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Dicembre ’59.
Una visita per gli auguri di Natale. Il cigolio del cancello sui cardini arrugginiti straccia il silenzio. La zia Lucia scalda la mia manina nella sua mentre stiamo varcando il cancello di Marta.
Gli ultimi raggi del sole d’inverno accendono le bacche arancione della pianta di cachi. L’albero di Natale dei poveri ha i frutti talmente in alto che nessuno si fida a raccoglierli, lo sanno tutti che é pericoloso, i rami del fico e del caco si spezzano facilmente.
Le ombre della sera proiettano tristezza sulle lastre grigie in pietra dell’aia e del portico.
L’amica della zia ci accoglie nella stanza riscaldata dalla stufa a legna:
« Ciao Cia, questo é l’ultimo dei fornaretti vero?
Fatti vedere, piccolino. Mi hanno detto che frequenti la prima elementare e sai già leggere e scrivere. Sei venuto per vedere il mio presepe? Eccolo lì ».
Mi giro verso il camino, mi avvicino, non lo avevo notato entrando, la stanza è scarsamente illuminata, da fuori questa casa sembra abbandonata.
Pezzi di legna disposti a caso sul fondo, al posto del ceppo fiammeggiante vedo sassi lisci fare corona ad uno spiazzo di cenere. Non vedo le statuine, nessun pastore o pecorella.
Non serve lo specchio per vedere la delusione stampata sul mio volto.
« Aspetta un attimo. Sta suonando il Vespro, la notte è calata possiamo fare luce ».
Marta apre lo sportello della stufa e con la paletta di ferro fucinato raccoglie le braci e le sparge con destrezza sulla cenere.
D’incanto appare la visione:rami e radici formano anfratti, grotte, nicchie, avvallamenti, tre sassi formano le pareti della grotta senza tetto che accoglie l’unico personaggio: una Madonna scura intagliata nel legno.
Chiedo incuriosito:« Ma dove sono i pastori e le pecorelle, l’asino il bue, dov’è San Giuseppe? ».
Lentamente l’anziana signora infila le mani tra i legni e mentre uno alla volta compaiono i personaggi risponde:
« Vengono solo quando è notte, vivono alla macchia perché i soldati li stanno cercando ».
Insisto: « Il bue, l’asino, le pecorelle? ».
Marta continua stravolta: « Saccheggiate, portate via dai tedeschi ».
La zia l’aiuta a sedersi, le accarezza i capelli e la rincuora:
« Calmati, la guerra è finita da anni, non pensarci più ».
La donna continua, ha gli occhi fissi verso un punto oltre la finestra.
« Giuseppe non è più tornato dopo il rastrellamento, non sa neanche del bambino.
Non tornerà più, anche i partigiani non si sono più presentati in questa casa, vogliono dimenticare.
Solo tu Cia, hai condiviso con me l’amore per lui. Tu che lo hai salvato più volte nascondendolo dietro ai sacchi di juta pieni di farina ».
La zia le fa un cenno col capo, guardando verso di me: « Ti prego Marta, c’è il bambino ».
Non capisco cosa stanno dicendo. Il bambino io non lo vedo, non è nella culla. Cerco di mettere a fuoco la scena, come un gatto che guarda nel buio passo in rassegna i personaggi grezzamente intagliati in legno di pino. Li prendo in mano uno alla volta per osservarli meglio. Ognuno ha un dono diverso da portare: un pane, un canestro di frutta, una gallina, dei panni, una brocca.
Marta prosegue: « Li ha fatti tutti lui, il mio Giuseppe, me li consegnò un suo amico quando mi avvisò che non sarebbe più tornato ».
La zia asciuga con il fazzoletto gli occhi dell’amica e poi i suoi e si rivolge a me dicendo:
« Andiamo adesso. Marta è stanca ».
« Aspetta zia, io non lo vedo il bambino ».
Le donne si guardano in viso, noto un cenno di intesa tra loro.
« Il bambino arriva la notte di Natale, lo porterà Libero, mio figlio, che fa il muratore in città. Ha detto che porterà le lucine da mettere nel presepe. Dice che basta collegare l’una all’altra e infilare la spina nella presa della corrente, così non ci sarà più bisogno delle braci e non rischieremo di perdere le statuine di suo padre in una fiammata ».

Sulla strada di casa chiedo alla zia dove sia Giuseppe.
Lei risponde con voce soffocata:
« Trucidato… all’alba del 25 aprile 1945 ».
Per anni non ho compreso cosa volesse dire quella parola della zia.
Ora le due amiche non ci sono più, sono il solo a conoscere il nome del padre di Libero.
Ho capito anche per chi, ogni sera la zia posasse un lumino acceso sulla davanzale della finestra affacciata verso il monte.

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