’anni apre la porta dello studio di Renata; prima di arrivare a Bologna dove vive la sorella è passato a Brescia come le aveva promesso, per ritirare il materiale elencato sul foglio che ha tra le mani. Sul soppalco la luce della finestra illumina il le-gno vuoto del cavalletto, c’è un pacco di fogli in ordine sul tavolino rettangolare, sfoglia e guarda con interesse e curiosità i disegni di volti e corpi. il soggetto raffigurato è sempre lo stesso: un essere del cielo, forse un angelo. In fondo ad ogni disegno è riportata una data, sono in ordine cronologico, novembre 71, marzo 72, mano a ma-no che scorrono i giorni, le immagini e i segni diradano, sembra vogliano sparire, dileguarsi, evaporare nell’aria. “Sono tanti, ha dedicato molto tempo a questo sogget-to, non riesco a capire se sono il ritratto di una persona reale o frutto dell’immaginazione. Una bellezza interiore sprigiona in questi lineamenti, non riesco a capire chi vuole rappresentare, chiederò a lei, intanto raccolgo tut-to e glielo porto a casa”.

Sul treno per Bologna osserva il paesaggio che scorre veloce fuori dal finestrino; nel cielo sulla pianura pada-na le nubi che si allungano come ali d’angelo assumono nella sua immaginazione le forme della figura disegnata sui fogli che porta con sè; le inquadra una dopo l’altra, le mette in fila, le schiera come soldati in adunata: lui è abituato in questo, da poco stato nominato colonnello comandante del 5° reggimento alpini.

Giugno 1974

Il furiere della 110 °Compagnia consegna una lettera al-l’alpino Stefano, sul retro c’è l’indirizzo del mittente: Mario di Bologna. Un ragazzo della sua età, studente li-ceale al quarto anno, si sono contattati attraverso le pagi-ne della rivista musicale Ciao 2001, è un’amicizia di carta che si consolida sempre più con lo scambio di testi delle canzoni, di opinioni sulle bands o cantautori, dischi da acquistare, concordano in fatto di gusti perciò si fidano su quanto uno consiglia all’altro. Si raccontano la loro vita di tutti i giorni senza andare troppo in profondità nelle confidenze.

Ciao Stefano, ti ringrazio per i testi di Shawn Phillips e di Crosby, avevi ragione, continuo a farli girare sullo ste-reo, ti mando i testi di “ Happy Sad” del grande Tim Buc-kley, quelli di “Blue Afternoon” non li ho ancora recupe-rati, anche se qui a Bologna è più facile trovare materiale che da voi, perciò continua a sperare. Scrivimi cosa pen-si di Frank Zappa,e dei Soft Machine. Nel tuo elenco ve-do che hai i testi di “H to He” dei Van der Graaf Genera-tor, la prossima volta mandami quelli. Grazie ti saluto, ho poco tempo e un sacco di studio in arretrato. Pico”.

Mario deve questo soprannome alla sua memoria, suona le tastiere in un piccolo gruppo bolognese che accompa-gna spesso spettacoli teatrali di avanguardia.

Rimarranno in contatto intenso per tutto il periodo di servizio militare, dopo il congedo la corrispondenza di-rada e Stefano lo informa del primo lavoro come re-sponsabile della produzione in una fonderia artistica,

del matrimonio con Neli nel ’78 e della nascita dei figli DanieleDaniele nel’80 e Mario nel ’84, e del suo ritorno nella forneria del padre e del fratello.

cerniera tra la prima e seconda parte del racconto

Ottobre 1973

Un uomo  apre la porta dello studio; prima di arrivare a Bologna dove vive la sorella è  passato a Brescia come le aveva promesso,  per ritirare il  materiale elencato sul foglio dettatogli al telefono.

Una grande nostalgia per quello stanzone, sale al soppalco; la luce della finestra illumina l’asse vuota sul cavalletto, un pacco di fogli in ordine sul tavolino rettangolare, li guarda incuriosito, uno dopo l’altro. Ritratti di  volti e corpi, sempre lo stesso soggetto,  sembra un angelo, in fondo ad ogni disegno è riportata una data, in ordine cronologico dal novembre 71 a  marzo 72, mano a mano che scorrono i giorni le immagini  e i segni diradano, sembra vogliano sparire, dileguarsi, evaporare nell’aria.

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“Sono tanti, quanto tempo ha dedicato a questo soggetto?                                                   
E’ reale la persona raffigurata o è  il frutto dell’immaginazione di mia sorella?                  
Una bellezza interna sprigiona in questi lineamenti, chissà cosa vuole rappresentare? Ricomincerà a dedicarsi alla pittura?               
Lo spero tanto per lei, intanto raccolgo tutto e glielo porto a casa.”.                                        

Sulla strada per Bologna  quasi non vede il paesaggio che scorre veloce al finestrino della vettura, nel cielo sulla  pianura padana le nubi si allungano come ali d’angelo, simili alle figure disegnate sulla carta, le afferra con la mente  mentre si allungano e svaniscono, le incasella una ad una, le mette in fila, una dietro l’altra come i soldati  in adunata, i suoi alpini.

Ha un nuovo incarico, ora è il colonnello comandante del 5° reggimento alpini.

Giugno 1974, Pennes, campo scuola tiri per mortaisti.

C’è una lettera per Stefano, una busta d’ufficio, la gira, legge l’indirizzo del mittente:
è Mario di Bologna.
Un ragazzo della sua età, studente liceale al quarto anno, si sono contattati attraverso le pagine della rivista musicale Ciao 2001, è un’amicizia di carta che si consolida sempre più con lo scambio di testi  degli albums, di opinioni sulle bands, i solisti, i cantautori, consigli sui dischi da acquistare, concordano in fatto di gusti perciò si fidano  su quanto uno consiglia all’altro.

Parlano della loro vita di tutti i giorni,  le confidenze non vanno troppo in profondità. 

“ Ciao Stefano, ti ringrazio per i testi di Shawn Phillips e di Crosby, avevi ragione , continuo a farli girare sullo stereo, ti mando i testi di “ Happy Sad” del grande Tim Buckley, quelli di “Blue Afternoon” non li ho ancora recuperati, ma lo sai qui a Bologna è moto più facile che da voi, perciò continua a sperare,  anche a  me piace molto . Cosa ne pensi di Frank Zappa, e dei Soft Machine?      

Aspetto la tua opinione, nel tuo elenco vedo che hai i testi di “H to He”  dei Van der Graaf Generator, la prossima volta mandami quelli. Grazie ti saluto, ho poco tempo e un sacco di studio in arretrato. Pico.”                                   

Pico, lo chiamano così gli amici per la sua memoria, suona le tastiere in un piccolo gruppo bolognese, accompagnano spettacoli teatrali di avanguardia.

Rimarranno in contatto per alcuni anni, soprattutto nel periodo della naia di Stefano.

La produzione artistica di Stefano è stata scarsa, dopo la naia ha incominciato a lavorare, cinque anni in fonderie artistiche e poi nella forneria del padre e del fratello.
Comunque è orgoglioso dei suoi tre capolavori,  il primo Neli sposata nel ’78, con la quale ha dato vita a due splendide opere:
Daniele nell’80
e Mario ’84.

Dicembre 1972

A metà del mese di dicembre Stefano è di nuovo in città per l’ultimo degli incontri con l’arte bresciana.

Fina dalle elementari coltiva la passione per il disegno e la pittura e nel tempo libero realizza i suoi lavori. Prepa-ra da solo i colori con terre rosse e ocra raccolte sui monti circostanti, le setaccia, le mescola con acqua e col-la, poi versa l’intruglio sulla tela e con abilità e velocità la inclina in alto e in basso e destra e sinistra, raccoglie in una tazza il colore liquido in esubero e poi lo versa di nuovo sulla tela finchè appare l’idea della sua ispirazio-ne, e conclude infilando la tela nel forno del pane, ope-razione questa da effettuare nel pomeriggio quando so-no tutti a dormire, altrimenti non glielo permetterebbe-ro, anche se non sporca per niente la platea refrattaria. Dopo una decina di minuti sforna l’opera asciutta e tesa, la lascia raffreddare e con un pennellino rifinisce a tem-pera il quadro.

Alla mostra di ottobre dopo una chiacchierata col mae-stro d’arte Enrico Ragni aveva fissato un appuntamento per mostrargli uno di questi lavori.

Poco lontano dallo studio di Fiessi e di Renata, incontra il pittore nell’atelier-magazzino.

