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Manha de Carnaval, è una canzone tra le più più popolari della Bossa Nova degli anni ’50, apparsa per la prima volta del 1959 nel film Orfeo Negro del regista francese Marcel Camus.

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Da Wikipedia:

Orfeo è un giovane tranviere di Rio de Janeiro che ama cantare e suonare la chitarra e tra i ragazzini del paese circola la voce che è lui, con l’armonia della sua musica, a far sorgere il sole.

Alla vigilia del Carnevale arriva a Rio una graziosa ragazza, Euridice, venuta ufficialmente a trovare la cugina, ma in realtà lì per sfuggire a un uomo misterioso che la perseguita. Orfeo, pur essendo fidanzato con Mira, se ne innamora. Durante il Carnevale, appare l’uomo misterioso e col suo costume raffigurante la Morte terrorizza Euridice, che fugge nel deposito dei tram. Orfeo, sopraggiunto, accende le luci ma per errore innesta l’alta tensione ed Euridice muore folgorata. Il giovane la porta tra le braccia fino alla sua capanna sulla collina, ma Mira e le sue amiche lo aggrediscono facendoli precipitare nel burrone dove i due sono uniti nella morte.

Un ragazzino amico con la chitarra di Orfeo prende il suo posto sulla collina prima dell’alba e con dita incerte inizia a suonare. La magia si compie, spunta il sole e inizia un nuovo giorno.

Mattina, che bella mattina

una nuova canzone nella vita

per cantare solo i tuoi occhi

il tuo sorriso e le tue mani

perché ci dovrà essere un giorno

in cui verrai.

Dalle corde della mia chitarra

che ha cercato solo il tuo amore

viene un canto

a parlare dei baci perduti

sulle tue labbra. 

Il finale del film ha suggerito il mio contributo a questa canzone che “manda letteralmente tra le nuvole” Amneris Di Cesare.

Nell’inverno ’85 decisi di imparare a suonare la chitarra, un desiderio coltivato da tanto e realizzato con l’acquisto di una 12 corde di marca coreana, uguale a quella del mio amico Sole che veniva da me ogni sabato sera quando mia moglie e il mio primo figlio uscivano per andare a mangiare una pizza, ed io rimanevo a casa con l’altro figlio Matteo, nato da un anno.

Sole ha una decina di anni meno di me; questo soprannome è dovuto alla canzone che da bambino cantava a squarciagola -Nel sole- di Al Bano.

Sole rimase orfano a sei anni; sua madre spesso non sapendo come affrontare la vita di stenti di quel periodo si attaccava alla bottiglia di vino, finché una famiglia benestante del borgo la prese come domestica e collocò il bambino in un collegio dove rimase fino al diploma di terza media.

Lento nell’apprendimento e negato allo studio, nelle ore di svago ebbe la fortuna di incontrare l’amicizia di un assistente che gli insegnò i primi rudimenti dello strumento a corde.

Tornato a casa cominciò subito a lavorare, sgobbando da mattina sera, sempre pronto a dare una mano, con le doti che caratterizzano quest’uomo con la mente e il cuore di bambino: semplicità, genuinità, dolcezza, generosità, e un’assenza di malizia disarmante che lo fa benvolere da tutti.

Mentre facevo spazio, preparando sedie, spartiti e chitarre, lui seduto sul tappeto accanto a Matteo giocava facendo correre le automobiline colorate o tentando di infilare nella scatola magica le formine di plastica, un’impresa quasi impossibile per lui.

La sua presenza era come miele nella mia casa, tranquillizzava il piccolo che si addormentava sul tappeto dopo i primi accordi delle canzoni dei Beatles.

Il mio amico suonava ad orecchio, non sapeva leggere spartiti e accordi, ma col giro di Do -imparato a memoria-, facendo scorrere velocemente la mano sinistra sul manico dello strumento, riusciva a suonare tutto, mentre io che con le mani ero un disastro, gli insegnavo nuove posizioni con l’uso del capotasto e così a poco a poco riuscimmo a suonare diverse canzoni del repertorio del quartetto di Liverpool.

A casa si esercitava ogni sera sempre sulla stessa canzone finche non la sapeva suonare alla “come dico io” e quando al sabato ci si ritrovava, mi mostrava i suoi progressi.

Una sera, arrivò con l’amplificatore e una chitarra elettrica luccicante: – Questa è come quella di Jimi Hendrix- i suoi occhi erano sfavillanti mentre la mostrava orgoglioso come un bambino che ha atteso un giocattolo sognato da sempre -Sono tre anni che sto mettendo da parte i soldi-

-Allora Sole la inauguriamo con qualcosa di speciale… The fool on the hill-.

Accarezzando le corde metalliche disse:

-Vorrei cambiare gli accordi iniziali alla mia maniera-.

Con una eco di sottofondo vibrato iniziò la sua incantata introduzione e poi aggiunse:

-Ti prego cantala per me, usa il microfono, tanto non disturbiamo nessuno, è tanto grande la tua casa e non ci sono vicini qui che battono colpi alle pareti-.

Musica e canto si diffondevano in tutta la casa e ritornavano a noi amplificate di magia.

L’emozione mi afferrò alla gola quando incrociai l’umidità negli occhi dell’uomo bambino che stoppando le corde ne bloccò il suono dicendo commosso:

-Dai, fammi sognare, parlami del concerto che faremo noi due di fronte a tanta gente venuta da lontano per ascoltare la nostra musica-.

-Gli spettatori seduti sulle pendici del monte che fa da anfiteatro al nostro paese punteranno lo sguardo sul palco piazzato proprio in centro al campo di girasoli…

Il più bel concerto che non abbiamo mai fatto.

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