Il diario di Renata

 Improvvisamente sento che nei miei pensieri per te, c’è una grande nostalgia, una gran voglia di andare via vorrei trovarmi dove vivi tu. 

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Nella prima pagina, la dedica scritta con la calligrafia dello studente innamorato: Improvvisamente sento che nei miei pensieri per te c’è una grande nostalgia, una gran voglia di andare via, vorrei trovarmi dove vivi tu.

Aprile ‘72

Caro Stefano, ti scrivo dall’ospedale di Bologna, dove sto assistendo mio padre; le sue condizioni sono gravi. La visita, le analisi e gli accertamenti hanno confermato la mia preoccupazione. Gli rimane poco tempo, io mi fer-mo qui fino alla fine dei suoi giorni; siamo stati lontani, troppo. Voglio recuperare- anche se è tardi- il nostro rapporto, lui è lucido, ho bisogno di parlargli per fargli sentire il mio affetto.

La permanenza in ospedale coinvolge, anch’io mi sento un po’ strana questi giorni, sto bene non preoccuparti, ma ho deciso di fare alcune analisi, sono a metà della vi-ta e non ho mai fatto un controllo, perciò stamattina mi sono presentata a digiuno per i prelievi, tra qualche gior-no avrò la risposta. Mi manchi.

Mio guardiano dei cieli, sono le due di notte, il papà dor-me, sembra tranquillo, oggi è stato molto male, gli hanno dato dei calmanti, il dolore è passato e abbiamo comin-ciato a parlare, è consolante avere qualcuno che ti sta a sentire e ti comprende. Quante cose ci siamo tenute nas-coste, quante parole non dette, quanto è grande l’amore di un genitore.

Sto combattendo una grande lotta dentro me, il corpo e il cuore, sono dalla tua parte, tifano per te, vorrei spalan-care la finestra e urlare per dirti che sono qui e ti sto as-pettando con impazienza, invece la mente, la ragione mi impone il silenzio, mi dice di mettere fine alla nostra sto-ria, mi accorgo sempre più quanti potrebbero essere i disagi e le difficoltà da superare, prima di tutto anche se non voglio ammetterlo è la nostra differenza d’età. È un match alla pari, starò a veder nei prossimi round cosa succede.

Maggio ‘72

Il caro babbo è venuto a mancare. Ho parlato tanto con lui, prima di morire mi ha affidato sua moglie. La mam-ma è sola, nella casa in collina soffrirebbe troppo, ho deciso di trasferirmi qui con lei, non tornerò a Brescia. Ma non è questo il motivo della decisione che sicura-mente ci farà soffrire entrambi, le analisi hanno confer-mato il mio dubbio: aspetto un bambino.

Una tua gocccia tra milioni ha trovato una conchiglia in me,ha preso dimora ed sta diventando una perla.

Hai capito bene, un bambino!. Non ero io l’incapace, la sterile come voleva farmi credere mio marito, era suo il problema. La vita che porto in me è frutto del nostro amore, è tuo il bambino che darò alla luce a novembre. Immagino tu possa comprendere la mia gioia.

La mia felicità ti esclude, è grave non condividere la gioia di una nascita con la persona coartefice di essa. Non so come dirtelo, ma ho deciso di lasciarti fuori, sei responsabile e generoso ma hai solo diciotto anni

Ti lascio al buio, sarai l’astronauta che non trova la via del ritorno, il papà sperduto nello spazio, staremo ad aspettarti tutta la vita finchè un giorno ci incontreremo tutti e tre. Le difficoltà ci renderanno forti, il dolore ci renderà umani, la speranza ci renderà felici un giorno.

Con mio marito è finita, ho chiuso, ormai il nostro rap-porto era spento da anni, la convivenza era diventata sempre più pesante soprattutto da quando sei entrato tu nella mia vita.

Ti ha riconosciuto, me lo ha confermato, ho mentito quando gli ho assicurato che tra noi c’era solo un rap-porto di lavoro, l’ho fatto per salvaguardare la tua car-riera scolastica, non voglio si vendichi su di te. La mia decisione di fermarmi a Bologna e quindi di non rive-derti più forse lo ha convinto, lo spero.

