Amarsi un po’ * * *

La chiamerò Stella, un punto luminoso nel mio cielo, una figurina uscita dalle pagine del libro azzurro di fiabe che portava appresso nei primi anni della nostra infanzia.

Quando la mia piccola amica sempre in ordine, ben pettinata con una fascia colorata tra i capelli appariva nel cortile, intorno a lei si creava un’atmosfera speciale.

La sua voce particolare la senti una volta e non la dimentichi più.

Come se un minuscolo personaggio del bosco, un elfo, uno gnomo vivesse nelle cavità del suo naso e allungando una manina afferrasse le code delle parole che partono dalla gola e lasciandole andare di scatto le facesse emettere suoni squillanti. La staresti sempre ad ascoltare.

Quando siamo diventati più grandi, adolescenti, ero preso dalle sue sensazioni e trepidazioni e aspettavo con ansia anch’io l’arrivo del suo fidanzatino, lo accoglievo con gioia, lo aspettavamo in due. Provavo gioia per la sua felicità.

Più avanti invece, quando ho avuto la sensazione di perderla per sempre ho provato a dichiararle il mio amore.

Non era amore, solo paura che svanisse il mondo incantato e la tenerezza del nostro rapporto.

– Non ci credo, non possiamo innamorarci, rovineremmo tutto, tu per me sei qualcosa… non un fratello… qualcosa di speciale, non saprei come spiegarlo, dobbiamo continuare così, come abbiamo vissuto fino ad ora.

Tutti cambiano hanno fretta e rovinano i loro rapporti, rimaniamo nel librone azzurro almeno io e te e tra cinquant’anni e tanti altri saremo ancora gli stessi.

Noi siamo la semplicità che proteggiamo, siamo quello per cui lottiamo, siamo persone vere, con un piede nell’oggi e l’altro nel libro dei giorni passati insieme.

Noi siamo gli eletti, coloro per i quali le cose belle significano bellezza!-

La pensavo allo stesso modo. Come sempre aveva le idee chiare, viveva come me in un mondo fantastico ma ne stava varcando i confini, si affacciava alla realtà in anticipo rispetto a me.

Qualche anno dopo, una domenica sul tardo pomeriggio ero sul ponte dell’autostrada; mi piaceva quel posto, non ci andavo per guardare le auto passare, non sono un appassionato di motori, mi soffermavo a sognare sulle vite delle persone al volante. Dove andavano? Chi li stava aspettando?

Verso le cinque dietro di me si fermò un ciclomotore, la voce squillante di Stella mi fece voltare di scatto:

– Hai finito di sognare? E’ domenica pomeriggio, cosa ci fai qui tutto solo?

Non conosci qualche ragazza, è ora di trovarne una, dai ! Le ho viste, le ragazze ti mangiano con gli occhi, buttati! Lasciati andare un po’-.

Accostò il suo veicolo sul ciglio della strada tirandolo sul cavalletto e poi:

-Facciamo due passi, ho bisogno di confidarmi con qualcuno e non c’è nessuno che mi possa capire come te, ti prego ascolta senza interrompermi, non dire niente fino a quando ho concluso.

Sono innamorata.

Lui è il mio datore di lavoro, sposato e padre di due figli. Sono la sua segretaria, mi piace lavorare con lui, mi insegna tutto, è intelligente, capace, ha una vista particolare per la produzione e per gli affari.

Spesso mi premia con un regalo, cose semplici, un fiore, un cioccolatino, un pensiero gentile.

Una cara persona, me ne sono innamorata ma ho fatto di tutto per non far traboccare i miei sentimenti verso di lui.

Poi è successo.

Eravamo a Venezia per concludere un affare importante per la nostra azienda.

Terminato l’incontro mi ha portato a pranzo e poi esaudendo il mio desiderio siamo saliti sul campanile di San Marco. Lassù mi sentivo tra le stelle, toccavo il cielo con un dito, ero felice e quando il suono assordante delle campane ci ha sorpresi, ci siamo lanciati uno tra le braccia dell’altro e ci siamo baciati. Da lì è cominciata la nostra storia, siamo innamorati, felici.

Ma sono preoccupata.

Per ora nessuno sospetta niente, ma prima o poi succederà. Chissà le critiche dei colleghi di lavoro, degli amici.

