How can I go on per Francesca

Nell’angoscia ti invoco salvami signore -salmo 17

Francesca dice: – Io non ho una favouritesong, purtroppo non ci sono periodi felici, ma la musica è stata ed è tuttora linimento ai momenti infelici. Ho pensato al mio periodo attuale dove sto in sintonia con questa –

Un duetto storico, uno dei più emozionanti e ben riusciti incontri tra musica classica e musica pop, grazie ai due interpreti di punta di entrambi i generi, il mitico e compianto Freddie Mercury e la bravissima soprano Montserrat Caballé in un intenso, impeccabile e toccante scambio di voci.

Quando tutto il sale viene preso dal mare 


io rimango sconfitto 
sono nudo e sanguino. 


Ma quando il tuo dito mi punta così crudelmente… 


C’è qualcuno che mi crede? 


Che ascolta la mia supplica e si prende cura di me?

Come posso andare avanti 
di giorno in giorno 


Chi può rendermi forte in ogni modo 


Dove posso stare sicuro 


Dove posso avere il mio posto

in questo grande mondo di tristezza? 


Come posso dimenticare 


quei bellissimi sogni che abbiamo condiviso? 


Sono andati persi e non li si può trovare da nessuna parte 


Come posso andare avanti?

A volte inizio a tremare nel buio 


non riesco a capire 
quando la gente mi spaventa 


provo a nascondermi lontano dalla folla 


C’è qualcuno che mi conforta? 


Mio prezioso Signore, ascolta la mia supplica –

sì 
Signore…prenditi cura di me.

Perché Dio non interviene?

Perché non si manifesta in modo più evidente?.

Perché non entra con più forza nella storia degli uomini, cambiando situazioni ingiuste, liberando gli oppressi, convertendo i cuori induriti.

Siamo sempre alle prese con le nostre debolezze: perché Dio non ci cambia e non ci rende più buoni?

La fede si vive nell’oscurità. Noi non comprendiamo le vie di Dio, che rimane inaccessibile, incomprensibile, misterioso.

Dio ci da tanti motivi per credere ed un egual numero di motivi per non credere.

Ci lascia liberi, non vuol imporci nulla né vincerci con la sua forza.

Dio si capisce solo nella fede e nell’amore.

Fede significa avere fiducia completa.

La mancanza di efficacia della fede è la difficoltà maggiore del credere.

La fede è certa e oscura nello stesso tempo, e la preghiera come esercizio di fede nell’amore, ci immerge nell’oscurità del mistero.

Noi non siamo abituati a questa oscurità, essa provoca una sofferenza alla nostra razionalità, che può nutrirsi soltanto di idee chiare.

Ma noi non vogliamo soltanto l’idea, vogliamo Dio.

Dobbiamo ricordarci allora che l’oscurità non aumenta la distanza tra gli esseri e che il sole non smette di risplendere quando abbaglia.

A poco a poco,la nostra intelligenza, che confida in questo contatto reso possibile dall’amore per Dio, sarà trasformata proprio da questo contatto, diventando capace non di vederlo ma di sentirsi alla sua presenza, di amare la notte del suo mistero.

Se ti opponi all’onda essa ti respinge gettandoti lontano e appena ti rimetti a nuotare, una nuova onda ti investe e se resisti ancora, ancora ti respingerà e ti stancherai senza avanzare di una bracciata.

Tuffati sotto l’onda, abbassati, lasciati andare sotto l’acqua ed essa passerà senza disturbarti, continuerai a nuotare finchè vorrai e porterai a termine ciò che devi fare.

Dall’ Anfora dei pensieri di Francesca Moro:

Sentieri condivisi

In cammino

pensieri di piombo cadono

sui piedi indifesi

di un trascinarsi sugli affilati selci

tracce rosse lasciano una scia

testimone del mio passaggio

sferza furiosa la tempesta

scende dal cielo un mare

a sciogliere il sigillo

che la terra ingorda beve

lampi rompono il buio

sul sentiero giace

braccia protese al cielo

un altro sanguinante pellegrino

Non sono abbastanza forte per sollevare la croce dalle spalle di Francesca, la mia fede indica Qualcuno che prende su di sé il carico di tutti quanti, credenti e no, basta solo che glielo affidino. Provo a parlare per Lui con questa canzone di James Taylor con la certezza che di amici così non se ne trovano.


Quando sei giù, hai problemi, hai bisogno d’amore e attenzioni e niente va nel modo giusto, chiudi gli occhi e pensa a me ed io arriverò ad illuminare le tue notti oscure.

Semplicemente chiama il mio nome tu sai dove sono sempre, verrò di corsa per vederti ancora. Inverno, Primavera, Estate o Autunno. Tutto ciò che devi fare é chiamarmi ed io arriverò.

Se il cielo sopra di te diventa scuro e coperto di nubi e quel vecchio vento del nord inizia a soffiare, mantieni la calma e chiama il mio nome ad alta voce, presto sentirai il mio battere alla tua porta.

