Blog foto: imagesStefano ha  parcheggiato la Citroen in Via dei Mille, lancia in alto uno sguardo verso l’eroe dei due mondi a cavallo, passa davanti a quello che era una volta il Liberty, vuole fare lo stesso tragitto di allora quando davanti a lui con un poncho variopinto  camminava l’affascinante donna dai capelli ricci e neri raccolti nel foulard di seta verde.

 Nelle vetrine vede la propra immagine riflessa, un ragazzo di cinquant’anni, capelli rasati, baffi e pizzo sul mento quasi bianchi,  occhiali da sole scuri che  coprono  gli  occhi stanchi, la giacca di velluto beige di Daniele suo figlio; adora quella giacca, una camicia azzurra e un paio di jeans stretti in fondo  sui mocassini in pelle scamosciata.

 Piazza Loggia, le stesse pietre, i portici, l’orologio; il tempo si è fermato, in quel luogo sembra tutto come allora. 

 No! Le persone, le facce, sono cambiate. Non è più  solo una festa bresciana, le facce spente degli operai, quelle rubiconde dei montagnini delle valli bresciane scesi in città e quelle dei giovani hippies con i capelli sulle spalle, i nastri  e i fiori nei capelli, i foulards, gli scialli, i cappottoni lunghi e i  roteanti mantelli sono stati sostituite da una popolazione di etnie diverse, facce gialle asiatiche, nere africane, rosse sudamericane, e pallide dell’Europa dell’est,  uno spettacolo  di costumi e colori, pietruzze iridescenti che mutano in un caleidoscopio magico. 

Anche le facciate delle case sono  mutate, rifatte da  ristrutturazioni e recuperi edilizi, i palazzi sono tornati agli antichi splendori, c’è più pulizia,  ma troppe insegne, luci al neon, una pubblicità esagerata.
Vetrine, specchi, vetrine, specchi.
Come  un clown, incapace di ricordare  la  sua faccia,  la polvere del tempo, lentamente da un vetro a uno specchio scivola via come la cipria  sulla salviettina di cotone, via le rughe  e i segni degli anni, i baffi spariscono lasciando una leggera ombra sotto il naso, i capelli si allungano fino alle spalle riprendendo il riflesso ramato, la figura si raddrizza,  petto in alto ,  passo veloce.

Riconosce,  rivede e ricorda ogni piccolo dettaglio,  il cuore aumenta il ritmo, non è la fatica della salita, è la suggestione di quel luogo, passo dopo passo, più si avvicina allo studio i suoi anni scalano. Davanti alla porta chiusa  un diciottenne agitato infila le mani nel vaso di foglie verdi, rovistando come un furetto, sparge attorno al vaso un po’ di terra prima di trovare le chiavi.

 Apre la porta, come se fosse  un giorno di aprile del 1972 :
“Renata, ma si può sapere, dove sei stata? Perché non ti sei più fatta sentire?
Ogni giorno arrivo qui e trovo chiuso, ma…”

Svegliati Stefano, sono passati trentacinque anni!.

Le sue parole, un’eco senza risposta,  rimbalzano per la stanza come una palla elastica lanciata ad una velocità vorticosa, battendo più volte su tutte le parete scemano a poco a poco e cadono lì sulle sedie accanto alla stufa in cotto.
Due chitarre a dodici corde, una nuovissima, tra le corde  sono infilati un plettro e un biglietto con la scritta Major Tom, l’altra è  usata, porta la scritta Ground Control. C’è una lettera aperta appoggiata su un pacchetto, la carta  color creme, la riconosce è la stessa.  Passa oltre, verso la scala in legno.  

“Cosa sto dicendo?
Il tempo  si  è fermato ?
Sei di sopra, sei  al cavalletto?”.
 

Con la  stessa agilità di allora raggiunge il soppalco.
La luce della finestra su Brescia illumina il  vuoto. 

Non c’è.
Non c’è  nessuno.

Blog foto: imagesUna caduta nel vuoto, le ali di cera si sono sciolte, si è avvicinato troppo al sole, la luce lo ha riportato alla realtà. Si avvicina al parapetto e guarda la navata sottostante, comincia ad intuire. Renata è lì in quella lettera sulla sedia accanto alla stufa.
L     e     n     t     a     m     e     n     t     e
scende le scale.
In una  tasca della  sua giacca ci sono i suoi occhiali, apre la custodia blù, li appoggia sul naso, accomoda l’astina sull’orecchio destro, si siede , prende il foglio e lo guarda. La scrittura non è quella dell’appuntamento, è un attento osservatore, quella era una scrittura maschile, questa invece è quella di una donna, la stessa conservata da trent’anni nella copertina del long playing.

  “Caro Stefano, quando leggerai queste parole, io sarò già negli spazi infiniti oltre la vita.  Sono sicura che non mi hai serbato rancore, perdonami per averti lasciato senza nessuna spiegazione, ti ho lasciato fuori a martellare incessantemente alla porta del mio studio, ma il tuo cuore ha battuto dentro il mio tutto questo tempo. Non ti ho mai dimenticato, ogni giorno qualcosa mi portava al pensiero di te. Ti consegno il mio diario, spero troverai il chiarimento  alle tue domande. Ti ho sempre voluto bene.Ti ho scritto più volte in questi anni; infilavo il messaggio nella busta, ma  quando mi trovavo davanti alla cassetta della posta, la mia mano tratteneva la lettera, la rimetteva in borsa, la riportavo a casa e la trascrivevo su questo diario.                                                   

 Il falconiere  lancia il piccione con il messaggio arrotolato sulla zampina, poi toglie il cappuccio dalla testa del falco aggrappato sul  guanto in pelle; il  piccolo e veloce rapace  si alza in volo, si precipita sulla preda e la riporta al padrone.                  

La mia vita è agli sgoccioli, sto mettendo un filo di rossetto sulle labbra arse dalla sete, ora le appoggio sul fondo di questa lettera, un bacio per sempre. Addio,  Renata.”              

Stefano porta il foglio sulla bocca. Le labbra sulle labbra. Un anelito di vita sembra passare nel suo corpo attraverso il foglio, inonda i polmoni e un flusso di sangue riossigenato arriva al cuore. Il  calore si espande e scioglie come il sole d’aprile la neve del ghiacciaio, un filo d’acqua scorre nel solco scuro sotto gli occhi.

La porta è chiusa,
la città  è fuori,
nel silenzio della stanza un fruscio,
scarta il pacchetto,
il suo regalo del Natale ’71 :

       il diario.

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