Domenica fine marzo

Nel vicolo sottostante una persona fissa in alto la finestra illuminata torcendosi le mani nell’attesa; la sua sigaretta libera una spirale di fumo nell’aria prima di essere sca-gliata a terra accanto ad altri mozziconi che rivelano un appostamento. All’apertura del portone si copre il viso con una sciarpa, i suoi occhi iniettati del sangue della rabbia cozzano contro quelli del ragazzo che uscito dallo studio cattura nei due puntini luminosi un piccolo det-taglio, un indizio smascherato dalla luce della luna che provoca orrore: “è il nano infame, mi ha visto. Speriamo non mi abbia conosciuto”.

Il giorno seguente Renata è silenziosa, pare preoccupata, Stefano se ne accorge, chiede il motivo.

«Non è niente, la solita discussione con mio marito, sos-petta qualcosa, non allarmarti. Ieri era appostato fuori dallo studio e ti ha visto uscire, forse ti ha riconosciuto, non era mai entrato nel mio laboratorio e quando ha vi-sto i disegni sparsi sul tavolo deve aver intuito qualcosa. Ha strappato il disegno sul cavalletto. Ho cercato di cal-marlo. Prima di sbattere la porta si è voltato contro di me dicendo che ce l’avrebbe fatta pagare cara.

«Anch’io penso mi abbia riconosciuto, stamattina in classe ha evitato di incrociare il mio sguardo , non ho paura di lui, anche se dovessi affrontarlo, sono pronto a tutto, l’importante è che non ti faccia soffrire, non so di cosa sarei capace, se perdo il controllo io….».

«Ti prego non correre, non fare niente, lasciami sbrigare questa faccenda, non lo temo, l’ho sempre rispettato ed ho lasciato correre tutte le sue scappatelle facendo finta di niente. Da tanto non si cura di me. Al punto in cui siamo arrivati la sua gelosia è soltanto una presa di posi-zione, ho ferito il suo orgoglio di maschio».

«Di un maledetto nano infame vorrai dire».

«Non pensiamo a lui oggi, prendiamo una giornata tutta per noi. Domenica vado sul lago di Garda, devo fare un sopraluogo per un lavoro di restauro agli affreschi di u-na villa e mi piacerebbe portarti con me. Verresti volen-tieri? Poi potremmo andare a visitare il Vittoriale, la di-mora del poeta Gabriele Dannunzio».

«Ma certo, mi piace alquanto questa proposta».

«Cosa dirai ai tuoi per giustificare questa gita».

«Non c’è problema, dirò che vado a fare un giro sul lago di Garda con un amico, proprio per vedere il Vittoriale, dirò loro che mi serve per la scuola. Tutto sommato non è neanche una bugia. Non credi?».

«A parte il fatto che l’amico è una donna più grande di te, il resto è verità».

«Bene, andiamo in treno?».

«No, prendo il maggiolino, ti aspetto alla fermata».

«OK. Allora ci vediamo alle 7.30».

Domenica di fine marzo.

È il primo volo fuori dal nido. Il sole della domenica sor-ge di mattina presto in un cielo chiaro e azzurro.

Alla fermata dell’autobus in Piazza Garibaldi un colpo di clacson dal maggiolino Volkswagen bianco richiama l’at-tenzione di Stefano che si gira, attraversa la strada e monta sulla vettura di Renata.

«Ciao. Oggi sarà una bella giornata, il tepore di questo sole ci accompagnerà fino a sera. Ho una borsa piena di viveri, faremo un pic-nic tra gli ulivi, le limonaie e i ci-pressi del lago, ho proprio voglia di respirare una bocca-ta d’aria di primavera».

«Sono felice. Il pensiero di trascorrere con te questa do-menica non mi lasciava addormentare ieri sera, allora ho provato a pensare alla prima volta che sono stato al Vit-toriale da scolaro delle elementari. Mi sono ricordato la nave, l’aereo, la Isotta Fraschini, il museo, il teatro all’aperto e il parco e così mi sono addormentato come un sasso».

«Hai una buona memoria».

«È vero, ho molti ricordi archiviati e quando apro il libro del tempo le pagine scorrono veloci presentando una miriade di immagini e volti. Il sole di questa mattina mi fa ricordare quella stagione delle elementari, gli amici e i posti, erano davvero molto belli, volteggiano nella mia mente come certe storie e poesie che ritornano in conti-nuazione. Di quella gita ricordo una scenetta divertente: non ricordo in quale punto, ma nella villa c’è la statua di una donna col seno nudo. La sorella maliziosa di una mia amica si arrampicò fino al seno della statua e co-minciò a succhiarlo provocando l’ilarità di tutti noi. Il custode disturbato da risate e schiamazzi imprecando e gesticolando richiamò il nostro maestro che ci fece una bella ramanzina e mise in castigo la protagonista dello scandalo obbligandola a rimanere sul pulman da sola fino alla partenza da quel luogo.

