Il diario di Renata

 

 Improvvisamente sento che nei miei pensieri per te, c’è una grande nostalgia, una gran voglia di andare via vorrei trovarmi dove vivi tu. 

 

Blog foto: imagesAprile ‘72

Caro Stefano, ti scrivo dall’ospedale di Bologna, mio padre è in  condizioni  gravi; mia madre non se ne  era quasi  accorta; quando l’ho visto lunedì ho  deciso di farlo ricoverare. La prima visita, le analisi e gli accertamenti hanno confermato la mia impressione: gli rimane poco tempo,  io mi fermo qui fino alla fine dei suoi giorni. Siamo stati lontani, troppo! Voglio riallacciare, anche se tardi, i nostri rapporti; è lucido, ho bisogno di parlare con lui, di fargli sentire il mio affetto.

La permanenza  in ospedale  coinvolge,   mi sento un po’ strana questi giorni, sto bene non preoccuparti, ma ho deciso di fare alcune analisi, sono a metà della vita  e non ho mai fatto nessun controllo, stamattina mi sono presentata a digiuno ed ho fatto tutti i prelievi, tra qualche giorno avrò  la risposta.  
Mi manchi! 

 

 Mio guardiano dei cieli, sono le due di notte, il papà dorme, sembra tranquillo, oggi è stato molto male, gli hanno dato dei calmanti, il dolore è passato e  abbiamo cominciato a parlare.

Quante cose ci siamo tenute nascoste in ventanni, è consolante avere qualcuno che ti sta a sentire e ti comprende. 

Quanto è grande l’amore di un genitore per il figlio.

Sto combattendo una grande lotta, il cuore, è dalla tua parte, tifa per te, batte per te,vorrebbe farmi spalancare la finestra e urlare fino a che mi senti:
“ Stefano sono qui,
ti sto aspettando”.

La mente, la ragione invece mi impone il silenzio, mi dice di mettere fine alla nostra storia, mi accorgo sempre più quanti potrebbero essere  i disagi  e le difficoltà da superare,  prima di tutto anche se non  voglio  ammetterlo è la nostra differenza d’età. E’ un match alla pari, stiamo a veder i prossimi round!

 

Maggio ‘72

Il caro babbo è venuto a mancare.  Ho parlato tanto con lui prima della sua dipartita, mi ha affidato sua moglie, la mamma,  sola  in questa casa in collina soffrirebbe troppo, mi trasferisco qui con lei,  non tornerò a Brescia, vivrò a Bologna.

 Ma non è questo il motivo  della decisione che  ci farà soffrire: le analisi hanno confermato il mio dubbio:
 aspetto un bambino!

Hai capito bene, un bambino, non ero io “l’incapace”, come voleva farmi credere mio marito,  era suo il problema!  Ti è chiaro! La vita che porto in me è frutto del nostro amore, è tuo il  bambino che darò alla luce a novembre.
Riesci a pensare alla mia gioia!
Devo ammettere ed è vergognoso, la mia felicità ti esclude, è da egoisti al massimo grado non condividere la gioia di una nascita con  la persona coartefice di essa. Non so come dirtelo ma ho deciso di lasciarti fuori, per un solo  motivo, non caricarti di una responsabilità tanto pesante per un diciottenne anche se responsabile e generoso.

Ti lascio al buio, sarai l’astronauta che non trova la via del ritorno, il papà sperduto nello spazio, staremo ad aspettarti tutta la vita finchè un giorno ci incontreremo.

Con mio marito è finita. Chiuso! Il nostro rapporto era già spento da anni, la convivenza sempre più pesante, soprattutto da quando sei arrivato tu.

Ti ha riconosciuto quella sera, me lo ha confermato, ho mentito quando gli ho assicurato che tra noi c’era solo un rapporto di lavoro, l’ho fatto per salvaguardare il tuo  iter  scolastico, non voglio si vendichi su di te. La mia decisione di fermarmi a Bologna e quindi di non rivederti più forse lo ha convinto, lo spero  e comunque  lui è l'ultimo dei miei problemi.

