Una tranquilla resa alla fretta del giorno

Sono un uomo come tanti, in un momento tutt’altro che semplice. Cammino da tre giorni, vagando in radure e boschi. Mi sto perdendo per pagare il prezzo della strada che ho scelto: morire tra gli alberi, su un letto di foglie secche.

Il mondo dei vivi è lontano. Cè un tempo per correre, un tempo per nascondersi e un tempo per fare l’ultimo viaggio. Nel sollievo della morte potrò trovare la pace che nella vita non ho mai incontrato.

Preferisco morire a testa alta che vivere quel che mi resta nella paura.

Il killer dentro di me sta allargando il suo dominio ma non mi lascerò abbattere da lui.

Combatto i morsi lancinanti del male incistato nell’ addome procurandomi ferite alle mani e graffi sul viso mentre mi apro il passaggio tra rovi e sterpaglie.

Il cuore aumenta i suoi battiti. La fame non è più un problema. Sono talmente esausto che potrei addormentarmi appoggiato ad un tronco e morire nel sonno. È ciò che voglio in fondo. Ho lasciato definitivamente il mio vivere tra la gente, nessuno piangerà per me, ho passato gran parte del mio tempo a fuggire le persone, nessuno verrà a cercarmi. Sono un solitario.

Il fiato si fa corto. Mi accascio abbandonandomi sul dorso.

Guardo il cielo, palcoscenico di questo ultimo giorno. Il sipario della notte cala sulle quinte degli alberi. La vista si annebbia per un momento, sono consapevole e lucido, non è ancora la mia ora, sarebbe troppo facile.

Il mio programma prevede che non lasci niente su questa terra. Facilito il compito della natura spogliandomi di ogni indumento per uscire dalla vita con lo stesso vestito col quale sono entrato.

Appoggio la testa sul cuscino di panni e stringo nella mano sinistra un tubetto di pillole che aiuteranno l’ultimo sonno ma sono tanto stanco e mi assopisco in un amen.

Mi sveglia il soffio del vento tra le querce e i castagni. Sono ancora vivo.

Sento un fruscio. Passi leggeri sullo strame in putrefazione sollevano odore di funghi.

Passi accorti di qualcuno in ricognizione. Chi si aggira in un posto simile di notte se non un altro essere solitario?.

Si sta avvicinando, sento il suo ansimare, forse ha camminato a lungo come me. Cosa starà cercando?. Sarà un altro essere in cerca di morte o forse combatte con la vita, per la vita, la propria vita.

Eccolo. È vicino, riesco a distinguere quattro zampe. È su di me, mostra i denti affilati, lunghi e ricurvi ma subito il suo ringhio si tramuta in un mugolio domestico, mi annusa, lecca il sangue delle mie ferite. Sento la sua lingua ruvida sul mio volto. Sto immobile ma non ho paura. Perdere la vita è quello che voglio, non è una vergogna se non hai più nulla in cui credere e sperare.

La nube che oscurava la luna si è spostata più avanti.

Ora lo vedo meglio: fronte ampia, occhi chiari dal taglio leggermente obliquo, le orecchie in posizione eretta lungo il profilo della testa: è un lupo. Questa splendida creatura sicuramente ha fiutato il mio odore di morte, si accuccia accanto a me incrociando le zampe sul mio petto nudo. Non ha fretta. Il suo pasto è assicurato. Punta gli occhi nei miei. Cosa aspetta?. Forse non vuole che lo fissi mentre mi sbrana. Vigilerà il mio sonno-veglia e quando abbasserò le palpebre mi azzannerà alla gola. Berrà il mio sangue, farà a brandelli il mio corpo scegliendo le parti migliori. I lupi di rado mangiano quotidianamente e quando ne hanno la possibilità arrivano a ingurgitare parecchi chili in un pasto.

Potrei anticipare il suo intervento con uno scatto improvviso e farla finita subito ma prendo tempo e sto in contemplazione del suo muso circondato dall’aureola lunare. Allungo lentamente una mano per accarezzarlo, non ho niente da temere, quello che deve fare lo farà nè piu nè meno; sembra godere del passaggio della mia mano sul suo pelo.