Ecco , io sto alla porta e busso, se qualcuno ode la mia voce ed apre la porta, io entrerò da lui, e cenerò con lui ed egli con me (Ap 3,20)

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She’s living home per chi aspetta sulla porta

Prima di pubblicare il post precedente ho comunicato ad un amico che ero indeciso se scrivere la conclusione della giornata dopo il concerto dei Gentle Giant per non guastare il clima di serenità della pagina; e così ho fatto.

Continuo qui con poche parole per l’incipit di questo nuovo post dove di mio c’è poco; lascio spazio alla musica e a due testi che amo particolarmente.

Tornammo euforici dal concerto e quando arrivammo sul cancello della casa di Marilena, sua sorella ci freddò così : “ La mamma è morta nel pomeriggio”.

 

 

 

Quattordicianni sono pochi per continuare senza una guida, la mia amica era troppo esuberante, troppo viva, troppo … e si è persa per strada.

 

 

 

Le mamme e i papà si perdono prima o dopo, è dolore che si riesce ad accettare col tempo; i figli non vorremmo mai perderli ma quando non ritornano …

 

 

 

Questo post e dedicato a chi sta sulla porta con sguardi di dolore che affondano al suolo, sguardi di speranza che si allungano verso l’orizzonte, con occhi di rassegnazione che scoccano dardi nei cieli della sera.

 

 

 

She’s living home, non so se è la più bella, ma tra le canzoni dei Beatles è quella che ascolto più spesso. Qui è cantata dalla voce-carezza di Richie Havens, con spledidi Van Gogh a colorare la scena.

 

Mercoledì mattina alle cinque in punto
quando comincia il giorno,

chiudendo silenziosamente
la porta della sua camera

lascia il biglietto
che sperava potesse dire di più

va giù in cucina
stringendo il suo fazzoletto
gira piano la chiave della porta sul retro


fa un passo fuori, è libera.

Lei se ne va ( le abbiamo dedicato quasi tutta la vita)


di casa (sacrificato quasi tutta la vita)

dopo aver vissuto da sola (le abbiamo dato tutto ciò


per così tanti anni (che il denaro poteva comprare)

Il padre russa mentre la madre indossa la vestaglia


raccoglie la lettera che sta lì
sola in piedi in cima alle scale
scoppia in lacrime e grida al marito


papà la nostra bambina se n’è andata
come ha potuto trattarci così?
Come ha potuto farmi questo?

Lei se ne va (non abbiamo mai pensato a noi stessi
)

di casa (mai un pensiero per noi stessi)

dopo aver vissuto da sola (abbiamo lottato duro
per tutta la vita)

per così tanti anni (per cavarcela)

Venerdì mattina alle nove lei è lontana


aspetta di andare
all’appuntamento che ha fissato
per incontrare un commerciante d’auto.

Lei si sta (in cosa abbiamo sbagliato?)

divertendo (non sapevamo di sbagliare)


sta cercando qualcosa dentro (il divertimento è la sola cosa

che le è stato negato
 (che il denaro non può comprare)
per tanti anni

I vostri figli non sono i vostri figli.

Sono i figli e le figlie della brama che la vita ha di sé.

Essi non provengono da voi, ma per tramite vostro,

E benché stiano con voi non vi appartengono.

Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri,

Perché essi hanno i propri pensieri.

Potete alloggiare i loro corpi ma non le loro anime,

perché le loro anime abitano nella casa del domani, che voi non potete visitare, neppure in sogno.

Potete sforzarvi d’essere simili a loro,

ma non cercate di renderli simili a voi.

Perché la vita non procede a ritroso

e non perde tempo con ieri.

Voi siete gli archi dai quali i vostri figli

sono lanciati come frecce viventi.

L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,

e con la Sua forza vi tende

affinché le Sue frecce vadano rapide e lontane.

Fatevi tendere con gioia dalla mano dell’Arciere;

Perché se Egli ama la freccia che vola,

ama ugualmente l’arco che sta saldo.

( da Il Profeta – Khalil Gibran) 

Non è solo la morte a portare via le persone.


Sulla linea d’orizzonte si muovono sagome che si allontanano sempre più.


Alcune ormai irraggiungibili.

Ed è quanto capita a tutti.

Nonni, genitori, parenti anziani; ma anche giovani, figli sottratti da incidenti o malattie, uccisi in guerre volute dai potenti, dalle violenze dei singoli e del branco.

Sono su quella linea, sbiaditi nei contorni, la loro presenza persiste silenziosa,malgrado il tergicristalli che sul parabrezza della vita continua a cancellare il pianto.

Le madri orfane dei figli sono quelle che puntano lo sguardo più lontano.

Hanno perduto pezzi di sé, hanno cercato agganci oltre il confine delle percezioni.


Ricordano gli odori delle loro camerette, indossano cappotti che li avvolsero, come se potessero trasmettere calore.

Consumano di carezze piccole cose riposte.

