Settembre 1972, l’esame di riparazione di elettrotecnica.

 

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Un’estate con un pensiero fisso: “Renata”.

Nel mese di agosto Stefano ha frequentato con i compa-gni le lezioni di ripetizione in un’istituto dalle 8 alle 10 di mattina nello storico quartiere del Carmine.

Ogni giorno, prima di tornare a casa è passato allo stu-dio e lo ha sempre trovato chiuso. Non sa a chi chiedere informazioni. Chi può sapere qualcosa? erano isolati dal resto del mondo. L’antiquaria, non sa niente. Non può certo chiederlo al nano, non farebbe altro che irritarlo e tirarselo addosso ancora di più, ha paura di affrontarlo nell’esame, anche se è ben preparato.

I compagni di classe lo aspettano al bar della scuola, in-sieme riguardano il programma e scelgono gli argomen-ti nel caso il nano fosse così indulgente da lasciare sce-gliere a loro la prima domanda, di solito fanno così.

Tutti hanno scartato “accenni al motore sincrono trifase” sia perché spiegato negli ultimi giorni, sia perché è par-te del programma di quinta assieme al motore asincrono e al trasformatore trifase. Stefano comincia ad agitarsi, l’argomemto -motore sincrono trifase- gli sta facendo scoppiare la testa. L’interrogazione ha inizio in ordine alfabetico; una domanda per ogni allievo, in scaletta al programma. Stefano è il tredicesimo, gli argomenti sono tredici, a lui toccherebbe proprio il motore sincrono, l’a-gitazione aumenta con i battiti nel petto.

Quando arriva il suo turno la domanda è proprio quella temuta, non riesce a iniziare, strascica le parole, il pro-fessore se ne accorge, è il momento della sua vendetta, comincia ad infierire: «Non hai studiato. Come hai passato le vacanze? In giro per la città?».

L’assistente di laboratorio presente all’esame interviene in aiuto del ragazzo: «Metodi di misura Righi e Barbage-lata». È il suo argomento preferito, potrebbe ancora ca-varsela ma ha troppa confusione in testa, alcune lacrime cominciano a traboccare, si sente perduto, abbandona l’aula. L’assistente lo insegue, lo ferma, lo invita a rien-trare per non buttare all’aria un anno di scuola.Il nano è irremovibile, non gli concede una seconda chances, ha già deciso, non c’è più niente da fare. Bocciato.

Stefano scappa via lontano da quell’uomo e dalla città, corre fino alla tangenziale, fa autostop per tornare a ca-sa. Si ferma una Renault 4, un anziano spalanca la por-tiera e lo invita salire. Lungo tragitto il vecchio ha notato l’abbattimento del ragazzo e lo incoraggia a sfogare a vo-ce alta le pene della scuola e dell’amore. Stefano non ha mai conosciuto i nonni, la tenerezza del guidatore lo sti-mola a rivelare le spine della sue passione. Lo scono-sciuto lo sta ad ascoltare, cerca di confortarlo confidan-dogli che nella vita saranno tante le difficoltà e le cose ingiuste da affrontare e combattere, gli suggerisce di an-dare sempre incontro al nuovo giorno e ogni tanto di scuotere la polvere del passato dai piedi e proseguire perchè nella vita c’è una soluzione a tutto. Il guidatore, per allentare la tensione parla del suo l’hobby per la pit-tura, delle mostre che allestisce in varie città insieme ad un gruppo di artisti poco noti come lui. Di mestiere fa l’imbianchino perciò avendo sempre a che fare con i pennelli ed i colori, lavora e si diverte. Il lavoro lo ha aiutato a crescere la famiglia e con l’arte ha passato i migliori momenti di serenità. «La vita va avanti così. Abbi fiducia nel domani. Promettimelo, asciugati le la-crime, sei un ragazzo in gamba, troverai la strada giusta, troverai l’amore giusto per te».

Stefano non ritornerà più all’istituto tecnico; frequente-rà una scuola per recuperare la bocciatura e completare il quinto anno contemporaneamente e a luglio nell’ Isti-tuto tecnico di Monza si diplomerà perito elettrotecnico industriale con 38/60 un voto piuttosto basso, ma è fatta “Alla faccia del nano infame”.

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Aprile,maggio, giugno

È passata una settimana dalla gita sul lago ma lo studio è chiuso. Stefano torna ogni giorno, ma nulla cambia, lei non c’è, sparita, nessuna notizia, nessuno a cui chiedere informazioni, Cerca di convincersi che si sia fermata dai genitori anziani, forse sono ammalati; prima di Natale il padre non era in buone condizioni. Forse invece potreb-be essere partita per quel lavoro sul lago, ma è strano che non lo abbia informato.

