Clothy, piccola stella senza cielo

Non so perché Clotilde abbia scelto questa canzone, forse perché ogni stella è sospesa nel proprio cielo come le canzoni di questi post, forse invece la stella è qualcuno che non merita di essere raggiunto o forse ancora perché mia nipote in un momento di delusione si sente una stella destinata a rimanere sola, lontana, irraggiungibile.

Ora, dico a Clothy di non preoccuparsi per niente, perché il cielo è tempestato di stelle e sicuramente troverà quella che brillerà con lei in saecula seculorum, quindi metto qualche frase della canzone e la canzone stessa che poi a me il Liga non piace più di tanto, invitando però a guardare questo bellissimo video che ricorda tra l’altro la gita a Venezia nel 2008 di tutta la combriccola del parentado.

Nel video, gondole fluttuanti a mezz’aria , una bambina che gioca con una biglia di vetro. Clothy invece quel giorno era occupata anzi preoccupata per la presenza dei piccioni che avrebbero potuto beccare i suoi splendidi occhi.


Cosa ci fai in mezzo a tutta questa gente.

Sei tu che vuoi o in fin dei conti non ti frega niente.

Tanti ti cercano spiazzati da una luce senza futuro

altri si allungano, vorrebbero tenerti nel loro buio.

Ti brucerai piccola stella senza cielo.

Ti mostrerai, ci incanteremo mentre scoppi in volo.

Ti scioglierai dietro una scia, un soffio, un velo.

Ti staccherai, perché ti tiene su soltanto un filo.

Forse capiterà che ti si chiuderanno gli occhi ancora

o soltanto sarà una parentesi di una mezz’ora.

Quindici anni, prima liceo scientifico, una sorella, Rachele che frequenta la prima media, un labrador di nome Titta e oltre a mamma e papà che l’adorano, altre due mamme e papà: la zia Rosa e lo zio Cele, la zia Marinella e lo zio Fausto , verso i quali ha grossi debiti e ci vorrà una vita intera per saldarne il conto.

Questa liceale nel corso della sua breve vita ha contratto con me un grosso debito di riconoscenza dovuta ai disegni che le ho fatto alle medie e alle lezioni di matematica e geometria di quest’anno, ma non solo…

per sollevare sua madre dall’impegno della seconda maternità le zie e gli zii se la scarrozzavano a turno e non era cosa facile data la fantasie e la sete irrefrenabile di conoscere e soprattutto fantasticare.

Con lei c’era sempre da leggere il librone e poi recitarne le scene, io ero il principe zio e qualche volta il cavallo preziosamente tenuto al laccio con una catena dorata, spesso rinchiuso tra i rami flessuosi del tamerice in giardino.

La zia Marinella : -si dice burro- bullo-burro-bullo. A un anno e mezzo la erre era diventata una realtà insieme a frasi complete delle storie che amava e a Formentera, Cristobal lo chef dell’ Hotel ogni mattino arrivava al nostro tavolo col chupa chupa per sentire questa frase :

-Oh poveRa me , come faRò, i miei gioielli scompaRsi Rubati, sono stati i piRati!-

con tanto di erre.

Libri e fiabe e tante canzoni, ogni tanto la sento cantare anche quando scrive sul quaderno a quadri sbagliando i segni e calcoli aritmetici.

Quinta elementare, compito: scegli e commenta uno di questi quadri, lei sceglie L’urlo di Munch e scrive così:

Io, personaggio ignaro,

nessuno mi sente.

Nel tepore del giorno e nel blu della notte.

Questo cielo rosso fuoco, questo mare blu, azzurrino…

Nessuno mi sente perché non c’è voglia di sentire,

io parlo per il nulla come il vento soffia,

ma non è questo il problema che mi pongo,

voglio essere sentita

e voglio gridare il mio nome.

Annunci

Local Hero per Iraida 2

Iraida 2 dice: – Non è una canzone, è Knopfler che suona la colonna sonora del film Hero.

Mi ricorda un periodo felice della mia vita che associo sempre al suono di questa chitarra meravigliosa- .

L’abilità tecnica è una delle qualità che hanno permesso a Mark Knopfler di affermarsi.

Grande virtuoso della chitarra, il musicista britannico leader dei Dire Straits suona quasi esclusivamente in fingerpicking ovvero senza l’ausilio del plettro.

“Mark ha la straordinaria capacità di far emettere alla sua Schecter Custom Stratocaster dei suoni che paiono prodotti da angeli il sabato sera, quando sono esausti per il fatto di essere stati buoni tutta la settimana e sentono il bisogno di una birra forte”  Douglas Adams

Chi sono gli eroi?