Come la prenderanno i miei quando lo verranno a sapere?.

 

– Ti direi subito di smettere, mi fa paura questa storia. Come procederà?.

Sei molto giovane, non ti stancherai?.

Non avrai una normale vita di coppia, una casa.

Rinuncerà ai suoi figli per te?.

Dovrai superare mille ostacoli …ma ti vedo così risoluta, decisa.

Ti conosco, non ti fermi davanti a nessun ostacolo, quando sei convinta della causa combatti come una leonessa.

Una parte di me direbbe di smettere, l’altra di continuare-.

Rivolsi lo sguardo alle automobili sull’asfalto che a quell’ora si stava facendo sempre più scuro.

-Ognuno segue il proprio destino, in una direzione o nell’altra.

Vai avanti è la tua vita, sei responsabile molto più di me, sei grande, una donna, la voce da bambina e il cuore grande come quello di tua nonna-.

Un sorriso, una lacrima, una carezza.

– Grazie! Mi ha fatto bene parlare con te! Tu sei sempre lo stesso, rimani così, potremo contare l’uno sull’altro come Hansel e Gretel sperduti nel bosco ma forti perché consapevoli della loro alleanza -.

Questa è la loro canzone e posso dire con certezza che è stata una bella canzone.

Amarsi un po’ è come bere

più facile è respirare.

Basta guardarsi e poi avvicinarsi un po’

e non lasciarsi mai impaurire no

Amarsi un po’ è un po’ fiorire

aiuta sai a non morire

Senza nascondersi manifestandosi

si può eludere la solitudine

però volersi bene no partecipare

è difficile quasi come volare

Ma quanti ostacoli e sofferenze e poi

sconforti e lacrime

per diventare noi veramente noi

uniti

indivisibili

vicini

irraggiungibili

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Goodby stranger- Supertramp per Carla

Oh bene! la scelta di Carla mi da l’occasione di parlare di un argomento che da un po’ di tempo ho in mente di trattare, lo posterò nella categoria – chi ti ha dato la patente- storie di un automobilista, provetto, povero , sprovveduto, ci devo ancora pensare, sicuramente vi farete un’idea del mio rapporto col volante.

I Supertramp non li ho seguiti molto, lo dico per onestà musicale 🙂 anche se la loro musica era piacevole da ascoltare. La canzone Goodbye stranger è quella che conosco di più anche perchè è legata ad un momento sereno della mia vita.

Agosto fine anni settanta, sposati da meno di un anno, avevamo pronte le valigie per le vacanze al mare con Carla e Angelo, una coppia di sposi novelli come noi.

Saremmo dovuti partire nel primo pomeriggio a bordo del maggiolone dei nostri amici ma io ero ancora al lavoro perché il TIR dell’Olandese volante, così avevamo battezzato uno dei clienti più importanti della Fonderia Artistica della quale ero il giovanissimo direttore, era arrivato in ritardo.

Gli operai della fabrica erano tutti in ferie, perciò avevo dovuto caricare con l’aiuto del portinaio 200 orologi da tavolo e 400 candelabri in ottone brunito e lucidato con finiture in marmo bianco di Carrara. I 200 trittici erano contenuti in 400 gusci di polistirolo che avrebbero consentito un trasporto sicuro da eventuali danni.

La spiacevole sorpresa alla fine del carico fu constatare che in nessuna maniera era possibile far entrare in quell’enorme cassone 4 scatoloni bianchi e per farla breve toccò a me accompagnare il camion superaccessoriato al paese della Val Trompia dove  il nostro cliente prestigioso aveva affittato il magazzino.

Qui cominciò il mio malessere, dovevo giudare un furgoncino tutto chiuso, ossia senza finestrino posteriori ed io tuttora considero optional gli specchietti laterali nel senso che per me è come se non ci fossero affatto e non mi so regolare con quelli.

Mi consolai ascoltando a tutto volume alcune canzoni dalla radio dell’autocarro che guidavo.

I Supertramp cantavano  Goodby stranger:

And I will go on shining

like brand new

I’ll never look behind me

my troubles will be few

L’autista mi precedeva sulla strada che in quel periodo dell’anno era praticamente deserta, arrivammo a destinazione abbastanza alla svelta, mi sentivo sollevato.