Con la tela avvolta in un foglio di carta da pacchi entra nello stanzone dove numerose tele sono sistemate allineate e coperte come una fila di soldati. Nella parete sul fondo è appesa una grande tela, in cui il colore rosso imprigiona una macchia nera sanguinante, l’impressione ricorda la Spagna, un dramma intenso pregno di vibrazioni, un impulso di violenza e di passione. Un cavallo incornato dal toro trafitto dalla muleta del matador.

«Quello che stai osservando l’ha realizzato mia moglie Pierca. Ma ora voglio vedere cosa mi hai portato. Dai scarta il tuo pacco, mostrami la tua opera».

La tela è avvolta in un foglio di carta da pacchi, Stefano la libera dall’involucro e la presenta al maestro dicendo: «È un albero». – «Interessante. Non è importante dire cosa rappresenta. L’opera d’arte ha autentici ordini di qualità e se i mezzi usati per realizzarla non sono banali avrà una vitalità al di fuori del soggetto più o meno rappresentato. Il vero significato di un’opera d’arte è una sintesi di espressioni riguardanti la composizione formale, il ritmo spaziale in una coerenza poetica con gli elementi colore e forma, plasmati mentalmente sui valori dello spirito. Come hai realizzato questo impasto di colore? Hai usato terre spe-ciali? Come le hai impastate e fissate sulla tela? Non vuoi dirlo? Hai ragione. È la tua tecnica di pittura. Mi piace». «È un albero di pietra, un albero che non vuole fiorire, niente più foglie né fiori tra i suoi rami, non ha più voglia di vivere».

«Ha qualcosa a vedere con te questo albero? Stai forse passando un brutto momento. Fatti coraggio, ogni uomo sulla faccia della terra attraversa giorni di sconforto, gior ni di tristezza, di noia, ma poi arriva sempre il sole e porta giorni di gioia che ti fanno dimenticare tutti gli altri. Io guardo il tuo quadro, questa piccola massa di colore aspetta l’energia necessaria per esplodere, per espandere un’enorme quantità di vita. Spetta solo a te liberarla».

«Vorrei chiederle un’informazione, conosce un’artista di nome Renata che lavorava in questa via?».

«Ogni tanto incontravo una signora con fogli arrotolati sottobraccio, una borsa a tracolla dalla quale sbucavano ciuffi di pennelli e ho immaginato che fosse un’artista. Non la conosco personalmente, non so chi sia, ne come si chiami, io non lavoro qui, questo è il mio deposito, ci vengo di rado. L’ultima volta l’ho vista a marzo o aprile, stava chiudendo il portone, aveva sottobraccio un rotolo di fogli, non so dire di più. La conosci?». Stefano rimane in silenzio, era l’ultima speranza, è sconfortato.

L’artista gli da un piccolo scappellotto tra capo e collo e gli dice: «Continua a colorare, sperimenta le tue tecniche e mostramele ogni tanto, mi hai fatto una buona impres-sione, secondo me hai la stoffa dell’artista, vai avanti e su con la vita».

Stefano ringrazia e scappa via, è commosso e non vuole mostrare gli occhi lucidi “È un grande questo uomo, ma neanche lui mi può aiutare”.

Cammina veloce per le vie della città illuminata a festa, tra qualche giorno sarà Natale, dalla porta di una chiesa si eleva nell’aria una musica, entra, si siede nell’oscurità della navata e ascolta le prove di un coro di voci che intona un canto; su uno spartito legge il titolo: In dulci jubilo, musica di Buxtehude.

In dolce giubilo leviamo un lieto cantico

pien di gioia è il cuore

Egli splende come il sole

nelle braccia della Madre

Egli è l’alfa e l’omega.

Lontani dalla luce a noi sono riservate

le gioie del cielo.

Oh, quale carità!

Dove sono le gioie?

Ecco innalzano gli angeli, nel cielo,

nuovi canti.

Squillano le trombe nel regno dei cieli.

Oh, quale carità, quale carità.

Conosce Renata…..

Due colpi secchi del catenaccio, è il suono della porta della solitudine che si apre e presenta un uomo mal-vestito, vecchio all’apparenza, mostra sul viso i segni del-la sofferenza, è impossibile dargli un’età.

«Entra ragazzo, accomodati, dal tono della tua voce rie-sco a sentire il suono della passione; chi ha passato certi momenti lo capisce al volo». Si siedono al tavolo. Sulla tovaglia di tela cerata, c’è un fiasco, una pagnotta stantia, una mela, Fiessi lo fa sedere, versa il vino nei due bic-chieri e lo invita a condividere con lui il piacere di una bevuta. .

Il giovane scrolla la testa e dice: «Grazie, sono astemio». «Su coraggio, fammi compagnia, raccontami le tue pene ed io ti racconterò le mie, versiamo un po’ di aceto sulle nostre ferite. Conosco di vista la tua amica, mi pare una persona per bene, mi saluta sempre quando mi incontra. Facciamo lo stesso lavoro lo avevo intuito ma non ci sia-mo mai parlati nè frequentati, non la vedo da mesi, lo studio deve essere chiuso, non c’è più luce alle finestre e la tenda è sempre tesa. È lei il motivo della tua sofferen-za?Ha forse una figlia e non te la lascia frequentare?Per-ché la stai cercando?. Sei innamorato di lei. Ho colpito il bersaglio in pieno centro, si vede stai sanguinando. Scu-sa non volevo essere invadente. Lei è molto più grande di te. Dimmi qualcosa. Sei venuto apposta per chiedere informazioni e ora non parli. Sembri un cane bastonato. Sei come me, non sai dove sbattere la testa, non sai a chi rivolgerti, vorresti urlare al vento di spazzare via la tua pena e invece ti costringi a soffocarla dentro. Caro ragazzo confida la tua pena, perchè il dolore muto se arriva al cuore lo spezza. Lo sfogo spesso è lunica medicina alla sofferenza».

Stefano sentendo di aver incontrato un uomo che lo vuole ascoltare con sincerità, mostra le proprie ferite nascoste distillando in poche frasi la sofferenza che gli avvelena l’anima. Sentirsi ascoltato e forse compreso è un sollievo alla sua desolazione.

«Mi fa male non poter esserti di aiuto, non dormirò pensando a te, ti auguro di trovare qualcuno che ti dia una mano a trovare questa persona o a perderla. Qualcuno troverà il codice segreto per sciogliere il tuo dolore, e lasciare il posto ad un altro amore, forse diverso, meno intenso, certamente più maturo e consapevole. Hai gli occhi di chi cammina con l’aria sotto i piedi, noi siamo così, tutti cercano di trattenerci a terra, ma le aquile sono esseri del cielo, creati per volare, e tu vola e sogna. continua a sognare ad occhi aperti, non si fa male a nessuno, lo sai vero. Non ti conosco eppure è come se sapessi tutto di te, siamo anime simili. Il mio consiglio per uscire dallo stagno in cui stai affogando è di attaccarti a ciò che più ti piace e metterci dentro tutte le tue energie. Avrai una passione…».

«Amo la musica di questi anni, ascolto dischi di pop, rock, blues».

«Finalmente, hai riacquistato la parola, toh, prendi que-ste tremila lire, vai ad acquistare un disco e corri a casa ad ascoltarlo. Se vuoi pensa a me, pensa che al mondo c’è sempre qualcuno più disperato di te e nonostante tutto va avanti nella nebbia, aspettando un raggio di sole, uno spiraglio di luce. Quando ti trovi nel buio, non temere, guarda in alto, lontano, un lumicino ti indicherà la strada per uscirne fuori. Ti vorrei sapere felice, sei giovane hai davanti l’avvenire».

La stretta di mano sulla porta sigilla l’amicizia con Fiessi Angelo, un uomo fuori dal tempo, un angelo caduto sulla terra, una delicata pennellata sulla tela della vita.

In una stradina dietro i grandi magazzini Coin c’è un negozio di dischi, Stefano entra e comincia a scartabel-lare tra le copertine colorate, le sue dita si muovono ve-loci, ogni tanto si fermano, afferrano un disco, l’occhio cattura le immagini, legge le parole, i titoli, i nomi dei musicisti, la mente comincia a inventare da sola suoni, armonie, melodie; sono intuizioni per scegliere la musica giusta per quel preciso momento. Ha tra le mani un LP di Tim Buckley, non ha mai ascoltato niente di lui, ha letto alcune recensioni che lo hanno incuriosito e appas-sionato, fino a quel momento è stato impossibile trovare le sue produzioni in Italia. Si accomoda in cabina per l’ascolto. La dodici corde impreziosisce una voce stu-penda, modulata al massimo delle possibilità espressive che sale e scende di tono in un batter di ciglia creando una emoziona profonda, disegnando la melodia dei bra-ni arriva diretta dall’anima dell’artista una forza emotiva, coinvolgente, paurosamente affine all’anima del ragazzo. Blue afternoon. Pomeriggio blù. Un lavoro dai toni sof-fusi, triste e poetico. Pomeriggio triste, è l’atmosfera di quel giorno di novembre, ogni canzone è una sfaccetta-tura della giornata. La musica ripropone nell’umidità della nebbia, lo stato di abbandono, il vuoto della strada che porta allo studio, il treno, l’assenza di Renata.