Tastano spazi vuoti dove soltanto loro vedono ologrammi.
 Hanno perso coi figli anche lo sguardo della gioia profonda, è tutto in superficie, il sorriso, la battuta ironica, il guizzo dell’intuito.

Le circonda una barriera fatta di movimenti lenti, una costante curva d’invisibile abbraccio.


Il dolore le ha scavate dentro, non hanno più motivo d’essere invincibili.


E se procedono sulla strada di sempre, lo fanno col distacco di chi dorme in treno, sapendo che non ci sono più fermate, soltanto l’ultima stazione. 


L’una ha dentro rose di sangue tra frammenti aguzzi di vetro sparsi sull’asfalto.


L’altra una vasca colma mai più svuotata della forma diafana sommersa.


Ritratti che riempiono pareti, vivi, a volte scendono a sedersi nel posto riservato a tavola, specialmente di festa.


Armadi mai svuotati.

Poster che hanno perso colori e bandierine, registratori che riproducono da anni la stessa canzone.


Altari in minicase al cimitero, non mancano di fiori, quelli che gli piacevano tanto.

Marmi lustrati giorno dopo giorno da chi ogni volta, prima di andare, mormora la stessa parola: aspettami.

( da una per mille – Cristina Bove)

Blood makes noise per MAV Telefunken

Lui dice: “ Blood makes noise di Susanne Vega è un album che da quando è uscito mi suona in testa anche se non l’ho mai comprato” e… mi mette in crisi.

Suzanne Vega è un’ artista che pur avendo e mantenendo un’identità pop folk, non manca di saper trasmettere gradevolezza sonora attraverso uno stile elettronico e strumentale in canzoni spesso brevi di stile complesso come in Blood make noise del 1992 , suoni mettallici, distorti, dark per far brillare d’intensità dolce e nello stesso tempo energica .

Di quest’artista conoscevo il nome e niente più, e allora sotto con gli ascolti per un tot di tempo…mah , so già che Mav non ne avrà a male se gli dico che questa donna non è entrata nelle mie vene.

“Il frastuono nella mia testa è troppo e non va bene.

Sono in piedi in un tunnel ventoso e sto gridando attraverso il rombo.

Vorrei darti le informazioni che stai chiedendo,

ma il sangue fa rumore, è un ronzio nelle orecchie.

Il sangue fa rumore

e non riesco a sentire nell’ispessimento della paura.

Penso che si potrebbe desiderare di conoscere i dettagli e i fatti

ma qualcosa nel mio sangue nega la memoria degli atti.”

Qualcosa ve lo dico subito io , perchè di ciò che vuol dire Susanne ho capito un gran poco:

Mav Telefunken è il mio anda, nel linguaggio delle tribù mongole questo termine sta per fratello di sangue come il grande Temucin Khan e il fedele Bogorku che dopo aver inciso col coltello le rispettive carni han mescolato il sangue e lo han bevuto.

Noi non abbiamo fatto proprio così: niente sangue, ma nelle nostre vene abbiamo mischiato la musica che beviamo quotidianamente.

Mav, al secolo Mirco Veljovic è uno splendido esemplare serbotedesco, quarantenne, lui si definisce commesso viaggiatore (aggiungo, di quelli con i controcazzi, sia per l’importanza del suo lavoro che per i viaggi  intorno al mondo-praticamente l’ha girato tutto e ancora non si ferma!). Siamo parenti per vie delle mogli-cugine, ci incontravamo un paio di volte l’anno in occasione del Natale e della Pasqua finchè tre anni fa col mio ingresso su Facebook è iniziata la nostra splendida amicizia telematica.

Una delle sue passione più grandi oltre alla famiglia e ai viaggi, è la musica … e ti credo sennò come saremmo potuti diventare così “anda” come siamo.

Ha da poco formato una band, un duo: The TWO, suona la chitarra alla grande.

Per la mole non solo fisica ma in tutto quello che fa, per la gentilezza non solo nell’aspetto ma in tutto quello che fa, il nome che ho imposto al mio anda è GENTLE GIANT, gigante gentile.

Come siamo diversi l’uno dall’altro potrebbe spiegarlo bene, se potesse parlare, un cioccolatino incartato posto in una luccicante carta stagnola.

Il suddetto cubetto di cacao e ingredienti vari se potesse scegliere a chi sacrificare la propria vita si butterebbe in bocca a Mirco:

Io strappo la carta e dopo averlo ghigliottinato con gli incisivi, lo ribalto con la lingua un paio di volte per assaporarne alla velocità della luce tutti gli aromi prima di inghiottirlo. Tempo totalizzato 10 secondi

Mirco apre piano l’involucro metallizzato, contempla il pezzo mangereccio, lo avvicina alla bocca lentamente, sporge le labbra come da un balcone per baciarlo e quando finalmente è in bocca, dal movimento delle guance del serbotedesco si può comprendere la delicatezza con la quale lo scioglie prima di mandarlo nel laboratorio digestivo con qualche schiocco di piacere. Tempo totalizzato 5 minuti.

