Can’t take my eyes off you

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Dopo cinquant’anni mi ritrovo qui a Ho Chi Minh per un viaggio, un ritorno nei luoghi dove ho combattuto, ho ucciso, e ho visto morire i miei compagni. Per me il nome di questa città rimarrà sempre Saigon. Niente è come allora, non è una sorpresa, dopo la distruzione, la ricostruzione.

È un’emozione. Difficile descrivere il respiro pesante di questa città convulsa e trafficata, striato da suoni di sirene lontane e da rumori forti. Un senso di vertigine mi scarica addosso la sensazione di rivivere lo stesso mondo di drammi, di miserie, di paure, di sofferenze che credevo aver dimenticato e invece si ripresentano come se fosse passato un solo giorno da allora.

Non posso dimenticare quello che è successo qui. Parlare di guerra e di morte è una cosa, altro è viverla. Stai insieme ad una persona e pochi secondi dopo ti ritrovi la sua testa addosso, vedi fiotti di sangue schizzare fuori dal suo corpo, da un braccio da una gamba. Non so quante persone ho ammazzato, non lo so. Ma quando sei lì hai un solo pensiero: Come posso uscirne vivo?. Il resto non conta.

Dal finestrino del taxi osservo i viali della città sfilare davanti ai miei occhi, non ne son rimasti moltissimi di quei viali alberati che compaiono anche nei film, ma quelli che vedo sono uno degli incanti di questo posto.

L’autoradio diffonde una canzone, la riconosco dopo le prime note, Gloria Gaynor canta Can’t take my eyes off you, remake di un successo lanciato nel 1967 da Frankie Valli e la sua band Four Season. Il ritornello dice Non riesco a toglierti gli occhi di dosso, sei troppo bella per essere vera. Ogni volta che ascolto questo pezzo mi prende un nodo alla gola: la ascoltavamo nella tenda dello spaccio dell’accampamento in quel tempo di permanenza nel Vietnam.

La luce del sole d’oriente abbaglia i miei occhi, li richiudo e per due o tre secondi intravedo un bagliore incandescente e insostenibile, più candido della neve.

Li riapro, sul marciapiedi, davanti alla vetrina di un negozio appare una bambina dai capelli neri, aggrappata ai calzoni bianchi di sua madre. È un’immagine radiosa, pura, la più efficace rappresentazione visiva che potessi avere del suo essere. Sul disegno stampato della sua maglietta bianca riesco a vedere quello che potrebbe essere un piccolo arcobaleno senza colori. Ha gli occhi a mandorla, qualcuno direbbe a goccia, a me appaiono come due pesciolini che vorrebbero incontrarsi su quel viso più limpido del vetro della boccia nella quale stanno nuotando. Sta guardando timidamente nella mia direzione, ho la netta sensazione che mi stia fissando, occhi negli occhi.

Lo sguardo è un vero e proprio itinerario verso la profondità nascosta dell’altro.

La nostra è la civiltà dell’immagine immediata, del vedere superficiale, del flusso televisivo. Il nostro occhio è affollato e spesso sporcato, e, così, non sa più andare oltre la superficie delle cose, la pelle delle persone, la mera percezione della realtà. Lo sguardo è non solo un vedere gli occhi dell’altro, ma intuirne il linguaggio segreto. Se fossimo più capaci di affrontare il dialogo degli sguardi, saremmo meno timorosi delle persone diverse da noi per colore della pelle, per cultura e per usi e costumi. Guardandoci di più negli occhi, eviteremmo incomprensioni, contrasti e forse anche odio e cattiveria. Guardando negli occhi si scopre l’umanità che tutti ci accomuna. L’odio e la paura dell’altro nascono proprio da questa incapacità di guardarci in faccia: scopriremmo di essere del tutto simili, segnati dalla stessa impronta umana, fratelli nel dolore e nella gioia.

Scavalco il muro del suo timore per esplorare il suo sguardo.

Una fotografia stampata nella piccola cornice del mio cuore riaffiora come una sorgente dalla roccia dei ricordi.

Ho visto morire la sua gente, ne ho perso il conto, ma solo lei è tornata, sopravvivendo in terre d’ombra e rampe di sangue per ridare pace alla mia vita in risposte che non ho saputo trovare.

La memoria insegue a intermittenza un fantasma folle: ero uno dei tanti marines mandati qui per combattere il nemico, addestrati per uccidere il nemico. La tecnologia dell’odio che ci aveva arruolati non poteva essere invertita, né invertito il suo tragico corso, dall’alba al tramonto. Il nostro obiettivo: setacciare paesi e villaggi in cerca dei Vietcong che si erano mischiati ai civili per sabotare, sconfiggere il sogno americano. La terra bruciata esplodeva sotto il peso delle bombe sganciate dalla nostra aviazione. Le granate scoppiavano a pochi passi da noi, uccidendo e martoriando. Nessuno veniva risparmiato.

