12 marzo 2003

Entro in casa. Alessandro mio figlio primogenito tornato dal lavoro per la pausa di mezzogiorno ha mangiato qualcosa dalla nonna, è lì davanti alla televisione, con la sua bella testona rasata, mi alza gli occhi in faccia, occhi che scavano:

E così papi, cosa hanno detto alla mamma? Dov’è ?”

Gli racconta tutto, senza nascondere niente, neanche la paura per ciò che potrà succedere.

Soltanto le persone forti sanno confidare le proprie debolezze e chiedere conforto.

Ale si alza, corre in giardino, si è sempre mostrato forte e chiuso nei sentimenti, ha una perfetta conoscenza di quanto sia veramente amato e per ascoltare la voce dell’amore basta stare in silenzio da soli. Non l’ho mai visto piangere, comprendo quanto deve essere difficile contenere il dolore internamente, non liberare lo sfogo è ancora più straziante. Lo raggiungo: “Lasciati andare non vergognarti .”

Non voglio piangere quando tramonta il sole, le lacrime mi impedirebbero di vedere le stelle”

Quanto sono loquaci queste tre parole sparse nel silenzio del dolore.

Tu sei forte, insieme ce la faremo. Ti lascio da solo ora. Mi preoccupa di più tuo fratello Matteo. Tra dieci minuti sarà a casa di ritorno dalla scuola, gli preparo qualcosa da mangiare e poi gli parlo. Nel frigorifero c’è qualcosa per la cena, alle cinque torno dalla mamma e sarò a casa stasera, dopo le nove. Spero di potervi dare notizie più chiare e rassicuranti, mi raccomando fai il bravo.”

Ho vissuto tutti i giorni di questo figlio, gli sono stato accanto per tutti gli anni della scuola fino alla maturità dello scientifico -Era come se tu fossi stato nel banco con me tutti questi anni papà-. A volte penso che quell’attaccamento, quasi un accanimento scolastico sia stato la causa dell’ addio di Alessandro ai libri -niente più scuola, professori niente università, vado a lavorare!- aveva detto dopo la maturità.

A stasera papi . Torno al lavoro. Porta un bacio alla mamma per me. Dille che domani io e Matteo saremo là, accanto a lei” .

La barba del figlio punge nel bacio, è un uomo ormai.

Il cancellino sbatte. Passo lungo, Mongomery blu di panno col cappuccio sulle spalle, sciarpa da fedajn attorno al collo, capelli lunghi nell’aria frizzantina di marzo, arriva Matteo:

Cosa c’è da mangiare oggi ? ” La sua classica frase, da sempre al ritorno da scuola. Ha diciotto anni; in giugno affronterà la maturità dello scientifico.

Ho gli occhi arrossati, inutilmente mi sono lavato la faccia per nascondere ciò che sto passando. Matteo ha già capito tutto, c’è qualcosa di grave per la mamma, si butta tra le mie braccia :

Stringimi forte, stringimi! Voglio andare dalla mamma. La devo vedere. Quando mi porti da lei”.

Con calma gli spiego tutto mentre cerco di fargli mangiare qualcosa, poi per un mese saprò preparare per loro solo pane, prosciutto e macedonia. Quanta macedonia!

Sbuccio le banane e le affetto, faccio lo stesso con le fragole dopo averle lavate sotto l’acqua corrente del lavandino, poi tocca ai kiwi, qualche cucchiaiata di zucchero, una spruzzata di limone, mescolo un paio di volte col cucchiaio le fettine bianche, rosse e verdi e la macedonia è pronta.

Sono le cinque di sera, sono già’ in ospedale, non ho mangiato niente, non ho dormito nel pomeriggio, è stato tutto un giro di telefonate. Le cognate, i parenti, gli amici, un tam-tam, tutti vogliono sapere quello che ancora non si sa esattamente, sarà così anche domani e gli altri giorni a venire. Il telefono è rovente.

Per accedere al reparto isolamento ci si deve vestire con un grembiulone verde, la mascherina sulla bocca, la cuffietta in testa, i soprascarpe, tutto in carta verde chiaro da buttare nel cestino dopo l’uso; con me negli spogliatoi poche altre persone, anche loro in visita agli “isolati”.

Quando siamo pronti suoniamo il campanello, una infermiera apre, ci controlla con lo sguardo se siamo ben coperti poiché potremmo portare batteri dall’esterno aggravando con infezioni la situazione medica già precaria di questi i malati, le loro difese immunitarie sono minime.

Per sdrammatizzare la situazione, fuori dalla porta intono una vecchia canzone che ripeterò per tutto il mese nelle mie visite :

E’ arrivato l’ambasciatore, con la piuma sul cappello, è arrivato l’ambasciatore a cavallo di un cammello…”

Una flebile voce dall’interno risponde:

Ha portato la letterina, c’era scritto sai così…”

la porta si apre e insieme nell’abbraccio terminiamo il ritornello :

Se mi ami, mi, mi, ti darò tutto il cuor, è arrivato l’ambasciatore!”