Questo guerriero è un altro vagabondo dagli occhi spalancati che arriva da lontano. Ci guardiamo nell’intervallo incantato. Siamo talmente a contatto che sento il pulsare del mio cuore al ritmo del suo. Una forte suggestione mi comunica il suo pensiero: «La vita é una strada molto lunga che non dovremmo percorrere da soli. Ma se trovi il giusto compagno non ti sentirai così sfinito alla fine dei tuoi giorni».

Ho allontanato il calore del mondo che girava con me, ora ricevo calore dal suo corpo accovacciato sul mio. Quando non c’è più speranza in vista, c’è una possibilità di trovare una risposta nel cielo molto più grande di quanto ci si possa aspettare. Non ho bisogno di una preghiera, mi affido a questa possibilità mentre lentamente mi allontano dalla terra e mi avvicino alla luna.

Sono stato un uccello in gabbia costretto a cantare ogni giorno una melodia stonata, ora che ho le ali libere mi lancerò in picchiata come un falco incontro alla morte.

C’è una rima e una ragione a spiegare la poesia di questo mondo selvaggio e la trovo ora che il mio cuore di viaggiatore batte il suo tempo prima di essere lanciato in orbita tra le stelle..

Da qualche parte nel profondo della mia anima sento che è arrivato il momento.

L’eco perfetto di un ululato riflette contro un anonimo muro di cielo. Non è un fluttuante canto modulato alla luna ma un richiamo alla predazione. Non è un solitario, mi ero sbagliato è un capo, sta invitando il suo branco al banchetto.

In un universo in cui regna la morte, si restituisce alla morte quanto le appartiene affinchè la vita penetri le zone necrotizzate dell’essere.

La notte termina ai margini dell’aurora in fiamme; una tranquilla resa alla fretta del giorno.

Nella luce del mattino le cose appaiono diverse da come apparivano nelle ore precedenti.

Vedo i resti di un essere umano su un letto di foglie disfatto. Un ronzio di mosche circola nell’aria, mentre una fila di formiche sta arrivando per pulire la scena. Alla fine, le ossa brilleranno al sole e poi una manciata di polvere sarà l’eredità lasciata alla terra.

Ho bisogno di bere e una gran voglia di correre. L’orizzonte intorno mi appare al di sopra dei cespugli di erica. Sento lo scorrere di un ruscello, il mio istinto mi dirige presso la riva. Un diga di castori ha creato una pozza d’acqua. Alcuni animali che si stavano abbeverando come mi vedono apparire svaniscono spaventati dalla mia presenza. Immergo la lingua nell’acqua e bevo grandi sorsate per dare refrigerio alla mia gola secca.

Lo specchio liquido riflette una figura diversa da quella che ho sempre visto fino a ieri. Assomiglia a qualcuno che ho lasciato da poco. Mi guardo attorno spaventato, non c’è nessuno oltre me. Mi riavvicino all’acqua per ritrovarmi.

Gocce di sangue, scaglie di osso e di pelle come i frammmenti di vetro nel caleidoscopio generano strutture simmetriche create dalle riflessioni negli specchi: le figure mutano e cambiano colore e forma.

Chi rinuncia allo sguardo impuro non perde la vista, il suo corpo viene anzi illuminato da una luce pura; rinunciando al mondo non lo perde, ma lo assorbe nella sua solitudine.

Sono un lupo.

Una nuova tappa nel cerchio sacro, l’inizio di un’altra storia, altri affanni, altri dolori, gioie e bisogni. Il mal di vivere si espia sulla terra. Sarò costretto a starmene qui per cercare l’armonia e la gioia di vivere che nella precedente esistenza non ho saputo trovare. Lascio cadere una lacrima. Le nuvole temporalesche potranno infuriarsi e lamentarsi, le raccoglierò nel tubetto di latta come fossero farfalle.

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