Non sa niente del mio stato e sinceramente non ho nes-suna voglia di comunicarglielo, lui non c’entra nè con questo nè col resto della mia vita ormai. Gli ho detto di darmi il tempo per riflettere; troverà una scusa per giu-stificare ai conoscenti la mia assenza, la motivazione del-la mamma è più che valida. Di sicuro non verrà a Bolo-gna, non si è fatto vedere neanche ai funerali del papà, avrebbe una bella faccia tosta. Mio fratello l’ha chiamato la sera del funerale, gli ha dato una lavata di capo e lo ha liquidato dicendogli che si doveva vergognare, nessuna scusa giustifica la sua assenza, non lo ha mai potuto sopportare, e gli ha intimato di non farsi più vedere. Quando nasce il bambino chiedo la separazione.

È commovente come il mio fratello ha accolto la notizia della mia gravidanza, avevo bisogno di confidarlo a qual-cuno, e in questa circostanza siamo stati tanto vicini, ab-biamo parlato a lungo della nostra vita, della sua e mia solitudine che ora sarà riempita da questa nuova presen-za; questo piccolo seme sparso da te ha messo radici nel-la mia terra fertile, l’ho accolto con gioia e lo farò ger-mogliare e crescere sempre più in alto per fargli cogliere tutta la luce del sole.

Luglio ’72.

Il bambino è una radice che si muove, la tua anima nas-costa nel mio corpo sta intrecciando le sue ossa una ac-canto all’altra, il tuo sangue scorre con il mio e mi tra-scina nella corsa.

Il bambino; parlo sempre come fossi certa che sarà un maschio, quando penso a lui non posso far altro che pensare a te, e quando lo guarderò, lo toccherò, lo bace-rò, sarà come guardare, toccare e baciare te. Così divisi, così uniti.

1 novembre 1972, il giorno dei Santi

È nato Massimiliano. Stefano sei diventato papà. Nostro figlio è arrivato con qualche settimana di anticipo, sano e forte e bello come te. La mia gioia la posso condividere solo sulle pagine di questo diario. Vorrei tu fossi qui a stringerlo tra le braccia. Lo amerò, lo curerò, lo crescerò per tutti e due, farò di tutto perché un giorno tu sia or-goglioso di lui. So già quando sarà quel giorno, ma ora non ci voglio pensare, ho troppo da fare. Sicuramente la lontananza e il tempo faranno svanire nei tuoi pensieri il ricordo di me, tu hai una vita davanti, una vita normale e ti auguro di trovare la persona che ti aiuterà a percorrer-la fino in fondo, ma ti assicuro qui ci sarà sempre un cuore fedele, ti terrò stretto, niente andrà perso dei nostri giorni insieme, nessun istante, nessun sospiro.

Mio fratello, il colonnello, sarà il padrino, si è impegnato ad assumersi tutte le responsabilità per il mantenimento e l’educazione del nipotino, alla mia richiesta di trovarmi un lavoro si è opposto dicendo che provvederà lui a tut-to il necessario. Ho accettato anche perchè devo occu-parmi della mamma che dopo la morte del papà è crolla-ta. Per ora andiamo avanti così, non abbandonerò la mia professione, col tempo riprenderò la mia passione, i miei disegni, i miei colori.

ha messo il primo dentino

mi ha chiamato mamma per la prima volta

ha fatto i primi passi

ha la febbre

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La prima domenica di ottobre 2007


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La prima domenica di ottobre,dopo aver parcheggiato la Dyane 6 in via dei Mille, Stefano manda un saluto all’e-roe dei due mondi a cavallo, passa davanti al negozio che era una volta il Liberty, ripete lo stesso tragitto di allora, quando davanti a lui camminava l’affascinante donna dai capelli ricci e neri raccolti nel foulard di seta verde.

Nelle vetrine del corso i suoi occhi stanchi mascherati da un paio di occhiali a lenti scure osservano l’immagine riflessa del cinquantenne dai capelli rasati, baffi e pizzet-to quasi bianchi, che indossa la giacca di velluto beige del figlio Daniele, una camicia azzurra, jeans a tubo e mocassini in pelle scamosciata.

