Ovest

Un rombo lontano.
Le nuvole si raccolgono ed esplodono come asce in frantumi.
La pioggia precipita su tutto cantando una lingua che non credevo di conoscere.
In lontananza il ghiaccio fonde lentamente, le città si schiantano nell’onda possente.
L’opera antica ideata con arte e ingegno scomparirà, si scioglieranno in polvere gli splendidi palazzi, la selva dei pinnacoli, le sale dei banchetti.
Le splendide muraglie di pietra saranno sommerse, cadranno i tetti, infrante le porte, sbrecciate le finestre, i muri si sfarineranno corrosi dall’acqua salata.
Torri inabitate si stagliano all’orizzonte.
Gli spalti merlati sono luoghi desolati, le fortezze si sgretolano.
I guerrieri sono tutti morti.
Il forte abbraccio liquido sarà la morsa della tomba di una generazione decomposta di uomini.
Freddi flussi d’acqua si riversano negli squallidi cortili colmi di macerie dove un tempo l’uomo lieto di cuore stupendamente abbigliato, orgoglioso e inebriato dal vino splendeva nella sua corazza e guardava i suoi tesori.
Quando piove si dovrebbe dormire con una donna, fare giochi d’amore, parlare, scrivere, seminare.

Ho bisogno di sentire una qualsiasi voce per rimanere vivo.
Sono qui, completamente solo, sto vedendo avverarsi le cose che temevo molto tempo fa.
Aspetterò il sorgere del giorno cercando di raccogliere tutti i miei ricordi, e poi scivolerò nell’acqua.
L’alba chiama, ho indugiato nei pensieri sui bei momenti per trovare consolazione e sento che sto per piangere le mie lacrime, pioggia salata sul paese delle meraviglie che giacerà sotto il mantello acquoso in un cumulo di rovine ricoperte dalle alghe.
Qualcuno mi aiuti, sono smarrito, la mia mente non indossa più nessuna armatura.
Come è possibile che sia successa una cosa del genere in un luogo dove abbiamo vissuto.
Sono destinato a dileguarmi nella luce tremolante scomparendo nella notte oscura dei flutti.
Un’alta onda mi trascinerà nel profondo, sarò un altro smunto uomo annegato.
Sono quasi accecato da dolore che è dentro di me e mi sento morto dentro.

Alzo lo sguardo sul muro dell’edificio di fronte, lo gnomone della meridiana non traccia segno. Quanto sembra lungo il tempo e quanto tenebrosa l’ombra che si scrolla di dosso le ore facendone giorni e notti da inseguire con le nostre vite con i passi di tutte le stagioni.
Quanto è lunga la notte!.
Il tempo ci occupa, ci preoccupa e talvolta ci spaventa, il suo ritmo arrestabile ci conduce alla fine della vita creando distacchi dolorosi ed inevitabili perdite, è in vista di ciò che ne percepiamo meglio il valore, ma sappiamo che spesso ci sfugge, ci ingoia e ci affligge.
La luce grigia illumina la casa di fronte, un quadro dipinto nella faccia del cielo.
Una donna si affaccia alla finestra, i suoi capelli nascondono il volto ansioso chinato verso il basso nella gelida notte. L’ho sentita implorare protezione per giorni mentre le sue dita raspavano i muri per raccogliere calcinacci in sacchi di juta; una barriera che non servirà a niente quando le acque avranno raggiunto il livello del luogo sacro della sua abitazione.
Il suo viso di una tonalità di verde, in qualche modo cerca di urlare attraverso lo spazio della bocca, ma non esce verso, se non fiamme dagli occhi.
Apre e chiude le finestre per affacciarsi sulla paura. .
Barricata nella sua scatola chiusa, vuota da tempo come su un patibolo supplica pietà al cielo.
Vorrei aiutarla in qualche modo, ma sto esattamente come lei.
La sua voce gracchia quasi soffocata dallo stupore.
Un’eco terrificante disturba il silenzio:
«Un giorno acquoso di un mese acquoso al di sopra di questo mare acquoso.
Il mare è la morte. Qualcuno venga ad aiutarmi, non sono un pesce, non sono un uccello.
Qualcuno mi aiuti, mi sto perdendo, sono completamente sola, parte infinitesima di un vuoto fuso orario, vagamente consapevole dell’esistenza».
Una consapevolezza vagamente esistente in messaggi di disperazione, povertà e rimprovero.
Mi irrita che siano rivolti a me, perché mi sento senza colpa.
L’emozione corre a livello della carne. Anch’io sono così solo e vorrei dimenticare di esserlo.
Inutili preghiere si confondono coi pensieri di fuga da questo posto.
Sono rimasto qui, sul punto più alto di questa scogliera edile; guardando in basso tutto quello che posso vedere sono quelli con cui avrei amato restare ma che invece in silenzio si sono gettati alla cieca nel mare.
Mi sento piccolo mentre mi lascio cadere in questo estuario sull’infinito per raggiungere la donna,
vaga promessa di tregua, fatale presagio di morte.