Ottobre 1972

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Autunno 1972

Il cugino Gianni ha coinvolto gli amici per organizzare in paese una mostra d’arte di Pittori Bresciani Contem-poranei: Pedrali, Ragni, Pierca, Ghelfi, Bergomi, Garosio, Gatti, Repossi e Fiessi. Un giornalista ha fornito nomi e contatti per ottenere le opere, è una bella impresa, sono tutti entusiasti. A fine ottobre la manifestazione artistica chiude i battenti; a Stefano tocca il compito di riconse-gnare i quadri o i soldi delle vendite agli artisti residenti in città. Il primo pittore a cui fa visita opera in via Musei.

Nell’androne di un antico e austero palazzo risuona un «Chi è là»,la voce di Bergomi, tornato da poco dall’Equa-dor pare arrivare direttamente dal medioevo. L’artista da l’impressione di essere scocciato dal disturbatore ma quando vede i soldi cambia timbro di voce e con garbo lo fa accomodare nello studio.

Una grossa stufa a carbone riscalda la stanza, l’odore intenso di acquaragia è mitigato da quello dei colori a olio sparsi in varie combinazioni di tinta su una grande tavolozza. Osservando i quadri e le piccole tavole di le-gno si nota il talento dell’artista, la sua pittura è densa di toni, i personaggi sono rappresentati con una particolare intensità di espressione che narra con maestria l’ango-scia, la serenità e la gioia.

Chiacchierano un po’, Stefano approfitta per chiedere se conosce Renata. Il pittore risponde scrollando la testa, non è nel suo giro di conoscenze, anche perchè spesso è in giro per il mondo, il mese a venire partirà per il Vene-zuela, sembra scocciato dalla domanda.

Il ragazzo lascia perdere, non gli piace quest’uomo, con educazione risponde al freddo “Arrivederci” e girando i tacchi lascia lo studio mormorando “A mai più”.

A metà novembre è il turno di Fiessi Angelo. Il pittore appartiene al gruppo della scapigliatura bresciana, non è mai stato un buon mercante dei suoi paesaggi dai toni delicati, un po’ impressionisti. Stefano legge il nome della via, la conosce, da quelle parti c’è lo studio di Re-nata, percorre il tragitto con i passi della nostalgia e il cuore a ritmo accelerato che pulsa in gola e negli orecchi. Bussa alla portina della stamberga, nessuno risponde, c’è una luce accesa all’interno, alla sua insistenza con le nocche sull’uscio, risponde una voce: «Andate via, ladri maledetti. Mi avete portato via tutto». «Mi apra per favore, sono venuto a portare i soldi del quadro, non ricorda la mostra in Franciacorta, le passo la busta sotto la porta, ecco qua».

Dall’interno un colpo di tosse schiarisce la voce:«Grazie. Mi deve scusare ma me ne sono capitate di tutti i colori, non mi fido più di nessuno, non faccio entrare più nessuno. Grazie ancora, la saluto».

La voce di Stefano assume un tono di supplica:

«Ancora una parola, la prego, devo chiederle una infor-mazione, conosce Renata, la pittrice, la restauratrice, abita nello studio più avanti nella via –.

Giovedì alle metà del mese di febbraio 1972

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«Un pensiero per te». L’innamorato mette dell’acqua in un vasetto di vetro lo colloca sul davanzale. «Denti di ca-ne appena sbocciati».Sei petali bianchi aperti all’in-dietro mostrano un cuore giallo ricamato con un filo d’oro dal quale sfilano sei lunghi stami rosa-viola e un pistillo bianco. Una corona di foglie oblunghe, glauche, verde-azzurro con macchie bruno porpora, raccoglie il fresco dono. «Questi bei fiori hanno una vita breve». «ßono bellissimi i fiori di bosco. Grazie. Mi fai ricordare quando da ragazza in questa stagione raccoglievo i deli-cati bucaneve sull’appennino. Dove li hai raccolti?». «Ieri pomeriggio dopo aver infilato ai piedi un paio di scarponi ho raggiunto le pendici del Monteorfano var-cando la soglia della Valle d’oro. Fu mio cugino Gianni a battezzare il posto con questo nome per via del colore delle primule che ne tappezzavano il pendio. Da bambi-ni ci eravamo impegnati con tanto di giuramento a non rivelare a nessuno il luogo incantato dove vivevamo in un mondo ai confine del reale. Gianni, più grande di me di un anno, era il regista delle nostre giornate. Le nostre avventure erano diverse da quelle dei coetanei: giochi di poesia e commedia, ricchi di scenografie, testi e costumi, una passione che ci ha accompagnati negli anni anche se le nostre strade corrono in direzioni diverse. Il mio spirito ha librato in aria come il pettirosso nel luogo do-ve abbiamo giocato e sognato. È stata un’immersione nei ricordi, un dolce ritrovarsi anche se la valle non è più la stessa da quando un vigneto ne ha chiuso lo sbocco sul prato. La recinzione in filo spinato ne impedisce l’ac-cesso e la fretta di superare il confine mi ha fatto san-guinare le mani ma ne valeva la pena per lo spettacolo offerto dai delicatissimi fiori che in febbraio spuntano sul tappeto di foglie secche dei castagni».

«Sai Stefano, la dolcezza che porti in te è frutto della sensibilità tua e delle persone con le quali hai vissuto o che hai scelto come compagni dei tuoi giorni, sono felice di aver varcata la breccia della Valle d’oro, ora anche noi abbiamo la nostra valle. Stiamo attenti, il filo spinato po-trebbe ferirci, facciamo anche noi un giuramento affin-chè nessuno mai la possa scoprire e profanare». Un bacio è il giuramento del corpo, una cicatrice che porteranno per sempre. Sul tappeto dello studio i due innamorati si abbracciano e si amano a lungo.

La tenda chiude gli occhi della finestra su Brescia.

Un altro pomeriggio in febbraio

Il carboncino lascia la propria ombra sul foglio facendo risaltare la figura, Renata sta sfumando alcune linee del disegno alza lo sguardo verso il giovane per chiedergli:

«Stefano hai mai raccontato a qualcuno dei tuoi pome-riggi in città, qualcuno con cui ti confidi, una persona un po’ speciale» .

«No, non me la sento di parlarne con i miei amici, chissà che menate, di sicuro un giorno o l’altro potrei trovarli qui sotto nella strada a fare casino. Però domenica po-meriggio sono quasi stato sul punto di fare la grande rivelazione a Stella».

«Chi è, non me ne hai mai parlato».

«È la mia cuginetta, la chiamo così, in realtà siamo figli di cugini, il mio papà e la sua mamma sono figli di fra-telli. Per descriverla bisognerebbe intingere la penna nell’arcobaleno. Ci frequentiamo dall’infanzia, lei abita-va in un paese poco distante e veniva a passare le vacan-ze di Natale, di Pasqua e qualche settimana d’estate dai nonni e dalle zie che abitano accanto alla casa dei miei genitori. Con mio cugino Gianni e Anna, una coetanea avevamo costituito il nostro piccolo clan, con varie sedi, sui gradini della scala, sotto il mandorlo dell’orto, davan-ti al fuoco del grande camino. Eravamo in quattro, ma con lei avevo un legame speciale.