Piazza Loggia si presenta come era anni prima: il lastri-cato, i portici, l’orologio. Il tempo sembra essersi ferma-to. Invece si è reso conto dal quando è sceso dalla mac-china che quel mondo è cambiato; le persone che incro-cia sono diverse, non è più una festa bresciana: le facce spente degli operai, quelle rubiconde dei montanari ca-muni, quelle dipinte a fiori dei giovani hippies dai ca-pelli lunghi, i nastri, i foulards, gli scialli, i cappotti lun-ghi e i roteanti mantelli hanno lasciato il posto a una es-plosione di etnie diverse con facce gialle, nere, rosse e bianche, uno spettacolo di costumi, colori e odori.

La facciata delle case è cambiata, molti edifici sono stati ristrutturati, i palazzi ritornano agli antichi splendori, c’è più pulizia e troppa pubblicità, troppe le insegne, le luci al neon, le vetrine, gli specchi. Lentamente da un vetro a uno specchio la polvere del tempo scivola via come la cipria sul batuffolo di cotone di un clown incapace di ricordare la propria faccia, via le rughe e i segni degli anni, i baffi spariscono lasciando una leggera ombra sot-to il naso, i capelli si allungano fino alle spalle ripren-dendo il riflesso ramato, riappare la figura agile e svelta del ragazzo che tanti anni prima camminava nelle vie della città. L’inesorabile stillicidio dei granelli di sabbia nella clessidra del tempo non ha coperto la strada, i passi della nostalgia ricalcano le impronte, riconosce ogni piccolo dettaglio, il cuore aumenta il battito, non è la fatica della salita ma la suggestione di quei luoghi.

Da una finestra aperta si diffonde la musica di una radio, la melodia calda e morbida lo prende per mano, lo tra-scina e incoraggia, lo smuove e ridesta, passo dopo passo i suoi anni scalano come se fosse solo ieri l’ultima volta che ha percorso la distanza che lo separa da lei e davanti alla porta chiusa si ritrova diciottenne; infila le mani nel vaso, rovistando tra le foglie verdi sparge un po’ di terra prima di trovare le chiavi, apre la porta con la stessa agitazione di un giorno di aprile del ’72 e chiama ad alta voce: «Renata, si può sapere dove sei stata, perché non ti sei più fatta sentire. Ogni giorno arrivo qui e trovo chiuso».

Un’eco senza risposta; le domande rimaste sospese per trentacinque anni rimbalzano per la stanza come palle elastiche lanciate a velocità vorticosa e battendo più volte sulle pareti scemano a poco a poco e si fermano alla vista di due chitarre poste sulle sedie accanto alla stufa in cotto.Tra le corde metalliche di quella nuova so-no infilati un plettro e un biglietto con la scritta Major Tom, l’altra è usata, porta la scritta Ground Control. C’è una lettera con la carta color creme appoggiata su un pacchetto,la riconosce è identica a quella che ha ricevu-to qualche giorno prima. Passa oltre fino alla scala in le-gno. Quattro salti e raggiunge il soppalco illuminato dal-la luce della finestra.

Non c’è nessuno. Una caduta nel vuoto, le ali di cera si sciolgono, si è avvicinato troppo al sole, la luce lo ha ri-portato alla realtà. Si avvicina al parapetto, guarda la na-vata sottostante, comincia ad intuire, Renata è lì in quel-la lettera sulla sedia accanto alla stufa. Scende le scale.

In una tasca della sua giacca ci sono i suoi occhiali, ap-re la custodia, li appoggia sul naso, aggiusta l’astina sul-l’orecchio destro, si siede, prende il foglio dalla busta, è un attento osservatore, la scrittura non è la stessa che lo informava dell’appuntamento, la calligrafia è identica a quella conservata nella copertina del disco. Legge: “Caro Stefano, quando leggerai queste parole, io sarò già negli spazi infiniti oltre la vita. Sono sicura che non mi hai serbato rancore, perdonami per averti lasciato senza nessuna spiegazione, ti ho chiuso fuori a bussare inces-santemente alla porta del mio studio, ma il tuo cuore ha pulsato dentro il mio tutto questo tempo, non ti ho mai dimenticato, ogni giorno qualcosa ha reso vivo e pre-sente il ricordo di te. Pensavo che bastasse andare via per farti scomparire dal fuoco dei miei occhi, ma non è stato così. Non ho mai smesso di volerti bene. Questo è il mio diario, troverai le risposte alle tue do-mande. Ti ho scritto più volte in questi anni ma quando mi trovavo davanti alla cassetta della posta la mia mano tratteneva la lettera, la rimetteva in borsa, la riportavo a casa e la trascrivevo su queste pagine. Il falconiere lancia il piccione con il messaggio arrotolato sulla zam-pina, ma poi temendo che le sue parole possano far ma-le o essere di ostacolo alla vita del destinatario dopo aver tolto il cappuccio dalla testa del falco aggrappato al suo guanto in pelle lo lancia in volo, e il piccolo rapace pre-cipitando in picchiata sulla preda la ghermisce e la ri-porta al padrone che recupera la sua missiva