Nel 1973 ho visto dal vivo i Gentle Giant; l’eclettica band dei fratelli Shulman caratterizzata da uno stile Jazz e hard rock mescolate ad atmosfere medioevali e barocche, in occasione della presentazione del loro quarto album In a glass house.

La cara amica Marilena mi disse che ci avrebbe dato un passaggio il fidanzato straniero di un’ amica che puntualmente arrivò con un maggiolone Volkswagen arancio sfavillante. In vettura oltre al guidatore, strano personaggio vestito in modo sgargiante, con barba e capelli lunghi e incolti, erano già appollaiate quattro ragazze in stile hippy. Con noi due il conto saliva a sette. Senza scomporsi il tedesco che non sapeva una parola di italiano (non so ancora come lui e la ragazza comunicassero, anche se poi l’ho capito al volo) smontò i sedili del passeggero e quello posteriore e quando ingranando la marcia mollò la frizione mi trovai avvolto da braccia e gambe di cinque odalische dell ‘harem ambulante.

In quegli anni anche i miei capelli erano abbastanza lunghi e con la mia camicia di seta indiana e jeans sdruciti ero abbastanza in linea coi tempi.

Il fatto sta che quando arrivammo a destinazione, dopo un tragitto interminabile e scomodissimo, la folla che accalcava il piazzale del Superdancing Tivoli col grido -eccoli sono loro- assediò la nostra vettura. L’uomo al volante ed io apparivamo come due elementi della band col loro cargo di Groupies assatanate. Non fu facile convincerli che non eravamo quelli che pensavano loro anche perchè il tedesco non sapeva cosa dire. Alla fine entrammo e prendemmo posto al concerto che fu strabiliante. Ma mi fermo qui perchè dovessi descrivere la performance dei Gentle Giant … facciamo notte.

L’ebreo errante, Joni, un salmo e Dante, ancora per Carlo e Carlo

Oggi è la festa del papà, stamattina alle quattro sul tavolo in cucina ho trovato il regalo dei miei figli Alessandro e Matteo: un paio di boxer e maglietta intima blu con bordo rosso.

Mi viene da pensare , vuoi vedere che non è vero che non passano sul mio, blog? Forse proprio perchè hanno letto diversi racconti dove i protagonisti si mettono a nudo si son decisi a farmi questo gradito regalo.

Giro gli auguri a tutti i papà nel giorno della loro festa, in modo speciale a Massimo Botturi, a Mav Telefunken che incontrerete prossimamente e al nuovo amico Carlo Sirotti a cui è dedicata la seconda parte di questo racconto dove l’amore del padre si fa sentire forte.

L’equipaggio trasmissioni sul cassone dell’ automezzo che ci porterà in Val Sarentino è composto da sei reclute e altre sei militari arruolati sei mesi fa, nel linguaggio alpino sono i nostri padri, mentre quelli del contingente ancora prima, i nostri nonni.

Carlo, le mani allacciate attorno alle caviglie, la testa appoggiata sulle ginocchia raccolte contro il petto, non è più il ragazzo allegro incontrato nei cessi l’altro giorno.

Un silenzio rispettato il suo durante il tragitto di tre ore, mi chiedo se qualche sua sorella di naja conosca il motivo di tanta tristezza.

Dopo l’ennesimo scossone che sta facendo a pezzi le nostre schiene, alza la testa e incrociando i miei occhi, solennemente annunzia il suo  canto:

                                            Lungo i fiumi di Babilonia,

là sedevamo e piangiavamo

ricordandoci di Sion.

Ai salici di quella terra

appendemmo le nostre cetre.

Conosco queste parole, sono il canto del popolo d’Israele in esilio, la recitava spesso mia zia, ne ricordo a memoria qualche spezzone, alzo lo sguardo verso lui e continuo così:

Se mi dimentico di te, Gerusalemme,

si dimentichi di me la mia destra.

Mi si attacchi la lingua al palato,

se lascio cadere il tuo ricordo…

Mi fissa negli occhi, commosso, allunga le gambe fino a toccare i miei scarponi con i suoi, un colpetto d’intesa :

-Non c’è maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella disgrazia-.

-Ma questo è un versetto del Purgatorio, ricordo di averlo studiato nel quarto anno-.

-Bravo è il quinto canto… Paolo e Francesca-.

-Una storia triste-.

-Sì una delle tante storie tristi d’amore-.

Come una tartaruga impaurita  che ritira le sue zampe nel carapace, ritorna nella posizione di partenza fino alla fine del trasferimento alzando ogni tanto la testa per trafiggermi col suo sguardo penetrante.

Al campo siamo alloggiati in tende da sei, quella di Carlo è dietro la nostra, le ultime in fondo vicino al Rio Bianco. La prima settimana è dedicata al corso dei mortaisti, noi delle trasmissioni non abbiamo niente da fare tutto il giorno a parte qualche servizio di courvèe nel quale ci alterniamo a turno; si rimane imboscati a cazzegggiare, leggere, ascoltare musica, qualcuno strimpella la chitarra.

