Blog foto: imagesMassimiliano non parla, non  ci riesce, ha visto la commozione di Stefano,  appoggia la chitarra  sulla sedia, allunga la mano, prende il diario lo apre, punta il dito verso la personcina sull’erba:
“Quel bambino sono io, ti ho aspettato tutta la vita anche quando ho saputo la verità, sempre ho atteso il momento di abbracciare il mio papà sperduto nei cieli della vita. Ora sei qui davanti a me…. ti posso abbracciare?”.

 Un uomo venuto dallo spazio stringe  un  giovane uomo venuto dall’ignoto.

“ Da quanto tempo conosci la mia identità?  Come hai scoperto chi ero , dove  e come vivevo?
Ho la sensazione di averti incontrato più di una volta nell’arco della vita,  sempre  nei momenti difficili per darmi una mano per togliermi dai guai. Il dottor Massimiliano era lo stesso Max che ha salvato i miei figli dalle onde del mare e dall’acqua della piscina non è vero?. Ma come è possibile una combinazione simile? C’è un disegno particolare, un destino …”

“Stefano, come ti posso chiamare….
 papà…..
non è facile pronunciare questa parola, lo desideravo da tempo, mi allenavo, ma ora non sono pronto. Il tempo provvederà a tutto.
Perché non facciamo due passi all’aperto, è ancora una bella giornata, portami su al Castello, la mamma me ne parlava spesso, insieme non ci siete mai andati, andiamo noi due?.
Prendi il diario, continuerai a casa la lettura, basta  emozioni  per oggi,  un po’ di informazioni te le posso dare io. Chiudiamo lo studio, è mio adesso, scusa è nostro, la mamma l’ha lasciato in eredità a tutti e due, ho fatto fare il doppione alle chiavi, così quando vuoi…”.

 Dietro a quella porta si nascondono i ricordi,  per Max sentirseli raccontare  ha un significato, ci si specchia  e rivede la propria storia. I destini dei due sconosciuti         

si  ricollegano in quel momento. 

Si incamminano verso il Cidneo, la collina sulla quale sorge il Castello di Brescia.

 

Il resoconto di Max

“Quando sono diventato più grande, più o meno al tempo della scuola media, ho cominciato a dubitare della storia della mamma sul tuo conto. Possibile  dicevo, nessuna  fotografia, lettera, indirizzo, nessuno a cui chiedere informazioni. Non c’era una missione segreta, nessun giornale parlava dell’astronauta italiano sperduto nello spazio.
La mamma non mi dice la verità.
Mi nasconde qualcosa, era molto evasiva  sull’argomento,  cominciavamo a scontrarci sempre più duramente da parte mia, di fronte al muro di silenzio innalzato capivo che nascondeva qualcosa. Ho pensato di tutto anche le cose peggiori. Lei sempre a dire che un giorno avrei conosciuto la verità,  che era troppo presto,   ero troppo piccolo per comprenderla. Finchè l’ho messa alle strette, a diciassette anni sono scappato di casa un sabato mattina, ho preso il treno e sono andato dallo zio, il generale, il mio padrino, che  mi ha sempre amato ed  è stato molto vicino, ci ha aiutati molto anche se l’esercito lo teneva parecchi chilometri distante dalla nostra casa.

 Ha chiamato subito la mamma  per tranquillizzarla e informarla che sarei stato con lui un paio di giorni, gli ha fatto promettere di dirmi la verità, era il tempo giusto quello, stavo diventando grande, sarei stati in grado di affrontare ed accettare la realtà. Lo zio ha sempre avuto molta stima e fiducia in me.