La mia vita è agli sgoccioli, ho messo un filo di rossetto sulle labbra per lasciare sul fondo di questa lettera un bacio per te, per sempre. Addio, Renata”.

Stefano porta il foglio sulla bocca, le labbra sulle labbra,

attraverso il foglio un anelito di vita passa nel suo corpo inondando i polmoni e un flusso di sangue riossigenato arriva al cuore, si espande, un filo d’acqua scorre nel sol-co sotto gli occhi. La porta chiusa isola lo studio, la città è rimasta fuori, Stefano scarta il pacchetto, ritrova il suo regalo del Natale ’71. Il diario di Renata

Trent’anni dopo. Una lettera

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2007

Neli è guarita, gli anni della malattia sono stati un ap-prendistato nell’arte della vita e dello spirito, è stata una lezione importante per imparare a trarre profitto dal do-lore e trasformarlo in gioia, questa esperienza l’ha arric-chita della forza interiore che sta trasmettendo alle per-sone che vivono con lei.

Stefano lavora ancora col fratello, anche i suoi figli di-ventati maggiorenni lavorano. Il padre e la madre sono sempre stati accanto ai ragazzi nei momenti gioiosi e nei momenti difficili cercando di aiutarli a crescere evitando gli errori commessi da loro stessi per inesperienza. Il fi-glio più giovane, Mario da qualche anno ha abbandona-to il tetto paterno, gli stava un po’ stretta, quella casa, è andato a vivere da solo. Nell’adolescenza ha fatto fatica a cogliere la vicinanza dei genitori come un bene, spesso si è sentito oppresso perciò ha cercato la libertà lontano pur rimanendo sempre in contatto con la famiglia. Quando sono piccoli i figli amano i genitori, crescendo imparano a conoscere i loro difetti, cominciano a giudi-carli e difficilmente comprendono e perdonano i loro er-rori. Un figlio dovrebbe abitare la casa dei genitori come un estraneo avventuroso e felice, spesso i genitori non riescono a capire quanto annoiano i figli.

Stefano fatica a varcare la soglia della cameretta, il letti-no di fronte a quello di Daniele è vuoto, un nodo gli stringe la gola quando guarda sulle pareti gialle la foto-grafia del suo piccolo con la Ferrari rossa tra le mani, il poster calendario del ’88 che lo ritrae con i compagni della scuola materna, i giocattoli sulla mensola, gli orsac-chiotti di peluche che la mamma non ha ancora spostato dal copriletto. Ha preso il volo, l’aquilotto inesperto, è caduto più volte, deve farsi le ali, è difficile planare negli spazi infiniti, lanciarsi dalle balze impervie, sfruttare le correnti ascensionali, non dorme più nello stesso nido, ma le due aquile vigilano sempre su lui, non mollano, non lo lasciano solo.

Tra i genitori e il figlio lontano c’è una comunione d’a-more implicita che essi alimentano ogni giorno senza desistere, senza chiedere di essere ricambiati. La forza dell’amore è tale che alla fine raggiunge la persona che non voleva essere amata, infatti i genitori si accontenta-no che quel figlio difficile rimanga appartato, in disparte dalla loro casa, ma sempre sotto il loro alone d’amore.

La discrezione è uno dei modi più difficili di amare. Molte volte vorrebbero urlare, piangere, non lo costrin-gono al ritorno ma neppure lo dimenticano e lo aspetta-no ogni sera .Un uomo percorre tutte le strade del mon-do per trovare ciò che gli manca; lontano dai suoi, Mario sperimenta la miseria, la falsità, l’aggressione del mondo al di fuori delle le pareti domestiche, comincia ad accor-gersi quanto può contare sui suoi “amici” e quali sono i veri amici, perché dietro le loro maschere ci sono facce senza occhi ne orecchi. Ha imparato una grande lezione, e quando si rende conto di aver sbagliato domanda per-dono. “Non stancatevi mai di insegnarmi, di riprendermi quando sbaglio, lo so, le mie reazioni sono dure, di fron-te ai vostri consigli spesso me la prendo, mi arrabbio, sbatto le porte, ma ho ancora tanto bisogno di voi”.