Sempre in ordine, ben pettinata con una fascia colorata tra i capelli compariva nel cortile scivolando fuori dal li-bro di fiabe che portava sempre appresso e subito tra noi si creava un’atmosfera speciale. La sua voce è parti-colare, la senti una volta e non la dimentichi più. Parla come se un minuscolo personaggio del bosco, un elfo, o uno gnomo vivesse nelle cavità del suo naso e allun-gando una manina afferrasse la coda delle parole che partono dalla gola e poi le mollasse di scatto, facendole emettere suoni squillanti. È un incanto stare ad ascol-tarla. Quando siamo diventati più grandi, ero coinvolto dalle sue sensazioni e trepidazioni e aspettavo con ansia anch’io l’arrivo del suo fidanzatino, lo accoglievo con gioia. Provavo gioia per la sua felicità. Più avanti invece, quando stava frequentando un altro ragazzo, ero diven-tato così geloso che ho provato a dichiararle il mio amore. Non era amore ma soltanto paura di perderla, paura di far svanire la tenerezza del nostro rapporto in quel mondo incantato. Lei mi rispose che non ci crede-va, che non potevamo innamorarci, che avremmo rovi-nato il nostro rapporto, disse che per lei ero più di un fratello, qualcosa di speciale, non sapeva come spiegarlo, dovevamo restare così, come avevamo sempre fatto. Ri-cordo ancora le sue parole “Rimaniamo nel librone az-zurro almeno io e te e tra cinquant’anni o forse cento, saremo ancora gli stessi. Noi siamo la semplicità che proteggiamo. Noi siamo quello per cui lottiamo. Siamo persone vere, con un piede nella vita di tutti i giorni e l’altro nel libro dell’infanzia. Noi siamo gli eletti, coloro per i quali le cose belle significano bellezza». Come sem-pre aveva le idee chiare. Viveva come me in un mondo fantastico ma ne stava varcando i confini, si affacciava al-la realtà in anticipo rispetto a me. Da quando ha comin-ciato a lavorare, ci vediamo raramente. Domenica pome-riggio, ero sul ponte dell’autostrada, mi piace quel posto, non ci vado per guardare il passaggio delle auto, non sono un appassionato di motori, mi piace soffermarmi a sognare sulle vita delle persone al volante “Dove an-dranno?Chi li sta aspettando? Come sarà la loro vita?” verso le cinque si è fermata una macchina che stava transitando sul ponte, la voce squillante di Stella mi ha fatto voltare di scatto:“Hai finito di sognare. È domenica pomeriggio, cosa ci fai qua tutto solo. Non conosci qual-che ragazza, è ora di trovarne una, dai. Le ho viste le ra-gazze, ti mangiano con gli occhi, buttati, lasciati andare un po’”. Sono stato lì lì per raccontargli tutto ma non so perché mi sono trattenuto, avrei dovuto parlarle, lei più di tutti è la persona adatta ad ascoltare la nostra storia. L’anno scorso in questo periodo l’avevo incontrata pro-prio nello stesso posto mentre alla guida di un ciclomo-tore stava tornando dal lavoro, si è accostata al ciglio del-la strada, ha spento il motorino e lo ha appoggiato sul cavalletto, poi con aria seria mi ha detto:“Facciamo due passi, ho bisogno di confidarmi con qualcuno e non c’è nessuno che mi possa capire come te. Ti prego ascolta soltanto, non interrompermi, non dire niente fino quan-do avrò finito. Sono innamorata, lui è il mio datore di la-voro, ha parecchi anni più di me, è sposato e padre di due figli. Sono la sua segretaria, mi piace lavorare con lui, mi insegna tutto, è intelligente, capace, ha una intui-zione particolare per la produzione e per gli affari; poco alla volta mi sono affezionata. Spesso mi gratifica con un regalo, cose semplici, un fiore, un cioccolatino, un pen-siero gentile. È una cara persona, e mi sono innamorata di lui, ma ho sempre fatto finta di niente, ho fatto di tutto per non far traboccare i miei sentimenti.

Poi è successo. Eravamo a Venezia per lavoro.Terminato l’incontro e concluso l’affare mi ha portato a pranzo e poi esaudendo il mio desiderio siamo saliti sulla torre di San Marco. Lassù mi sentivo tra le stelle, toccavo il cielo con un dito, ero felice, anche lui lo era e quando il suo-no assordante delle campane ci ha sorpresi, ci siamo lanciati uno tra le braccia dell’altro e ci siamo baciati. Da lì è cominciato tutto, siamo innamorati, felici, per ora nessuno sospetta niente, ma prima o poi succederà. Chissà le critiche alle nostre spalle da parte dei colle-ghi di lavoro e degli amici. Chissà come reagiranno i miei famigliari quando lo verranno a sapere.

Stefano, ora puoi parlare, cosa dici”.

Ti direi subito di smettere, mi preoccupa come proce-derà questa storia. Tu sei molto giovane, ti stancherai, non avrai una normale vita di coppia, una casa. Rinun-cerà ai suoi figli per te?. Io corro sempre avanti, ho sem-pre fretta di arrivare per conoscere, per sapere come sa-rà. Sono tanti gli ostacoli da superare, sono in pena per te, eppure ti vedo così risoluta, decisa. Ti conosco, non ti fermi davanti a nessun ostacolo, quando sei convinta della causa combatti come un’eroina. Sei forte, sei deci-sa. Una parte di me ti direbbe di rinunciare, l’altra di continuare, vai avanti è la tua vita, sei responsabile molto più di me, sei grande, una donna con voce da bambina. Puoi sopportare tutto, cavalca la tigre, cavalca la tempe-sta, cavalca l’arcobaleno”.

Lei con un sorriso e una lacrima mi ha ringraziato di-cendo che le aveva fatto bene parlare con me, che ero ri-masto e dovevo rimanere sempre così com’ero sempre stato e che potevamo continuare a contare l’uno sull’al-tro come Hansel e Gretel, sperduti nel bosco ma forti perché consapevoli della loro alleanza. Ci siamo salutati con una carezza sul viso come abbiamo fatto anche do-menica sera. L’ho lasciata andare senza confidare il mio segreto, mi avrebbe capito più di qualsiasi altra persona perchè stiamo vivendo due storie simili. Forse avrei fatto meglio a parlarle di noi».

«Non so, penso di sì, io l’avrei fatto, purtroppo non co-nosco nessuna Stella, nessuna stellina con la voce squil-lante. Lei non ha esitato, voleva il tuo appoggio e te l’ha chiesto. È sicuramente una fonte sigillata, il nostro se-greto sarebbe rimasto tale. Ma non preoccuparti puoi sempre parlargliene. Confidati con lei, ti sembrerà meno pesante il fardello che porti sulle spalle».

La tenda chiude gli occhi della finestra su Brescia e poi li riapre ogni giorno sui due amanti per un altro mese.

L’ultimo incontro, prima delle vacanze di Natale 1971

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Sul tavolo una bottiglia di spumante, due flute, il panfor-te, un torrone a pezzi, mandarini e una scatola di ciocco-latini. Renata lo accoglie con un abbraccio: «Oggi non si lavora, facciamo festa, togliti il cappotto, portiamo tutto di sopra, ci abbuffiamo e facciamo una bella chiacchiera-ta affondati nel divano. Hai il fiatone. Scommetto che hai fatto la strada di corsa».

«Avevo una voglia di vederti. Questa mattina il tempo non passava più: cinque ore, trecento minuti, diciottomi-la secondi, diciottomila bum bum nel petto, Ho bruciato i marciapiedi per arrivare più presto possibile».

«Avevi paura di non trovarmi più, che partissi senza sa-lutarti».

«Parti.Dove vai?».

«Oh scusami, ho dimenticato di avvisarti la volta scorsa. Stasera prendo il treno per Bologna, torno dai miei ge-nitori per passare le feste con loro. Mio padre è malato e non si muove più da casa. Forse c’è anche mio fratello, è una vita che non lo vedo. Mio marito non viene con me, non scorre buon sangue tra lui e la mia famiglia. Francamente passare un Natale con lui mi avrebbe man-dato in depressione. Lavoro, lavoro e poi ancora il lavo-ro, sembra l’unica sua alternativa. La sera non c’è quasi mai, credo sia una scusa per andare con un’altra donna o altre, sono convinta che mi tradisce. Non mi importa, a questo punto più mi sta alla larga e meglio sto, lontana da quel nano. Sì, non te lo volevo dire, ma ho sposato il nano infame come lo chiami tu. Mio marito è il tuo pro-fessore di elettrotecnica».

«Cooosa?. Quel cesso ambulante, l’ingegnere fallito dal-la testa a spigoli, la fogna a cielo aperto, come fai a star-gli accanto, ha un alito pestilenziale che… scusa la mia insolenza ma non riesco proprio a trattenermi. Se vuoi ti racconto cosa ha fatto stamattina quel mostro».

Lei sta ridendo a crepapelle, dopo quella scarica di in-sulti a pennellate variopinte. «Voi alunni siete spietati a volte. Racconta cosa è successo, sono curiosa, mi aspetto di tutto da uno come lui che ritiene sempre gli altri al di sotto del suo livello».

