Questo  è il mio racconto per il Premio letterario ‘ 130 righe: un anno, una storia’ organizzato da il Resto del Carlino.  A me è stato affidato l’anno 1937 Etiopia 1937

Etiopia 1937

Vedo l’infinito di un nuovo mondo in questo cielo, in un fiore selvaggio e nel granello di sabbia rossa posato sul palmo della mia mano.

Etiopia, giardino del pianeta. Oasi dello spazio. Buona terra, buona acqua, buona aria.

Il sole picchia senza pietà. Per apprezzare il panorama qui bisogna aspettare il tramonto, quando la luce si fa meno accecante e proietta le ombre delle colline dalla cima piatta sulle gole sottostanti scavate da fiumi ormai scomparsi.

Cosa ci faccio in questo posto?.

Come la maggior parte di noi soldati sono stato costretto dalla leva obbligatoria a lasciare la famiglia per venire a combattere in un paese lontano, su queste montagne bruciate dal sole, con armi antiquate, uniformi di panno, scarpe di cartone e scatolette di cibo avariato, quando avrei preferito stare a casa con la mia fidanzata.

– Venti milioni di uomini, un cuore solo, una sola volontà di combattere – aveva detto il Duce dal balcone di Palazzo Venezia per dare il via a questa campagna di occupazione, con il duplice scopo di vendicare la bruciante sconfitta che quarant’anni fa aveva visto gli italiani sbaragliati dalle truppe di Menelik, e creare un corridoio che colleghi via terra le colonie dell’Eritrea e della Somalia.

La propaganda fascista giustifica questo intervento militare per la liberazione della popolazione abissina dalla schiavitù imposta dall’imperatore Hailè Selassiè.

Mio nonno, che combattè durante la guerra di Abissinia nel secolo scorso, mi ha detto che in questo paese avrei trovato le donne più belle del mondo. Aveva ragione sono proprio belle.

Gli alti comandi del Governo hanno emanato severe sanzioni sui rapporti di indole coniugale con questa popolazione, forse perchè gli uomini dell’Italia fascista correvano troppo dietro le veneri nere dell’Etiopia e Somalia, conquistate e razzialmente impure. La canzone Faccetta nera, uno dei motivi più diffusi tra i soldati , che, con frasi allusive incoraggiava contatti promiscui tra italiani e africani, è stata messa al bando.

Mi domando come la – moretta schiava degli schiavi – potesse sentirsi felice di lasciare il proprio paese e di essere portata a Roma per venerare il duce e il re degli italiani, rinunciando alla propria bandiera ed accogliere con gioia il tricolore.

Se dovessi descrivere in poche parole la mia prima impressione su questa gente direi: – un popolo in cammino a piedi nudi sulla terra bruciata dai raggi del sole –.

Ma da dove arrivano. Quanto avranno camminato, a che ora saranno partiti, a che ora faranno ritorno alle loro case?. Sono domande inutili perchè qui il tempo non ha alcun valore, poiché tutti ne hanno in grande quantità.

Lungo la strada incontriamo pastori che guidano le mandrie da un villaggio all’altro, armati di infinita pazienza e del tipico bastone che portano a tracolla dietro la schiena.

Le donne chine sotto ceste piene di sterco secco di mucca che verrà usato come combustibile si dirigono verso le misere capanne dei loro villaggi.

I bambini sono ovunque, ci corrono incontro, ci salutano festosi, ci sorridono, ci tendono la mano per salutarci; mani sempre sporche, impossibile non stringerle anche se si sono appena infilati un dito nel naso, anche loro come gli adulti camminano, camminano.

Quanta strada dovranno percorrere prima di diventare uomini?.

Indossano tutti dei vestiti logori, forse gli unici che possiedono; si lavano nelle stesse acque dove si abbeverano le bestie; dormono su pagliericci stesi in terra; mangiano quando capita; eppure sembrano felici.

Domani 19 febbraio 1937, in occasione della nascita di Vittorio Emanuele, primogenito di Umberto II di Savoia, il governatore ha dato ordine di preparare una cerimonia pubblica, durante la quale, imitando un’usanza etiope, distribuirà due talleri d’argento a ciascuno dei poveri di Addis Abeba, uno in più di quanto ha sempre distribuito Hailè Selassiè, tutto ciò per umiliare il ricordo dell’imperatore in esilio e ostentare la grandezza dei colonizzatori.

In questa provincia dell’Africa Orientale Italiana il comando è nelle mani del vicegovernatore Rodolfo Graziani.

Un uomo crudele e senza scrupoli governa con tale pugno di ferro da attirare le antipatie degli etiopi che non accettano la nostra sudditanza e portano avanti un’opera di guerriglia.

Questo uomo orgoglioso avvolto nel mantello regale della sua autorità mente come Giuda, il suo bacio è inganno, la sembianza di generosità disvela cupidigia, aridità, durezza di cuore.

La festa è diventata una tragedia.

Qualcuno ha lanciato delle bombe a mano sugli invitati e sulla folla dei derelitti confluita nel cortile del palazzo imperiale uccidendo quattro italiani, tre indigeni e ferendo una cinquantina di presenti, tra cui lo stesso Graziani.