Oggi è domenica, libera uscita da mattino a sera, ci si può recare nel paesino vicino per fare provviste o pranzare in una gasthoff.

In tre abbiamo attraversato il ruscello e ci siamo accampati nel prato.

L’ imboscato in cucina ha tranciato un po’ di viveri e del cognac in buste ed è rientrato quasi subito al suo incarico lasciando la propria chitarra a me e Carlo con quale non ho più parlato da quando siamo arrivati in questo posto sperduto alle pendici del Passo Pennes.

Stesi al sole gli occhi rivolti alle nuvole è l’ebreo a rompere il silenzio :

-Capelli d’angelo, castelli di gelato,

canyon di piume ho guardato così le nuvole.

Ehi burbetta la sai cantare la canzone di Joni?-.

Faccio cenno di sì, lui imbraccia lo strumento e ruotando abilmente i chiavistelli sulla paletta la riaccorda in Re abbassando i toni:

re la re fa# la re

– Dai cantala con me:

Ma ora bloccano il sole e basta,

mandano acqua e neve dal cielo.

Avrei fatto talmente tante cose, ma ho incontrato le nuvole.

Le ho guaradte in tutti i due modi ora,

dall’alto e dal basso e ancora non so come.

Ricordo le illusioni della nuvola non conosco affatto le nuvole.

 

-Suoni bene Carlo-.

– E tu canti bene-.

Cala di nuovo il silenzio, corpi al sole, occhi a contemplare le nuvole.

Sono una troja ma non lo temo. Ho saputo dalle sue sorelle di naja che di licenze ne ha avute diverse in sei mesi, ma le ha sempre rifiutate, non vuole saperne di tornare a casa dicono, e non è un malato di naja. Questa cosa mi incuriosce assai, come è possibile, tutti che sono pronti a strisciare e leccare il culo per ottenere un permesso e questo qui non va a casa.

-Carlo, perchè non vai in licenza, quando ci siamo conosciuti sembrava che ti tenessero legato qui, era una balla la tua vero?-.

-Tu vuoi proprio dormire preoccupato, vuoi stare sveglio tutta notte in attesa di una secchiata di piscia di mulo, vuoi conoscere il segreto che mi porto dentro da un anno, il verme che mi rode dentro e non mi fa dormire…

Ma sì, vuoterò il sacco, sei l’unico in questa bolgia in grado di comprendermi, conosci i salmi e conosci Dante.

Ma se tanto ti preme conoscere l’inizio della nostra storia

te lo dirò unendo le parole alle lacrime”.

Il sommo poeta, proprio lui è stato la causa di tutto. Stavo preparando un testo importante sulla Divina Commedia per l’esame allo scientifico e la giovane moglie neolaureata di mio fratello si offrì per darmi una mano sulla seconda Cantica:

L’amore, che subito accende i cuori gentili,

fece innamorare quest’ottima persona,

che mi fu tolta in un modo ch’ancor m’offende”.

Insomma hai capito quel che è successo, ho perso la testa, una cotta che bruciavo di passione, ma mi controllavo per il rispetto verso mia fratello. La sera del diploma tornando a casa la incontrai sulla porta e senza esitazione mi lanciai su di lei per baciarla e bruciarla col fuoco della mia passione, in quel mentre arrivarono i miei. Mio fratello si avventò su di me, ma lo scaraventai a terra colpendolo di pugni e calci; una bestia incontrollabile, e quando mio padre investendomi di parole mi afferrò la camicia per farmi desistere da quella azione ignominiosa ne commisi un’altra ancor peggiore , lo colpìi in viso con un pugno mandandolo a terra. Ho fisso sulla retina l’immagine sbigottita e spaventata di mia madre e mia cognata con le mani sulla bocca che sembravano urlare: orrore!.

La conseguenza di tutto questo fu la mia fuga immediata da casa. Mi rifugiai da un amico. La prima cosa che feci fu richiedere al distretto militare l’anticipo della partenza.

Non li ho più visti ne contattati…nessuno.

In questi sei mesi ho maturato la vergogna del mio gesto.

Mi mancano.

La nostra casa era la terra promessa, si stava bene là.

Come vorrei tornare ma è troppa la vergogna e poi non vorranno più saperne di me.-

Canottiera sulla faccia, mani sulla testa rasata. Singhiozza sommessamente.

-Ti chiamano l’ebreo errante e hanno ragione, voi siete fermi all’Antico Testamento, probabilmente non conosci la parabola del figliol prodigo. C’è sempre un padre che aspetta il ritorno del figlio sulla porta e quando lo vede arrivare da lontano gli corre incontro e prepara una festa per lui.

Credi forse che tuo padre dorma sogni tranquilli?

Non riesci a pensare che farebbe qualsiasi cosa per vederti tornare?