«Ha interrogato il Lupo, un ragazzo del mio stesso paese, lo chiamo così perché quando si butta sulle ragazze sem-bra digiuno da un inverno intero. Gli ha fatto una do-manda. Scena muta, un’altra e poi un’altra ancora. Si-lenzio di tomba. È probabile non avesse studiato oppure non stesse bene.Dagli il suo quattro e mandalo al posto. No, ha infierito su di lui, gli ha chiesto che lavoro faces-sero i suoi.Nonostante lui sia sempre in ordine si capisce che sono contadini dall’odore di stalla che impregna i suoi indumenti e comunque fa meno schifo dell’odore di marcio che esce dalla bocca dell’ingegnere.

Quando il mio socio rosso in viso ha risposto, il genio laureato gli ha detto che le sue sono braccia strappate alla terra, e che non può fare il perito industriale uno portato per vanga e rastrello. Non si può umiliare una persona in questo modo. Potrebbe anche avere ragione il mostro elettrico, alcuni di noi torneranno a fare il lavo-ro dei propri genitori, ma la scelta sarà solo nostra. Chi ci dovrebbe aiutare a trovare la strada giusta per il futu-ro non può comportarsi come una iena. Come hai fatto a sposare uno così. Com’è che ti sei innamorata di lui».

I bicchieri sul vassoio sobbalzano, rischiando di cadere per le risate della donna che in serenità gli risponde:

«Mio padre è nato in un piccolo paese sull’Appennino bolognese, era sottufficiale dell’esercito d’istanza a Bre-scia quando ha conosciuto mia madre che viveva in questa chiesa sconsacarata diventata prima abitazione e poi studio-rifugio. Dal loro matrimonio siamo nati, mio fratello nel ‘25 ed io nel ’30. Ho vissuto in questa città fino alla fine della terza elementare, quando mio fratello è entrato nell’esercito per fare carriera militare e noi ci siamo trasferiti nella casa paterna in Emilia Romagna.

Il trasferimento mi ha fatto soffrire: ricominciare da ca-po, lasciare gli amici, staccarmi dal fratello adorato è sta-ta dura per me. Vivevo isolata nella nuova dimora, non c’erano bambini con cui passare il tempo, perciò fui spe-dita in un collegio di suore.

In quella triste e fredda clausura durata cinque anni

l’unica boccata d’aria erano le ore di “svago” con una giovane insegnante che iniziandomi all’uso di matite e colori fece crescere in me la passione per l’arte.

Durante le vacanze estive dell’ultimo anno mi ha portato con sè in un tour in Umbria e Toscana. Eravamo ospitate in un convento di francescane, da lì a bordo di una Ves-pa abbiamo visitato borghi e città fermandoci a dormire presso monasteri, conventi, abbazie. La mia guida aveva viaggiato molto e conosceva persone in tutti i posti. Avresti dovuto vederci, due viandanti motorizzate, due easy riders all’italiana; aggrappata a lei sul sellino poste-riore, sballottata di qua e di là su strade strette non asfal-tate ho visitato Assisi, Gubbio, Sorana, Sovano, Pitiglia-no, Volterra, San Gimignano, San Galgano; un’avventura fuori dal mondo in tempi di guerra.

Mostrandomi gli affreschi, i quadri, i crocifissi o l’archi-tettura degli edifici sacri citava frasi che mi aveva fatto imparare a menmoria.

San Gregorio Magno: La pittura è usata nelle chiese perché gli analfabeti guardando sulle pareti leggano ciò che non sono capaci di decifrare sui codici-.

Marc Chagall:- Le Sacre Scritture sono l’alfabeto colorato della speranza in cui per secoli i pittori hanno intinto il loro pennello-.

Ho imparato molto in quell’estate del ’43. Quando è stato il momento di passare alle scuole superiori ho do-vuto penare molto per ottenere da mio padre il per-messo di frequentare una scuola d’arte a Bologna e se non fosse stato per l’intervento energico di mia madre sarei rimasta dalle suore fino alla maturità.

A parte la passione per l’arte, la mia vita scorreva grigia, avanti e indietro da Bologna al paese sull’Appennino, non riuscivo a stringere amicizie a causa del carattere ri-servato che le sorelle del collegio mi avevano forgiato. Alla fine dei cinque anni avevo deciso: sarei diventata maestra d’arte all’accademia di Brera ma mio padre era contrario, disse che era un ambiente pericoloso, con troppi pseudo-artisti sbandati, con la cannetta di vetro nella schiena; non sarei diventatai una brava donna, non sarei riuscita e realizzarmi.

Era una discussione continua, io molto decisa, lui sem-pre più cocciuto nel suo diniego, neanche la mamma ri-usciva a fargli cambiare idea. Mio fratello veniva a casa solo un paio di volte l’anno, se ci fosse stato lui avrei di sicuro vinto la battaglia con papà.

Scenate, porte sbattute, pranzi e cene lasciate sul tavolo, niente da fare il vecchio maresciallo in pensione non mollava, così ho preso la prima occasione, e, quella che doveva essere la mia via di fuga fu l’inizio di una vita infelice.

Un neolaureato ingegnere che mi aveva adocchiato nella chiesa del paesino collinare cominciò a farmi la corte; parlava del futuro con una carriera assicurata a Milano come responsabile dell’ufficio tecnico in una grande in-dustria di elettrodomestici. Quando gli ho raccontato le mie aspirazioni mi propose di seguirlo, sposandolo avrei potuto frequentare l’accademia, libera dal giogo paterno.

Ci siamo frequentati per un breve periodo con una corte serrata, era ben visto dai miei genitori, per loro era il fu-turo sicuro e garantito. Non sapevo niente dell’amore, non avevo mai pensato alla vita di coppia ma era l’unica via d’uscita e l’ho infilata senza pensarci due volte.Una pazzia. Per me fu dura fin dall’inizio. Nell’appartamenti-no di periferia, non mancava nulla. Lui guadagnava be-ne, ma era sempre occupato dal lavoro, faceva spesso tar-di e la sera cenavo da sola.

In compenso al Brera stavo bene, mi appassionavo sem-pre più. Oltre allo studio cominciai a lavorare in una bottega di restauro, imparavo un mestiere e potevo gua-dagnare qualche soldo per le mie spese personali, per essere meno dipendente dal mio uomo corto di braccio.

Non ero innamorata, non provavo niente per lui, preferi-vo i momenti quando lui non c’era. Avevamo deciso di non avere figli per un bel po’, lui diceva che era meglio per i miei studi e per il suo lavoro, inoltre voleva una ca-sa nuova, è sempre stato ambizioso, per lui conta l’im-magine che si proiettia sugli altri, per me invece conta come si è dentro.

A trent’anni, senza casa, figli, amore, avevo finito gli stu-di e lavoravo ancora alla bottega; lui era stato licenziato; alcuni suoi progetti erano andati molto male, era sempre nervoso, irascibile, non riusciva a stabilire buoni rappor-ti con i colleghi e le maestranze così dopo aver cambiato vari posto di lavoro cominciò a insegnare negli istituti tecnici. L’aria di Milano gli era diventata pesante perciò decise di accettare il ruolo di insegnante e ci trasferim-mo qui a Brescia dove riaprii la casa della mamma tras-formandola in questo studio. Ho fatto tutto a mie spese, senza chiedergli un soldo, lui non ha mai visto di buon occhio il mio lavoro, mi ha sempre ostacolata in questo, era invidioso perché guadagnavo più di lui, secondo lui il mio lavoro è stato la causa della mancata maternità.

Volevo un figlio, un motivo per cui vivere, non ti voglio parlare dei nostri rapporti intimi, ma credimi il nostro letto era la tomba dell’amore, per me è sempre stato un sacrificio unirmi a lui, nessun desiderio, nessun piacere, niente, fingevo, ho sempre finto. I figli non sono mai ar-rivati e ogni mese incolpava me di questo, così ci siamo allontanati sempre più; una fortuna per me. Abbiamo cominciato a dormire in camere diverse, forse ha trovato un’altra o altre donne, meglio così. C’è una tregua tra noi, basta mantenere l’aspetto di coppia felice quando frequentiamo gli amici del suo ambiente, le cene, le fe-ste; in casa ognuno fa la propria vita senza interire, per una convivenza pacifica. A suo modo mi ama, è molto geloso e quando qualcuno dei suoi amici si intrattiene con me un po’ più del solito si intromette con la scusa dell’emicrania cronica e mi costringe a fare ritorno a casa.