Il mio primo eroe è stato Buffon, portiere dell’Inter negli anni ’50 ma poi sono diventato juventino e mi piaceva Sivori, in quinta elementare son passato a Garibaldi, alle medie Aiace, Sigfrido e il Cid Campeador, alle superiori diverse Rockstar; son rimasto senza eroi quando mi sono reso conto cominciando a lavorare che gli eroi sono di tutt’altra specie, sono gente comune che frequentiamo ogni giorno senza renderci conto del loro valore perché non fanno cose eclatanti ma procedono nella loro vita con dignità, qualunque sia la strada che stanno percorrendo.

La domenica pomeriggio con mia moglie solitamente facciamo una passeggiata circumnavigando il nostro piccolo paese. Un giro di sei chilometri nel verde dei campi passando accanto al camposanto dove ogni tanto entriamo per una visita a parenti e amici che sono andati oltre.

Mia moglie trova sempre qualche conoscente per far due chiacchiere ed io mi perdo nella memoria girovagando tra le tombe incrostate di licheni.

Un paio di anni fa , tra colonne spezzate e lapidi in marmo, un fanciullino inseguiva una farfalla cavolaia di quelle bianche con la lunetta nera sul bordo delle ali. Il lepidottero gli sfuggiva continuamente perciò avvicinandomi al bambino gli insegnai il trucco: bastava lasciare che l’insetto si posasse, chiudesse le ali e con pollice e indice come pinza afferrarlo per le ali da dietro .

Facilissimo. La consegnai al piccolo che tenendolo bene in alto mostrò il trofeo a un giovane uomo, il padre supposi, che nel frattempo ci stava osservando.

-Il signor Marchetti ha sempre qualcosa da insegnare-.

Incrociai il suo sguardo, occhi grigio azzurro propri del cielo d’aprile quando il tempo è indeciso su cosa fare, occhi d’acqua impressi nella mia memoria, un flash:

-Claudio sei tu?

E’ tuo figlio questo?

Quanti anni sono passati?

Trenta?

Non pensavo così tanto. Che fine hai fatto?

Non ti ho più incontrato da quando ho lasciato la direzione della fonderia. Lavori ancora là?-.

Nello scantinato della portinaia della ditta dove lavoravo come direttore responsabile alla produzione di orologi da tavolo in stile in ottone antichizzato vidi la prima volta Claudio,

a testa bassa, concentrato, stava assemblando moschettoni in zama nichelata, accessori che collegano i manici alle borse; lavoro nero.

Gli chiesi qualcosa.

-Alzi la voce -disse la signora – da bambino ha avuto un incidente col trattore del nonno e non sente bene-.

-E non si può fare niente?-.

-Non hanno mezzi , tirano la cinghia -.

-Quanti anni hai -gli urlai a due dita dagli orecchi- quasi quindici, verresti a lavorare di là in fonderia con me?-.

Gli occhi plumbei scintillarono.

-Mi serve un ragazzo sveglio che impari alla svelta ad eseguire lavori meccanici, forare, filettare montare, e quando sarai più grande anche saldare e verniciare-.

-Sì tutto quello che vuole signore a me piacerebbe imparare a saldare, dicono che si guadagna bene-.

-OK parlane con i tuoi e fammi sapere-.

-Saranno sicuramente d’accordo.-

Nessun problema con questo ragazzino che imparò velocemente anche saldare a filo, mi fidavo talmente da lasciargli già dopo un mese la lista delle priorità da svolgere; quando gli avanzava tempo veniva immediatamente da me e si metteva a disposizione per qualsiasi altro lavoro, così gli insegnai in due anni praticamente tutte le operazioni richieste nel ciclo di lavorazione del reparto, compreso il montaggio del movimento sull’orologio e la confezione.

Lo convinsi a mettere da parte la somma necessaria per l’apparecchio acustico e cominciai a fargli capire che per lui sarebbe stata una buona cosa un corso serale all’Esperia. Certo erano sacrifici ma con la sua volontà e la buona testolina poteva nel tempo richiesto ottenere il diploma di perito che gli avrebbe aperto sicuramente altre strade.

Nell’81 a 28 anni, era da poco nato il mio primo figlio e mio padre cominciò a non stare bene, mi licenziai dalla fabbrica per tornare a svolgere il lavoro di famiglia mettendo fine alla mia carriera di direttore – un peccato mi dissero tutti.

-E io cosa faccio adesso senza il mio eroe- disse Claudio stringendomi la mano l’ultimo giorno.

