Qualche volta di notte,
quando la luna è alta nel cielo
un potente tuono viene udito tra le colline ma non spaventatevi,
è solo Bonzo,
che fa un soundcheck in paradiso.                                                                                                  (John Paul Jones)

«I bambini nascono sotto i cavoli?».
«Perchè me lo chiedi?».
«I miei amici dicono che non è vero. Che i bambini li fanno gli uomini e le donne nel letto. Io non ho capito, mi vuoi spiegare?».
Il dodicenne Paolo da poco aveva visto la comparsa dei peli sul proprio pube ed aveva capito come funzionava il gioco per mettere al mondo i bambini. Come spiegare al fratellino ciò che per lui era stato un mistero fino allora. Cosa avrebbe capito Ismaele?. La curiosità del piccolo non l’avrebbe lasciato in pace, inventò una risposta al volo per poter soddisfare la sua domanda.
«Sì, li fanno gli uomini e le donne ma non necessariamente nel letto».
Risposta sventata. Si era cacciato in un bel pasticcio sparando quella frase. Non doveva lasciargli il tempo di replicare altrimenti lo avrebbe tormentato di domande fino a fargli rivelare tutto il mistero, ed era troppo presto per un bambino di sei anni.
«I bambini nascono nei luoghi dove vivono e lavorano i genitori: quelli degli spaccapietre, nelle cave, quelli dei contadini sotto i cavoli. Tu sei figlio di un fabbro e sei stato trovato sull’incudine e se vuoi proprio saperlo, la mattina del tuo arrivo sono stato io a sentire per primo i tuoi vagiti. Urlavi come un ossesso. Sono corso giù in fucina e non sapendo come farti smettere ti ho messo un dito in bocca e subito hai cominicato a succhiarlo. Sei nato con la fame e allora ti ho portato dalla mamma e dal papà e sei diventato uno di noi. Capito?. Ora dormi. Sono già le undici e domattina mentre tu ancora starai qui al calduccio sotto le coperte, io sarò giù a battere il ferro rovente col papà e se sull’incudine ci fosse un altro bambino potrei dargli una martellata in testa per farlo stare zitto».
Il piccolo rise, la rivelazione lo aveva appagato, allungò la mano per prendere quella del fratello, la accarezzò pensando al dito succhiato sei anni prima, la baciò, intrecciò le proprie dita con le sue, appoggiò sul fianco del fratello la stretta intesa e si addormentò in pochi istanti, allacciato come ogni notte alla sua schiena .
Anche Paolo era soddisfatto, l’aveva spuntata abbastanza bene senza svelare il segreto con verità troppo crude o bugie troppo grosse. Sì, non era vero che i bambini nascono come aveva raccontato al fratellino, ma una mezza verità l’aveva detta: Ismaele lo aveva trovato proprio lui, sei anni prima, giù in fucina. Il piccolo era avvolto in una coperta, dentro un canestro di vimini, con la sola eredità di un libro dal titolo Moby Dick.
Su una delle prime pagine bianche c’era una scritta in matita: “Chiamatemi Ismaele”.
E Ismaele non avrebbe fatto la fine del vagabondo figlio del biblico Abramo e della schiava Agar, non lo avrebbero lasciato vagare nel deserto come un bastardo, fra altri reietti. Fu da subito considerato un dono per la famiglia e avrebbe trovato un posto e l’opportunità di trovare l’amore che non gli aveva dato chi lo aveva portato lì.
Fu adottato, esaudendo il desiderio richiesto con insistenza da Paolo alla mamma che oramai non vedeva il sangue da qualche anno.

