La prima cosa bella in barche di carta

La prima cosa bella presentata da Nicola di Bari nel 1970 a Sanremo è una ballata in stile folk: pochi accordi per il ritornello orecchiabile che si impara dopo il primo ascolto:Sol La Re Sol La Re La7. Il testo scritto da Mogol è essenziale e chiaro come essenziale e chiara trovo la scrittura dell’amica Cricri conosciuta dagli amici come Barche di carta e per gli amanti di immagini Memorie dal Po dove alterna scatti “con un piede nel passato e uno sguardo fisso e aperto nel futuro”. Quando ho letto il titolo della sua canzone sospesa ho chiuso per un momento gli occhi e ascoltando la canzone interpretata dalla voce talentuosa di Malika Ayane la memoria ha incontrato la prima cosa bella:

La prima cosa bella 
che ho avuto dalla vita 


e` il tuo sorriso giovane, sei tu.


Una passeggiata in campagna con mio padre in una mattino estivo per portare ai suoi cugini contadini la farina di spolvero spazzata e raccolta in un sacco di carta e destinata come mangime per gli animali della fattoria.

Quell’estate a metà degli anni cinquanta avevo 3 o 4 anni e mio padre che si era sposato tardi dopo la prigionia in Germania di anni ne aveva 45.

Con una mano teneva il collo del sacco e con l’altra la mia: polpastrelli morbidi, mani da fornaio le sue, come le mie ora.

Non finiva più quella lunga strada polverosa, ora sono meno di ottocento metri d’asfalto.

Tutto attorno, siepi, campi, robinie e poco prima della cascina dei Macì un vigneto, ora sono case, ringhiere, paracarri e poco prima della casa dei Macì c’è la mia casa.

Sono stanco” una frase di rito per stare in braccio, la testa appoggiata sulla sua spalla: profumo di pane.

Quanto mi ha amato mio padre.

Quanto poco siamo stati insieme.

Io dormivo e lui faceva il pane.

Tornavo da scuola ed era a dormire.

La cena è l’unico momento per stare insieme, ma i bambini pensano a giocare e guardare la TV e quando diventano ragazzi non vedono l’ora di uscire e poi ci si innamora ci si sposa e si va via di casa e quando torni, guardando in faccia tuo padre ti accorgi che è diventato vecchio; vuoi recuperare il tempo perduto e ti licenzi, cambi lavoro per stare con lui , per imparare da lui a fare il padre ora che sei padre anche tu, ma il suo tempo volge al termine, pochissime confidenze e il testamento : “ Prendetevi cura della mamma e non litigate tra fratelli”.

Il bacio, l’unico bacio sulla fronte di marmo.

Nella casa che un tempo era il vigneto prima della cascina dei Macì, un mattino d’estate tornando a casa dal lavoro sentìi il suono della mia dodici corde. La stava pizzicando mio padre settantenne seduto sul tappeto della cameretta, accanto a mio figlio di due anni che stava facendo le prime costruzioni coi piccoli mattoncini di plastica.

Ho preso la chitarra 
e suono per te


il tempo di imparare 
non l’ho e non so suonare 


ma suono per te

I prati sono in fiore 


profumi anche tu 


ho voglia di morire 


non posso piu` cantare 


non chiedo di piu`.

Il mare mio padre l’ha visto dopo i settant’anni.

Gli è piaciuto il mare e quello che ha visto là.

Mi piace lasciare a Cristina Finotto le parole e l’immagine per descrivere una giornata che avrei voluto vivere con l’uomo sotto un sole di pane.

E tutto quello che so dire

sono solo parole d’acqua,

freschi pensieri di bicchieri

e un sorriso come hanno le barche

quando escono dal porto.

La mia meraviglia è trovarti

nell’odore dell’estate

con il vento nelle mani

e scorgere la tiepida tua luce d’agosto

negli occhi del mare

che sa sguardi di costa,

che sa di storie adriatiche.