-Non perdere tempo,tentala tu la carriera ne hai tutte le possibilità – e ci perdemmo di vista.

-No ho cambiato lavoro, l’anno stesso della tua partenza mi iscrissi all’Esperia e mi diplomai in cinque anni, perito meccanico, nel frattempo avevo lasciato anch’io la fonderia per un posto nella grande industria per macchine tessili M. dove lavoravo nel reparto delle frese. In questi anni grazie al diploma sono sono diventato il caporeparto e tutto questo lo devo in gran parte a te per la fiducia che hai sempre riposto in me, l’autostima indotta da te ha trasformato il ragazzino che tutti ritenevano semi-handicappato in un uomo che sa fare egregiamente il suo lavoro-.

-Allora sei tu il mio eroe adesso!-.

Col sorriso colmo di tutto il ben che aveva in cuore prese tra le braccia il figlio e gli disse di darmi un bacio che in quel momento avrebbe voluto darmi; fu l’espressione di gratitudine che colsi nei suoi occhi d’acqua.

-Dai un bel bacio al signor Marchetti che ha sempre qualcosa da insegnare, anche come si catturano le farfalle-.

Signor Marchetti, da trent’anni non mi aveva chiamato più nessuno così.

Cuore e forse Voce’e notte per Giovanni

Giovanni Busi scrive:

“Visitando il tuo blog sulla Canzone in Sospeso mi si è aperto un mondo, quello della musica, che oggi mi rendo conto di non avere mai goduto in pieno. Ho sentito e condiviso con voi il piacere della musica ed ho intuito le emozioni che è in grado di fissare in maniera permanente nel tuo animo. Ho cercato, dentro di me, un ricordo e un’emozione che una canzone ha lasciato in maniera indelebile nel mio animo, ne ho trovate due. La prima è Cuore di Rita Pavone, la seconda è proprio la Canzone in Sospeso che è stata in grado di fissare dentro di me delle emozioni ormai incancellabili ma della quale non conosco il titolo, l’autore, il cantante. ..niente, solo un ricordo piacevole e profondo che riesco a rivivere e sentire come una cosa che fa parte di me.

Ti sfido ad individuarla fornendoti elementi che sono in grado di darti: era un cantante napoletano di quelli veri ma per me sconosciuto, doveva essere vicino a Murolo anche nel genere musicale ma più giovane di lui, del testo ricordo vagamente… una notte forse di temporale e uno sbattere di finestre, altro non sono in grado di ricordare, se non le mie emozioni.”

1963 Cuore, traduzione italiana di Carlo Rossi della canzone americana Heart di Wayne Newton, diventerà la “signature song” di Rita Pavone. Il testo è proprio delle canzonette di allora quando ci si allacciava guancia a guancia per il ballo del mattone. Avevo 10 anni esatti e già mi piacevano i Beatles di Love me do e All my loving.

In letteratura l’amore realizzato crea i grandi prosatori, perchè il sogno d’amore si logora nella vita quotidiana, mentre un amore perduto o impossibile crea i grandi poeti, perché l’amore resta un sogno, inattaccabile, anzi si sublima con il passare degli anni.

 

Per la canzone in sospeso io ci provo con questa che racconta di un disperato innamorato che canta sotto il balcone della sua innamorata andata in sposa ad un’altro uomo.

Voce ‘e notte” del giovane poeta campano Eduardo Nicolardi è una delle più belle poesie scritte in napoletano.

La Voce resterà sempre e solo una “voce”, non si saprà mai cosa canta o dice o impreca quella “voce” è sempre e solo la voce dal tono timido che le diceva parole d’amore. La voce non avrà mai il minimo dubbio che il suo amore lo abbia dimenticato.

Voce di notte

Se questa voce ti sveglia nella notte,

mentre ti stringi al tuo sposo li vicino…..

Resta sveglia, se davvero lo preferisci, ma fingi di dormire profondamente.

Non andare alla finestra, per spiare, perchè non puoi sbagliarti,

questa è la mia voce, è la stessa voce di quanto noi due,

timidamente, ci parlavamo con il voi.

 

Se questa voce canta nel tuo cuore, ciò che non ti cerco e non ti dico:

tutto il tormento per un amore lontano, tutto l’amore per un tormento antico.

Se senti un gran desiderio di amare, una voglia di baci scorrere nelle vene,

un fuoco che ti brucia all’inverosimile,

baciati quel tizio, che t’importa di me!

 

Se questa voce, che piange nella notte, sveglia il tuo sposo,

non aver timore, vedi che la serenata è senza dedica,

digli di dormire e che si rassicuri!