Ismaele crebbe sereno e felice. Meno dotato fisicamente del fratello maggiore ma più intelligente e perspicace, era il beniamino non solo della famiglia ma di tutte le persone che frequentavano la mascalcia, soprattutto dei contadini che portavano i cavalli per la ferratura degli zoccoli. Il ragazzino dimostrò dai primi anni di scuola le sue capacità intellettive e i genitori su consiglio del maestro dopo la quinta elementare decisero di fargli proseguire gli studi nonostante il piccolo volesse a tutti i costi fermarsi a lavorare nell’attività di famiglia. Ogni pomeriggio appena terminati i compiti scendeva nella piccola officina e si dava da fare con impegno, imparando così a poco a poco tutte le operazioni del fabroferraio. All’età di quindici anni aveva imparato a perfezione la “tripletta”: una ritmica percussione con mazze e martelli sulla barra di ferro incandescente appoggiata sull’incudine. Tam, tam, tam, un colpo dopo l’altro fino a che il ferro ridiventato scuro per la perdita di calore veniva gettato in terra o nel secchio a raffreddare, oppure rimesso nel fuoco per ulteriori passaggi di lavorazione. Quell’andatura precisa, rapida, incalzante, era l’operazione preferita di Ismaele; in quei momenti si sentiva una cosa sola col fratello e il padre Santo.

La passione per il ritmo lo condusse per mano ad un’altra passione: quella per la musica. Erano gli anni sessanta; le sere d’estate il Juke box del bar nella piazzetta adiacente diffondeva i nuovi suoni del rock; per Ismaele fu subito amore. Un sera, Paolo, mentre si stava infilando sotto le coperte, si rese conto dai singhiozzi, che il fratello non stava dormendo. «Cos’hai, perché piangi? É successo qualcosa?».
La luce fioca dell’abatjour illuminò il volto tumefatto di Ismaele. «Niente niente».
«Come niente. Dimmi subito chi ti ha conciato così e domani gli spacco il muso». «Lascia perdere, sono stato io per primo ad alzare le mani». Il fratello maggiore insisteva; non avrebbe mollato finchè avrebbe ottenuto ciò che voleva sapere. Il fratello minore fu costretto a cedere, chiese di spegnere la luce e cominciò a confidare l’accaduto.
Al bar durante una discussione animata, un coetaneo lo aveva insultato chiamandolo -bastardo, figlio di puttana-. Erano venuti alle mani, se le erano date di santa ragione. Il suo avversario conciato peggio di lui prima di andaresene gli aveva urlato in faccia -Lo sanno tutti in paese che non sei figlio di Santo. Chiedilo a tuo fratello-.

Paolo deglutiva in silenzio; aveva mantenuto il segreto per tutti quegli anni obbedendo alla promessa fatta ai genitori – quando arriverà il momento glielo diremo – sperando sempre che non sarebbe stato necessario, e intanto anno dopo anno, il bambino era cresciuto nella loro famiglia, amato fin dal primo momento.

Chi sono i genitori? Coloro che accoppiandosi danno inizio alla vita? Una madre che ti porta in seno e ti partorisce? O forse i genitori sono coloro che meritano di esserlo?.

Paolo confermò quanto gli aveva raccontato anni prima, e aggiunse:
« Ora sai come nascono i bambini; non ti ho mentito quando ti raccontai dove e come ti ho trovato. Non so niente di più. Domattina ne parliamo con mamma e papà. Dormi adesso. È vero, non sei figlio naturale dei nostri genitori, ma sei stato accolto come il figlio atteso da sempre».
Ismaele si sentì soffocare. I suoi veri genitori non lo avevano voluto. Lo avevano escluso dalla propria vita come un aborto clandestino. Non dormì quella notte, e sotto le stesse coperte un giovane, considerato fratello fino allora, condivise in silenzio la veglia fino all’alba.