Alcuni operai e l’olandese volante ci stavano aspettando al magazzino ubicato su una stretta curva in salita.

L’uomo al volante con una sola abile manovra infilò il suo mezzo nel locale e quando toccò a me l’operazione… cominciò il ballo.

Avanti e indietro, non riuscivo a centrare l’enorme portone.

Avanti e indietro, facile da dire ma non così semplice visto che per quattro anni l’unica cloche che avevo manovrato era quella sotto il cruscotto della mia Dyane 6 e quella del Fiorino risultava ingestibile così al posto della retro innestavo la quarta marcia. Grondavo sudore da tutte le parti in quell’afoso pomeriggio estivo

Nello sporgere la testa dal finestrino per cercare di venire fuori da quella situazione che diventava sempre più imbarazzante, mi parve di scorgere qualche sorriso di pietà e dal fondo del magazzino qualcuno rideva a crepapelle.

Allora presi la decisione, tirai il freno a mano, spensi la vettura e disinvoltamente scaricai a mano i quattro pacchi sotto l’occhio sbigottito dei presenti.

Quando rimontai in macchina, il grande capo, abbronzato e vestito di bianco come un pezzo di m…. avvolto di carta igienica si affacciò al finestrino e salutandomi con tanto di stretta di mano mi disse in un italiano abbastanza chiaro :

– Ma ti sei allenato a Monza?-

Non fosse stato il cliente così importante, non fosse che con la mente stavo già tuffandomi nell’acqua del mare, col caratterino di allora gli avrei dato un cedro sul naso , un cedro di quelli del Libano; mi limitai ad un sorriso a denti stretti e un :

-Goodby str….anger-.

                         E andrò avanti brillando

come se fossi nuovo di zecca

non mi guarderò mai indietro

i miei problemi saranno pochi

 

Questo diceva il ritornello che canticchiavo a memoria,

la realtà a venire…

non fu proprio così

Amo di domenica

Alle cinque della sera

E’ un inizio alla grande questo, ma mi scuso subito con Domenica Luise, non sono le cinque della sera di Lorca , queste sono molto più popolari :

Alle cinque della sera

i ragazzi di Granada

alle cinque della sera

vanno in giro coi blue jeans

alle cinque della sera

i juxbox a voce piena

a Madrid e a Barcellona

fanno rock, sì fanno rock.

 

La cantava Milva nel ’60 questa canzone.

Allora avevo solo 7 anni e mi piaceva stare alla finestra della mia camera affacciata sulla piazza a guardare i giovani del mio paese che dopo cena si radunavano davanti al Bar Sport dove un juxbox ad alto volume espandeva nell’aria le note delle canzoni del momento.

Ragazzi e ragazze vestiti con le gonne e camicie alla moda si scatenavano nei balli del momento: twist , rock and roll, boogie woogie, cha cha cha ed io stavo lì incantato fino a quando arrivava la mamma a chiudere le imposte e mandarmi a letto. Spesso lasciavo le coperte per spiare attraverso le persiane i ragazzi giù sotto, fu lì che vidi Sergio e Cinzia scambiarsi i primi baci, piccoli baci come quando si spiluccano le ciliegie dai rami direttamente con le labbra.

Durò qualche anno la loro storia d’amore,

Sergio era fratello maggiore del mio amico Enrico e quando andavo alla loro cascina in campagna mi soffermavo sotto il portico ad ascoltare le novità musicali sul mangiadischi rosso di plastica dura.

Sergio collezionava tutti i 45 giri del popolare cantautore italo-belga Salvatore Adamo:

La notte, Una ciocca di capelli, Non mi tenere il broncio, Amo……

Il giorno che partì per la naja al cancello c’era Cinzia con le lacrime agli occhi a giurargli il suo amore eterno… mi mancherai… ti aspetto… scrivimi… ti amooooooo.

Amo il vento che ci stuzzica quando gioca fra i tuoi capelli

quando tu ti fai ballerina per seguirlo con passi graziosi.

 

Amo quando corri radiosa per gettarti nelle mie braccia

quando ti fai piccola piccola per sedere sulle mie ginocchia.

 

Amo il sole che tramonta quando si sdraia lentamente

ma amo sperare credulo che per noi si infuocherebbe.