Daniele vive molto più semplicemente, è innamorato, tranquillo, se ne sta, come sempre in disparte, ma nel momento del bisogno non si tira indietro, è allegro e dà serenità, è un uomo ormai. Il lettino vuoto gli ha dato una grande lezione “Quando fai un errore non pensarci troppo, fattene una ragione nella tua mente e guarda avanti.Gli errori sono lezioni di vita. Il passato non può essere cambiato, il futuro è nella nostra mani”.

Settembre 2007

Una busta nella cassetta della posta attira l’attenzione di Stefano, riconosce la carta, la stessa del regalo di Natale a Renata molti anni prima. Un tuffo al cuore, da tanto non pensa a lei, il tempo ha ricucito e asciugato la ferita, il ricordo non fa male, ha goduto di tanto amore in que-sti anni con Neli.

Non c’è il mittente, esita ad aprire la busta “Si ricorda ancora di me, in qualche posto esiste ancora”.

Lentamente dispiega la lettera, non conosce la scrittura, in effetti ora ricorda di non averla mai vista scrivere, non possiede nessun biglietto, indirizzo o pensiero scritto dalle mani del suo primo grande amore. No. Si sbaglia, uno scritto lo deve avere da qualche parte; cerca tra i suoi vecchi dischi, infila la mano nella copertina del LP di Stravinsky, il biglietto c’è ancora, confronta, la calli-grafia non è la stessa, legge le parole con attenzione.

Ti aspetto allo studio, domenica pomeriggio alle tre, en-tra senza bussare, la chiave è nel vaso di aspidistra ac-canto alla porta, ti prego non mancare, sarò lì per te”.

Mostra la lettera alla moglie che osserva: «Non dice mol-to, ne sai quanto prima, vai all’appuntamento domenica, avrai tutte le risposte alle domande rimaste in sospeso». «Vorrei tu partecipassi all’incontro accanto a me Neli». «Mi piacerebbe conoscerla ma non è una buona idea, vai da solo, chiarirai tutto e poi si vedrà, mi fido di te e di lei, non siete più bambini, se aveva una ventina d’anni più di te, ora ne avrà più di settanta. La riconoscerai an-cora? Ti riconoscerà? Sei cambiato parecchio, quando ti ha conosciuto eri un ragazzo» .

«Hai ragione, non ci avevo pensato, il ricordo di come e-ra allora è fisso nella mia mente, il tempo lascia il segno, se mi guardo nello specchio fatico a riconoscermi».

I giorni che precedono l’incontro una serie di pensieri, congetture, proiezioni affollano la sua mente; non è agi-tato, mano a mano che si approssima la domenica au-menta sempre più in lui il desiderio di vederla, di intrat-tenersi con lei, di sapere tante cose, una più di tutte:

Perché tutto questo silenzio, perché è sparita senza dire una parola”.

2007

Neli è guarita, gli anni della malattia sono stati un ap-prendistato nell’arte della vita e dello spirito, è stata una lezione importante per imparare a trarre profitto dal do-lore e trasformarlo in gioia, questa esperienza l’ha arric-chita della forza interiore che sta trasmettendo alle per-sone che vivono con lei.

Stefano lavora ancora col fratello, anche i suoi figli di-ventati maggiorenni lavorano. Il padre e la madre sono sempre stati accanto ai ragazzi nei momenti gioiosi e nei momenti difficili cercando di aiutarli a crescere evitando gli errori commessi da loro stessi per inesperienza. Il fi-glio più giovane, Mario da qualche anno ha abbandona-to il tetto paterno, gli stava un po’ stretta, quella casa, è andato a vivere da solo. Nell’adolescenza ha fatto fatica a cogliere la vicinanza dei genitori come un bene, spesso si è sentito oppresso perciò ha cercato la libertà lontano pur rimanendo sempre in contatto con la famiglia. Quando sono piccoli i figli amano i genitori, crescendo imparano a conoscere i loro difetti, cominciano a giudi-carli e difficilmente comprendono e perdonano i loro er-rori. Un figlio dovrebbe abitare la casa dei genitori come un estraneo avventuroso e felice, spesso i genitori non riescono a capire quanto annoiano i figli.