All’ora di colazione Santo e la moglie trovarono i due figli in cucina ad attenderli.
Il padre confermò le parole di Paolo e mostrò il libro trovato nel canestro.
La scritta -Chiamatemi Ismaele- era firmata: Mary.
Sulla seconda pagina di copertina, un’altra indicazione: London 1945. With love Peter.
Se quelli erano i nomi dei suoi genitori naturali, Londra sarebbe dovuta essere la loro casa. Per far capire al figlio che non avrebbe dovuto giudicare il comportamento innaturale della madre, gli confidò la verità, avvolta fino a quel giorno in una pellicola di silenzio, rivelandola con parole centellinate, pesate e pensate in tutti quegli anni:
«Lo stesso giorno del tuo arrivo, sulla strada a pochi chilometri dalla fucina, fu ritrovata una sconosciuta in fin di vita, dissanguata da emoraggia da parto. Accanto a lei il cadavere di un uomo trucidato da colpi di arma bianca.
Erano gli ultimi tempi prima della Liberazione del ’45.
Il giorno seguente un gruppo di antifascisti armati prelevò i cadaveri. Si seppe che i due erano informatori inglesi stanziati nella zona per tenere il contatto tra gli alleati e le truppe partigiane. Niente di più. Nessuno chiese notizie del bambino. Per noi eri un dono piovuto dal cielo. In quei tempi fu facile registrarti all’anagrafe come nostro figlio.
Non sei stato abbandonato. I tuoi veri genitori hanno sacrificato le proprie vite per la tua».

Reciso da un albero lacerato dal fulmine della guerra era stato innestato come una gemma nel portainnesto in una famiglia sana che lo aveva fatto germogliare con cura e amore.
La storia lasciava spazi bianchi necessari di approfondimento, un rigo musicale vuoto da riempire con l’eco del cuore.

Quando pensi di aver perso la rotta e non sai cosa decidere o fare, l’amore di una madre emerge dalle profondità del mare e diventa la stella polare che brilla nel buio della non conoscenza.
Due sono le cose durevoli che i genitori sperano di lasciare ai figli: le radici e le ali.

Ismaele si aggrappò al primo e unico gradino del suo mistero: Moby Dick.
Lesse il libro nel giro di pochi giorni e maturò l’idea di andare nella città inglese per respirare la stessa aria di chi l’aveva messo al mondo.
I suoi familiari non fecero obiezioni.

A Londra trovò lavoro come cameriere in un pub, un posto per imparare la lingua guadagnando da vivere, e soprattutto ascoltare la musica delle bands rock che si alternavano sul palco del locale.
Durante una deludente esibizione, un ragazzo di qualche anno più grande di lui, dopo aver bevuto una buona misura di birra e alcool, insoddisfatto e seccato per la qualità delle esecuzioni sonore, scaraventò una sedia contro il palco e dopo una collutazione coi musicisti si sbarazzò di loro e si insediò alla batteria. In quel momento cominciò il vero spettacolo della serata.

Il suono lo dirige chi batte il tempo, era una idea fissa di Ismaele e quell’orso ne stava dando la dimostrazione convincendolo con ogni sorta di pandemonio, senza perdere di vista il vero obiettivo di ogni musicista: suonare con passione.
Le pulsazioni del giovane fabbro aumentarono ad un ritmo frenetico in perfetta sintonia con la musica prodotta. Una carica potente di energia penetrando nel petto lo riempiva al punto che se fosse stato un cannone avrebbe sparato il cuore in cielo.

Alla fine della performance il giovane cameriere entusiasta offrì da bere al batterista coi

baffi.Si fermarono fino a tarda notte a chiacchierare. Condividevano le stesse idee sulla musica e sulla vita.Trovando un’anima simile alla sua, Ismaele gli aprì il proprio cuore raccontandogli la sua storia e il desiderio di scoprire in quella città qualcosa delle proprie origini. Per commentare la sua impressione sull’esibizione del batterista trasse dal bancone il libro di Melville, lo sfogliò e si fermò su una pagina, la rilesse sottovoce e disse:

« Mentre ti guardavo sul palco mi si è presentata davanti agli occhi la scena descritta da queste parole “Sembrava un uomo staccato dal palo del rogo, quando il fuoco ha devastato le membra percorrendole tutte senza consumarle e senza portar via una sola particola della vecchia e compatta robustezza”».