Non sa niente del mio stato e sinceramente non ho nessuna voglia di comunicarglielo, lui non c’entra nè con questo né col resto della mia vita ormai. Gli ho detto di darmi il tempo per riflettere, di trovare una scusa per gli amici, la motivazione della mamma è più che valida, sicuramente non verrà  mai a Bologna, non si è fatto vedere neanche ai funerali del papà. Avrebbe una bella faccia tosta! Mio fratello l’ha chiamato la sera del funerale, gli ha dato una  lavata di capo e lo ha liquidato così:
– Vergognati! Non c’è nessuna scusa per la tua  assenza, non farti più vedere-.
Non lo ha mai potuto sopportare. Quando  nasce il bambino chiedo la separazione.

E’ commovente come il mio fratellone ha appreso la notizia della mia gravidanza, il mio segreto. Avevo bisogno di confidarlo a qualcuno e in questa circostanza siamo stati tanto vicini, abbiamo parlato a lungo della nostra vita, della sua e mia solitudine che ora sarà riempita da questa nuova presenza, da questo piccolo seme sparso da te, accolto dalla mia terra fertile  lo farò germogliare e crescere sempre più in alto per cogliere tutta la luce del sole.

Il bambino, il bambino, parlo sempre come  fossi certa che sarà un maschio, quando penso a lui non posso far altro che pensare a te e quando lo guarderò, lo toccherò, lo bacerò sarà come guardare, toccare e baciare te.
Così divisi, così uniti.

 

1 novembre 1972, il giorno dei Santi

E’ nato Massimiliano.
Stefano sei diventato papà.
Il mio bambino è arrivato con qualche settimana di anticipo, è sano e forte e bello come te.

Quanta gioia!
La posso condividere  solo su queste pagine del diario. 
Come vorrei tu fossi qui a stringere il  frutto del nostro amore. Lo amerò, lo curerò, lo crescerò per tutti e due, farò di tutto perché un giorno tu sia orgoglioso di lui.
Probabilmente la lontananza e il tempo scoloriranno e faranno svanire nei tuoi pensieri il ricordo di me, tu hai una vita davanti, una vita normale e ti auguro di trovare la persona che ti aiuterà a percorrerla fino in fondo ma ti assicuro, qui ci sarà sempre un cuore fedele,

ti terrò stretto,
niente andrà perso,
nessun istante,
nessun sospiro
dei nostri giorni insieme.

Mio fratello, il colonnello, sarà il padrino, si è impegnato ad assumersi tutte le responsabilità per il mantenimento e l’educazione del nipotino, alla mia richiesta di trovarmi un lavoro si è opposto dicendo: -Penso a tutto io, tu occupati del piccolo e della mamma-. Per ora andiamo avanti così, sicuramente non abbandonerò la mia professione, la mia passione, i miei disegni, i miei colori.

 

  Passano i giorni e gli anni tra le dita di Stefano
 

….ha messo il primo dentino
 

…mi ha chiamato “mamma” per la prima volta
 

….ha fatto i primi passi 
 

….ha la febbre
 

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La prima domenica di ottobre 2007


Blog foto: imagesStefano ha  parcheggiato la Citroen in Via dei Mille, lancia in alto uno sguardo verso l’eroe dei due mondi a cavallo, passa davanti a quello che era una volta il Liberty, vuole fare lo stesso tragitto di allora quando davanti a lui con un poncho variopinto  camminava l’affascinante donna dai capelli ricci e neri raccolti nel foulard di seta verde.

 Nelle vetrine vede la propra immagine riflessa, un ragazzo di cinquant’anni, capelli rasati, baffi e pizzo sul mento quasi bianchi,  occhiali da sole scuri che  coprono  gli  occhi stanchi, la giacca di velluto beige di Daniele suo figlio; adora quella giacca, una camicia azzurra e un paio di jeans stretti in fondo  sui mocassini in pelle scamosciata.

 Piazza Loggia, le stesse pietre, i portici, l’orologio; il tempo si è fermato, in quel luogo sembra tutto come allora. 