Una chiave ruota nella toppa arrugginita.

Siamo qui soli e confusi a ricordare i tempi quando ridevamo, ma i tempi sono cambiati, tutte le nostre possibilità ci sono scivolate tra le mani coma sabbia.
Non balleremo più come eravamo soliti fare.
La pioggia continua a cadere su di noi come lacrime da una stella, rimarrà per sempre nelle nostre menti, continuerà a dirci quanto siamo fragili.
Le nuvole si sono accumulate in forma di montagne. Pioverà ancora. Pioverà. Non c’è scampo eccetto andare via.

Dove andremo?
Il nord è lontano da qualche parte, freddo, i ghiacci bloccano il cuore delle persone e le fanno diventare vecchie.
Le aride terre del sud ora sono il luogo delle acque più profonde.
Il vento arrivava dolcemente da est dove il sole dorato annunciava l’alba nel tempo d’estate soffiando verso ovest.
L’ovest è il luogo dove i giorni un tempo finiranno e dove i colori si trasformano dal grigio in oro e le luce del tramonto infiamma a sprazzi le nuvole. Là noi passeremo gli ultimi giorni delle nostre vite, raccontandoci le solite vecchie storie.
Andremo verso ovest col sorriso sui nostri volti.
Noi saremo i fuggiaschi, scapperemo fuori dalla vita che abbiamo conosciuto ed amato, niente da fare e da dire, nessun posto dove fermarci. Saremo soli, porteremo con noi tutto quello che abbiamo raccolto nelle borse della nostra esperienza.
So che la nostra fine potrebbe arrivare presto, perché anticiparla prima?.
Il tempo potrebbe alla fine provare che solo i vivi la spronano e nessuna vita è situata nelle sabbie mobili. La morte non offre alcuna speranza, dobbiamo procedere a tentoni per una risposta ignota. Guardare al perché e dove siamo non serve a niente.
Interroghiamo le stelle. Alla fine che scelta è rimasta se non vivere nella speranza di salvarci.

Ci sono due modi di vivere: camminare sulla terra ferma facendo solo ciò che è giusto e rispettabile e così misurare,soppesare e prevedere ma si può anche camminare sulle acque. Allora non si può più misurare e prevedere, ma è necessario credere incessantemente. Basta un istante di incredulità per cominciare ad affondare.
Viene il momento in cui bisogna avere il coraggio del rischio. Si deve abbandonare la terra ferma, ove i piedi sono ben piantati e ci si deve inoltrare sul mare fluido e mutevole agitato dalla tempesta. Non si può e non si deve vivere sempre di calcoli, di interesse personale, di tornaconto. Bisogna ingaggiare la sfida del rischio, della donazione assoluta, del mettere a repentaglio la propria vita per salvarne un’ altra. È la strana legge del perdere per trovare.
Meglio non raggiungere alcuna decisione, per quanto è possibile e tenersi indifferenti riguardo ai risultati. Quando il prendere una decisione diventa dovere, bisogna prenderla con la maggior cura possibile e poi portarla avanti senza alcuna paura.
Mentre la mia mente incespica mi precipito con lei nell’oscuro oceano.
Nessuno fermerà il nostro salto nelle fauci dell’ignoto. È davvero troppo tardi per fermarci perché se il cielo è seminato di morte che senso ha fermarsi a prendere fiato.
Che causa è rimasta se non morire nella ricerca di qualcosa di cui non siamo realmente certi?.
Uniamo il sangue delle nostre forze, affrontiamo il diluvio.

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