 

Amo la tua mano che mi rassicura quando mi perdo in fondo al buio

e la tua voce ha il mormorio della sorgente della speranza.

 

Amo quando gli occhi tuoi di bruma mi ammantano con la tua dolcezza

e come su di un cuscino di piume la mia fronte si posa sul tuo cuore.

Sciabolate di violini nell’arrangiamento orchestrale incalzano il tranquillo arpeggio alla chitarra.

Tornerò-ò-ò.

Diciotto mesi di pastasciutta come l’è brutta fare il soldà.

Ho scritto t’amo sulla sabbia e il vento a poco a poco se l’é portato via con sé.

 

Potrei scrivere una fila interminabile di frasi che si cantano in caserma pensando alla morosa; chissà cosa cantava Sergio; quanti sogni, quanti sospiri, quante attese di lettere che non arrivano più .

Quando tornò a casa con il foglio di congedo in mano, noi piccoli conoscevamo già la verità: Cinzia non aveva saputo attendere e aveva cominciato a ballare e spiluccare le ciliegie con un altro.

Un amore finito, ricordi da cancellare, cominciando coi dischi di Adamo, fatti a pezzi e lanciati nel vigneto.

Sua madre disse per consolarlo:

– se ta ga dèt na pesada ‘n de la sès ne salta fò trentasès-

se dai un calcio nella siepe ne saltano fiori trentasei (di ragazze).

Suo padre raccolse qualche disco e lo appese nell’orto e nel frutteto per spaventare gli uccelli.

“amo il vento che ci stuzzica….

Chissà cosa pensò Sergio qualche anno dopo ascoltando la nuova canzone di Adamo:

-Affida una lacrima al vento e fa che la porti da me, il vento mi ha detto sta attento la tua bella non pensa più a te-.

Forse gli era passata alla svelta perchè scorazzava con l’ Abarth 500 e una nuova bella sul sedile accanto al suo.

Bombe di petali per Elena

Il diciassettesimo festival della canzone italiana che si tenne a Sanremo nel 1967, ricco di nomi prestigiosi stranieri come Sonny e Cher, Dionne Warnick (zia di Whitney Houston), Los Bravos, The Hollies di Graham Nash, Marianne Faithfull compagna di Mick Jagger dei Rolling Stones e altri ancora fu funestato dalla morte di Luigi Tenco.

Vinse la canzone Non pensare a me cantata da Villa e Zanicchi.

“Proposta “ dei Giganti classificata al terzo posto canta il disagio giovanile di quegli anni : un operaio , un pittore, un figlio di papà.

La cantavo coi miei amici tredicenni insieme all’altra canzone -Bisogna saper perdere- sognando di indossare il nuovo look di allora : camicie a fiori e stivaletti coi tacchi alti.

Il ritornello “mettete dei fiori nei vostri cannoni” che riprende uno slogan proveniente dagli U.S.A. divenne uno dei motti più sfruttati dal movimento pacifista di quegli anni.

Certo il ritornello a me sembra abbia poco a che fare col testo della canzone, piuttosto mi riporta alla mente una canzone di Dylan -A hard rain ‘s a-gonna fall –scritta nel 1962 poco prima che John F. Kennedy annunciasse in TV la scoperta dei missili sovietici a Cuba.

La greve pioggia dylaniana venne intepretata come una metafora del fall-out, la pioggia radioattiva che fa seguito all’esplosione nucleare. Una canzone di disperazione, di terrore:

Che cosa hai udito, figlio mio dagli occhi azzurri?


Che cosa hai udito, mio caro ragazzo?


Ho udito il rombo d’un tuono che ruggiva un allarme.

Il boato d’un’ondata che avrebbe sommerso il mondo intero.


Ho udito cento tamburini con le mani in fiamme.

Ho udito cento che sussurravano e nessuno che ascoltava.


Ho udito una persona morire di fame, e molti che ridevano.

Ho udito il canto di un poeta che moriva nelle fogne.

Ho udito il rumore di un clown che piangeva nel vicolo.


E 
una dura pioggia cadrà.