 No! Le persone, le facce, sono cambiate. Non è più  solo una festa bresciana, le facce spente degli operai, quelle rubiconde dei montagnini delle valli bresciane scesi in città e quelle dei giovani hippies con i capelli sulle spalle, i nastri  e i fiori nei capelli, i foulards, gli scialli, i cappottoni lunghi e i  roteanti mantelli sono stati sostituite da una popolazione di etnie diverse, facce gialle asiatiche, nere africane, rosse sudamericane, e pallide dell’Europa dell’est,  uno spettacolo  di costumi e colori, pietruzze iridescenti che mutano in un caleidoscopio magico. 

Anche le facciate delle case sono  mutate, rifatte da  ristrutturazioni e recuperi edilizi, i palazzi sono tornati agli antichi splendori, c’è più pulizia,  ma troppe insegne, luci al neon, una pubblicità esagerata.
Vetrine, specchi, vetrine, specchi.
Come  un clown, incapace di ricordare  la  sua faccia,  la polvere del tempo, lentamente da un vetro a uno specchio scivola via come la cipria  sulla salviettina di cotone, via le rughe  e i segni degli anni, i baffi spariscono lasciando una leggera ombra sotto il naso, i capelli si allungano fino alle spalle riprendendo il riflesso ramato, la figura si raddrizza,  petto in alto ,  passo veloce.

Riconosce,  rivede e ricorda ogni piccolo dettaglio,  il cuore aumenta il ritmo, non è la fatica della salita, è la suggestione di quel luogo, passo dopo passo, più si avvicina allo studio i suoi anni scalano. Davanti alla porta chiusa  un diciottenne agitato infila le mani nel vaso di foglie verdi, rovistando come un furetto, sparge attorno al vaso un po’ di terra prima di trovare le chiavi.

 Apre la porta, come se fosse  un giorno di aprile del 1972 :
“Renata, ma si può sapere, dove sei stata? Perché non ti sei più fatta sentire?
Ogni giorno arrivo qui e trovo chiuso, ma…”

Svegliati Stefano, sono passati trentacinque anni!.

Le sue parole, un’eco senza risposta,  rimbalzano per la stanza come una palla elastica lanciata ad una velocità vorticosa, battendo più volte su tutte le parete scemano a poco a poco e cadono lì sulle sedie accanto alla stufa in cotto.
Due chitarre a dodici corde, una nuovissima, tra le corde  sono infilati un plettro e un biglietto con la scritta Major Tom, l’altra è  usata, porta la scritta Ground Control. C’è una lettera aperta appoggiata su un pacchetto, la carta  color creme, la riconosce è la stessa.  Passa oltre, verso la scala in legno.  

“Cosa sto dicendo?
Il tempo  si  è fermato ?
Sei di sopra, sei  al cavalletto?”.
 

Con la  stessa agilità di allora raggiunge il soppalco.
La luce della finestra su Brescia illumina il  vuoto. 

Non c’è.
Non c’è  nessuno.

Blog foto: imagesUna caduta nel vuoto, le ali di cera si sono sciolte, si è avvicinato troppo al sole, la luce lo ha riportato alla realtà. Si avvicina al parapetto e guarda la navata sottostante, comincia ad intuire. Renata è lì in quella lettera sulla sedia accanto alla stufa.
L     e     n     t     a     m     e     n     t     e
scende le scale.
In una  tasca della  sua giacca ci sono i suoi occhiali, apre la custodia blù, li appoggia sul naso, accomoda l’astina sull’orecchio destro, si siede , prende il foglio e lo guarda. La scrittura non è quella dell’appuntamento, è un attento osservatore, quella era una scrittura maschile, questa invece è quella di una donna, la stessa conservata da trent’anni nella copertina del long playing.