 Quando sono tornato a casa la mamma mi ha raccontato  la vostra storia segreta, ora la conoscevamo in quattro, noi tre e lo zio. Da subito  ho espresso il desiderio di incontrarti ma lei non voleva assolutamente, me lo ha fatto promettere, giurare, potevamo distruggere o causare complicazioni a te e alla tua giovane famiglia. Questo l’ho capito subito ma era troppa la curiosità il desiderio di vederti.
 A  insaputa della mamma ho sfruttato il vecchio filone   “Pico fermoposta”, con una scusa ti ho chiesto dove passavi le vacanze per un possibile incontro e  conosciuta la destinazione ed il periodo mi sono recato sulla Riviera romagnola, ho contattato il proprietario dell’Hotel, mi sono fatto assumere come cameriere per tutta la stagione.  Con la raccomandazione dello zio è stato facile, naturalmente la mamma era all’oscuro della vera ragione per cui volevo lavorare,  il fratello l’ha convinta dicendo che era giusto farmi provare a guadagnare i soldi per la motocicletta.

Vi ho visti , conosciuti, ho passato la vacanza praticamente con voi, facevo di tutto per starvi vicino, mi sono fatto assegnare il vostro allegrissimo tavolo per servirvi e poi quando ho tirato fuori dalla piscina il piccolo Mario….. non so spiegare la gioia di  tenere tra le braccia il mio fratellino che non mi mollava un minuto,  mi accarezzava e mi diceva quella parola…”

Stefano rompe il silenzio:"Morbido” .

“Si , mooorbidoo!Come ero felice. A metà settembre a casa ho riferito la verità.  La mamma  si è un po’ arrabbiata, avevo giurato ma non mi ero fatto scoprire, si è tranquillizzata ed ha voluto sapere tutto su di te e la tua famiglia. Come si è divertita quando ho raccontato l’avventura della festa alla piscina e delle tue performance, rideva dicendo:
“Lui è così, triste e malinconico, ma quando si lascia andare è divertente,  è irresistibile, una sagoma!”

Nel ’93  Cala Mesquida  a Maiorca è stato  il destino che ci ha fatto incontrare, lì veramente mi ha mandato il cielo per portarvi in salvo fuori dalle onde, ho fatto finta di niente ma  non ce l’avreste fatta da soli. Sono scappato via subito, non so se te ne sei accorto.  Mariolino mi aveva riconosciuto e non avrei saputo dare una spiegazione per quella combinazione di incontri-salvataggi, il pensiero che avrei potuto  perdere  te e  Daniele mi ha messo un malessere tale, un dolore allo stomaco fortissimo, sono arrivato alla Jeep ed ho vomitato. 

Avrei voluto rivelarti la mia identità, ho resistito, ho mantenuto la promessa alla mamma.
“Lascia passare ancora qualche anno, c’e un disegno per tutto, non avere fretta, aspetta che i suoi figli siano adulti. ”

Gli anni sono passati in fretta, il tempo vola per tutti,  l’infarto e la morte  dello zio, la malattia della mamma, l’impegno alla facoltà di medicina, una delusione amorosa, mi hanno coinvolto totalmente.

Il giorno della laurea  non c’era nessuno a farmi le congratulazioni, la mamma stava male in quel periodo, come lo zio soffriva di cuore.  Avrei voluto ci fossi tu a condividere la mia gioia. Ho un ricordo triste di quel giorno. Mai come allora ho sentito il peso della solitudine. Non l’ho fatto pesare alla mamma, era troppo orgogliosa di me, del mio risultato, del premio al mio impegno.

Poi mi sono specializzato in ematologia e nel 2003 ci siamo incontrati di nuovo a Bergamo per la malattia di tua moglie, ricordi? E’ guarita vero? Hai scelto proprio bene, è una cara persona, molto fine, si vedeva il suo amore per la sua famiglia.
Non si può misurare l’amore di una madre.  La mamma, non mi ha fatto mancare niente, ha fatto di tutto perché un giorno tu fossi orgoglioso di me e di come mi aveva cresciuto. Spero di non deluderti.

Forse sto correndo troppo. Ti sto creando dei problemi, non eri preparato per una sorpresa simile ti capisco.
Pensavi di incontrarla vero?