Immediatamente sulla folla in fuga si è scatenato il fuoco di artiglieria dei militari e degli ascari libici. Molte persone sono rimaste uccise.

Le rappresaglie proseguono da parecchi giorni. Una vendetta condotta coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. I militari sono affiancati anche dai civili che si trovano in Addis Abeba. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni trovano al loro passaggio. Uno scempio si abbatte contro gente ignara e innocente.

Quanti devono morire prima che ci si accorga che i morti sono troppi?.

Da Roma sono giunti ordini tassativi: in Italia si deve ignorare quanto succede qua.

Sto assistendo a scene orripilanti di violenze inutili.

La popolazione indigena è sulle strada, le misere abitazioni sono state incendiate. Capannelli di donne e bambini osservano con indifferenza impressionante le masserizie fumanti.

Non un grido, non una lacrima non una recriminazione. Gli uomini si tengono nascosti, perchè rischiano di essere finiti a randellate dalle orde punitive.

Vengono uccisi indiscrimantamente, bruciati vivi nelle capanne o abbattuti dai fucili mentre cercano di uscire.

Ho visto miliziani alla guida dei camion rincorrere persone per investirle o trascinarle dopo aver legato loro i piedi al rimorchio.

Ho visto un uomo cadere sulle ginocchia e baciare la terra urlando nella sua lingua parole che ho interpretato così:

– Questa terra è la nostra terra, questo cielo è il nostro cielo e questi sono i nostri villaggi –.

Finche possiamo dire – questo è il peggio – vuol dire che il peggio può ancora venire.

Il male commesso per un sogno di grandezza, per un bisogno di sentirsi potenti e distruttori ha mostrato un’altra delle sue facce. Le violenze continuano.

Donne frustate, bambini schiacciati sotto i piedi, uomini evirati, squartati, bastonati a morte e lasciati morire appesi.

Bersagli al poligono di tiro, tutti muoiono con grande dignità maledendo l’Italia e gli italiani.

Quante volte dovrò girare la testa per fare finta di non vedere?.

I padroni della guerra giocano con il mondo, ci mettono un fucile in mano come fosse un giocattolo, si siedono a guardare mentre il conto dei morti sale, mentre il sangue degli uomini scorre via dai loro corpi e si impasta con la polvere rossa di questa terra.

Perfino Gesù non perdonerebbe quello che abbiamo fatto.

Siamo stati costretti ad eseguire la volontà di un esaltato. Anche se erano in molti a credere in lui, molti altri eravamo convinti che non si poteva fare una cosa tanto insensata.

Mi hanno detto: – Come! Sei un soldato e hai paura?. Non devi preoccuparti che qualcuno venga a sapere dal momento che nessuno ci chiamerà per rendere conto di quel che abbiamo fatto –.

So di sicuro che renderemo conto di questo alla nostra coscienza per il resto dei nostri giorni.

Mi vergogno della mia vigliaccheria, non sono stato capace di fare altro che sparare al di sopra delle teste degli etiopi per non colpire nessuno di loro, di contro non ho avuto nemmeno il coraggio di accoppare i nostri miliziani sanguinari per paura di finire davanti al plotone di esecuzione.

Vorrei non essere qui.

Non voglio più combattere.

Sono scappato, fuggendo verso l’altopiano. In questa confusione nessuno si accorgerà di me.

Solo in questo paesaggio sono atterrito e quasi immobilizzato, ma la mia paura è nulla paragonata a quella di coloro che hanno visto la morte in faccia.

Un vecchio pastore ha letto la bontà nei miei occhi, mi ha fatto cenno di seguirlo, starò con lui finchè passerà questo momento, finchè troverò la forza per ritrovare la strada del ritorno a casa. Non voglio diventare come quelli da cui sono fuggito.

Un avvoltoio volteggia nel cielo.

I bambini sono ovunque ma non ci corrono incontro festosi, nessun sorriso sulle loro bocche affamate. Tengono le mani dietro la schiena come angeli neri che nascondono le ali; il loro naso continua a gocciolare; il sale delle lacrime ha lasciato una scia bianca sulla loro faccia. Tornando alle strade per terre d’ombra e rampe di sangue si guardano alle spalle controllando ogni nostro passo. Le porte dei loro cuori sono chiuse dall’odio dopo il buio di questi giorni.

Quante strade dovranno percorrere prima di diventare uomini?.

Mi chiedo cosa faranno questi bambini per vivere ma forse non diventeranno mai grandi, non ne avranno tempo.

Parlo al vento per cercare una risposta ma il vento non può sentire, continua a soffiare la sabbia spazzata via dal deserto e la depone come un sudario sui bambini, sui padri e le madri.

Le ali degli avvoltoi oscurano la tenue luce del sole che sta tramontando all’orizzonte.

Resto in silenzio.

Sul palmo della mia mano si è posata una lucciola, la sua lampada illumina il solco della vita.

Il tempo ha un grande valore anche per la vita più breve.

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