In classe il prof non alza lo sguardo su di lui.

Comincia a pensare che deve essere successo qualcosa di grave, ma forse sta correndo troppo come sempre; cerca di convincersi che deve imparare ad aspettare ma non riesce a mantenere la tranquillità necessaria. Dopo qualche giorno la tensione diventa sconforto, poi dispe-razione. L’amica antiquaria alla quale ha chiesto infor-mazioni gli dice che il giorno dopo il sopraluogo alla vil-la sul Garda, Renata ha chiamato dicendo che non se la sentiva di fare quel lavoro per impegni famigliari.

Quando l’uccello è volato via non hai nessun posto da chiamare nido. È triste per Stefano tornare ogni giorno dove tutto è cominciato, si rammarica di non aver detto e fatto tutte le cose che avrebbe voluto, ha perso, molto prima delle sue aspettative, vorrebbe sedersi a terra da-vanti al portone e aspettare per riuscire a vederla arri-vare, porgerle una mano e portarla con lui lassù nella nuvola dello studio.

I giorni passano, l’abitudine verde della primavera veste a festa peschi, ciliegi e mandorli, e quando i petali dis-persi nell’aria hanno lasciato sui rami il posto ai frutti che dovranno maturare Renata non è ancora tornata.

Maggio 1972

Stefano tra i rami del ciliegio raccoglie una borsa di frutti rossi da portare in città e per ingannare la tristezza ripete a sottovoce una filastrocca imparata da bambino: «I cinquecento cavalieri con la testa insanguinata e la spada sguainata indovina che cos’è. E sono, sono le cilie-gie che maturan nel giardin».

Davanti al portone dello studio prova a cantarla ancora ma non c’è niente da fare. Chiuso.

Lascia il regalo appeso al battente della porta, e quando torna il giorno seguente non c’è più. Forse è un indizio positivo, spinge inutilmente, chiuso, qualcun altro ha gu-stato i frutti rossi. Non sa niente, non ha niente di lei, solo qualche disco che gira e gira sul piatto dello stereo. Durante l’ascolto, da una copertina patinata scivola la lettera, l’ultimo ricordo, la poesia; l’aveva dimenticata. Dispiega il foglio e legge, una, dieci, cento volte. Le pa-role non sono state scritte a caso, è un messaggio da de-cifrare. La pioggia fuggitiva nella sera su di loro, il grano non ancora verde è lui, lei invece è il fieno che patisce la falce e trasloca. Un presentimento si fa certezza: “Non la rivedrò più”.

Giugno 1972

Al Distretto Militare, Stefano seduto di fronte all’uffi-ciale ascolta il risutltato della visita di leva: «In seguito alla visita medica sei idoneo per il corso paracadutisti se ti interessa compila questo modulo di ammissione. Nel test attitudinale hai ottenuto il punteggio per accedere al corso ufficiali di complemento che si fa ad Aosta. È un’esperienza che sarà utile anche per la tua carriera lavorativa. Hai attitudini al comando?».

«Mi piace comandare, ma non mi interessa, lo steso vale per il corso di paracadustista e quello per diventare ser-gente mi interessa ancora meno. Sono informato su tut-to, ma è troppo presto, non ho ancora preso in conside-razione il tempo del servizio militare, devo ancora finire l’istituto tecnico e forse mi iscriverò all’università. Que-ste decisioni le affronterò più avanti».

L’ufficiale visibilmente contrariato appone con un colpo secco il timbro sulla carta urlando: «Abile, arruolato, buongiorno».

Stefano ricambia il saluto e scappa via di corsa; è il pe-nultimo giorno di scuola, l’ultima ora di elettrotecnica, l’unica possibilità ancora di rimediare l’insufficienza.

In classe l’insegnante sta scrivendo sul registro, non alza neanche la testa, gli porge un foglio: «Troppo tardi per rimediare, ci vediamo a settembre, questo è il program-ma per gli esami di riparazione».

«Non posso sperare nel voto di consiglio? Ho giù appena la sua materia».

«Col 4 non si va in consiglio».

«Come 4. Lei mi ha dato 5 più nell’unica interrogazione del trimestre».

«Guarda qui sul registro, c’è un bel 2, l’altro ieri non ti sei presentato, come al solito sarai andato in giro per la città».

«Ero alla visita di leva».

«Avete sempre una scusa valida voi. Comunque non sei il solo, anche quelli che ho interrogato in questi giorni ti faranno compagnia a settembre, sareti in tanti».