Sorride: “ Come stai? Hai mangiato? Hai parlato coi ragazzi? Come…”

Prima di tutto come stai tu? Sei tu la malata! Per il resto tutto a posto, i ragazzi sono tranquilli, è inutile dire che gli manchi e che sono preoccupati, domani saranno qui tutti e due e se ti vedono bene come io ora saranno più sereni”.

Le guance sono due pomelle rosa :

Mi hanno dato una sacca di sangue, una trasfusione, mi sento molto meglio, è come se mi avessero ricaricato le batterie .” Ha ancora una flebo attaccata.

L’amore e la malattia hanno in comune quello stato d’animo per cui si rinuncia a voler apparire ciò che non si è, quindi è inutile persistere nella finzione che non sia fondata sulla pura realtà.

Sono sempre stata forte in tutte le vicissitudini della mia vita, ma ti confesso, ho paura. Mi stanno preparando per una cura chemioterapica, comincerò domani o tra due giorni, non ho capito bene. Dopo, passa in biblioteca ti aspetta un giovane medico, le infermiere lo mangiano con gli occhi, è proprio un bel ragazzo, mi sembra di aver capito che si chiami Massimiliano, lui ti spiegherà la mia malattia e la cura. Non so se ho capito tutto o se non hanno voluto dirmi tutto, ero un po’ addormentata, stanca, prima di questa bomba nelle vene. Secondo me il sangue che mi hanno dato era quello di un lottatore .”

Chemioterapia? ”

Sì, Sì, hai capito bene, questa parola fa paura anche a me, ho pensato subito alle persone sottoposte a questo trattamento, come sono state male, il cranio pelato…la maggior parte di loro non ce l’ha fatta. Se io muoio, con i ragazzi fai quello che facevo io e continuerò a vivere con te, insieme abbiamo messo le nostre radici in loro”

Non pensarlo neanche per scherzo, tu ce la farai, ce la faremo insieme, insieme abbiamo messo le nostre radici in loro, insieme continueremo a trasmettere ad Alessandro e Matteo la nostra linfa, sei forte, ho molta speranza, sono sicuro, tu non molli, coi globuli rinnovati come quelli del lottatore di sumo butterai fuori dal tappeto il male e vincerai. Le tue amiche ti chiamano “Spi “ sei piccola ma tenace come una spina, farai scoppiare la leucemia come un pallone gonfiato e tornerai a casa più forte di prima. ”

Non hai coraggio se non hai paura. Il coraggio è una contraddizione, esso implica un forte desiderio di vivere che prende forma nell’ essere pronti a morire. Il coraggio non le manca, ma deve lottare per farsi vedere forte da me.

Quando uscirò di qui, promettimi una cosa: continueremo a cantare insieme la gioia di vivere, ogni momento bello o brutto, qualunque sarà la mia o la tua condizione.

Mi dispiace un po’ per i capelli, le ragazze qui, tra l’altro gentilissime, hanno detto che facilmente cadranno, sarebbe meglio accorciarli, magari sabato porta il rasoio elettrico col quale vi rasate tu e Ale”.

Le rispondo al volo scherzando: “Avrò il tuo scalpo maledetto viso pallido”.

La malata è serena, parliamo un po’ di tutto :

Avrei dovuto accorgermene, le macchie scure comparse sulle gambe non erano lividi causati dalle botte prese nei lavori domestici, erano un segno della malattia. A saperlo…!

Adesso è meglio se vai a parlare con il dottore, fatti dire tutto, non c’è bisogno che mi riferisci del colloquio, tanto io sono qua e vedrò in diretta come andranno le cose. Domani non venire riposa, ne hai bisogno quanto me, sei pallidissimo! Fai venire le mie sorelle nel pomeriggio, ho bisogno di parlare con loro. Domani sera sarei felice di vedere i ragazzi! Mi sembra una vita che non li vedo. Sento di averli trascurati in questo periodo di estrema stanchezza”.

Non hai trascurato proprio nessuno, sei un po’ una rompiscatole, ma hai una generosità…”

Mi sto commuovendo, ma mi trattengo e lascio sospesa la frase. Ci diamo un bacio attraverso la mascherina di carta : “ Ci vediamo tra due giorni, riposati. Ah! Dimenticavo, cerca una donna per la casa, non vorrei trovare il caos quando torno”.

Certo! L’ordine e la pulizia vanno al primo posto, neanche la malattia è così importante per lei. Le mando un ultimo saluto da dietro il finestrino sulla porta, un velo triste annacqua i meravigliosi occhi azzurri di Neli.