Digli così: “Chi canta in questo vicolo forse è pazzo o lo strugge la gelosia!

Forse piange qualche grave malefatta…

Nessuno lo ascolta …

ma chi glielo fa fare di cantare?

 

Voci di notte a fine maggio

-Tua moglie è stata l’unica donna che hai amato?- chiesi all’uomo della casa del mais, una delle sue ultime notti, quando con lui vegliavo il dolore per il male che ce lo avrebbe portato via per sempre.

-Se parli di amore maturo e consapevole, sì, è stata l’unica, però da giovane ho vissuto un’ avventura che mi fece soffrire e bruciare. Ora posso dire che non era amore ma solo una cotta di quelle che non ti fanno ragionare, ma allora…

Non avevo ancora vent’anni e con alcuni amici mi recavo al paese vicino “in cerca di ragazze” come fanno tutti i giovani di quelle età, l’hai fatto anche tu no?.

Bene, ne incontrai una, e divenne subito simpatia, frequentazione, scambio di foto, mano nella mano , un bacio appena accennato, di quelli rubati, niente di più, sul cancello di casa. Durò un’estate, poi stranamente non si fece più vedere lasciandomi nell’incertezza a chiedermi cosa fosse successo tra noi visto che non mi sembrava di aver fatto niente che potesse averla offesa o urtata in qualche modo.

Tramite una sua amica venni a sapere che non avrei più potuto frequentarla; era orfana di madre e suo padre benestante stava per sposare una vedova altrettanto ricca la quale aveva un figlio in età giusta da “mettersi a posto” e i due vedovi futuri sposi avevano deciso senza chiedere il permesso ai figli di celebrare un matrimonio doppio, che l’amore poi sarebbe arrivato e forse non c’era poi bisogno di tanto amore per governare tutto il patrimonio che avrebbero accumulato e condiviso-

-Ma cosa mi stai raccontando, parli di roba come nelle  storie dell’ottocento che si leggono nei libri del Verga…-.

-L’ho letto anche io quell’autore anche se non sono istruito come voi, e la mia avventura hai ragione sembra uscita dalle Novelle Rusticane -.

-E come andò a finire?-.

-Finì che per affogare il mio dolore, no, diciamo piuttosto la mia rabbia, un sabato sera dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo arrivai fino alla cascina della ragazza e aggrappato al cancello sbarrato urlavo a quell’uomo di vergognarsi per quello che stava facendo, che l’amore non si doveva soffocare per il denaro e agitando vorticosamente le braccia mostrando i pugni chiusi lo sfidavo a farla a botte. Ma le luci rimasero spente, la rabbia sbollì con i fumi dell’alcool, montai sulla bicicletta e tornai a casa. Capitolo chiuso, esclusi quel paese dal mio giro, cercai di farmene una ragione, non volendo pensare più a quella storia, non chiesi più di lei e la dimenticai abbastanza alla svelta e abbastanza alla svelta conobbi Maria, iniziò la mia storia nella quale anche tu sei una parte visto che mi stai vegliando e chiedi più cose di quelle che ho mai raccontato a mio figlio, alle mie figlie e a nessun altro. Ma con te è facile parlare, sei diventato il mio diario-.

Ho qualche dubbio che Voce ‘e notte sia la canzone sospesa di Giovanni, qualcuno di voi leggendo la sua richiesta ne ha individuato un’ altra?

Fatti mandare dalla mamma per Silvia

Montemarcello, una crostata di more, e una data : 28 maggio, queste sono tre cose che hanno avviato la mia bella amicizia con Silvia Severi.

A Montemarcello ci siamo stati  ognuno in tempi diversi e ne conserviamo una grande nostalgia.

La torta di more è una promessa ancora in sospeso.

Il 28 maggio è una data che per motivi diversi, tocca entrambi nel profondo dei cuori.

Silvia è stata la prima blogger alla quale mi sono affezionato, seguendo lei sono arrivato immediatamente a Cristina Bove e da lì è partita la mia esperienza sul blog di Splinder che poi mi ha portato qua.

La sua canzone sospesa Fatti mandare dalla mamma decreta la nascita di Gianni Morandi come fenomeno di costume, oltre che come cantante, destinato con Rita Pavone a impersonare una intera generazione di adolescenti.

Ecco il suo ricordo in merito a questa canzone.