«Ma profess…».

«Basta, va al tuo posto, ho già parlato troppo con te».

Perché questa commozione improvvisa?”

«La poesia è il desiderio di pronunciare la propria vita, di segnalare il dolore, di festeggiare l’amore non più in isolamento e solitudine, è l’aspirazione a rompere la pri-gione dell’io e della quotidianità per comunicare la pro-pria anima. È necessario tenere dentro di sé sempre la fiammella della poesia, la scintilla della fiducia, il germe della speranza, anche quando si è immersi in un’esisten-za grigia, in un lavoro non amato, in difficoltà economi-che, in problemi familiari. Il «piccolo verso» è la capacità di essere veramente persone che non vivono di solo pa-ne ma anche di parole tenere, di affetti, di bellezza, di spiritualità».

Renata apre la borsa, estrae una busta da lettere, una di quelle che Stefano le ha regalato, gliela consegna dicen-do: «Questo è il mio primo messaggio per te, non aprirla ora, non ho scritto niente altro che le stesse parole della poesia che ho appena recitato, conservala».

Nell’aria riecheggia il canto allegro di richiamo di un’al-lodola alla compagna. C’è un nido da costruire. Si in-camminano mano nella mano.

Il plaid scozzese steso sull’erba colorata d’inverno tra gli ulivi, una bella vista tutta attorno, qualche barca sul lago. Hanno mangiato in silenzio, non c’è stata l’allegria del pranzo di nozze. Stefano le chiede:

«Le parole della poesia hanno velato di malinconia que-sta giornata. Cosa c’è, vuoi dirmi qualcosa».

Lei guarda le strisce bianche dell’aereo che ha solcato l’azzurro; allungata sull’erba, con il capo appoggiato sul petto del ragazzo che le inanella i ricci neri, gli prende la mano amata, la mano che l’ha strappata dalle ombre, la mano innocente che l’ha trascinata nella pericolosa fio-ritura di un nuovo cammino.

«Se per un qualsiasi motivo, la nostra storia si dovesse interrompere diresti che ne è valsa la pena?».

Lui non la lascia continuare: «Temevo che prima o poi avremmo dovuto affrontare questo discorso e spero che la tua sia solo una supposizione, comunque quando ho cominciato a conoscerti mi sono detto che non dovevo farmi illusioni cominciando a costruire castelli di carta tra le nuvole; ho pensato che il migliore modo d’amarti doveva essere sostenuto dalla consapevolezza di poterti perdere e così ad ogni incontro mi sono comportato co-me se fosse l’ultimo. Ce l’ho messa tutta, sono stato vero, attimo dopo attimo, senza maschere né travestimenti, sempre.sincero. Lo so che tra noi si interporranno osta-coli difficili da superare, ma è meglio avere amato e per-duto che non avere amato. Se fossi stato io il più grande e tu più giovane, ti avrei amata così?. Se fosse stato tutto più semplice, se la nostra storia non avesse dovuto stare nascosta all’interno di uno studio ti avrei amata così?. Se la catena che ci lega non fosse così tenace ti avrei amata così?. Ricordi il primo bacio sotto il vischio. Ero convin-to che non sarei mai riuscito a baciare una donna; perfi-no i miei amici mi prendevano in giro: “Sempre ciao, sempre ciao e i baci quando” ed invece è stato facilissi-mo, in quel preciso istante era scritto così nelle pagine della nostra storia. Ora siamo qui, insieme, se sei serena come lo sono io in questo momento, non pensare al do-mani, non pensare a niente, dammi un bacio».

Il sole scalda le due allodole nel nido tra i cipressi silenti del parco, un balcone d’erba che si affaccia sul teatro del lago.

Renata in silenzio ha goduto di un corpo che l’ha im-mersa nel fiume inebriante nel quale vorrebbe annegare per sempre, una ribellione di vita in baci che aveva sem-pre desiderato. Quando il tempo chiude a chiave la porta si ridesta dal sogno, un nodo in gola le riporta la consa-pevolezza che quel mondo idilliaco non le appartiene, non c’è nessuna speranza che tutto si sistemi diversa-mente, la loro storia non può continuare. Il giorno è pas-sato e il sole sta per affogare nel mare del tramonto in-sieme alla conquista della rara scoperta di un’anima sen-za impronte.

Sulla strada del ritorno non entrano in città, proseguono perchè lo vuole accompagnare fino al paese per stare an-cora un poco con lui.