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Il gioco sul legno di mandorlo

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Il mio contributo alla raccolta  Ricordi di giocattoli curata da Federica Gnomo

Fin dalla prima infanzia ho cavalcato i sogni seduto sulle ginocchia di mio padre; le mani saldamente ancorate alle sue redini infarinate in profumo di pane.

“Trotta trotta cavallo di legno, col tuo gran cavalier sulla groppa,

e se arrivi a toccare quel segno, alla corsa ti voglio portar.

Su galoppa galoppa, galoppa. Su galoppa, galoppa, galoppa”.

Ci sono momenti nella vita in cui mi fermo a ripensare gli anni verdi e se mi espando attraverso il ricordo, posso invertire la mente e viaggiare nuovamente nel tempo.

Galleggiando come un orso bianco sul blocco di ghiaccio polare alla ricerca di un posto chiamato casa sono tornato qui dove sono cresciuto in un altro tempo.

Attraverso il cortile. Un vialetto d’erba separa le due aiuole: a sinistra quella della zia Lucia con ortensie, rose e astri, a destra quella della zia Santina: viole mammole e tulipani sotto un albero di cachi. Nel corridoio ombroso del pergolato del glicine sosto a naso in su, in contemplazione, ascolto il ronzio dei bombi in perlustrazione sui grappoli lilla.

Apro il cancelletto in legno, ecco il mio regno!

Le mani appoggiate al tronco e i piedi incastrati nelle maglie della rete metallica che divide il serraglio delle galline dall’orto dove mio padre coltiva insalate, ravanelli e l’immancabile prezzemolo mi arrampico sul mandorlo.

Quattro grossi rami spartiti tra i quattro ragazzi della forneria.

Quello centrale, più in alto di tutti ma più facile da scalare è di mio fratello Ignazio.

A occidente il ramo di Paolo, l’altro fratello, è il più grosso, praticamente mezza pianta; lui mangia solo frutta secca. I miei due fratelli si arrampicano sul mandorlo solo al tempo del bottino.

Verso nord il ramo di Beppe, cugino, coetaneo; le sue mandorle le cogliamo quasi sempre noi tre fratelli; gli alberi non fanno per lui che incantato dall’arte della commedia, recita in soffitta tra vecchi armadi senz’ante e cassapanche scoperchiate.

Il mio ramo, il più pericoloso, il migliore, inclinato come la diagonale di un quadrato si allunga verso est. Ho imparato presto a muovermi sulla sua corteccia, le prime volte abbracciandolo stretto con tutto il corpo e strisciando fino alla biforcazione che fa da sella; poi come una scimmia procedendo a quattro zampe fino alla mia postazione, il mio destriero.

A cavalcioni sulla forcella rugosa guardo il mio orizzonte: una corsa tra i campi per raggiungere l’isola che non c’è, il mio mondo fantastico, una lunga vacanza sulla scia dell’azzurro striata da nuvole gravide di vapore estivo.

Le dita sul muschio dell’abbandono accarezzano i giorni di ore leggere nell’esplosione bianca di petali in primavera o nelle ombre delle chiome verdi nutrite dal sole che ricamano sulla mia pelle tatuaggi misteriosi.

Il verde del fieno dei prati in lontananza è un mare che nasconde grovigli di alghe gigantesche.

Il vento soffia sul grano ondeggiante disegnando vele screziate dal rosso dei papaveri.

Cavalco il mio ramo per esercitare la mia mente e portarla dove desidero andare, come un marinaio sul bompresso a prua di una nave antica. All’altezza del cuore battono onde imbevute di sale.

Lo sguardo puntato sull’orizzonte orientale sbarrato dai monti, a scorticare tra i boschi i relitti depositati sul fondo dell’oceano. Nei momenti più difficili, cavalco la tempesta come un attore buttato sulla scena senza la parte; il mio ramo diventa una tigre e io la cavalco per correre verso il sole nascente
 dove la rugiada non è solo acqua, sale e carbonio ma una lacrima di tristezza e dolore per un amico che non farà più ritorno.

“Trotta , trotta cavallo di legno…”

Non c’è più il ramo di mandorlo, il mio destriero; una casa occupa il suo posto da molti anni ormai ma nel ricordo basta poco per riprendere la corsa nelle praterie del sogno. Sul filo della corrente elettrica la dichiarazione delirante d’amore di una tortora color caffelatte, approda al mio silenzio. L’insistenza del richiamo monotono a tono basso dell’uccello dallo stretto collarino nero spalanca le porte della memoria come scheggia acuminata e riapre universi di stagioni mai scritte ma raccolte nel vaso prezioso del sonno. Una poesia in tre versi rochi e gutturali sale sui tetti e invita a raccogliersi in ascolto, perché più in alto sale più profondo risplende il desiderio di ritrovarsi nel luogo del gioco più bello e allora, solo allora distingui il canto: “ Ri- tor- na”.