  La mamma non stava bene, una cura rallentava la malattia ma era chiaro che non sarebbe andata avanti ancora per tanti anni. La trovavo spesso intenta a guardare gli schizzi dove aveva catturato e fissato il suo Icaro, non aveva mai più realizzato il quadro per il quale ti aveva ingaggiato, il suo desiderio era quello:
“Prima di andarmene per sempre voglio lasciargli il mio regalo” .
C’era sempre la grande tela sul cavalletto ma non mi lasciava guardare, la copriva  dicendo:
"Sarà una sorpresa per te e per lui”

A maggio dell’anno scorso ha avuto un infarto, capiva di essere arrivata alla fine dei suoi giorni, avrei voluto chiamarti sicuramente era quello il suo maggiore desiderio:
incontrarci  almeno per una volta noi tre,
la sua famiglia.

Una sera, stavamo accanto sul divano nella casa sulle  colline bolognesi, mi fece appoggiare la testa sulle sue ginocchia :
“Stiamo così, ti ricordi quand’eri più piccolo,  ti infilavo  le dita nei capelli  per scioglierne  i nodi  mentre tu mi facevi i resoconto delle tue giornate finchè ti addormentavi ed ogni volta diventavi sempre più pesante da portare nel lettino ed io ti lasciavo dormire sul divano coprendoti con il plaid azzurro e giallo. Non l’hai mai abbandonata la tua copertina !                                                              

Ora sento che i miei giorni vanno a finire, non voglio lasciare questo divano, andrai tu a dormire nel letto, prima di coprirmi con la tua copertina azzurro e gialla promettimi che aspetterai almeno un anno dal  mio ultimo viaggio prima di parlare con tuo padre.            

Gli consegnerai il mio diario e una lettera di presentazione. Ti chiedo una cosa sola. Rispetta ogni sua decisione, ha una famiglia da trent’anni oramai, chissà come è cambiato, se è rimasto nel suo cuore un frammento del nostro incontro,  di questa storia  impressa nella  mia carne e madre della tua vita. Non ti faccio altre raccomandazioni, so quanto vali.” 

Quanto mi ha parlato di te in quei giorni!
Un mattino l’ho trovata addormentata per sempre, sul plaid c’era la lettera che hai letto,  scritta  la notte prima di morire.”

La sera è calata sulla città, i due camminano vicini:
“Ti accompagno alla macchina, poi prendo il treno  e torno a Bologna”

“Quando ci vediamo Massimiliano?
Posso chiamarti Max?”

“Ma certo, chiamami come vuoi, io  ho aspettato tanto questo momento, ma ora non ci riesco a chiamarti papà,  ti chiamo Stefano va bene?”

“Ma certo, comunque io sono il tuo papà, quando sarò a casa parlerò con mia moglie, ai ragazzi non dirò niente, vorrei fossi tu a comunicarlo, mi sembra una bella idea, sono grandi e capiranno, sei d’accordo?”

“Non so, parlane prima con tua moglie poi vedremo, io aspetto e accetto ogni vostra decisione, mi sembra giusto . oltretutto l’ho promesso alla mamma.”

“Sei proprio un figlio giudizioso. Come ci contattiamo?. Dammi il numero di telefono.”

Si scambiano i numeri, il giovane gli dà anche quello del cellulare, il padre non lo usa, dice che non fa parte della sua vita, non vuole essere alle dipendenze della tecnologia comunque lo sa benissimo che al giorno d’oggi non se ne può fare a meno, i suoi due figli ne hanno già cambiati almeno cinque o sei. Robe da pazzi!

Alla macchina nel lungo abbraccio
il calore dell’appartenenza 
passa da un corpo all’altro:

“Hai dimenticato il tuo regalo allo studio. La chitarra. Sapevo che suonavi, anch’io mi diletto alla dodici corde, hai le chiavi dello studio puoi  andare a prenderla quando vuoi. Arrivederci a presto!”.
“Ti chiamo Max, voglio recuperare il tempo perduto nello spazio”

Ingrana la prima, esce dal parcheggio senza guardare allo specchietto retrovisore, per fortuna non passa nessuno, si immette sulla corsia senza azionare la leva della freccia :
“Accendi i fari papà, è buio….

Guida da cani come me!”

Annunci