Da una quarantina di anni non seguo il festival di Sanremo perchè orientato verso altra musica ma soprattutto perchè non sono mai riuscito a tollerare che in una gara canora di musica leggera taliana si dia più importanza al presentatore e agli ospiti stranieri fuori concorso. Non continuo la polemica perchè se ne parla già troppo soprattutto di questi tempi che di problemi ne abbiamo fin sopra i capelli e avremmo bisogno invece di parole di speranza come queste cantate a Sanremo da Ricky Maiocchi nel 1966.

Il mondo volta le spalle al bene

e lottano tutti come iene

ma quando finisce il giorno e si fà sera

c’è chi spera.

Ognuno pensa a sé stesso e tace

e tace perché non ha più un cuore

ma forse una nuova voce sta cantando

per chi spera.

la pioggia che cade è ancora pura

così come il rosso della sera

quel rosso dove si specchia il vero pianto di chi spera.

Il bacio

Ho appena terminato il giro di consegne ai clienti sparsi per il paese e  parcheggiato il camioncino nel cortile ancora innevato; davanti alla porta del laboratorio sento il ronzio che accompagna da anni il mio rientro mattutino in forneria : il bidone aspiratutto.

Mia moglie apre la porta; la scopa in plastica innestata al lungo tubo di aspirazione, da anni è diventata praticamente un prolungamento del suo braccio, una protesi, che a casa intercambia col manico del Folletto della Vorwerk.

Mi accoglie con un sorriso , spegne immediatamente la macchina infernale e sussurra con voce angelica:

Accostiamo le labbra chiuse per un bacio spirituale, il bacio di perfetta intesa, che dice tutto senza bisogno di parole: il secondo regalo di San Valentino.

Il primo regalo ce lo siamo scambiati in anticipo ieri sera dopo cena durante la solita partita di burraco- ammazzacaffè-antipasto per la notte.

Cosa si saranno donati questi due?.

Qualcosa di molto prezioso, la sognavo da tempo ma non riuscivo a concretizzare questa voglia e domenica sera d’improvviso l’ho partorita:

Morositas- nere, morbide gommose che si attaccano ai denti e bisogna mettersi in bocca il dito per liberarsene.

-Oh che bella sorpresa , quando le hai prese?-

-Sono andata oggi apposta , sapevo che lo avresti gradito,questo è il mio San Valentino. Eravamo d’accordo niente sprechi e mi è sembrata l’idea migliore.-

-Bravissima, hai fatto centro, era proprio quello che desideravo.-

A mani vuote ho ricambiato il mio regalo: un bacio, ma non di quelli Perugina col bigliettino stampato all’interno; un bacio di quelli d’intesa a labbra chiuse, convergendo dai due lati opposti del tavolo verso il centro.

La partita di burraco l’ho vinta io, forse avrei dovuto lasciargliela vincere ma se ne sarebbe accorta, allora per farmi perdonare le ho raccontato la storia di Colibrì e Moscone di Domenica Louise.

Mentre impasto i biscotti lei mi dice che Alessandro nostro figlio le ha appena telefonato chiedendole il favore di procurargli una scatola di Baci Perugina per la morosa, io le dico che Matteo l’altro figlio, a casa in ferie per tutta settimana è appena passato di qui per chiedermi quante rose deve donare alla sua ragazza.

Dispari sempre dispari!

Mi trovo a pensare all’amore, al nostro amore, al primo bacio…

Il bacio per me è sempre stato una cosa molto importante.

Da ragazzo non riuscivo a sopportare che i miei amici e le mie amiche si scambiassero questo gesto in modo tanto superficiale incrociando labbra e lingue con tutti quelli che capitavano a tiro. No, no, per me era una cosa seria, un pegno d’amore sincero.

Nonostante fossi sempre stato un mezzo matto ( diciamo uno un po’ fuori dalla regola), su questo non transigevo tanto che qualcuno scherzava sul  mio atteggiamento con la frase: “Sempre ciao, sempre ciao e i baci quando?”.

Per farla breve ho baciato la prima ragazza nel’71 e la seconda nel ’76, tutte quelle intercettate nel bel mezzo di questo periodo mi hanno mollato incazzate chiedendosi cosa c’era che non andava in loro e forse, si ,si, molto più che forse, in me, visto che erano tutte molto carine e stavano bene in mia compagnia.

