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Oggi è la festa del papà, stamattina alle quattro sul tavolo in cucina ho trovato il regalo dei miei figli Alessandro e Matteo: un paio di boxer e maglietta intima blu con bordo rosso.

Mi viene da pensare , vuoi vedere che non è vero che non passano sul mio, blog? Forse proprio perchè hanno letto diversi racconti dove i protagonisti si mettono a nudo si son decisi a farmi questo gradito regalo.

Giro gli auguri a tutti i papà nel giorno della loro festa, in modo speciale a Massimo Botturi, a Mav Telefunken che incontrerete prossimamente e al nuovo amico Carlo Sirotti a cui è dedicata la seconda parte di questo racconto dove l’amore del padre si fa sentire forte.

L’equipaggio trasmissioni sul cassone dell’ automezzo che ci porterà in Val Sarentino è composto da sei reclute e altre sei militari arruolati sei mesi fa, nel linguaggio alpino sono i nostri padri, mentre quelli del contingente ancora prima, i nostri nonni.

Carlo, le mani allacciate attorno alle caviglie, la testa appoggiata sulle ginocchia raccolte contro il petto, non è più il ragazzo allegro incontrato nei cessi l’altro giorno.

Un silenzio rispettato il suo durante il tragitto di tre ore, mi chiedo se qualche sua sorella di naja conosca il motivo di tanta tristezza.

Dopo l’ennesimo scossone che sta facendo a pezzi le nostre schiene, alza la testa e incrociando i miei occhi, solennemente annunzia il suo  canto:

                                            Lungo i fiumi di Babilonia,

là sedevamo e piangiavamo

ricordandoci di Sion.

Ai salici di quella terra

appendemmo le nostre cetre.

Conosco queste parole, sono il canto del popolo d’Israele in esilio, la recitava spesso mia zia, ne ricordo a memoria qualche spezzone, alzo lo sguardo verso lui e continuo così:

Se mi dimentico di te, Gerusalemme,

si dimentichi di me la mia destra.

Mi si attacchi la lingua al palato,

se lascio cadere il tuo ricordo…

Mi fissa negli occhi, commosso, allunga le gambe fino a toccare i miei scarponi con i suoi, un colpetto d’intesa :

-Non c’è maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella disgrazia-.

-Ma questo è un versetto del Purgatorio, ricordo di averlo studiato nel quarto anno-.

-Bravo è il quinto canto… Paolo e Francesca-.

-Una storia triste-.

-Sì una delle tante storie tristi d’amore-.

Come una tartaruga impaurita  che ritira le sue zampe nel carapace, ritorna nella posizione di partenza fino alla fine del trasferimento alzando ogni tanto la testa per trafiggermi col suo sguardo penetrante.

Al campo siamo alloggiati in tende da sei, quella di Carlo è dietro la nostra, le ultime in fondo vicino al Rio Bianco. La prima settimana è dedicata al corso dei mortaisti, noi delle trasmissioni non abbiamo niente da fare tutto il giorno a parte qualche servizio di courvèe nel quale ci alterniamo a turno; si rimane imboscati a cazzegggiare, leggere, ascoltare musica, qualcuno strimpella la chitarra.

Oggi è domenica, libera uscita da mattino a sera, ci si può recare nel paesino vicino per fare provviste o pranzare in una gasthoff.

In tre abbiamo attraversato il ruscello e ci siamo accampati nel prato.

L’ imboscato in cucina ha tranciato un po’ di viveri e del cognac in buste ed è rientrato quasi subito al suo incarico lasciando la propria chitarra a me e Carlo con quale non ho più parlato da quando siamo arrivati in questo posto sperduto alle pendici del Passo Pennes.

Stesi al sole gli occhi rivolti alle nuvole è l’ebreo a rompere il silenzio :

-Capelli d’angelo, castelli di gelato,

canyon di piume ho guardato così le nuvole.

Ehi burbetta la sai cantare la canzone di Joni?-.

Faccio cenno di sì, lui imbraccia lo strumento e ruotando abilmente i chiavistelli sulla paletta la riaccorda in Re abbassando i toni:

re la re fa# la re

– Dai cantala con me:

Ma ora bloccano il sole e basta,

mandano acqua e neve dal cielo.

Avrei fatto talmente tante cose, ma ho incontrato le nuvole.

Le ho guaradte in tutti i due modi ora,

dall’alto e dal basso e ancora non so come.