Sei convinto che non ti abbia perdonato. Che non abbia compreso il tuo gesto impulsivo e sconsiderato?…

Torna a casa Carlo. Ritrova la pace e la serenità, ne hai diritto e ne hanno diritto loro.

Fate festa e ammazzate l’agnello grasso-.

Intono il ritornello di Joni:

Ho guardato l’amore ora,

da tutte e due le parti.

Carlo mi abbraccia, rotoliamo sull’erba, mi bacia sulla bocca ed esclama:

-Tu non sei più una troja, sei un vecio, la massima, un congedante…torno a casa.

Domattina in adunata chiedo rapporto in fureria e se non mi mandano in licenza li inculo tutti-.

……………………………………………………………………………………………………………………..

Il giorno dopo lo mandarono in licenza ed io andai al ruscello a fare il bagno, era il 28 maggio 1974 il giorno della strage di Piazza Loggia, ma questa è un’altra storia.

Both sides now per Carloesse

Carloesse al secolo Carlo Sirotti lo conosco poco, ho letto qualche suo racconto pubblicato da Gaja Cenciarelli, LauraetLory, Morena Fanti, inutile dire che le sue storie mi hanno coinvolto. I nostri gusti musicali coincidono su molti fronti, ne avrebbe tante di canzoni sospese; ha scelto questa di Joni Mitchell, la mia cantautrice preferita.

Joni è considerata la massima esponente del folk confessionale, la bionda canadese ha tradotto in versi e musica le proprie sensazioni creando dei capolavori; ogni album è una scoperta, un ‘egira, con testimonianze su dolore, ricerca della felicità, lotte sociali; il tutto in compagnia di grandi musicisti .

Non aggiungo altro, in questi casi meglio lasciare subito spazio alla musica.

Posterò qui la prima versione di Both sides now dal suo secondo album Clouds,  voce e chitarra in accordatura aperta in Re ad accompagnare il racconto il cui protagonista si chiama proprio Carlo, un grande amico che non vedo da quasi quarant’anni del quale ho perso le tracce subito dopo la naja.

Il ricordo è rimasto intatto.

Battaglione Edolo, Merano, 1974.

Al corso di telefonista non ho imparato niente se non aspettare l’ora del rancio e della libera uscita. Mi hanno assegnato alla compagnia comando, pulirò i gabinetti fino alla partenza per la scuola tiri con la Centodecima Compagnia Mortaisti. Con la mia squadra tenderemo i fili per le comunicazioni tra il campo base e le squadre in azione; un lavoro completamente inutile dicono i veci visto che abbiamo in dotazione le radio da campo. Ma, lasciamo perdere, bisogna obbedire, rispondere signorsì con tanto di saluto al cappello.

E’ un mattino di pazzo maggio, il sole scotta come a luglio; col getto potente della canna di gomma sto lavando la lunga fila di lavandini, poi toccherà ai cessi; con questo sistema si pulisce energicamente e alla svelta, non rimane traccia dei bisogni degli alpini delle nostre cinque camerate.

Un ragazzo in mutande e canottiera spalanca la porta, non mi lascia neanche il tempo di dire che l’accesso è vietato, in un attimo è completamente nudo davanti al lavandino nel quale ha gettato rapidamente e con aria schifata i due indumenti bianchi e gli altri grigioverde sui quali versa un’abbondante manciata di detersivo. Tappa lo scarico con una calza e giù acqua.

Poi comincia ad insaponarsi con un energia come se volesse strapparsi la pelle di dosso.

-Sei una delle nuove troje vero?

Insaponami la schiena e poi sparami addosso il getto d’acqua che non ne posso più di questo odore-.

Eseguo l’ordine. Incute rispetto questo alpino, meglio non sgarrare, rischierei un gavettone notturno che non potrebber essere solo d’ acqua fredda: ci sono i muli nelle scuderie.

Il ragazzo dalla pelle olivastra prosegue il suo discorso rivolto al rubinetto:

-Campo invernale, corso sci, raid notturni e dieci giorni di manovre sulla neve…

non ne posso piùùùùùùùù,

è ora che comincino a sostituirci con voi.

Voglio andare in licenzaaa!

Invece continuano a tenermi qui per fare bella figura quei bastardi.

Possibile che non ci sia più nessun altro da fargli fare il Thoeni nei loro stupidi giochi di guerra-.

Sono imbarazzato e comincio a fischiare una canzone di Joni Mitchell, l’avevo registrata sul magnetofono Castelli dalla trasmissione Per Voi giovani che ascoltavo ogni giorno alla radio prima di arrivare in questo posto.

Lui si gira di scatto, sguardo raggiante dagli occhi scuri e profondi di taglio mediorientale:

-Both sides now?

Da entrambe le parti. Prego! -.

e mi mostra la sua nudità al completo.

Non mi ero mai soffermato a guardare il corpo nudo degi altri. Tutta la mia conoscenza si basa sulla mia immagine nello specchio e sulle figure dei libri d’arte. Sono cresciuto in una famiglia dove nudo è tabù. Qui in caserma la doccia la faccio per ultimo, quando se ne stanno andando via tutti, il mio senso del pudore è talmente forte che quasi ho vergogna ad ammetterlo.