Stefano fatica a varcare la soglia della cameretta, il letti-no di fronte a quello di Daniele è vuoto, un nodo gli stringe la gola quando guarda sulle pareti gialle la foto-grafia del suo piccolo con la Ferrari rossa tra le mani, il poster calendario del ’88 che lo ritrae con i compagni della scuola materna, i giocattoli sulla mensola, gli orsac-chiotti di peluche che la mamma non ha ancora spostato dal copriletto. Ha preso il volo, l’aquilotto inesperto, è caduto più volte, deve farsi le ali, è difficile planare negli spazi infiniti, lanciarsi dalle balze impervie, sfruttare le correnti ascensionali, non dorme più nello stesso nido, ma le due aquile vigilano sempre su lui, non mollano, non lo lasciano solo.

Tra i genitori e il figlio lontano c’è una comunione d’a-more implicita che essi alimentano ogni giorno senza desistere, senza chiedere di essere ricambiati. La forza dell’amore è tale che alla fine raggiunge la persona che non voleva essere amata, infatti i genitori si accontenta-no che quel figlio difficile rimanga appartato, in disparte dalla loro casa, ma sempre sotto il loro alone d’amore.

La discrezione è uno dei modi più difficili di amare. Molte volte vorrebbero urlare, piangere, non lo costrin-gono al ritorno ma neppure lo dimenticano e lo aspetta-no ogni sera .Un uomo percorre tutte le strade del mon-do per trovare ciò che gli manca; lontano dai suoi, Mario sperimenta la miseria, la falsità, l’aggressione del mondo al di fuori delle le pareti domestiche, comincia ad accor-gersi quanto può contare sui suoi “amici” e quali sono i veri amici, perché dietro le loro maschere ci sono facce senza occhi ne orecchi. Ha imparato una grande lezione, e quando si rende conto di aver sbagliato domanda per-dono. “Non stancatevi mai di insegnarmi, di riprendermi quando sbaglio, lo so, le mie reazioni sono dure, di fron-te ai vostri consigli spesso me la prendo, mi arrabbio, sbatto le porte, ma ho ancora tanto bisogno di voi”.

Daniele vive molto più semplicemente, è innamorato, tranquillo, se ne sta, come sempre in disparte, ma nel momento del bisogno non si tira indietro, è allegro e dà serenità, è un uomo ormai. Il lettino vuoto gli ha dato una grande lezione “Quando fai un errore non pensarci troppo, fattene una ragione nella tua mente e guarda avanti.Gli errori sono lezioni di vita. Il passato non può essere cambiato, il futuro è nella nostra mani”.

Settembre 2007

Una busta nella cassetta della posta attira l’attenzione di Stefano, riconosce la carta, la stessa del regalo di Natale a Renata molti anni prima. Un tuffo al cuore, da tanto non pensa a lei, il tempo ha ricucito e asciugato la ferita, il ricordo non fa male, ha goduto di tanto amore in que-sti anni con Neli.

Non c’è il mittente, esita ad aprire la busta “Si ricorda ancora di me, in qualche posto esiste ancora”.

Lentamente dispiega la lettera, non conosce la scrittura, in effetti ora ricorda di non averla mai vista scrivere, non possiede nessun biglietto, indirizzo o pensiero scritto dalle mani del suo primo grande amore. No. Si sbaglia, uno scritto lo deve avere da qualche parte; cerca tra i suoi vecchi dischi, infila la mano nella copertina del LP di Stravinsky, il biglietto c’è ancora, confronta, la calli-grafia non è la stessa, legge le parole con attenzione.

Ti aspetto allo studio, domenica pomeriggio alle tre, en-tra senza bussare, la chiave è nel vaso di aspidistra ac-canto alla porta, ti prego non mancare, sarò lì per te”.