Chiudo l’argomento, ho vuotato il mio fardello, ti ho si-curamente annoiato, mi sento più leggera, non avevo mai raccontato a nessuno la mia vita, neanche alla mamma. A te lascio il compito di raccogliere le cartacce strappate di questo racconto, appallottolale, buttale nel cestino e di-menticale. Ho vomitato quello che mi stava sullo stoma-co da vent’anni. Ora sto proprio bene, mi è venuta fame.

Mangiamo una fetta di panforte. Stappa lo spumante, è Natale tra qualche giorno. Facciamo festa».Brindano. In silenzio davanti alla finestra lei lascia cantare la sua me-moria nei versi di una poesia: «Dolce e chiara è la notte e senza vento, e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti posa la luna, e di lontan rivela serena ogni montagna» .

Il primo giovedì di dicembre 1971

Al di sopra di un muro di cinta spunta un ramo ricoper-to da una miriade di minuscoli fiori gialli dal cuore tra-slucido somiglianti a piccole gelatine incollate sui lunghi fusti degli arbusti invernali. I rami fioriti del calicanto annunciano l’inverno inebriando i terrazzi e i giardini con il loro profumo sensuale mentre la natura riposa. Stefano si guarda intorno per scoprire da dove arrivi l’essenza che gli ha catturato i sensi. Si arrampica sul muro e strappa con cura qualche rametto perché sa che i fiori sono delicati e si potrebbero staccare. Fiero del suo bouquet varca la soglia dello studio e si annuncia: «Sono arrivato. Lascio il cappotto accanto alla stufa e vengo su». Sale le scale di corsa, porge con garbo l’o-maggio floreale a Renata che accogliendolo con gratitu-dine risponde: « Grazie. Che buon profumo!. Prendi uno di quei vasetti e riempilo d’acqua, adoro questi fiori». Stefano sistema il vasetto sul davanzale della finestra e si rivolge a Renata: « Sei già al lavoro sulla tela?». «Ma no. Vieni e guarda, questo è un quadro antico. Non ho saputo dire di no alla richiesta della mia amica l’altra sera, lei è titolare di una bottega di antiquariato e mi ha pregato di sistemare questa tela, non è un granchè come opera ma ha un grande valore affettivo per il proprieta-rio, quindi devo eseguire un lavoro di pulizia e poi qual-che ritocco coi pennelli, poca roba, ma mi terrà occupata parecchie ore. Quando studiavo all’accademia di Brera ho frequentato un laboratorio di restauro. Sono piutto-sto in gamba in questo lavoro, lo dico con una punta di orgoglio. Per questa mia amica ho fatto diversi lavori an-che all’aperto, nella bella stagione ho restaurato diversi affreschi nelle santelle, ai bordi e crocicchi delle strade. Mi ricompensa molto bene, purtroppo ha sempre fretta, vuole per ieri quel che gli serve oggi. È una trafficona, si occupa un po’ di tutto, conosce persone importanti nel campo dell’arte. Riesce sempre a coinvolgermi, non rie-sco quasi mai a dirle di no. Oggi Icaro sta a riposo». «Mi piacerebbe restare qui lo stesso, non ti disturbo, mi siedo sul divano e leggo un libro in silenzio. Posso?». «Certo, non mi disturbi affatto, mi piace la tua compa-gnia, resta qui, ti faccio fare un lavoretto. Giù nella borsa sul tavolo c’è una teiera, buste di thè, limoni, zucchero, biscotti. Metti l’acqua nel bollitore sulla stufa e …». «Capito. Lo so fare il thè, ci penso io, preparo una bella merenda».Bim bum, bim bam. Sensibile ma casinista come tutti i maschi della sua età, alla velocità del suono il thè è pronto. Due bei cucchiai di zucchero, una spre-muta di limone, le tazze colme fino all’orlo, i biscotti sparsi sul vassoio. Sistema tre sedie accanto alla stufa, due per loro, sulla terza colloca il vassoio imbandito e orgoglioso del suo lavoro chiama ad alta voce: «Se la gentile signora si vuole accomodare al piano inferiore. Il thè è pronto».Renata che dal soppalco senza farsi notare ha assistito alla preparazione fin dall’inizio, ridendo risponde: «Eccomi. Arrivo subito ».Continuando a ridere scende, si siede, infila con dolcezza una mano nei capelli dai riflessi di rame del ragazzo e gli suggerisce alcuni consigli sul galateo: «Quando prepari il thè per qualcuno, devi chiedere come lo gusta: quanto zucchero, limone o latte; lascialo nella teiera fino al momento di servirlo, oppure lascia che l’ospite si serva da solo. I bi-scotti disponili sempre su un piattino. La semplicità dei tuoi gesti è una cartina al tornasole che rivela genuinità e bontà d’animo. Basta poco per far capire a una persona quanto ti sta a cuore. Un ammiccare degli occhi, un toc-co della mano o una parola sussurata, basta un piccolo gesto per dire tutto. Sì, anche preparare una tazza di tè, riempire una zuccheriera può trasformarsi in una poesia d’amore- porta alle labbra la tazzina e sorseggia-Buono, limone e zucchero come piace a me. Bravo. È importante la sostanza delle cose, però tieni presente sempre di aver cura anche della forma». Stefano felice replica: «A casa ho sempre fatto così, però hai ragione, non devo pensare sempre e solo a me stesso, sulla faccia della terra c’è qualcun altro oltre me. Tu per esempio, mi sa che se mi giro esisti lo stesso». «Sì, stai sicuro ci sono, ma parlami di te, se non sbaglio oggi era la tua prima lezione di nuo-to».

«Sì. E ho già fatto progressi. Nella parte più bassa della vasca col gruppo degli affogatori -titolo affibiato dall’is-truttore ai ragazzi che non sanno stare a galla- ho vinto la paura di infilare la testa sott’acqua. Ho provato ad a-prire gli occhi, ho visto il fondo, l’ho toccato, ho sentito la spinta dell’acqua che mi riportava in superficie. In quel momento mi sono ricordato del principi di Archi-mede –Un corpo immerso in un liquido riceve una spin-ta dal basso verso l’alto pari al peso del volume di liqui-do spostato– con coraggio ho teso le braccia, mi sono allungato e battendo le gambe a tutta velocità ho rag-giunto in apnea il bordo della vasca e nel riemergere ho urlato di gioia».

Un giorno qualsiasi a metà dicembre

Renata è occupata con altri lavori di restauro per l’amica ma insiste perché il ragazzo ritorni a farle compagnia. Ogni giorno aspetta impaziente l’arrivo del suo Icaro che intrattenendola con discorsi su scuola, musica, ami-ci, passeggiate solitarie, malinconie, sogni ad occhi aper-ti traccia come il delicato pennino sul cardiogramma gli impulsi del proprio cuore trasmettendo i minimi movi-menti della sua anima sensibile. Il tempo corre, lui parla parla, lei lavora e ascolta, qualche volta lo interrompe con domande, si sente partecipe delle sue avventure e vuole conoscerne ogni dettaglio. Stefano risponde a tut-to, non avendo ancora mostrato il suo corpo mette a nu- do il suo spirito senza alcuna vergogna. Non ha mai avu-to un’avventura con una ragazza, mai un bacio o una ca-rezza, si infastidisce quando al cinema vede gli amici mettere le mani sotto la la camicetta o la gonna alle ra-gazze. Per lui l’amore è quello romantico dei film, sogna i baci di Ingrid Bergman, Greta Garbo, Catherine Hep-burn. L’amore non si è ancora incarnato in lui, è un sen-timento etereo che non brucia come il sole d’agosto, piuttosto è un tepore che scalda le lucertole sui muri nei primi giorni di primavera.

È stato sincero, svelando i propri limiti con la cautela, la lealtà, la finezza, il garbo necessario ha fatto emergere in lei il desiderio e il bisogno di infrangere il blocco che le comprime il cuore.

«L’amore è sacrificio» si lascia sfuggire Renata.

«Cosa vuoi dire. Questa parola comunica sofferenza, do-lore e tristezza ».

Renata si è gia pentita delle sue parole, non vorrebbe ri-portare sulla terra la giovane aquila, ma qualcosa la spin-ge a continuare: «Per conoscere l’amore devi farne pri-ma esperienza, non devi illuderti, l’amore vero non è quello dello schermo, è quello che si vive giorno per giorno nelle gioie e nelle difficoltà, nel vento, nel sole, nella bufera, nella monotonia…

«Tu sei innamorata? Lo sei stata? Lo sei ancora?».

Una nebbia di silenzio cala nello studio, attutisce i ru-mori, i colori, la luce; la distanza aumenta, tutto appare più lontano, irraggiungibile, sconosciuto, misterioso, pe-ricoloso.