Nel vigore con quale si sbraccia per insaponarsi e sciacquarsi, questo coetaneo trasmette una notevole sensazione di potenza: un guerriero. Così nudo lo immagino con scudo e lancia, come gli eroi dell’ Iliade mentre in realtà ha passato inverno e primavera a correre su e giù per i monti dell’AltoAdige armato di Fal con tanto di scarponi, tuta invernale e sci.

Ora comprendo la sua resistenza al getto freddo che lo sta investendo.

Abbassando gli occhi noto qualcosa di diverso nel suo attributo maschile.

Con disivoltura l’alpino sguaina un paio di volte la sua baionetta ben innestata nel bassoventre e mostrandomi un sorriso d’avorio brillante esclama :

– Mai visto un uomo circonciso ?.

Sono ebreo , l’ebreo errante toscano mi chiamano qui in caserma, il mio nome è Carlo.

Grazie!.

Vado a infilarmi la tuta mimetica pulita e ti aspetto allo spaccio che ti offro da bere.

Chi canta Joni Mitchell gli porto lo zaino fin sulla cima del Cevedale-.

Ascolta la mia musica questo matto dal corpo scolpito che sembra un bronzo di Riace.

Lo sento diverremo amici.

Ma ora i vecchi amici si comportano in modo strano

scuotono la testa e dicono:

– Sono cambiato-.

Qualcosa è perduto

ma qualcosa si è guadagnato

vivendo ogni giorno

 

P.S. nel prossimo post il seguito di questo racconto e un’altra versione della song di Joni.

Delicado per MTV

Una ragazza del ’68 del quale porta ancora la freschezza e l’entusiasmo.

Maria Teresa Valle è uno dei miei primi contatti Facebook, simpatia fin dalle prime battute, sempre in discesa la strada con lei che dice:

Ecco la mia canzone sospesa. Era la sigla di una trasmissione radiofonica che andava in onda negli anni 50 alle 18, ogni giorno, il momento più felice di tutta la giornata. In cucina spostavamo il tavolo e mia madre, mia zia, mia sorella e io ballavamo al suono di quelle musiche da ballo che venivano trasmesse per circa mezzora. Tempi duri, tempi di miseria e niente divertimenti. Quella mezzora ci dava una felicità che non ho mai più provato. Erano tantissimi anni che non l’asc

oltavo, anche se le sue note non le ho mai dimenticate. Mi è venuta in mente adesso e mi si sono riempiti gli occhi di lacrime”.

Mi sembra di vederla in uno di quei giorni simili ai miei, in un Italia uscita da poco 

dalla seconda guerra mondiale, un pomeriggio al femminile.

Gli uomini nelle fabbriche o nei campi.

Le mamme a lavare, stirare, rammendare , sferruzzare, preparare per la cena aiutate da figlie, e nelle famiglie di allora, da madri, suocere, zie e cognate.

Prima i compiti, sempre il dovere prima che non dovevano crescere ignoranti come loro i figli, ora che c’era l’opportunità di studiare per un futuro migliore.

Ignoranti, sì per le cognizioni scolastiche di un certo sapere, ma da quelle lunghissime conversazioni e chiacchierate quanti insegnamenti, consigli e …quanti sogni.

La donne di casa trasmettevano ai figli tutto il loro sapere: le tradizioni, le usanze, i modi di dire, il dialetto, le opinioni sul bene e sul male, la generosità, il saper portare e sopportare i “pesi” degli altri, la conoscenza delle norme fondamentali per vivere civilmente e pacificamente con gli altri.

Queste ricchezze erano il bagaglio che si accumulava di anno in anno e ci faceva diventare grandi a nostra insaputa, una dote da custodire e conservare per trasmetterla un giorno ai nostri figli.

C’era posto sempre anche per il divertimento come quando si tiravano le lenzuola lavate per ripiegarle accuratamente, si sgranavano fagioli o piselli per la minestra, si cantava e perchè no si ballava o si imparava a ballare sulla musica diffusa dalla radio, la grossa radio Minerva che nel tardo pomeriggio trasmetteva “Ballate con noi” il programma musicale che iniziava con questa sigla:

Delicado di Waldir Azevedo,il brasiliano che aveva trasformato in solista lo strumento di accompagnamento a corde che ha un suono più acuto rispetto alla chitarra: il cavaquinho.

La soave malinconia di questa canzone ha impreziosito la colonna sonora del film di Luciano Emmer (1954) : Terza Liceo che racconta la storia di una gioventù del dopoguerra, con la sceneggiatura di Vasco Pratolini, e con attori come Paola Borboni, Valeria Moriconi e Giuliano Montaldo.

