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Come Carlo Sirotti, Gaja per la sua canzone sospesa ha scelto la versione matura di Joni Mitchell.

Per questa canzone sarebbe stato adatto questo post nel quale ho scritto un racconto dedicato all’antologia Auroralia ideata da Gaja un paio di anni fa, alla quale hanno partecipato con racconti e poesie una cinquantina di persone a commentare l’immagine della donna volante di Uelsmann.

Both sides now: in entrambi i modi o da entrambe le parti come la donna sospesa nel cielo che riflette la propria immagine nell’acqua o come le due donne del mio racconto, madre e figlia che si trovano una di fronte all’altra su un letto di dolore.

Ma il racconto l’avete letto (almeno credo) e avete letto i due racconti in sequenza che hanno accompagnato la scelta di Carloesse, perciò ne aggiungo un terzo per concludere la storia dell’amicizia con l’alpino Carlo l’ebreo.

Novembre ’74. Il contingente di Carlo era schierato nel piazzale della caserma Rossi per l’ ammainabandiera fuori ordinanza, il giorno seguente si sarebbero congedati i nostri padri di naja.

Li stavamo a guardare con tanto di nodo alla gola dietro i finestroni delle nostre camerate.

– Vedrai come brucia vedere gli altri tornare a casa mentre tu devi rimanere lì altri sei mesi- me lo avevano detto ma non pensavo fosse così vera questa frase.

Al -Rompete le righe!- del capitano, l’urlo – è finitaaa… – fece tremare i vetri e diede inizio alla sarabanda della festa di congedo con i relativi scherzi di nonnismo nonostante le raccomandazioni dei superiori che come sempre in quelle occasioni avrebbero chiuso un occhio.

Il fragore delle porte spalancate per entrata dell’orda selvaggia dei congedanti ci mise in allerta. Sapevamo cosa ci aspettava ma c’era il timore per gli imprevisti di chi animato da una bevuta di troppo avrebbe potuto perdere il controllo.

Sbrandamenti, gavettoni, massaggi con dentifricio e schiuma da barba, bevute forzate di spumante e grappa a canna, marce in mutande e scarponi, present-at-arm con scopa al posto del fucile e secchio in testa come casco, rassegna barba e capelli con tanto di calata di mutande; in poche parole tutto il repertorio della caserma tramandato da un congedo all’altro.

Carlo seduto accanto a me sulla branda a castello mi garantiva la protezione da qualsiasi scherzo: -Non vedo l’ora che passi stanotte. Aspetto l’alba e il treno che mi faccia rientrare alla vita borghese-.

Sorrideva estraneo ai piccoli gesti di tirannia e ogni tanto portando le mani ai lati della bocca lanciava il suo allegro motto:

-Borghesi siamo borghesi!-

e tutti i congedanti cantavano in coro:

-A casa ci si va e non si torna più …-.

Il tutto si risolse nel tempo di un’ora, temevo di più e di peggio; le promesse dei conducenti muli -dormi preoccupato- ossia gavettone di liquido proveniente dalle stalle, non si avverò; al contrappello eravamo tutti in branda.

Al mattino ci svegliò il viavai ai gabinetti dei congedanti. Avevano aspettato quattordici mesi il momento di vestirsi in borghese e mostrarsi nel loro look preferito che nonostante i capelli rasati definiva in quel momento le diversità di ognuno: elegante, sciallo , sempliciotto, burino, hippy, sportivo e così via.

Velocemente si dileguarono dalle camerate per l’ultima colazione insieme, in anticipo a quella del battaglione.

Guardando giù nel cortile attraverso i vetri gocciolanti di umidità cercavo Carlo tra i ragazzi che si stringevano le mani , si abbracciavano si davano pacche sulle spalle, ridevano, cantavano, in quell’aria fredda, impregnata di malinconia.

Il mio più grande amico era scomparso senza un minimo saluto; oltre al groppo in gola comune a tutti noi che rimanevamo là, una forte commozione stava inumidendomi gli occhi.

Sono emotivo ma sapevo di non essere l’unico in quello stato -brucia- me l’avevano detto più volte- vedrai come brucia-.

Una mano sulla spalla mi fece ruotare di centottanta gradi. Carlo in trench bianco allacciato in vita, calzoni grigi con tanto di riga e scarpe di classe. Il ragazzo di buona famiglia fissandomi negli occhi mi asciugò le due lacrime debordate anche lui commosso:

-Credevi potessi partire senza salutarti?-.

Non sapevo cosa dire, in quel momento ero tornato piccolo come un bambino che alla scuola materna vede allontanarsi la madre e teme di aver perso tutte le sicurezze e il suo centro di vita.

Una grande amicizia stava per finire, sapevamo entrambi che la distanza e gli eventi del futuro non avrebbero permesso la continuità del nostro bel rapporto, ne avevamo parlato a lungo più volte, appunto per questo avevamo deciso di non scambiarci gli indirizzi promettendoci che avremmo custodito il tempo passato insieme in un posto speciale della memoria.

Non serviva parlare, era difficile, il silenzio era molto più eloquente, ci abbracciammo.

-Sei elegante-.

-Ti piace-.

-Molto-.

-Addio-.

-Mi fa paura questa parola Carlo, meglio Ciao-..

-Ciao-.

L’accompagnai fino alla porta, ultima stretta di mano, via, inghiottito dallo scalone di pietra.

Lacrime e paure e sentimenti

orgoglioso di dire

ti voglio bene

ad alta voce

 

ho guardato la vita da tutte e due le parti ora

dalla vittoria alla sconfitta

e ancora non so come

ricordo le illusioni della vita.

 

 

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