Io e te andremo

nei magri bar del centro

dove stanno i vecchi e i caffè freddi,

andremo nelle piazze bianche

a colorare i sandali di polvere

e avremo passi di fiume e Irlanda,

Shannon che canta canzoni d’amore,

e parla di Yeats e di Dublino.

Ci racconteremo le campagne

senza avvisare il grano

e ascolterò le tue nuvole sagge

che calmano il figlio* d’inverno

quando abita solo le notti di selce

e aspetta i tuoi cenni di bene

alla finestra appena.

 

Il figlio*

nel testo c’era scritto : la donna, ma sono sicuro che Cricri me la passa questa piccola variazione.

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22 thoughts on “La prima cosa bella in barche di carta

  1. condividere l’emozione che suscita la poesia di cricri è un omaggio all’aria che si respira nei suoi versi, bello il legaccio con i tuoi ricordi…
    nostalgia e tenerezza, e tanta poesia nel sole di pane.

  2. Fausto, sei un uomo da sposare

    🙂

    la dodici corde ce l’ho ancora, EKO per l’esattezza, l’ho fatta restaurare, ma ho perso i calli.
    Un bacio anche a Cri, custode perfetta di tutto il meglio che può stare in un cuore

  3. ma quanto caro sei tu, è un onore per me stare qui con le mie poche parole e tu che imbastisci una così bella storia di casa, di pane, di famiglia…e poi tuo padre assomiglia molto al mio, anche lui custode sempre attento di quel suo piccolo bazar, di quel negozio dove ci ha passato un’itera vita…e anche se ci sono stati poco, con noi figli, i nostri padri ci hanno insegnato tantissimo anche nella loro assenza loro c’erano, perchè si stavano semplicemente guadagnando il pane per mandare avanti la famiglia…ti lascio un grande abraccio e ti ringrazio ancora per questa gradita sorpresa, purtroppo sto passando un periodo nero con lo sciatico e vorrei ringraziarti meglio Fausto…magari ora provo a postarla su feisbuc e così alcuni amici vengono a sentire che belle storie racconti…
    grazie ancora ciao caro amico di sole e pane:-)

  4. La tua umanità vera e profonda tocca come una di quelle corde.A volte il tempo impedisce e scava una frattura e,quando si è pronti per riempirla si è anche pronti per partire.Strana la vita e ancor più enigmatici noi che al pane spartito più non diam valore.Bianca 2007

  5. che bella tutta queta gente che è venuta a trovarti..Fausto…sembra una casa di pane sperduta nel bosco dove ogni tanto passano gli amici poeti, ci sono sedie fatte a bina bianche, un tavolo croccante come un filone francese, delle rose-tte nel vaso sopra il tavolo, qualche libro di farina integrale, un po’ di soia per gli uccelii del bosco, e tanta farina di neve sui monti che si scoglierà con il caldo del tuo forno che sa di primavera tiepida e assolata…noi stiamo tutti aspettando la sfornata calda di biscotti e fugasse di pasqua quelle con lo zaucchero granellato sopra fatto a esse, chissà se lo fai tu quel dolce buono da inzuppare nel vino dolce…
    un abbraccio con la farina al naso

    • mi fai venire voglia di impastare ma lo farò tra qualche ora, prima farò una dormita.
      non faccio biscotti per la Pasqua ma i nostri biscotti nostrani vanno tutto l’anno e sono veramente speciali fatti a mano facendo lunghi serpenti di pasta per poi tagliarli a pezzi come dita prima di infornarli. Da qualche tempo li impastiamo per una cascina che vende prodotti a K zero ossia direttamente, per loro usiamo la loro farina biologica macinata a pietra oppure farro : una specialità semplice e gustosa. Chissà se un giorno ci capiterà di assaggiarli insieme in fondo una corsa fino alle foci del Po non è poi tanto lunga da qui. Un caro saluto !

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