Anch’io stavo bene il loro compagnia ma solo spiritualmente perchè il mio corpo era distratto e non sentiva nessuno stimolo, praticamente anche il corpo teneva compagnia alla testa tra le nuvole.

Neli l’ho baciata nel maggio ’77, dopo due mesi che ci conoscevamo cominciava già a preoccuparsi anche lei.

Il fatto” avvenne durante la gita in pullman ad Aosta coi Donatori dei sangue (lei donatrice generosa , io no).

Aveva una frangetta sulla fronte che era uno spettacolo;già lì, prima di salire sul pullman ho sentito il primo chicchìrio e  man mano che il pullam procedeva verso la valle mi rimbombavano negli orecchi tutte le sveglie e le adunate dei tredici mesi di naja:

– Questo è il giorno giusto per il bacio , qui mi gioco tutto-.

Mano nella mano tutto il giorno che non so come abbiamo fatto a mangiare i panini, ma la tromba della carica è stato un pezzo musicale che udite udite per un appassionato di rock-blues, pop, folk,jazz come me suonava come bestemmia:

Bella Bellissima di Drupi e chi l’aveva mai sentito questo.

Eppure -miracoli della musica- direbbe qualcuno, quel Bella Bellissima ha cominciato ad attorcigliarmi le budella e sulla poltrona doppia della corriera dei Donatori è partito il bacio più lungo della mia carriera di lover-man, tanto appassionato che praticamente fino a casa siamo stati il panorama più seguito in sala, al punto che l’autista si è fermato un attimo per lasciare tutti i sessanta spettatori alla toilette a riprendersi dallo spettacolo.

…e Tu se passi qui dopo, nel tuo commento a viva voce  non dirmi che ho esagerato.

lontano, lontano, col favore delle nebbie

Luigi Tenco sorrideva di rado ma cantava quello che aveva dentro.

Le note malinconiche di un valzer lento accompagnano la nostalgia struggente di un amore finito.

Lontano lontano nel tempo

qualche cosa negli occhi di un altro…

Zena col favore delle nebbie ha il potere di portarmi lontano, lontano nel tempo:

trotta trotta cavallo di legno

col tuo gran cavalier sulla groppa

e se un giorno tu arrivi a quel segno

alla corsa ti voglio portar

su galoppa galoppa galoppa…

in arcione sulle ginocchia della zia Lucia, autunno del ’57

nella nebbia un ricordo del passato…

Pino il mio padrino abitava nel mio stesso cortile e mi aveva portato sul monte a “fare le foglie” per la stalla; non avevano molta paglia per fare la lettiera alle mucche perciò coi rastrelli pettinavano il bosco raccogliendo in grosse reti le scure foglie di castagno a punta di lancia e margine seghettato.

L’aria pungente novembrina mi faceva battere i denti mentre me ne stavo ad ammirare nel cielo gli stormi degli uccelli migratori. Pino scavò un nido tra le foglie, mi collocò dentro come un uccellino poi tirò fuori la sua tromba d’ottone dallo zaino e cominciò a suonare gonfiando le guance che era più rosso di un tacchino, finché suo padre gliela tolse di bocca prima che scoppiasse ( questo verbo funziona per la tromba , per Pino e per la testa dello zio Mario, a me quel suono non dava affatto fastidio).

A Pino non riuscì di allargare la famiglia per una decina di anni ma quella sera del ’67 davanti all’unico televisore del nostro cortile notai la pancia gonfia di Mary.

Nel nostro piccolo e caldo laboratorio di fornai quasi tutte le persone del locale assistevano al festival di Sanremo. C’era anche Beppe, mio cugino, primo anno di ragioneria; appena scappato dal convento dei carmelitani scalzi dove si era ritirato qualche anno  con la vocazione di diventare papa. Tante belle canzoni compresa quella di Luigi Tenco. Era piaciuta a pochi la sua canzone invece a fine trasmissione quando ognuno con la propria sedia tornava a casa, la voce a squarciagola di Beppe rimbalzava tra le case del cortile :

ciao amore, ciao amore, ciao amore ciao.

Chel scét lè ‘l dihegna ‘l tèp

(quel ragazzo sta preannunciando qualcosa)

o se vogliamo usare una frase di Jim Morrison:

All the children are insane waiting for he summer rain.