Il batterista sorrise compiaciuto, gli diede una manata sulla spalla dicendo:
«Che libro è questo?»
«Moby Dick».
«Me lo presti?. Non temere, ho compreso cosa vale per te. Lo riporterò. La tua storia mi ha commosso. Vorrei trovare tra queste pagine un’ispirazione per la mia musica e una risposta per te che ora non sono in grado di dare. Io sono John, qualcuno mi chiama Bonzo». Ismaele conosceva a memoria le canzoni del primo album dei Led Zeppelin ma non sapeva che quell’uomo era John Bonham, la bestia, il batterista del gruppo.

Si salutarono cordialmente con la promessa di rincontrarsi.

Passarono i mesi, il barista era quasi rassegnato alla perdita del suo prezioso tesoro, quando si presentò nel pub un tizio per consegnargli una busta quadrata in cellophane. All’interno il secondo LP del dirigibile marrone: Led Zeppelin II e un biglietto per il concerto della presentazione del nuovo album della band inglese. Nessuna altra indicazione. Qualcuno in quella città grigia gli voleva bene, attese con trepidazione il giorno del concerto.

Grande fu la sorpresa quando presentando la sua prenotazione fu accompagnato in un posto in prima fila dove sulla poltroncina trovò il suo libro e un foglio con la scritta -Call me Ishmael-
Man mano che le canzoni susseguivano una dopo l’altra, la sua attenzione si spostò sul batterista John Bonham. Conosceva quel tipo, era lo stesso che aveva suonato nel suo locale.

Con difficili e frequenti variazioni ritmiche, Bonzo picchiando duro su cassa, piatti e rullante accompagnava ogni pezzo con semplicità creativa e inimitabile devastando il panorama sonoro. Il suo tuono ritmico rendeva sempre più compatto il suono perfetto degli altri tre componenti della band, proprio come colpo dopo colpo il martellamento nella fucina di Santo trasformava il ferro incandescente nel pezzo richiesto.

Quando il cantante Robert Plant presentò il brano Moby Dick, un’ ovazione dei presenti si elevò al punto che avrebbe potuto far crollare il tetto del teatro.
John, prima di iniziare, impugnando la bacchetta nella mano destra la puntò dritta verso Ismaele. Un sorriso d’intesa. Dopo un’introduzione di chitarra e basso, il lungo assolo della batteria dominò la scena per un quarto d’ora. Ismaele estasiato riconobbe il brano sentito in anteprima nel suo locale ma dilatato a dismisura nel tempo. Il titolo della canzone era lo stesso del libro che stringeva tra le mani: un caso? O un omaggio ad un ragazzo che aveva condiviso una birra e una pagina patinata?. L’emozione prese il largo e il cuore cominciò a battere al ritmo dei tamburi mentre una voce gridava nella tempesta: « Call me Ishmael, Call me Ishmael»

Rilesse la frase e poi girò il foglio, sul retro c’era un messaggio firmato John Bonham:
Caro amico, ho letto con piacere il libro. Io non so esprimermi a parole, parlo con le mani, mi riesce meglio. Cercavo una risposta per la tua storia e l’ho trovata nella stessa pagina che avevi letto a me la sera del nostro incontro:

“ una cicatrice sottile come una bacchetta, lividamente bianca, un segno particolare che talvolta s’apre nel tronco dritto e superbo di un grande albero quando è lacerato da un fulmine scagliato dall’alto che, senza schiantare un solo ramoscello, scortica appena la corteccia e vi traccia un solco, da cima a fondo, prima di sparire nel suolo, lasciando la pianta ancora verde e viva, ma segnata.

So che comprenderai queste parole. Il libro non ti darà altre indicazioni. Qui non c’è più niente da cercare. Torna a casa, la tua famiglia è là.

Il ragazzo chiuse gli occhi. In una zona oscura del cielo, la corazza marrone del grande dirigibile volante si frantumò come un guscio d’uovo per far spazio alla balena bianca che fluttuando tra le nuvole-onde s’inabissò nella luce bianca della luna.

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