  “Caro Stefano, quando leggerai queste parole, io sarò già negli spazi infiniti oltre la vita.  Sono sicura che non mi hai serbato rancore, perdonami per averti lasciato senza nessuna spiegazione, ti ho lasciato fuori a martellare incessantemente alla porta del mio studio, ma il tuo cuore ha battuto dentro il mio tutto questo tempo. Non ti ho mai dimenticato, ogni giorno qualcosa mi portava al pensiero di te. Ti consegno il mio diario, spero troverai il chiarimento  alle tue domande. Ti ho sempre voluto bene.Ti ho scritto più volte in questi anni; infilavo il messaggio nella busta, ma  quando mi trovavo davanti alla cassetta della posta, la mia mano tratteneva la lettera, la rimetteva in borsa, la riportavo a casa e la trascrivevo su questo diario.                                                   

 Il falconiere  lancia il piccione con il messaggio arrotolato sulla zampina, poi toglie il cappuccio dalla testa del falco aggrappato sul  guanto in pelle; il  piccolo e veloce rapace  si alza in volo, si precipita sulla preda e la riporta al padrone.                  

La mia vita è agli sgoccioli, sto mettendo un filo di rossetto sulle labbra arse dalla sete, ora le appoggio sul fondo di questa lettera, un bacio per sempre. Addio,  Renata.”              

Stefano porta il foglio sulla bocca. Le labbra sulle labbra. Un anelito di vita sembra passare nel suo corpo attraverso il foglio, inonda i polmoni e un flusso di sangue riossigenato arriva al cuore. Il  calore si espande e scioglie come il sole d’aprile la neve del ghiacciaio, un filo d’acqua scorre nel solco scuro sotto gli occhi.

La porta è chiusa,
la città  è fuori,
nel silenzio della stanza un fruscio,
scarta il pacchetto,
il suo regalo del Natale ’71 :

       il diario.

Settembre 2007 una lettera


Blog foto: imagesUna lettera
 

Nella cassetta  della posta una busta attira l’attenzione di Stefano.
Riconosce la carta è la stessa del suo regalo per Renata nel Natale del ’71.
Un tuffo al cuore, da tanto non pensa a lei, il tempo ha richiuso l’antica ferita, non fa più male, c’è stato tanto amore in questi anni con Neli, è stato fortunato con la compagna di questi trent’anni.

Non c’è il mittente, esita ad aprire la busta:
“Si ricorda ancora di me, in qualche posto esiste ancora.”

Lentamente dispiega la lettera, non conosce la scrittura, in effetti ora  ricorda di non averla mai vista scrivere, non possiede nessun biglietto, indirizzo o pensiero scritto dalle mani della sua amica del passato, del suo primo e grande amore. No!Uno scritto lo deve avere da qualche parte.
Cerca tra i suoi vecchi dischi, infila la mano nella copertina del LP di Stravinsky , il biglietto c’è ancora, li confronta, la scrittura non è la stessa, possibile abbia cambiato la calligrafia…

“Ti aspetto allo studio, domenica pomeriggio alle tre, entra, non bussare, la chiave è nel vaso di aspidistra  accanto alla porta, ti prego non mancare, sono lì per te.”                              

Mostra la lettera alla moglie:
“Non c’è molto da leggere, ne sai quanto prima, vai all’appuntamento domenica, avrai tutte le risposte alle domande  sospese per tutto questo tempo.”

“Mi accompagni, Neli?”

“Ma no, dai, non la trovo carina come idea,  vai da solo, chiarirai tutto e poi si vedrà, mi piacerebbe conoscerla! Tieni la testa a posto. Dai scherzo, mi fido di te e di lei, non siete più bambini, e poi se ha una ventina d’anni più di te, ora ne avrà più di settanta.
La riconoscerai ancora?
Ti riconoscerà?

Sei cambiato parecchio da quando ci siamo incontrati, figurati  per lei”. 

“Hai ragione, non ci avevo pensato, nella mia mente è fisso il ricordo di come era allora. Invece il tempo avrà sicuramente lasciato il suo segno”, si guarda allo specchio : “E che segno, guarda lì, quasi non riconosco me stesso!”