Del film ho vaghi ricordi anche perchè la TV arrivò nei primi anni sessanta, ma la radio e soprattutto la musica magica che usciva misteriosamente da quella scatola in legno, al buio con sue lucine mi portava dove la mia mente voleva stare, dove la mia mente vaga ancora, ora che la radio non la sento più.

Homburg per Morena

La cara amica Morena Fanti ha scelto la canzone Homburg dei Procol Harum, grande successo del 1967, riproposta in Italia dai Camaleonti con il titolo L’ora dell’amore.

Keith Reid, paroliere accreditato come membro effettivo della band scrisse un testo ermetico sulla melodia pop arrangiata maestosamente, un sound caratterizzato dal pianoforte di Gary Brooker, il compositore che conduce il gioco accompagnato dall’organo Hammond di Mattew Fisher e dalla chitarra elettrica di Robin Trower.

É una storia d’amore finita:

La tua amica d’affari multilingue

ha fatto le valigie ed e’ scappata

lasciando solo i posaceneri pieni

e il letto sfatto sporco di rossetto.

Il riflesso sullo specchio

si e’ arrampicato di nuovo su sulla parete

perche’ il pavimento si era abbassato

ed il soffitto era troppo alto.

 

Il coinvolgente e malinconico ritornello ripete:

I risvolti dei tuoi pantaloni sono sporchi

e le tue scarpe allacciate male

faresti meglio a toglierti il tuo cappello Homburg

perché il tuo soprabito é troppo lungo.

Ho sempre creduto che Homburg fosse il nome della ragazza invece scopro che è il cappello in feltro di lana di qualità superiore detto anche Lobbia, Rolè o Diplomatico: un cappello di altissima qualità realizzato completamente a mano. Simbolo dell’eleganza del ‘900 , preferito da Curchill, Toscanini, De Sica e dallo stesso Edoardo VII d’Inghilterra che lo fece realizzare a Bad Homburg città tedesca dell’Assia, poco lontana da Francoforte, da cui prese il nome il cappello.

A me piace molto la seconda strofa:

L’orologio della citta’ nella piazza del mercato

sta aspettando l’ora

quando le sue lancette gireranno al contrario

incontrandosi divoreranno se stesse

e ogni pazzo che osi indicare l’ora.

Il sole e la luna andranno in frantumi

e i cartelli stradali smetteranno di dare indicazioni.

 

Non è chiaro per me il significato , forse l’autore vorrebbe far tornare indietro il tempo per dare all’uomo la possibilità di recuperare il rapporto con l’amante.

Chi non vorrebbe avere il potere di fare girare le lancette all’indietro?

Quante situazioni potremmo cambiare!.

Quanti errori da evitare.

Ma anche quanti bei momenti da rivivere!.

Non voglio pensarci altrimenti vado fuori di testa, preferisco concentrarmi sull’orologio della piazza del mio piccolo paese, quello sul campanile della chiesa.

Ai tempi di Homburg, una volta sola salii fin alla cella campanaria per vedere il panorama nei quattro punti cardinali: pianura, colline e montagne punteggiate da piccoli paesi come fiori nel verde del giardino.

Con me c’era il mio inseparabile cugino quindicenne, io un anno in meno.

Nel pomeriggio nessuno in chiesa, nemmeno il geloso sagrestano, col fischio che ci avrebbe lasciato tentare l’ascesa sui pioli pericolanti delle scale in legno.

Quattro scale per quattro pianerottoli strettissimi, il più pericoloso era il terzo, quello all’altezza dell’orologio, praticamente un asse di equilibrio, si passava in costa.

Oscillai, stavo per aggrapparmi alle corde delle campane.

– Non toccare! – disse Beppe- farai suonare le campane, poi lo senti tu quello quando arriviamo giù-.

Mi risuona ancora nella mente il tic tac del grande meccanismo metallico: ingranaggi, ruote dentate, bilancieri, molle e pesi in movimento per registare il passare del tempo.

Superato il passaggio difficile arrivammo alla botola dell’ultimo piano e allo spettacolo del paesaggio che in quel giorno di semifoschia aveva i colori e le sfumature dei quadri di Cezanne.

Un pranzo di nozze per chi si nutre di immagini come me. Sapevo di avere poco tempo a disposizione, in un quarto d’ora ingoiai tutto quello che i miei occhi riuscirono a filmare; è ancora tutto registrato nella memoria.

La discesa fu veloce. Soddisfatti ed eccitati per l’impresa, nell’aprire la porta che allora dava direttamente sull’altare maggiore ad aspettarci non c’era il sagrestano ma il parroco.

-Cosa vi è saltato in mente! -.

E pam uno sberlone a Beppe. Quando toccò il mio turno mi abbassai di scatto per evitare il colpo sul coppino ma più veloce di me fu il calcioinculo che mi lanciò fino alla balaustra. Scappammo fuori senza fare la genuflessione, mio cugino si grattava la testa ridendo a crepapelle. Mal comune mezzo gaudio.

– Ci ha ribattezzati e ricresimati, poco mancava che ci doveva dare anche l’estrema unzione-.