Punta Marina agosto ’63

Un esserino coi codini biondi, alto un soldo di cacio, come usciva dal mare chiedeva alla mamma di comprarle il gelato, ma la mamma, non se ne capiva la ragione, mentre col telo di spugna la frizionava con vigore, aveva sempre qualcosa da ridire…: Perché era stata troppo tempo nell’acqua, perché prima doveva fare merenda, perché ancora non era l’ora del gelato e cose così. Allora una volta infilato l’asciutto costumino rosso col pesce sulla pettorina, che le piaceva tanto, andava dal babbo a supplicare, perché un gelato alla crema, dopo un bel bagno era proprio ciò che ci voleva.

Il babbo, che adorava viziarla e si vedeva, in barba ai borbottii della moglie la caricava a cavalluccio sulle spalle e forte e possente come un gladiatore si avviava al chiosco della spiaggia. Che bello osservare le cose dall’alto! Il juke box, aggeggio che la piccola adorava, veniva caricato continuamente e la musica echeggiava ovunque, trasmessa anche dai due altoparlanti fissati in alto sui pali della veranda del bar. Soldo di cacio amava una canzone in particolare: Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte, che per fortuna gettonavano in continuazione. Una volta rimessa a terra la piccola cominciava a ballare imitando le movenze dei grandi della televisione suscitando spesso la tenerezza dei presenti che di solito le offrivano l’anelato cono alla crema, a volte anche alla nocciola, come piaceva tanto al babbo…Nell’attesa però che finisse di ballare, perché non c’era modo di farla smettere fino a quando il pezzo era finito la leccornia si sarebbe sciolta cominciando a colare come tutti i coni che si rispettino. Il babbo quindi per evitare questo inutile spreco, iniziava a leccare piano per evitare gocciolii cremosi. E lecca un po’ qui e lecca un po’ là, il più delle volte il gelato finiva prima che miniGinger smettesse di ballare.

 

 

                                Io e il latte

A parte il latte materno, credo di non aver mai più bevuto latte nella mia vita. Già nei primissimi ricordi delle mie colazioni da mangiamale, c’era il caffe lungo , quello con surrogati di caffè fatti con l’orzo o la cicoria che spesso allungava il tuorlo d’uovo sbattuto con lo zucchero.

Mio fratello Paolo che ha quattro anni più di me, invece l’ho sempre visto mangiare latte, ancora adesso che ha superato i sessanta, la sua scodellona è sempre pronta all’ora di colazione. Latte al mattino e alla sera, una tazza piena nella quale dopo averli sbocconcellati con precisione inzuppava due pani che sembrava la pastoia per le galline, talmente spessa che il cucchiaio lì in mezzo stava in piedi da solo. A me veniva il voltastomaco solo a guardare e scappavo via inorridito.

Il latte si andava a prenderlo nella stalla dei Mensi che allora si trovava in fondo al nostro cortile. Spesso ci andavo la sera perchè mio fratello fino a quando si faceva buio stava a giocare al pallone all’oratorio. Mi piaceva stare a guardare il vecchio saggio Luigì o la figlia Orsolina mentre mungevano una delle tre mucche della loro stalla. Il rumore metallico dei primi spruzzi che ne toccavano le pareti  si smorzava man mano aumentava il liquido bianco nel secchio. Un paio di mestoli e il pentolino di alluminio era colmo , lo coprivo col coperchio e aspettavo che mi accompagnassero fino in fondo al portico perchè fuori dalla stalla mi attendeva Fero il cane dal pelo lungo coi riflessi dorati che voleva “farmi le feste” così mi hanno sempre inutilmente spiegato ma io me la facevo addosso dalla paura.

Io e il ballare

Ho sempre avuto la musica nel sangue , mi sembra quasi inutile scriverlo, il mio blog è una testimonianza, però dopo gli shake scatenati in discoteca nel periodo dei primi anni ’70 è calato il sipario sulla mie performance da ballerino.

La mia prima entrata in discoteca fu memorabile. Avevo diciassette anni e con un paio di amici fui accompagnato o meglio accompagnammo la sorella e le amiche più grandi di noi allo Snoopy una delle prime discoteche della zona. Per chi non lo sapesse, io sto sempre avanti agli altri, non lo faccio apposta ma anche se mi tengono a freno, dopo un po’ allungo il passo a portare la bandiera.

Man mano scendevo i gradini che portavano alla pista sotterranea tenevo puntati gli occhi sul fondo dal quale proveniva musica sempre più assordante .

A metà scalone alzando lo sguardo rimasi esterefatto per la scena che avevo di fronte, mi voltai di scatto e portando il dito davanti al naso dissi alla mia compagnia:

-Ssst, non fatevi accorgere subito, guardate, sulla scala di fronte a questa sta scendendo un ragazzo identico a me, vestito proprio come me-.