 

I giorni che precedono l’incontro sono tutto uno smacchinamento di pensieri, congetture, proiezioni, non è agitato, è incuriosito, mano a mano che si avvicina la domenica aumenta sempre più in lui il desiderio di vederla, di intrattenersi con lei, di sapere tante cose, una cosa specialmente:
“Perché tutto questo silenzio, perché  è  sparita senza una parola,  una briciola per segnalare a Pollicino la strada giusta per arrivare a lei  .”

2007

 Blog foto: images2007

Neli è guarita, gli anni della malattia sono stati un apprendistato nell’arte della vita e dello spirito, è stata una lezione importante per imparare  a trarre profitto dal dolore e trasformarlo in gioia, da questa esperienza ne è uscita arricchita e molto forte e lo sta trasmettendo alle persone  che le stanno attorno. 

 Stefano lavora,  anche  i suoi figli adesso maggiorenni  lavorano. I  genitori sono sempre stati accanto ai ragazzi sia nei momenti gioiosi come nei momenti di difficoltà, cercando di aiutarli a crescere evitando gli errori che loro già avevano commesso. Il più piccolo, Mario, da qualche anno ha abbandonato il tetto paterno, gli stava un po’ stretta quella casa, è andato a vivere da solo. Nell’adolescenza ha fatto fatica a cogliere la loro vicinanza come un bene, spesso si è sentito oppresso  perciò ha cercato la felicità lontano da loro, è sempre in contatto con la famiglia, ma il lettino di fronte a quello di Daniele è vuoto. Quando sono piccoli i figli amano i genitori, crescendo imparano a conoscere i loro difetti,  cominciano a giudicarli e difficilmente  comprendono e perdonano i loro errori.

Un figlio dovrebbe abitare la casa dei genitori  come un estraneo avventuroso e felice, spesso i genitori non riescono a capire quanto annoiano i figli.

Blog foto: GardoneRivieraIlVittorialeStefano fatica a varcare la soglia della cameretta, un nodo gli stringe la gola quando guarda sulle pareti gialle le fotografie  del piccolo alla scuola materna con la macchinina tra le mani, il poster calendario del ’88, i giocattoli sulla mensola, gli orsacchiotti di peluche che la mamma non ha ancora spostato dal copriletto. Ha preso il volo l’aquilotto inesperto, quante cadute! ma deve farsi le ali, è  difficile planare negli spazi infiniti,  lanciarsi dalle balze impervie, sfruttare le correnti ascensionali, non dorme più nello stesso nido, ma le due aquile vigilano sempre su di lui, non mollano, non lo lasciano solo.

Tra i genitori e il figlio “lontano” c’è una comunione d’amore implicita che essi alimentano ogni giorno e non spengono mai, senza chiedere  di essere ricambiati. La forza dell’amore è tale che alla fine raggiunge la persona che non voleva essere amata. I genitori si accontentano che quel figlio difficile rimanga appartato in disparte dalla loro casa, ma sempre sotto il loro alone d’amore. La discrezione è uno dei modi più difficili di amare. Molte volte vorrebbero urlare, piangere  o ricattare con il loro amore, non lo costringono al ritorno ma neppure lo dimenticano, lo aspettano ogni sera con il loro amore silenzioso.Un uomo percorre tutte le strade del mondo per trovare ciò che gli serve, ma deve tornare a casa per scoprirlo.

Camminando lontano dai suoi, Mario sperimenta la miseria, la falsità, l’aggressione del mondo oltre le pareti della sua casa, comincia ad accorgersi quanto può contare sui suoi “amici” e quali sono i veri amici, perché dietro  la maschera  trova facce senza occhi ne orecchi.
Ha imparato una grande lezione, e quando si rende conto di aver sbagliato domanda perdono.

 “Non stancatevi mai di insegnarmi, di riprendermi quando sbaglio, le mie reazioni sono dure, di fronte ai vostri consigli spesso me la prendo, mi arrabbio, sbatto le porte, ma ho ancora tanto bisogno di voi”.                  

Blog foto: images-1Daniele vive molto più semplicemente, è innamorato, tranquillo, se ne sta come sempre in disparte, ma nel momento del bisogno non si tira indietro, è allegro e  da serenità, è un uomo ormai.