Mostra la lettera alla moglie che osserva: «Non dice mol-to, ne sai quanto prima, vai all’appuntamento domenica, avrai tutte le risposte alle domande rimaste in sospeso». «Vorrei tu partecipassi all’incontro accanto a me Neli». «Mi piacerebbe conoscerla ma non è una buona idea, vai da solo, chiarirai tutto e poi si vedrà, mi fido di te e di lei, non siete più bambini, se aveva una ventina d’anni più di te, ora ne avrà più di settanta. La riconoscerai an-cora? Ti riconoscerà? Sei cambiato parecchio, quando ti ha conosciuto eri un ragazzo» .

«Hai ragione, non ci avevo pensato, il ricordo di come e-ra allora è fisso nella mia mente, il tempo lascia il segno, se mi guardo nello specchio fatico a riconoscermi».

I giorni che precedono l’incontro una serie di pensieri, congetture, proiezioni affollano la sua mente; non è agi-tato, mano a mano che si approssima la domenica au-menta sempre più in lui il desiderio di vederla, di intrat-tenersi con lei, di sapere tante cose, una più di tutte:

Perché tutto questo silenzio, perché è sparita senza dire una parola”.

“Perché tutto questo silenzio, perché  è  sparita senza una parola,  una briciola per segnalare a Pollicino la strada giusta per arrivare a lei  .”

ottobre 1973

Ottobre 1973

Un uomo di una cinquantina d’anni apre la porta dello studio di Renata; prima di arrivare a Bologna dove vive la sorella è passato a Brescia come le aveva promesso, per ritirare il materiale elencato sul foglio che ha tra le mani. Sul soppalco la luce della finestra illumina il le-gno vuoto del cavalletto, c’è un pacco di fogli in ordine sul tavolino rettangolare, sfoglia e guarda con interesse e curiosità i disegni di volti e corpi. il soggetto raffigurato è sempre lo stesso: un essere del cielo, forse un angelo. In fondo ad ogni disegno è riportata una data, sono in ordine cronologico, novembre 71, marzo 72, mano a ma-no che scorrono i giorni, le immagini e i segni diradano, sembra vogliano sparire, dileguarsi, evaporare nell’aria. “Sono tanti, ha dedicato molto tempo a questo sogget-to, non riesco a capire se sono il ritratto di una persona reale o frutto dell’immaginazione. Una bellezza interiore sprigiona in questi lineamenti, non riesco a capire chi vuole rappresentare, chiederò a lei, intanto raccolgo tut-to e glielo porto a casa”.

Sul treno per Bologna osserva il paesaggio che scorre veloce fuori dal finestrino; nel cielo sulla pianura pada-na le nubi che si allungano come ali d’angelo assumono nella sua immaginazione le forme della figura disegnata sui fogli che porta con sè; le inquadra una dopo l’altra, le mette in fila, le schiera come soldati in adunata: lui è abituato in questo, da poco stato nominato colonnello comandante del 5° reggimento alpini.

Giugno 1974

Il furiere della 110 °Compagnia consegna una lettera al-l’alpino Stefano, sul retro c’è l’indirizzo del mittente: Mario di Bologna. Un ragazzo della sua età, studente li-ceale al quarto anno, si sono contattati attraverso le pagi-ne della rivista musicale Ciao 2001, è un’amicizia di carta che si consolida sempre più con lo scambio di testi delle canzoni, di opinioni sulle bands o cantautori, dischi da acquistare, concordano in fatto di gusti perciò si fidano su quanto uno consiglia all’altro. Si raccontano la loro vita di tutti i giorni senza andare troppo in profondità nelle confidenze.

Ciao Stefano, ti ringrazio per i testi di Shawn Phillips e di Crosby, avevi ragione, continuo a farli girare sullo ste-reo, ti mando i testi di “ Happy Sad” del grande Tim Buc-kley, quelli di “Blue Afternoon” non li ho ancora recupe-rati, anche se qui a Bologna è più facile trovare materiale che da voi, perciò continua a sperare. Scrivimi cosa pen-si di Frank Zappa,e dei Soft Machine. Nel tuo elenco ve-do che hai i testi di “H to He” dei Van der Graaf Genera-tor, la prossima volta mandami quelli. Grazie ti saluto, ho poco tempo e un sacco di studio in arretrato. Pico”.

Mario deve questo soprannome alla sua memoria, suona le tastiere in un piccolo gruppo bolognese che accompa-gna spesso spettacoli teatrali di avanguardia.