Il fatto sta che quella notte il cantautore della scuola genovese si tolse la vita e qualche settimana dopo venne alla luce Giovanna mentre il corpo senza vita di sua madre rimaneva sul lettino. Il mio padrino non suonò più la tromba e divenne padre e madre.

Mille violini suonati dal vento sono i Qui come altrove di Zena , essi trasportano tutti i colori dell’arcobaleno ma la pioggia d’argento più che farla fermare la provocano nelle persone che trovano sulle labbra di un altro la propria timidezza.

Signori benpensanti,

spero non vi dispiaccia
 se in cielo,

in mezzo ai Santi,

Dio, fra le sue braccia,


soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte,

che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte.

(Fabrizio de Andrè-Preghiera di gennaio- in ricordo dell’amico scomparso)

e ti vengo a cercare, Re

E ti vengo a cercare


anche solo per vederti o parlare


perché ho bisogno della tua presenza


per capire meglio la mia essenza.


Questo sentimento popolare


nasce da meccaniche divine


un rapimento mistico e sensuale
mi imprigiona a te.


Dovrei cambiare l’oggetto dei miei desideri


non accontentarmi di piccole gioie quotidiane


fare come un eremita
che rinuncia a sé.


E ti vengo a cercare
con la scusa di doverti parlare


perché mi piace ciò che pensi e che dici

perché in te vedo le mie radici.


Questo secolo oramai alla fine


saturo di parassiti senza dignità


mi spinge solo ad essere migliore
con più volontà.


Emanciparmi dall’incubo delle passioni


cercare l’Uno al di sopra del Bene e del Male


essere un’immagine divina
di questa realtà.


E ti vengo a cercare
perché sto bene con te


perché ho bisogno della tua presenza.

Le dichiarazioni d’amore spesso sono parole banali e retoriche che comunque fanno sempre piacere alla persona cui sono rivolte, altre volte sono frasi che passano alla storia.

La prima strofa di questa canzone farebbe staccare i piedi da terra a chiunque il giorno di San Valentino.

Il proseguo del testo ci rivela un significato molto più spirituale, nascosto, un ‘introspezione dell’anima, una dedica molto dolce e piena d’amore a Dio.

Qual’è il Dio dal quale Battiato è misteriosamente attratto con tanta passione come qualcosa di indispensabile per comprendere il mistero della propria “essenza”?

Un Dio che fa parte della sua vita, un Dio in ascolto, che fornisca nel pane quotidiano ciò di cui si ha bisogno per soddisfare la ricerca della propria spiritualità, che liberi dalle catene della mortalità per trovare la perfezione che ci faccia assomigliare a lui.

Un Dio lontano al di sopra del bene e del male, ricercato da ogni uomo che ha bisogno di un cambio radicale, alla ricerca di un qualcosa che lo aiuti ad allontanarsi da un modo di vivere senza senso, sbagliato, da un mondo saturo di parassiti senza dignità.

Avvicinarsi al divino tramite la spiritualità è un cammino che ognuno di noi fa nella propria vita, anch’io mi sono ritrovato su questa strada in un periodo “speciale” iniziato nel ‘1992 e interrotto nel 2003 in seguito alla malattia che aveva colpito mia moglie e ad altre complicazioni avvenute all’interno della mia esistenza; interrotto ho detto non sospeso, perchè spesso mi ritrovo inconsapevolmente a nutrirmi dei silenzi che hanno dato il senso alla mia vita.

Ho avuto degli straordinari compagni di viaggio che da tempo non incontro ma sento ancora vicini; pochi, semplici, si contano sulle dita della mano, ognuno di loro mi ha arricchito ogni volta nella condivisione della propria esperienza meditativa.

A chi mi chiede cosa ottenuto da questa esperienza rispondo con una semplice frase:

Mi sento amato”

Qui potrebbe cominciare una spiegazione lunghissima o corta a secondo della persona che fa le domande ma nel ringraziare Stefano Re, questo ragazzo (almeno io lo vedo così nella fotografia, lo conosco da poco), che mi ha dato con la sua canzone sospesa l’opportunità di parlare di questo argomento, vorrei rispondere con un’altra canzone di Battiato quella che in assoluto preferisco, che un figlio vorrebbe ascoltare dal proprio padre o Padre.

Ed io avrò cura di te.