Tag

,

La cara amica Morena Fanti ha scelto la canzone Homburg dei Procol Harum, grande successo del 1967, riproposta in Italia dai Camaleonti con il titolo L’ora dell’amore.

Keith Reid, paroliere accreditato come membro effettivo della band scrisse un testo ermetico sulla melodia pop arrangiata maestosamente, un sound caratterizzato dal pianoforte di Gary Brooker, il compositore che conduce il gioco accompagnato dall’organo Hammond di Mattew Fisher e dalla chitarra elettrica di Robin Trower.

É una storia d’amore finita:

La tua amica d’affari multilingue

ha fatto le valigie ed e’ scappata

lasciando solo i posaceneri pieni

e il letto sfatto sporco di rossetto.

Il riflesso sullo specchio

si e’ arrampicato di nuovo su sulla parete

perche’ il pavimento si era abbassato

ed il soffitto era troppo alto.

 

Il coinvolgente e malinconico ritornello ripete:

I risvolti dei tuoi pantaloni sono sporchi

e le tue scarpe allacciate male

faresti meglio a toglierti il tuo cappello Homburg

perché il tuo soprabito é troppo lungo.

Ho sempre creduto che Homburg fosse il nome della ragazza invece scopro che è il cappello in feltro di lana di qualità superiore detto anche Lobbia, Rolè o Diplomatico: un cappello di altissima qualità realizzato completamente a mano. Simbolo dell’eleganza del ‘900 , preferito da Curchill, Toscanini, De Sica e dallo stesso Edoardo VII d’Inghilterra che lo fece realizzare a Bad Homburg città tedesca dell’Assia, poco lontana da Francoforte, da cui prese il nome il cappello.

A me piace molto la seconda strofa:

L’orologio della citta’ nella piazza del mercato

sta aspettando l’ora

quando le sue lancette gireranno al contrario

incontrandosi divoreranno se stesse

e ogni pazzo che osi indicare l’ora.

Il sole e la luna andranno in frantumi

e i cartelli stradali smetteranno di dare indicazioni.

 

Non è chiaro per me il significato , forse l’autore vorrebbe far tornare indietro il tempo per dare all’uomo la possibilità di recuperare il rapporto con l’amante.

Chi non vorrebbe avere il potere di fare girare le lancette all’indietro?

Quante situazioni potremmo cambiare!.

Quanti errori da evitare.

Ma anche quanti bei momenti da rivivere!.

Non voglio pensarci altrimenti vado fuori di testa, preferisco concentrarmi sull’orologio della piazza del mio piccolo paese, quello sul campanile della chiesa.

Ai tempi di Homburg, una volta sola salii fin alla cella campanaria per vedere il panorama nei quattro punti cardinali: pianura, colline e montagne punteggiate da piccoli paesi come fiori nel verde del giardino.

Con me c’era il mio inseparabile cugino quindicenne, io un anno in meno.

Nel pomeriggio nessuno in chiesa, nemmeno il geloso sagrestano, col fischio che ci avrebbe lasciato tentare l’ascesa sui pioli pericolanti delle scale in legno.

Quattro scale per quattro pianerottoli strettissimi, il più pericoloso era il terzo, quello all’altezza dell’orologio, praticamente un asse di equilibrio, si passava in costa.

Oscillai, stavo per aggrapparmi alle corde delle campane.

– Non toccare! – disse Beppe- farai suonare le campane, poi lo senti tu quello quando arriviamo giù-.

Mi risuona ancora nella mente il tic tac del grande meccanismo metallico: ingranaggi, ruote dentate, bilancieri, molle e pesi in movimento per registare il passare del tempo.

Superato il passaggio difficile arrivammo alla botola dell’ultimo piano e allo spettacolo del paesaggio che in quel giorno di semifoschia aveva i colori e le sfumature dei quadri di Cezanne.

Un pranzo di nozze per chi si nutre di immagini come me. Sapevo di avere poco tempo a disposizione, in un quarto d’ora ingoiai tutto quello che i miei occhi riuscirono a filmare; è ancora tutto registrato nella memoria.

La discesa fu veloce. Soddisfatti ed eccitati per l’impresa, nell’aprire la porta che allora dava direttamente sull’altare maggiore ad aspettarci non c’era il sagrestano ma il parroco.

-Cosa vi è saltato in mente! -.

E pam uno sberlone a Beppe. Quando toccò il mio turno mi abbassai di scatto per evitare il colpo sul coppino ma più veloce di me fu il calcioinculo che mi lanciò fino alla balaustra. Scappammo fuori senza fare la genuflessione, mio cugino si grattava la testa ridendo a crepapelle. Mal comune mezzo gaudio.

– Ci ha ribattezzati e ricresimati, poco mancava che ci doveva dare anche l’estrema unzione-.

Annunci