Rimarranno in contatto intenso per tutto il periodo di servizio militare, dopo il congedo la corrispondenza di-rada e Stefano lo informa del primo lavoro come re-sponsabile della produzione in una fonderia artistica,

del matrimonio con Neli nel ’78 e della nascita dei figli DanieleDaniele nel’80 e Mario nel ’84, e del suo ritorno nella forneria del padre e del fratello.

cerniera tra la prima e seconda parte del racconto

Ottobre 1973

Un uomo  apre la porta dello studio; prima di arrivare a Bologna dove vive la sorella è  passato a Brescia come le aveva promesso,  per ritirare il  materiale elencato sul foglio dettatogli al telefono.

Una grande nostalgia per quello stanzone, sale al soppalco; la luce della finestra illumina l’asse vuota sul cavalletto, un pacco di fogli in ordine sul tavolino rettangolare, li guarda incuriosito, uno dopo l’altro. Ritratti di  volti e corpi, sempre lo stesso soggetto,  sembra un angelo, in fondo ad ogni disegno è riportata una data, in ordine cronologico dal novembre 71 a  marzo 72, mano a mano che scorrono i giorni le immagini  e i segni diradano, sembra vogliano sparire, dileguarsi, evaporare nell’aria.

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“Sono tanti, quanto tempo ha dedicato a questo soggetto?                                                   
E’ reale la persona raffigurata o è  il frutto dell’immaginazione di mia sorella?                  
Una bellezza interna sprigiona in questi lineamenti, chissà cosa vuole rappresentare? Ricomincerà a dedicarsi alla pittura?               
Lo spero tanto per lei, intanto raccolgo tutto e glielo porto a casa.”.                                        

Sulla strada per Bologna  quasi non vede il paesaggio che scorre veloce al finestrino della vettura, nel cielo sulla  pianura padana le nubi si allungano come ali d’angelo, simili alle figure disegnate sulla carta, le afferra con la mente  mentre si allungano e svaniscono, le incasella una ad una, le mette in fila, una dietro l’altra come i soldati  in adunata, i suoi alpini.

Ha un nuovo incarico, ora è il colonnello comandante del 5° reggimento alpini.

Giugno 1974, Pennes, campo scuola tiri per mortaisti.

C’è una lettera per Stefano, una busta d’ufficio, la gira, legge l’indirizzo del mittente:
è Mario di Bologna.
Un ragazzo della sua età, studente liceale al quarto anno, si sono contattati attraverso le pagine della rivista musicale Ciao 2001, è un’amicizia di carta che si consolida sempre più con lo scambio di testi  degli albums, di opinioni sulle bands, i solisti, i cantautori, consigli sui dischi da acquistare, concordano in fatto di gusti perciò si fidano  su quanto uno consiglia all’altro.

Parlano della loro vita di tutti i giorni,  le confidenze non vanno troppo in profondità. 

“ Ciao Stefano, ti ringrazio per i testi di Shawn Phillips e di Crosby, avevi ragione , continuo a farli girare sullo stereo, ti mando i testi di “ Happy Sad” del grande Tim Buckley, quelli di “Blue Afternoon” non li ho ancora recuperati, ma lo sai qui a Bologna è moto più facile che da voi, perciò continua a sperare,  anche a  me piace molto . Cosa ne pensi di Frank Zappa, e dei Soft Machine?      

Aspetto la tua opinione, nel tuo elenco vedo che hai i testi di “H to He”  dei Van der Graaf Generator, la prossima volta mandami quelli. Grazie ti saluto, ho poco tempo e un sacco di studio in arretrato. Pico.”                                   

Pico, lo chiamano così gli amici per la sua memoria, suona le tastiere in un piccolo gruppo bolognese, accompagnano spettacoli teatrali di avanguardia.

Rimarranno in contatto per alcuni anni, soprattutto nel periodo della naia di Stefano.

La produzione artistica di Stefano è stata scarsa, dopo la naia ha incominciato a lavorare, cinque anni in fonderie artistiche e poi nella forneria del padre e del fratello.
Comunque è orgoglioso dei suoi tre capolavori,  il primo Neli sposata nel ’78, con la quale ha dato vita a due splendide opere:
Daniele nell’80
e Mario ’84.