La gita proseguì fino a Rovereto per la visita alla Campa-na dei Caduti della Grande Guerra.Quasi tutti i miei compagni avevano acquistato il souvenir in terracotta della campana, io no, poiché i soldi li teneva mio fratel-lo che ritenendo fossero soldi sprecati non cedette alle mie insistenze e quando sul pulman una dopo l’altra le campanelle si rompevano, mi spingeva il gomito nei fianchi e con un sorriso sornione contava “E nove, e dieci… e ventidue, vedrai che prima di arrivare a casa non ne rimane una intatta, te l’avevo detto che erano soldi sprecati” ».

Renata guida allegra, si diverte ascoltando le ingenue storie del suo passeggero e lo invoglia a proseguire:

«Hai la memoria di Pico della Mirandola.Ti ricordi anco-ra qualcosa di quella storica giornata?».

«Sì. Nel programma c’era anche il castello del Buon Consiglio di Trento dove fu impiccato l’eroe Cesare Bat-tisti, anche lì accadde una scenetta divertente. Avevamo pranzato al sacco seduti in terra o sulle panchine di un parco dove alcuni studenti universitari stavano chiac-chierando.Qualcuno di loro cominciò a interessarsi a noi e con battute ironiche ci prendeva in giro per farsi quattro risate alle nostra spalle. Al che un nostro com-pagno di classe, un ripetente spilungone con la faccia che al solo guardarla anche l’insegnante più severo si metteva a ridere, cominciò a prendersi gioco di loro. Mettendosi furtivamente dietro le loro spalle appog-giava sulle loro teste gli scodellini vuoti dei gelati e fa-cendo smorfie di ogni tipo suscitava le nostre risate. Quelli appena se ne accorsero cominciarono a rincorre-re il perticone che con salti, piroette, sberleffi e mara-meo con la mano spalancata e ventilante sul naso sfuggiva sempre loro di mano. Alla fine si arresero alla sconfitta sul campo e noi acclamammo il nostro eroe».

Un ricordo dopo l’altro arrivano al lago, e dopo l’ispe-zione per i lavori di restauro alla villa e si dirigono al Vittoriale.

Ritornando in un luogo dove ha vissuto momenti sereni Stefano li ritrova intatti com’erano ed ogni particolare visivo o sonoro li rinnova come fosse durato un giorno il tempo trascorso in tanti tanni.

«Stefano, conosci qualche poesia di D’Annunzio?».

«No. Non so quasi niente di lui, o meglio ricordo qualche titolo imparato alle medie: La pioggia nel pineto, La sera fiesolana, I pastori, ma non conosco i versi».

«Io li ho studiati ai miei tempi, avevo imparato a memo-ria La sera fiesolana.

Dolci le mie parole ne la sera

ti sien come la pioggia che bruiva

trepida e fuggitiva,

commiato lacrimoso de la primavera…

Si ferma, la voce si spezza ha le lacrime agli occhi,

sul grano che non è biondo ancora

e non è verde,

e sul fieno che già patì la falce

e trasloca.

«Che belle parole. Cosa vogliono dire, quale è il messag-gio che annunciano?. Perché ti sei commossa?».

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8 thoughts on “Domenica fine marzo

  1. il ragazzo di primavera saluterà la donna dei colori…?mi auguro la loro storia prosegua viva ancora di sentimenti e di giornate bellissime…sono molto affezionata a questa bella storiagrazie falconierciao caro fornaiobuona domenica

  2. duenon ancora duenon più due…il vecchio sapor di domenichesotto la falceil Lagoormai colato nel cementoeti immagino adessoa Montichiari o giù di lì…

  3. UN "QUALCOSDA"ci ha colpito ma non ne abbiamo capito il perchè.Il Tempo e col Tempo sapremo ma per quel "qualcosa" di allora sarà troppo tardi per viverne la contrastata magia di una verità che ha il suo mattino-meriggio-sera.La vita..Ciao Falcone,Un caro abbraccio,Bianca 2007

  4. -falco-dimmi-sai che stai diventando sempre più, come dire?, più fine, più sottile…-sì, lo so-e anche più convinto, più sicuro…-so anche questo-ah sì? te lo avevano già detto?-no, l'avevo capito da me-ah!, ecco, mi pareva…-cosa?-no, niente, niente…ciao falco!-ciao, neh!

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