Ricordo le illusioni della nuvola non conosco affatto le nuvole.

 

-Suoni bene Carlo-.

– E tu canti bene-.

Cala di nuovo il silenzio, corpi al sole, occhi a contemplare le nuvole.

Sono una troja ma non lo temo. Ho saputo dalle sue sorelle di naja che di licenze ne ha avute diverse in sei mesi, ma le ha sempre rifiutate, non vuole saperne di tornare a casa dicono, e non è un malato di naja. Questa cosa mi incuriosce assai, come è possibile, tutti che sono pronti a strisciare e leccare il culo per ottenere un permesso e questo qui non va a casa.

-Carlo, perchè non vai in licenza, quando ci siamo conosciuti sembrava che ti tenessero legato qui, era una balla la tua vero?-.

-Tu vuoi proprio dormire preoccupato, vuoi stare sveglio tutta notte in attesa di una secchiata di piscia di mulo, vuoi conoscere il segreto che mi porto dentro da un anno, il verme che mi rode dentro e non mi fa dormire…

Ma sì, vuoterò il sacco, sei l’unico in questa bolgia in grado di comprendermi, conosci i salmi e conosci Dante.

Ma se tanto ti preme conoscere l’inizio della nostra storia

te lo dirò unendo le parole alle lacrime”.

Il sommo poeta, proprio lui è stato la causa di tutto. Stavo preparando un testo importante sulla Divina Commedia per l’esame allo scientifico e la giovane moglie neolaureata di mio fratello si offrì per darmi una mano sulla seconda Cantica:

L’amore, che subito accende i cuori gentili,

fece innamorare quest’ottima persona,

che mi fu tolta in un modo ch’ancor m’offende”.

Insomma hai capito quel che è successo, ho perso la testa, una cotta che bruciavo di passione, ma mi controllavo per il rispetto verso mia fratello. La sera del diploma tornando a casa la incontrai sulla porta e senza esitazione mi lanciai su di lei per baciarla e bruciarla col fuoco della mia passione, in quel mentre arrivarono i miei. Mio fratello si avventò su di me, ma lo scaraventai a terra colpendolo di pugni e calci; una bestia incontrollabile, e quando mio padre investendomi di parole mi afferrò la camicia per farmi desistere da quella azione ignominiosa ne commisi un’altra ancor peggiore , lo colpìi in viso con un pugno mandandolo a terra. Ho fisso sulla retina l’immagine sbigottita e spaventata di mia madre e mia cognata con le mani sulla bocca che sembravano urlare: orrore!.

La conseguenza di tutto questo fu la mia fuga immediata da casa. Mi rifugiai da un amico. La prima cosa che feci fu richiedere al distretto militare l’anticipo della partenza.

Non li ho più visti ne contattati…nessuno.

In questi sei mesi ho maturato la vergogna del mio gesto.

Mi mancano.

La nostra casa era la terra promessa, si stava bene là.

Come vorrei tornare ma è troppa la vergogna e poi non vorranno più saperne di me.-

Canottiera sulla faccia, mani sulla testa rasata. Singhiozza sommessamente.

-Ti chiamano l’ebreo errante e hanno ragione, voi siete fermi all’Antico Testamento, probabilmente non conosci la parabola del figliol prodigo. C’è sempre un padre che aspetta il ritorno del figlio sulla porta e quando lo vede arrivare da lontano gli corre incontro e prepara una festa per lui.

Credi forse che tuo padre dorma sogni tranquilli?

Non riesci a pensare che farebbe qualsiasi cosa per vederti tornare?

Sei convinto che non ti abbia perdonato. Che non abbia compreso il tuo gesto impulsivo e sconsiderato?…

Torna a casa Carlo. Ritrova la pace e la serenità, ne hai diritto e ne hanno diritto loro.

Fate festa e ammazzate l’agnello grasso-.

Intono il ritornello di Joni:

Ho guardato l’amore ora,

da tutte e due le parti.

Carlo mi abbraccia, rotoliamo sull’erba, mi bacia sulla bocca ed esclama:

-Tu non sei più una troja, sei un vecio, la massima, un congedante…torno a casa.

Domattina in adunata chiedo rapporto in fureria e se non mi mandano in licenza li inculo tutti-.

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Il giorno dopo lo mandarono in licenza ed io andai al ruscello a fare il bagno, era il 28 maggio 1974 il giorno della strage di Piazza Loggia, ma questa è un’altra storia.

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