Non conosce niente di lei, non sa se vive sola o con qualcuno, non gli ha mai parlato della sua vita privata.

È sposata? Non ha mai pensato a un uomo accanto a Re-nata, per lui esiste solo l’artista, l’amica dello studio, una piacevole compagna con la quale passare divertenti po-meriggi in città, parlare d’arte, di musica, non ha mai pensato alla loro differenza di età, anche se si è reso conto della sua maturità e della ricchezza d’esperienza.

«Scusami, non ho alcun diritto di farti domande perso-nali, io parlo parlo e poi rischio di dire cose che provo-cano e possono fare male agli altri, spesso esigo che gli altri buttino fuori tutto come faccio io. Cambiamo argo-mento se vuoi».

«No. Non sei stato invadente, hai solo reagito ad una mia considerazione sull’amore. Non ti ho mai raccontato di me solo perché quando siamo insieme riesco a non pen-sare alla mia vita privata. Sono sposata, non sono felice.

Il mio matrimonio è stato una fuga. La fuga da una fami-glia, da un padre severo che non riuscivo più a com-prendere, a sopportare, non riuscivamo più a comunica-re. È la storia di tanti. Quando si è presentata la prima occasione, ho preso al volo il tram che avrebbe dovuto portarmi fuori dalla vita desolata, invece sono precipitata nel buio. La mia vita è una interminabile caduta nel vuo-to, mi manca l’aria, non doveva mancarmi niente ed in-vece mi manca tutto, ho una continua sensazione di inu-tilità. L’indifferenza ha ridotto il mio matrimonio a una semplice convivenza sotto lo stesso tetto, con un minimo scambio di cenni o frasi di circostanza. Il dialogo è spen-to da tempo, non ci sono mai stati fremiti di tenerezza, la noia ha tessuto la sua tela avvolgendo la realtà quoti-diana di un velo grigio di distacco e apatia».

Oltre la finestra dicembre ha già velato di nero il cielo di Brescia. Renata Lascia cadere il pennello; non c’è un raggio di luce nella sua vita, si abbandona a un delirio straziante: «Qualcuno mi dica esattamente dove sono, ho perso il senso della direzione, il buio si chiude intorno a me, il freddo attraversa tutto il mio corpo. Grido nella speranza che qualcuno ascolti questa mia disperata voce solitaria. Tutte le promesse sono state infrante, tutte le buone intenzioni non hanno raggiunto un fine. Mi rendo conto quanto è accaduto, quanti momenti sprecati, quante cose volevo fare nella vita. Ora è troppo tardi per realizzare qualcosa di importante per me. La cosa a cui più tenevo mi è stata negata. È tutto diverso quando ti fermi a pensare e ti senti prigioniera delle tenebre. C’è qualcuno che mi ascolta?».Un calore le avvolge le gambe, abbassa la testa, davanti a lei c’è tutto il sogno della sua vita, un figlio. Stefano è li, avvinghiato alle sue gambe con la testa appoggiata sulle sue ginocchia. La sua voce spezzata dalla commozione supplica: «Basta adesso, ho ascoltato il tuo canto disperato, ci sono io qui, starò con te finchè lo vorrai, non ti lascerò mai sola».

Renata gli accarezza i capelli e lo bacia sulla testa, si è la-sciata andare, lo ha spaventato, in pochi attimi ha scari-cato su di lui il peso sopportato in tanti anni. In ogni is-tante, in un qualsiasi posto sulla terra qualcuno urla for-te il suo dolore per farsi sentire e c’è sempre qualcuno che sta in ascolto e viene in soccorso. Due lacrime traci-mando dai suoi occhi scivolano sul collo del ragazzo. Egli volgendo la testa verso l’alto si alza in piedi di fron-te al lei, con le labbra socchiuse le sfiora le sopracciglia con un movimento oscillante e delicato come soffiasse nelle canne di uno zufolo, e baciando le palpebre chiuse e umide asciuga le sue lacrime.

Consolare è stare con uno che è solo. La tristezza o il do-lore nascono dal sentirsi soli e abbandonati, privi di una presenza che ti riscaldi, di una mano che ti accarezzi, di una parola che infranga il silenzio. Le mani di chi ti vuo-le bene sono ali di angeli mandati dal cielo per sollevarti dalla solitudine. Renata porta le braccia attorno ai fian-chi del ragazzo e lo stringe a sè come una madre. Nella cupa esistenza della donna si apre uno squarcio di luce, un’oasi di quiete nel deserto dell’infelicità.

Toc,toc, toc, un piccione picchia ai vetri della finestra e infrange il silenzio sulla città interrompendo il momento di grande emozione.

«Si è fatto tardi, beviamo un tè e poi ti accompagno alla fermata del pulman, tu intanto spezza qualche biscotto e posalo sul davanzale, dobbiamo sfamare il nostro mes-saggero».

Tutto si svolge senza parole, ascoltando il gorgoglio del thè versato nella tazzina e il tintinnio del cucchiaino.

«Andiamo ora».

Le luminarie del Natale colorano le vie della Leonessa d’Italia, i due camminano fianco a fianco, lei gli tiene un braccio appoggiato sulla spalla e ogni tanto lo tira verso di sé; uno spiraglio di luce si è aperto nella sua vita, non si aspetta niente di più, è tanto dopo tanto. Dietro le loro spalle il vento sferza ondate fredde sui gusci dei loro cappotti, una frustata gelida colpisce la folta capigliatura ricci mettendo in risalto la perla sull’orecchio perfetto di Renata. Si slacciano salutandosi con due Ciao. Stefano lìaccompagna con lo sguardo finchè la vede scomparire tra la folla del corso.

Dall’altoparlante del Liberty la musica trasmette sensa-zioni di incanto e rapimento: Jimi Hendrix introduce la canzone Little wing con un prolungato riff; la chitarra fraseggia con la voce ricamando le tracce malinconiche delle liriche magiche e colorate:

Cammina tra le nuvole non pensare ad altro.Cavalca il vento. Quando sono triste vieni da me con mille sorrisi e raggi di luna e mi regali fiabe. Prendi ciò che vuoi da me. Qualunque cosa.Vola piccola ala”.

L’eco finale della chitarra sfocia in un assolo che sfuma nell’infinito. La testa del ragazzo è persa in mille pensie-ri, sa di aver aperto una porta, ma non sa cosa aspettarsi al di là della soglia. Una cosa è certa, il suo cuore batteva come un tamburo mentre stava tra le braccia di Renata, sente ancora la morbidezza e il profumo del suo corpo, lo stesso profumo di sapone alla magnolia del corpo morbido della zia Lucia.

Sulla strada del ritorno a casa, con la testa appoggiata al finestrino Stefano guarda il paesaggio scorrere all’indie-tro e in quel senso corrono anche i suoi pensieri a svuo-tare la ciotola dei ricordi.

Fin dalla prima infanzia dormiva spesso con la zia; sua madre lo affidava alla cognata nelle ultime ore della not-te prima di scendere in negozio per la distribuzione di pane e brioches ai clienti. La zia ha sempre profuso il suo affetto e le sue cure ai nipoti, in modo particolare a Stefano che porta lo stesso nome del suo unico amore, un amore interrotto in eterno dalla campagna in Russia del ’43. Non tornò più l’alpino, non trovò la strada di casa nonostante ogni notte la fiamma di un lumino sul davanzale illuminasse la solitudine della finestra sempre chiusa.

Anche da grandicello, quando si svegliava di notte per-correva a piedi nudi il corridoio comunicante- attraverso il ripostiglio- al piccolo appartamento della zia e si infi-lava nel letto ad una piazza e mezza. Cullato sul petto in quel nido di cicogna ascoltava come un vaso che attende di essere riempito, il canto –sul mare luccica l’astro d’ar-gento – e barattando gli incubi con i sogni si riaddor-mentava ipnotizzato dal soffio del respiro, dalle carezze e dal profumo di sapone alla magnolia del corpo morbido coperto solo dalla camicia da notte. Non portava bian-cheria intima a letto la zia, il ragazzo se ne accorse a tre-dici anni una notte dopo anni che non attraversava più il ripostiglio; quando, senza rendesene conto, dopo aver percorso il noto tragitto della seconda parte della notte si era adagiato sulla stessa culla di carne che lo aveva ac-colto nell’infanzia. Non ri riaddormentò. Il flusso del sangue nelle sue vene aveva reagito come un albero che offre gratuitamente il ramo alla colomba; se ne accorse anche la zia che con tanta semplicità lo scostò dal pro-prio corpo dicendogli che non doveva più andare in quel letto perchè stava diventando un uomo.