Le madri piangevano nelle risaie deserte mentre seppellivano quei piccoli corpi con gli occhi chiusi. Quei piccoli angeli fasciati di stracci che si sarebbero dissolti in breve tempo non hanno conosciuto i giorni di un’infanzia serena, ben nutrita, la meraviglia di un bacio, la follia di una corsa in moto, la gioia per un ritorno, la tristezza di un addio, la speranza per un nuova alba, la passione di un amore.

In un villaggio bruciato, sentii qualcuno che stava gridando nella torbida luce verde, attraverso i vetri appannati della maschera antigas un uomo dimenandosi tra le fiamme mi veniva incontro barcollando, giunto davanti a me si inginocchiò con le dita delle mani incrociate nel gesto di una supplice preghiera e prima di crollare a terra puntò l’indice verso un punto davanti a sé. Seguii d’istinto la direzione del dito. Mentre Incespicavo nel mare di corpi, macerie e distruzione, una voce dentro me urlava: Perché Dio permette tutto questo. Dov’è Dio?. Dove sei Dio?.

Vidi la bambina, accanto ai resti fumanti di una misera capanna, aggrappata a quella che non sarebbe stata più sua madre. La voce dentro me si placò.

Dio era lì.

Mi inginocchiai davanti a lei. Non riuscivo a strapparla dallo scudo di quel corpo martoriato. Non sapevo come fare. Tolsi l’elmetto e la maschera per apparire meno mostro di quello che ero e attesi finché la stanchezza mi indusse a sedermi sui polpacci. Prima che la mia vista diventasse debole la vidi crollare a terra. La presi tra le braccia per portarla lontano da quel luogo di disperazione, lei era sveglia ma talmente stanca e sfinita che non ebbe la forza di reagire, abbandonò il suo capo sulla mia spalla. La mia mano accarezzava i lunghi capelli neri incrostati di fango e di sangue. Raggiunsi una radura affiancata da un canneto. Il vento soffiava tra i bambù, mi fermai, la deposi a terra sul giaciglio di una coperta che tenevo arrotolata tra le cinghie dello zaino, riuscii a farle bere un sorso d’acqua dalla mia borraccia. La notte scese sopra noi come una coltre trapunta di stelle. Lei puntò il dito verso altre stelline che si muovevano in moto ondulatorio e intermittente sull’erba. Lucciole. Ne catturai una e la deposi nel palmo aperto della sua mano affinché brillasse sul solco della vita, fu come tentare di far confluire in un piccolo stampo la colata incandescente che bruciava nel mio petto. Lei chiuse gli occhi stringendo il piccolo tesoro nel pugno. La stanchezza prese il sopravvento, si addormentò, mi addormentai. La vidi nel sogno in una nuvola di luce, fluttuava a cavallo del vento, circondata da cascate e ruscelli che sussurravano il suo nome.

Al mattino lei se n’era andata lasciando il suo piccolo corpo accanto a me. Addormentata per la guerra, per l’odio e la paura.

L’avevo persa prima ancora che potessi darle un nome.

Ora è qui.

La guardo negli occhi, con gli occhi di un cuore che non ha ritrovato riposo, che non si è ancora aggiustato.

Come posso dirle che non sono riuscito a proteggerla.

Ci sono tante cose che vorrei dirle ma sto sperando solo di prenderla in braccio, stringerla mentre le scompiglio la chioma nera appoggiata sulla mia spalla. Vorrei prenderla per mano e condurla lungo i sentieri della vita, vorrei dirle sarò sempre al tuo fianco, ti assisterò, ti darò aiuto nel momento delle difficoltà, quando vacillerai ti appoggerai a me stanca e proseguirai con il mio aiuto, ti rialzerò quando cadrai.

Sento le parole del suo silenzio eloquente:

Sono una bambina.

Tu non riesci a concepire l’assenza del mio sorriso.

Tu sei un uomo.

Mi sollevi e poi mi rimetti giù.

Tu fai le regole.

Dici cosa è giusto e cosa è sbagliato.

Ho visto la linea tracciata tra il bene e il male.

Ho visto l’uomo cieco sparare proiettili di piombo.

Sterminare le persone che amavo.

Chi era il nemico?…

Eri tu il nemico.

Mi piacerebbe sapere cosa hai imparato dalla guerra.

Io solo questo:

Il cielo è blu

Il prato è verde

Qual’è il colore quando tutto è bruciato?

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