Il lettino vuoto gli ha dato una grande lezione: quando fai un errore non pensarci troppo, fattene una ragione  e guarda avanti. Gli errori sono lezioni di saggezza. Il passato non può essere cambiato, Il futuro è ancora in tuo potere.

cerniera tra la prima e seconda parte del racconto

Ottobre 1973

Un uomo  apre la porta dello studio; prima di arrivare a Bologna dove vive la sorella è  passato a Brescia come le aveva promesso,  per ritirare il  materiale elencato sul foglio dettatogli al telefono.

Una grande nostalgia per quello stanzone, sale al soppalco; la luce della finestra illumina l’asse vuota sul cavalletto, un pacco di fogli in ordine sul tavolino rettangolare, li guarda incuriosito, uno dopo l’altro. Ritratti di  volti e corpi, sempre lo stesso soggetto,  sembra un angelo, in fondo ad ogni disegno è riportata una data, in ordine cronologico dal novembre 71 a  marzo 72, mano a mano che scorrono i giorni le immagini  e i segni diradano, sembra vogliano sparire, dileguarsi, evaporare nell’aria.

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“Sono tanti, quanto tempo ha dedicato a questo soggetto?                                                   
E’ reale la persona raffigurata o è  il frutto dell’immaginazione di mia sorella?                  
Una bellezza interna sprigiona in questi lineamenti, chissà cosa vuole rappresentare? Ricomincerà a dedicarsi alla pittura?               
Lo spero tanto per lei, intanto raccolgo tutto e glielo porto a casa.”.                                        

Sulla strada per Bologna  quasi non vede il paesaggio che scorre veloce al finestrino della vettura, nel cielo sulla  pianura padana le nubi si allungano come ali d’angelo, simili alle figure disegnate sulla carta, le afferra con la mente  mentre si allungano e svaniscono, le incasella una ad una, le mette in fila, una dietro l’altra come i soldati  in adunata, i suoi alpini.

Ha un nuovo incarico, ora è il colonnello comandante del 5° reggimento alpini.

Giugno 1974, Pennes, campo scuola tiri per mortaisti.

C’è una lettera per Stefano, una busta d’ufficio, la gira, legge l’indirizzo del mittente:
è Mario di Bologna.
Un ragazzo della sua età, studente liceale al quarto anno, si sono contattati attraverso le pagine della rivista musicale Ciao 2001, è un’amicizia di carta che si consolida sempre più con lo scambio di testi  degli albums, di opinioni sulle bands, i solisti, i cantautori, consigli sui dischi da acquistare, concordano in fatto di gusti perciò si fidano  su quanto uno consiglia all’altro.

Parlano della loro vita di tutti i giorni,  le confidenze non vanno troppo in profondità. 

“ Ciao Stefano, ti ringrazio per i testi di Shawn Phillips e di Crosby, avevi ragione , continuo a farli girare sullo stereo, ti mando i testi di “ Happy Sad” del grande Tim Buckley, quelli di “Blue Afternoon” non li ho ancora recuperati, ma lo sai qui a Bologna è moto più facile che da voi, perciò continua a sperare,  anche a  me piace molto . Cosa ne pensi di Frank Zappa, e dei Soft Machine?      

Aspetto la tua opinione, nel tuo elenco vedo che hai i testi di “H to He”  dei Van der Graaf Generator, la prossima volta mandami quelli. Grazie ti saluto, ho poco tempo e un sacco di studio in arretrato. Pico.”                                   

Pico, lo chiamano così gli amici per la sua memoria, suona le tastiere in un piccolo gruppo bolognese, accompagnano spettacoli teatrali di avanguardia.

Rimarranno in contatto per alcuni anni, soprattutto nel periodo della naia di Stefano.

La produzione artistica di Stefano è stata scarsa, dopo la naia ha incominciato a lavorare, cinque anni in fonderie artistiche e poi nella forneria del padre e del fratello.
Comunque è orgoglioso dei suoi tre capolavori,  il primo Neli sposata nel ’78, con la quale ha dato vita a due splendide opere:
Daniele nell’80
e Mario ’84.