I miei due amici rimasero lì per lì allibiti mentre la ragazze prese da uno scoppio d’ilarità, per me incomprensibile, si tenevano la pancia dal ridere e si dovettero sedere sui gradini. Tra gli haha è uno haha è uno sp haha è uno spe… haha riuscii a capire che era uno specchio.

Io e il gelato

Non scrivo niente perchè mi vergogno. E se dovessero passare i miei figli di qua, chissà cosa potrebbero rivelare sul mio rapporto col gelato.

Chiudo questo post dedicando a Silvia una delle canzoni che amo particolarmente. L’ho scelta per l’immagine e per l’atmosfera che comunica. Ascoltare a volume altissimo.

I am the walrus di Algaspirulina


Di Algaspirulina conosco poco o niente, nemmeno il nome, so solo che si è appena trasferita da Torino a Milano, ascolta buona musica ed è appassionata di film; a lei devo il ritrovamento di una canzone che non mi riusciva di trovare: Que reste-t-til di Charles Trenet che contiene un ricordo molto importante per me.

Il brano scelto da lei è cantato dai Beatles, attribuito alla coppia Lennon & McCartney, scritto in realtà solo da John.

La prima ispirazione del brano risalirebbe addirittura a quando John Lennon aveva 12 anni.

Un ossessivo nonsense caratterizzato dall’accostamento di espressioni estremamente casuali.

L’ultimo minuto è fatto solo di rumori, e ovviamente si sente anche: “Oh, is really dead” riferito alla presunta morte di Paul e pare che se si ascolta la registrazione all’indietro si sente John che dice: “un indizio per tutti voi, il tricheco è Paul” ma secondo me è tutto un gioco!!

Il componimento, che si distingue per sorprendenti effetti sonori di sottofondo, è l’elevata complessità delle tecniche messe in atto in fase di registrazione, davvero strabilianti per l’epoca.

Io sono lui, come tu sei lui, come tu sei me e noi siamo tutti insieme.

Guarda come corrono, come maiali da un fucile, guarda come volano.

Sto piangendo. Seduto su un cornflake, aspetto che arrivi il camion.

Corporazione dei copriteiera, stupido maledetto uomo del martedì,

sei stato un bambino cattivo, hai fatto il muso.

Io sono 1’uomo delle uova, oh, loro sono gli uomini delle uova.

Oh, io sono il tricheco, goo goo g’joob.

Il poliziotto della City seduto con bel garbo,il piccolo poliziotto in fila.

Guarda come volano, come Lucy nel cielo, guarda come corrono.

Io sono l’uomo delle uova, oh, loro sono gli uomini delle uova.

Oh, io sono il tricheco, goo goo g’joob.

Seduto in un giardino inglese, aspetto il sole.

Se il sole non esce, mi faccio 1’abbronzatura sotto la pioggia inglese.

Sardelle di semolino che si arrampicano sulla Torre Eiffel;

pinguini elementari che cantano Hare Krishna,

uomo, avresti dovuto vederli prendere a calci Edgar Allan Poe.

Io sono l’uomo delle uova, oh, loro sono gli uomini delle uova.

Oh, io sono il tricheco goo goo goo joob

I miei due figli hanno quattro anni di differenza, il più piccolo è più alto del più grande. Alessandro è più calmo ma dorme poco, Matteo è nervoso ma quando dorme…dorme alla grande.

Li abbiamo abituati ad andare a letto presto la sera, solitamente dopo i cartoni delle 20. Prima delle nove di sera partivano impigiamati dopo averci dato il bacio, per salire al primo piano dove stanno le camere, carichi di libri come due sherpa che dovevano affrontare la scalata del K2.

Volumi dell’enciclopedia della scienza e della tecnica per Ale e degli animali per Matti.

-Vieni su dopo papi-.

Mai una volta che chiedessero a mia moglie di raggiungerli.

Il richiamo del piccolo stimolato dal fratello maggiore -papi vieni, papi papi -diventava sempre più pressante finchè se il film non era proprio così interessante cedevo allo stillicidio. Sì perchè Matteo quando ci si metteva era proprio un rompiballe.

Chiaramente il letto occupato non era quello della loro cameretta, no, come sempre si dovevano addormentare nel lettone grande trasformato in biblioteca comunale con tutti quei volumi dalle copertine verdi e rosse.

Al mio apparire sulla porta i loro occhi si illuminavano, Ale sistemava i cuscini contro le schienale e mi faceva posto in mezzo e poi proprio come sua madre, sistemava lenzuola e coperte a “pennello” stirandone le pieghe.

