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Il mio contributo alla raccolta  Ricordi di giocattoli curata da Federica Gnomo

Fin dalla prima infanzia ho cavalcato i sogni seduto sulle ginocchia di mio padre; le mani saldamente ancorate alle sue redini infarinate in profumo di pane.

“Trotta trotta cavallo di legno, col tuo gran cavalier sulla groppa,

e se arrivi a toccare quel segno, alla corsa ti voglio portar.

Su galoppa galoppa, galoppa. Su galoppa, galoppa, galoppa”.

Ci sono momenti nella vita in cui mi fermo a ripensare gli anni verdi e se mi espando attraverso il ricordo, posso invertire la mente e viaggiare nuovamente nel tempo.

Galleggiando come un orso bianco sul blocco di ghiaccio polare alla ricerca di un posto chiamato casa sono tornato qui dove sono cresciuto in un altro tempo.

Attraverso il cortile. Un vialetto d’erba separa le due aiuole: a sinistra quella della zia Lucia con ortensie, rose e astri, a destra quella della zia Santina: viole mammole e tulipani sotto un albero di cachi. Nel corridoio ombroso del pergolato del glicine sosto a naso in su, in contemplazione, ascolto il ronzio dei bombi in perlustrazione sui grappoli lilla.

Apro il cancelletto in legno, ecco il mio regno!

Le mani appoggiate al tronco e i piedi incastrati nelle maglie della rete metallica che divide il serraglio delle galline dall’orto dove mio padre coltiva insalate, ravanelli e l’immancabile prezzemolo mi arrampico sul mandorlo.

Quattro grossi rami spartiti tra i quattro ragazzi della forneria.

Quello centrale, più in alto di tutti ma più facile da scalare è di mio fratello Ignazio.

A occidente il ramo di Paolo, l’altro fratello, è il più grosso, praticamente mezza pianta; lui mangia solo frutta secca. I miei due fratelli si arrampicano sul mandorlo solo al tempo del bottino.

Verso nord il ramo di Beppe, cugino, coetaneo; le sue mandorle le cogliamo quasi sempre noi tre fratelli; gli alberi non fanno per lui che incantato dall’arte della commedia, recita in soffitta tra vecchi armadi senz’ante e cassapanche scoperchiate.

Il mio ramo, il più pericoloso, il migliore, inclinato come la diagonale di un quadrato si allunga verso est. Ho imparato presto a muovermi sulla sua corteccia, le prime volte abbracciandolo stretto con tutto il corpo e strisciando fino alla biforcazione che fa da sella; poi come una scimmia procedendo a quattro zampe fino alla mia postazione, il mio destriero.

A cavalcioni sulla forcella rugosa guardo il mio orizzonte: una corsa tra i campi per raggiungere l’isola che non c’è, il mio mondo fantastico, una lunga vacanza sulla scia dell’azzurro striata da nuvole gravide di vapore estivo.

Le dita sul muschio dell’abbandono accarezzano i giorni di ore leggere nell’esplosione bianca di petali in primavera o nelle ombre delle chiome verdi nutrite dal sole che ricamano sulla mia pelle tatuaggi misteriosi.

Il verde del fieno dei prati in lontananza è un mare che nasconde grovigli di alghe gigantesche.

Il vento soffia sul grano ondeggiante disegnando vele screziate dal rosso dei papaveri.

Cavalco il mio ramo per esercitare la mia mente e portarla dove desidero andare, come un marinaio sul bompresso a prua di una nave antica. All’altezza del cuore battono onde imbevute di sale.

Lo sguardo puntato sull’orizzonte orientale sbarrato dai monti, a scorticare tra i boschi i relitti depositati sul fondo dell’oceano. Nei momenti più difficili, cavalco la tempesta come un attore buttato sulla scena senza la parte; il mio ramo diventa una tigre e io la cavalco per correre verso il sole nascente
 dove la rugiada non è solo acqua, sale e carbonio ma una lacrima di tristezza e dolore per un amico che non farà più ritorno.

“Trotta , trotta cavallo di legno…”

Non c’è più il ramo di mandorlo, il mio destriero; una casa occupa il suo posto da molti anni ormai ma nel ricordo basta poco per riprendere la corsa nelle praterie del sogno. Sul filo della corrente elettrica la dichiarazione delirante d’amore di una tortora color caffelatte, approda al mio silenzio. L’insistenza del richiamo monotono a tono basso dell’uccello dallo stretto collarino nero spalanca le porte della memoria come scheggia acuminata e riapre universi di stagioni mai scritte ma raccolte nel vaso prezioso del sonno. Una poesia in tre versi rochi e gutturali sale sui tetti e invita a raccogliersi in ascolto, perché più in alto sale più profondo risplende il desiderio di ritrovarsi nel luogo del gioco più bello e allora, solo allora distingui il canto: “ Ri- tor- na”.

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