Giunti alle prime case Stefano le dice: «Accosta, scendo qua, ci sono troppi ficcanaso, qui ci conosciamo tutti, non vorrei che qualcuno andasse a dire a mia madre che mi ha visto in macchina con una donna. Ci vediamo martedì alla solita ora».

«Va bene, non destiamo sospetti. Aspetta ho dimenticato di dirti che per una settimana sono a Bologna. È da tem-po che i miei non si fanno sentire, e sono preoccupata, vado da loro, quindi martedì non ci sarò, rimandiamo di una settimana».

«D’accordo, ciao, ti voglio bene».

Si stringono la mano, lei non la vuole lasciare, la stringe forte e la bacia. Un ultimo sguardo al ragazzo che con un sorriso si congeda: «Una settimana sembrerà una vita in-tera, a presto Renata». La lascia partire e poi si gira.

L’auto corre incontro all’ombra nera dei monti della Maddalena fino a diventare un punto lontano, irraggiun- gibile, una lunga distanza incolmabile. Una nuvola scura copre una dopo l’altra le stelle del firmamento, stelle di vetro che cadono frantumandosi.

Domenica fine marzo

Nel vicolo sottostante una persona fissa in alto la finestra illuminata torcendosi le mani nell’attesa; la sua sigaretta libera una spirale di fumo nell’aria prima di essere sca-gliata a terra accanto ad altri mozziconi che rivelano un appostamento. All’apertura del portone si copre il viso con una sciarpa, i suoi occhi iniettati del sangue della rabbia cozzano contro quelli del ragazzo che uscito dallo studio cattura nei due puntini luminosi un piccolo det-taglio, un indizio smascherato dalla luce della luna che provoca orrore: “è il nano infame, mi ha visto. Speriamo non mi abbia conosciuto”.

Il giorno seguente Renata è silenziosa, pare preoccupata, Stefano se ne accorge, chiede il motivo.

«Non è niente, la solita discussione con mio marito, sos-petta qualcosa, non allarmarti. Ieri era appostato fuori dallo studio e ti ha visto uscire, forse ti ha riconosciuto, non era mai entrato nel mio laboratorio e quando ha vi-sto i disegni sparsi sul tavolo deve aver intuito qualcosa. Ha strappato il disegno sul cavalletto. Ho cercato di cal-marlo. Prima di sbattere la porta si è voltato contro di me dicendo che ce l’avrebbe fatta pagare cara.

«Anch’io penso mi abbia riconosciuto, stamattina in classe ha evitato di incrociare il mio sguardo , non ho paura di lui, anche se dovessi affrontarlo, sono pronto a tutto, l’importante è che non ti faccia soffrire, non so di cosa sarei capace, se perdo il controllo io….».

«Ti prego non correre, non fare niente, lasciami sbrigare questa faccenda, non lo temo, l’ho sempre rispettato ed ho lasciato correre tutte le sue scappatelle facendo finta di niente. Da tanto non si cura di me. Al punto in cui siamo arrivati la sua gelosia è soltanto una presa di posi-zione, ho ferito il suo orgoglio di maschio».

«Di un maledetto nano infame vorrai dire».

«Non pensiamo a lui oggi, prendiamo una giornata tutta per noi. Domenica vado sul lago di Garda, devo fare un sopraluogo per un lavoro di restauro agli affreschi di u-na villa e mi piacerebbe portarti con me. Verresti volen-tieri? Poi potremmo andare a visitare il Vittoriale, la di-mora del poeta Gabriele Dannunzio».

«Ma certo, mi piace alquanto questa proposta».

«Cosa dirai ai tuoi per giustificare questa gita».

«Non c’è problema, dirò che vado a fare un giro sul lago di Garda con un amico, proprio per vedere il Vittoriale, dirò loro che mi serve per la scuola. Tutto sommato non è neanche una bugia. Non credi?».

«A parte il fatto che l’amico è una donna più grande di te, il resto è verità».

«Bene, andiamo in treno?».

«No, prendo il maggiolino, ti aspetto alla fermata».

«OK. Allora ci vediamo alle 7.30».

Domenica di fine marzo.

È il primo volo fuori dal nido. Il sole della domenica sor-ge di mattina presto in un cielo chiaro e azzurro.

Alla fermata dell’autobus in Piazza Garibaldi un colpo di clacson dal maggiolino Volkswagen bianco richiama l’at-tenzione di Stefano che si gira, attraversa la strada e monta sulla vettura di Renata.

«Ciao. Oggi sarà una bella giornata, il tepore di questo sole ci accompagnerà fino a sera. Ho una borsa piena di viveri, faremo un pic-nic tra gli ulivi, le limonaie e i ci-pressi del lago, ho proprio voglia di respirare una bocca-ta d’aria di primavera».