Subito dopo spostava i libroni e alzando il coperchio della cesta in vimini pescava il libro magico: Winnie the Pooh.

– Facci ridere papi-.

Probabilmente sapete tutto sull’orsetto di pezza; il mio dovere d’informazione mi dice di aggiornare chi non ne fosse a conoscenza:

Winnie Pooh è un orso che vive in una vecchia quercia e si occupa principalmente di mangiare miele e comporre poesie. Con lui vivono alcuni amici:

la simpatica tigre Tigro che saltella in lungo e in largo con il balzo di rimbalzo, non ama il miele e non gli piace perdere.

Pimpi un piccolo maialino rosa molto timoroso.

Tappo un coniglietto che si lamenta sempre ed in particolare dei guai procurati da Pooh.

Ih-Oh un asinello sempre triste e sconsolato perché perde continuamente la coda, attaccata da uno spillo,essendo anche lui come tutti un giocattolo di peluche.

Ci sono poi i due canguri: Mamma Kanga e il piccolo Roo che sta sempre nella tasca del marsupiale , il saggio gufo Uffa e infine Effy l’ elefante efelante lilla.

-Io sono questo. Tu sei quello. No tocca a me Winnie-

una piccola discussione sui ruoli, lo scemo di turno, il Tigro toccava sempre a me.

Guardavamo le figure e i disegni interpretando di volta in volta le voci dei pupazzi e creando all’istante nuove storie e avventure senza senso, proprio nello stile della canzone di Lennon, si arrivava a finire sulla pagina illustrata coi dolci e la frutta per la festa dove ognuno sceglieva a turno qualcosa da mangiare.

Al Tigro toccava ingozzarsi, insozzarsi , spesso vomitare e altre due cose che non scrivo.

Ridevano in modo diverso i miei figli, Ale con una risata grossa determinata, potente da uomo, quella di Matti era propria da bambino che ama cantare, sì perchè lui e la mamma cantavano a più ore del giorno per la mia felicità e la rabbia di Ale :

-Smettetela voi due che fate schifo-. Ancora adesso nonostante ami la musica quando arriva in casa corre subito ad abbassarmi il volume dicendomi che farò scoppiare i diffusori del suono, suo fratello invece sempre “volume a manetta” che quando consegnava il pane a domicilio sapevano che era nei paraggi trecento metri prima della sua apparizione.

Anguria e lamponi per Ale, fragole per Matteo, pesche gialle e succose per me. Peccato non ci fossero le nespole; mi addormentavo con quella voglia finchè mi decisi a piantarne un albero in giardino.

Il secondo figlio poco dopo si addormentava , l’altro aspettava la mamma sfogliando il libro sulle centrali idroelettriche, il principio del motore a scoppio, gli altoforni, le missioni spaziali.

Salivano in silenzio altri cinque gradini fino alla cameretta – bacio, bacio, dormi adesso che è tardi. Buonanotte!

-Mamma di’ al papi di venire su anche domani sera-.

Poi arrivarono i giorni che noi andavamo su e stavamo svegli ad aspettarli finchè rientravano in casa.

Ora si dorme…anche davanti alla televisione.

Perché il tempo passa così in fretta!.

Who wants to live forever per Laura

Laura Costantini ha scelto il tema dell’immortalità. Le auguro di raggiungerla con la scrittura di uno o più libri che passeranno alla storia. Pochi giorni fa, la prima Elle del duo L&L ha fatto un gran bel salto sconfiggendo il suo cavaliere nero Kurgan-Rai e uscendo dal precariato.

Who wants to live forever trasmette la desolazione totale per il tempo che passa inesorabile. L’orchestra amplifica l’impatto motivo di questo brano che si muove tra pause genali per poi morire in un soffio leggero. Il primo verso della canzone è cantato dal chitarrista Brian May che dopo la pausa cede il posto a Freddie Mercury, il front man dalla voce potente, la superstar degli show dei Queen.

Non c’è tempo per noi, non c’è spazio per noi. 
Cos’è che costruisce i nostri sogni, eppure ora scorre via
. Chi vuol vivere per sempre?.

Non abbiamo scelta, il nostro destino è già stato deciso. 
Questo mondo ha un solo dolce momento messo da parte per noi. 
Chi vuol vivere per sempre?
 Chi desidera amare per sempre?…quando l’amore deve morire.

Ma tocca le mie lacrime con le tue labbra, tocca il mio mondo con la punta delle tue dita
 e potremo avere per sempre e potremo amare per sempre
 L’ eternità è il nostro presente

 Ma chi aspetta in eterno?