Gocce d’acqua picchiano sul finestrino. Piove. I rami nu-di dei platani che affiancano il provinciale sembrano braccia tese ad abbracciare il cielo. Il fiore della passione è nel circuito dell’essere; i pensieri del ragazzo corrono verso la nuova direzione delle cose: sotto la pioggia si dovrebbe dormire con una donna, sotto la pioggia si dovrebbe fare giochi d’amore.

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Il primo martedì del dicembre 1971

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7 dicembre 1971 La sveglia suona alle 5. 45. In un balzo è fuori dal letto, entra in bagno, ruota la manopola della vasca. L’acqua calda arriva in un attimo poiché è collegata con il bolli-tore posto sopra il forno del pane situato al pianterreno. Una fumana si espande e vela con impercettibili goccio-line le piastrelle azzurrine. Stefano si immerge nell’ac-qua bollente della vasca. È abituato a quella temperatu-ra. «Come mai fai il bagno a quest’ora » gli chiede la zia, l’unica che può avere l’accesso quando lui è in bagno; è un pudico, non si fa mai vedere nudo, neanche dalla mamma, papà o fratelli. La Zia sì. Lei li ha accuditi fin dall’infanzia, lui, i suoi fratelli e suoi cugini. Li ha lavati, vestiti, curati quando erano malati, li ha accompagnati nelle lunghe passeggiate sul monte e nelle vacanze esti-ve, di lei non ha vergogna, anche se ora è diventato gran-de e il suo corpo è cambiato.

«Stamattina c’è la visita medica per il corso di nuoto». «Bene. Sono contenta così ti lavi bene una volta in più». La zia è una maniaca dell’igiene, della pulizia e dell’ordi-ne, si alza dal letto alle quattro come quando da giova-ne lavorava in forneria coi fratelli, comincia col spazzare tutta la loggia in estate e in inverno, poi passa alle came-re libere. In quella di Stefano entra alle cinque anche se lui dorme, spalanca la finestra e le ante, sbatte la polvere dai tappeti, e fa passare scopa e spazzettone dappertutto. «Zia per favore lavami la schiena». La zia insapona una pezza di tela bianca e poi sfrega forte dal collo ai lombi con un massaggio piacevole ed energico come sempre. «Lavati bene anche lì davanti mi raccomando non fare brutte figure». Da qualche anno lei non tocca più quella parte del corpo del nipote ma controlla che lo faccia con cura e gli dice con aria soddisfatta: «Ti sei deciso final-mente ad imparare a nuotare. Sono contenta. Era ora». «Questa è la volta giusta, ce la metterò tutta, voglio vin-cere la paura, imparerò per lo meno a stare a galla». «Impegnati, il nuoto è salutare, il mio dottore diceva sempre che è lo sport più completo».

Fosse soltanto per la visita del corso, non si sarebbe la-vato; aveva saputo che questa consisteva nel compilare alcuni dati come peso, altezza, attitudini sportive; la ra-gione effettiva di quel bagno è solo per non fare brutta figura di fronte alla bella pittrice nel pomeriggio. Un pensiero lo assale all’improvviso, dovrà spogliarsi da-vanti a una sconosciuta, diventerà rosso per l’imbarazzo e la vergogna. Comincia ad agitarsi: «Non devo fare così, altrimenti non ci vado più allo studio, devo pensare a qualcosa d’altro, per cominciare, sul pulman controllo gli esercizi svolti ieri sul quaderno di matematica». La mattinata passa veloce a scuola; la visita, la spiegazio-ne del corso, le ore di lezione, nessuna interrogazione, in un attimo arriva l’una del pomeriggio. Solito panino al prosciutto, aranciata; le due caramelle alla liquirizia che si è portato da casa stranamente gli sono durate fino a quell’ora, è goloso di dolci, impiega più tempo a scar-tare una caramella che a mangiarla. Un paio di esercizi di matematica e l’orologio segna le 2.30. Via. In strada ha freddo. Spera che la stufa riscaldi bene l’ambiente, la volta precedente non ricorda di avere avuto freddo. Non lo farà gelare, gli vengono i brividi solo al pensiero di stare nudo in quello studio. “Quel che sarà, sarà. C’è sempre una prima volta”.Immerso in questi pensieri, senza correre, compie il tragitto fino allo studio guardan-do il cielo coperto, grigio, freddo. Spalanca il portone, introduce un piede dicendo ad alta voce: «Sono io.Posso entrare?.Sono in anticipo. Disturbo? Aspetto fuori?». Una voce dal soppalco risponde: «Non scherzare, entra, avrai freddo, scaldati un po’, metti qualche pezzo di le-gna nella stufa per favore e poi raggiungimi. Il cappotto e la sciarpa lasciali sulla sedia accanto alla stufa così li troverai bei caldi più tardi quando torni a casa stasera». «Grazie, sei molto gentile, fuori fa proprio freddo». «Un altro favore, quando vieni su porta il pacco di fogli che vedi sul tavolo, li userò per fare alcuni schizzi».

Il ragazzo esegue gli ordini, e in quattro salti raggiunge il piano illuminato del soppalco: «Ciao, ecco il pacco». «Hahaha! Mi fai sempre ridere, ecco il pacco. Sei tu il pacco, o i fogli che porti in mano». Fogli bianchi, e altri color carta da pacchi, l’artista ne alterna una decina e li blocca con un mollettone su un asse posta sul cavalletto; controlla il vassoio rettangolare sul quale sono allineati parallelamente, matite, pastelli, carboncini, sanguigne. «Accomodati, oggi cominciamo con qualche ritratto; as-sumi posizioni il più possibile naturali e non preoccu-parti, non devi recitare nessuna parte. Parlami di te». «Nei miei sogni non ho mai le ali. Una forza potente mi dà lo slancio, non plano mai come le aquile o i condor, sono sempre veloce come se dovessi catturare una pre-da. Mi sento una freccia; la voglia di arrivare piega l’arco e tende la corda ma non so mai dove colpire, quale sia il mio bersaglio. Cerco la serenità e fino ad ora non l’ho trovata. Qui sto bene, non lo dico perché mi stai ascol-tando, sono davvero in pace, mi sento isolato dal mondo, come se fuori da qui fosse il nulla. Da bambino pensavo che esistesse solo ciò che stava davanti ai miei occhi, tut-to quello che era dietro di me non c’era. Io ero l’unica persona esistente al mondo, tutti gli altri: uomini, anima-li, cose erano lì solo per il momento che le stavo guar-dando». «Sei un ragazzo sensibile, questo dono ti accompagnerà tutta la vita, non isolarti dal mondo, prendi tutto il tem-po necessario e troverai persone vere da amare, ti stanno attorno ma non le vedi perché stai cercando troppo lon-tano». «Forse hai ragione. Tanto lontano che non ti ho ancora ringraziata per l’album di musica classica. Domenica mattina mi sono alzato come al solito alle sei, ho fatto colazione e fino a mezzogiorno ho fatto girare il 33 giri. Lato A, lato B, lato A, lato B, di continuo. C’è un pezzo che mi piace più di tutto, ho l’impressione che la band psichedelica americana dei Vanilla Fudge si sia ispirata a questa musica per realizzare lo stacco iniziale di Some Velvet Morning presentato qualche anno fa al festival di Venezia». Due ore passano in un lampo, i fogli volano dal cavallet-to al pavimento. Stefano non si è stancato per niente, ha cambiato diverse posizioni: guardando in alto, in basso, di profilo, leggendo un libro, in piedi alla finestra, sdra-iato sul divano con la testa penzolante verso terra, ha cambiato posizione a caso immaginango di essersi incar-nato in Icaro, il giovane protagonista alato del racconto. «Abbiamo finito per oggi. Devi andare a prendere il pul-lman, mi dispiace di non poterti accompagnare, aspetto per le cinque una cara amica che ha un lavoro urgente da consegnare e mi ha supplicato di darle il mio aiuto». «Non disturbarti, il tempo è volato, pensavo sarebbe sta-to più pesante, invece non mi sono annoiato per niente». Il casco di ricci neri mette in risalto i due occhi verdi che lo stanno fissando, il silenzio cala sul grande studio, un piccione picchia col becco sui vetri, Stefano approfit-ta del momento, con due salti è in fondo alle scale, si ve-ste per affrontare il freddo, sulla porta si gira: «Ci vedia-mo giovedì, volevo dirti che qui con te sto molto bene». Sbam. Chiude il portone dietro di sé; il calore del cap-potto lo protegge dal gelo della strada; dentro al cuore sente ancora più caldo.