«Sono felice. Il pensiero di trascorrere con te questa do-menica non mi lasciava addormentare ieri sera, allora ho provato a pensare alla prima volta che sono stato al Vit-toriale da scolaro delle elementari. Mi sono ricordato la nave, l’aereo, la Isotta Fraschini, il museo, il teatro all’aperto e il parco e così mi sono addormentato come un sasso».

«Hai una buona memoria».

«È vero, ho molti ricordi archiviati e quando apro il libro del tempo le pagine scorrono veloci presentando una miriade di immagini e volti. Il sole di questa mattina mi fa ricordare quella stagione delle elementari, gli amici e i posti, erano davvero molto belli, volteggiano nella mia mente come certe storie e poesie che ritornano in conti-nuazione. Di quella gita ricordo una scenetta divertente: non ricordo in quale punto, ma nella villa c’è la statua di una donna col seno nudo. La sorella maliziosa di una mia amica si arrampicò fino al seno della statua e co-minciò a succhiarlo provocando l’ilarità di tutti noi. Il custode disturbato da risate e schiamazzi imprecando e gesticolando richiamò il nostro maestro che ci fece una bella ramanzina e mise in castigo la protagonista dello scandalo obbligandola a rimanere sul pulman da sola fino alla partenza da quel luogo.

La gita proseguì fino a Rovereto per la visita alla Campa-na dei Caduti della Grande Guerra.Quasi tutti i miei compagni avevano acquistato il souvenir in terracotta della campana, io no, poiché i soldi li teneva mio fratel-lo che ritenendo fossero soldi sprecati non cedette alle mie insistenze e quando sul pulman una dopo l’altra le campanelle si rompevano, mi spingeva il gomito nei fianchi e con un sorriso sornione contava “E nove, e dieci… e ventidue, vedrai che prima di arrivare a casa non ne rimane una intatta, te l’avevo detto che erano soldi sprecati” ».

Renata guida allegra, si diverte ascoltando le ingenue storie del suo passeggero e lo invoglia a proseguire:

«Hai la memoria di Pico della Mirandola.Ti ricordi anco-ra qualcosa di quella storica giornata?».

«Sì. Nel programma c’era anche il castello del Buon Consiglio di Trento dove fu impiccato l’eroe Cesare Bat-tisti, anche lì accadde una scenetta divertente. Avevamo pranzato al sacco seduti in terra o sulle panchine di un parco dove alcuni studenti universitari stavano chiac-chierando.Qualcuno di loro cominciò a interessarsi a noi e con battute ironiche ci prendeva in giro per farsi quattro risate alle nostra spalle. Al che un nostro com-pagno di classe, un ripetente spilungone con la faccia che al solo guardarla anche l’insegnante più severo si metteva a ridere, cominciò a prendersi gioco di loro. Mettendosi furtivamente dietro le loro spalle appog-giava sulle loro teste gli scodellini vuoti dei gelati e fa-cendo smorfie di ogni tipo suscitava le nostre risate. Quelli appena se ne accorsero cominciarono a rincorre-re il perticone che con salti, piroette, sberleffi e mara-meo con la mano spalancata e ventilante sul naso sfuggiva sempre loro di mano. Alla fine si arresero alla sconfitta sul campo e noi acclamammo il nostro eroe».

Un ricordo dopo l’altro arrivano al lago, e dopo l’ispe-zione per i lavori di restauro alla villa e si dirigono al Vittoriale.

Ritornando in un luogo dove ha vissuto momenti sereni Stefano li ritrova intatti com’erano ed ogni particolare visivo o sonoro li rinnova come fosse durato un giorno il tempo trascorso in tanti tanni.

«Stefano, conosci qualche poesia di D’Annunzio?».

«No. Non so quasi niente di lui, o meglio ricordo qualche titolo imparato alle medie: La pioggia nel pineto, La sera fiesolana, I pastori, ma non conosco i versi».

«Io li ho studiati ai miei tempi, avevo imparato a memo-ria La sera fiesolana.

Dolci le mie parole ne la sera

ti sien come la pioggia che bruiva

trepida e fuggitiva,

commiato lacrimoso de la primavera…

Si ferma, la voce si spezza ha le lacrime agli occhi,

sul grano che non è biondo ancora

e non è verde,

e sul fieno che già patì la falce

e trasloca.

«Che belle parole. Cosa vogliono dire, quale è il messag-gio che annunciano?. Perché ti sei commossa?».