Val di Fassa, corso roccia estate 1974

La prima squadra di scalatori occupava la prima delle otto tende dell’accampamento, proprio di fronte a quella degli addetti ai servizi, nella quale alloggiavo anche io in qualità di furiere.

Avevo soprannominato gli Immortali, i sei splendidi esploratori, i giganti che durante il campo estivo mi avevano superato durante le ascese in vetta e gli scavalcamenti con la squadra mortaisti per tracciare le vie nella neve fresca e sul ghiacciaio del Similaun . Ho scritto sei giganti , correggo cinque perchè quello che chiamerò Gianpiero poiché non riesco a ricordarne il nome , era alto un metro e settanta come me, non era bello con quella faccia rossa da camuno del Tonale e Gavia. Capelli rossi, pelle chiara , lentiggini, il mento leggermente sporgente: un fauno vero e proprio, esteticamente era la rovina della squadra.

Certo tra le rocce era tutt’altra cosa. Un gatto o una scimmia. Volevano tutti stare legati alla corda con lui , era il più esperto, prudente e fidato. Di fatti, “il biondo di Riva del Garda” che aveva una paura tremenda e a volte arrivava a sera in lacrime, se lo era accapparrato e si rifiutava di arrampicarsi se non lo accoppiavano col montanaro.

Spesso la sera mi sedevo sulle loro brande per ascoltare il resoconto della giornata che poi mi toccava fare una relazione per l’odioso Maggiore . Il fauno mi si accollava, non riuscivo a capire il perchè destassi un tale attaccamento visto che lo scansavo e ogni volta gli facevo togliere il braccio dalla mia spalla. Ma lui era così, un sempliciotto (anch’io lo ero anche se mi davo arie da superiore) e poi gli volevano bene tutti , perchè era allegro e aveva sempre qualcosa da raccontare per tenerci allegri. Diplomato alle magistrali aveva dichiarato che il suo lavoro sarebbe stato quello, una volta congedato:- insegnerò ai bambini della mia valle che non devono abbandonarla per cercare lavoro all’estero perchè il futuro è nella valle- e ci credeva.

Mi aveva prestato un libro: Il primo cerchio di Solgenitsin, che leggevo una pagina al giorno perchè ogni sera mi interrogava. Mi chiamava Crosby e questo mi piaceva. Si era appassionato alla musica che ascoltavo, voleva esserne istruito e questo aveva contribuito a farmelo diventare meno antipatico dopo il primo mese. Sì perchè il corso doveva durare quattro settimane, invece a causa di un caso sospetto di orecchioni ci avevano tenuto in quarantena e prolungato così il corso fino alla fine di ottobre.

Di ritorno in caserma dopo la licenza premio ci ritrovammo alloggiati nella stessa camerata. Gli esploratori erano sempre impegnati in qualche missione esterna, ci si trovava di rado. Il libro lo avevo letto tutto e Giampiero era entusiasta per l’acquisto dell’LP che gli avevo consigliato, la nostra amicizia stava procedendo positivamente mentre le sere si stavano allungando.

Una notte di dicembre fui svegliato da un trambusto, quattro esploratori sorreggendo la branda del mio amico che sussultava sotto le coperte in preda a quelle che mi apparivano convulsioni, uscirono di corsa dalla camerata. Al primo momento mi diede l’impressione di uno dei soliti scherzi ma quando dopo un paio di ore fecero ritorno, Giampiero non era con i quattro a testa bassa. Mi informarono che l’ufficiale medico l’aveva inviato all’Ospedale di Bolzano per una sospetta infezione da meningococco. A sera giunse la notizia di morte per menengite fulminante.

Gli esploratori mi chiesero di far parte del picchetto per il presentat-arm, – ci avrebbe tenuto molto alla tua presenza- così mi trovai schierato nel piazzale antistante l’ospedale militare ,accanto ai quattro giganti in lacrime ad innestare la baionetta in canna. Quando lo sportello del carro funebre fu chiuso, si avvicinò una ragazza che aveva le stesse sembianze del fratello, ci strinse la mano, per ognuno una parola di conforto, si capiva che ci conosceva dalle lunghe lettere che il fratello le scriveva. Non riuscii a trattenermi dall’emozione quando abbracciandomi disse:

-Tu sei quello che gli ha fatto acquistare il disco vero? Lo ha fatto girare talmente sul piatto nei cinque giorni di licenza che ha quasi fuso lo stereo. Ora piace anche a me If I could only remenbere my name.

Da quasi quarant’anni più nessuno mi chiama Crosby, degli immortali non ne ho più saputo nulla e del mio amico camuno non ricordo il nome.