Giovedì alle metà del mese di febbraio 1972

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«Un pensiero per te». L’innamorato mette dell’acqua in un vasetto di vetro lo colloca sul davanzale. «Denti di ca-ne appena sbocciati».Sei petali bianchi aperti all’in-dietro mostrano un cuore giallo ricamato con un filo d’oro dal quale sfilano sei lunghi stami rosa-viola e un pistillo bianco. Una corona di foglie oblunghe, glauche, verde-azzurro con macchie bruno porpora, raccoglie il fresco dono. «Questi bei fiori hanno una vita breve». «ßono bellissimi i fiori di bosco. Grazie. Mi fai ricordare quando da ragazza in questa stagione raccoglievo i deli-cati bucaneve sull’appennino. Dove li hai raccolti?». «Ieri pomeriggio dopo aver infilato ai piedi un paio di scarponi ho raggiunto le pendici del Monteorfano var-cando la soglia della Valle d’oro. Fu mio cugino Gianni a battezzare il posto con questo nome per via del colore delle primule che ne tappezzavano il pendio. Da bambi-ni ci eravamo impegnati con tanto di giuramento a non rivelare a nessuno il luogo incantato dove vivevamo in un mondo ai confine del reale. Gianni, più grande di me di un anno, era il regista delle nostre giornate. Le nostre avventure erano diverse da quelle dei coetanei: giochi di poesia e commedia, ricchi di scenografie, testi e costumi, una passione che ci ha accompagnati negli anni anche se le nostre strade corrono in direzioni diverse. Il mio spirito ha librato in aria come il pettirosso nel luogo do-ve abbiamo giocato e sognato. È stata un’immersione nei ricordi, un dolce ritrovarsi anche se la valle non è più la stessa da quando un vigneto ne ha chiuso lo sbocco sul prato. La recinzione in filo spinato ne impedisce l’ac-cesso e la fretta di superare il confine mi ha fatto san-guinare le mani ma ne valeva la pena per lo spettacolo offerto dai delicatissimi fiori che in febbraio spuntano sul tappeto di foglie secche dei castagni».

«Sai Stefano, la dolcezza che porti in te è frutto della sensibilità tua e delle persone con le quali hai vissuto o che hai scelto come compagni dei tuoi giorni, sono felice di aver varcata la breccia della Valle d’oro, ora anche noi abbiamo la nostra valle. Stiamo attenti, il filo spinato po-trebbe ferirci, facciamo anche noi un giuramento affin-chè nessuno mai la possa scoprire e profanare». Un bacio è il giuramento del corpo, una cicatrice che porteranno per sempre. Sul tappeto dello studio i due innamorati si abbracciano e si amano a lungo.

La tenda chiude gli occhi della finestra su Brescia.

Un altro pomeriggio in febbraio

Il carboncino lascia la propria ombra sul foglio facendo risaltare la figura, Renata sta sfumando alcune linee del disegno alza lo sguardo verso il giovane per chiedergli:

«Stefano hai mai raccontato a qualcuno dei tuoi pome-riggi in città, qualcuno con cui ti confidi, una persona un po’ speciale» .

«No, non me la sento di parlarne con i miei amici, chissà che menate, di sicuro un giorno o l’altro potrei trovarli qui sotto nella strada a fare casino. Però domenica po-meriggio sono quasi stato sul punto di fare la grande rivelazione a Stella».

«Chi è, non me ne hai mai parlato».

«È la mia cuginetta, la chiamo così, in realtà siamo figli di cugini, il mio papà e la sua mamma sono figli di fra-telli. Per descriverla bisognerebbe intingere la penna nell’arcobaleno. Ci frequentiamo dall’infanzia, lei abita-va in un paese poco distante e veniva a passare le vacan-ze di Natale, di Pasqua e qualche settimana d’estate dai nonni e dalle zie che abitano accanto alla casa dei miei genitori. Con mio cugino Gianni e Anna, una coetanea avevamo costituito il nostro piccolo clan, con varie sedi, sui gradini della scala, sotto il mandorlo dell’orto, davan-ti al fuoco del grande camino. Eravamo in quattro, ma con lei avevo un legame speciale.

Sempre in ordine, ben pettinata con una fascia colorata tra i capelli compariva nel cortile scivolando fuori dal li-bro di fiabe che portava sempre appresso e subito tra noi si creava un’atmosfera speciale. La sua voce è parti-colare, la senti una volta e non la dimentichi più. Parla come se un minuscolo personaggio del bosco, un elfo, o uno gnomo vivesse nelle cavità del suo naso e allun-gando una manina afferrasse la coda delle parole che partono dalla gola e poi le mollasse di scatto, facendole emettere suoni squillanti. È un incanto stare ad ascol-tarla. Quando siamo diventati più grandi, ero coinvolto dalle sue sensazioni e trepidazioni e aspettavo con ansia anch’io l’arrivo del suo fidanzatino, lo accoglievo con gioia. Provavo gioia per la sua felicità. Più avanti invece, quando stava frequentando un altro ragazzo, ero diven-tato così geloso che ho provato a dichiararle il mio amore. Non era amore ma soltanto paura di perderla, paura di far svanire la tenerezza del nostro rapporto in quel mondo incantato. Lei mi rispose che non ci crede-va, che non potevamo innamorarci, che avremmo rovi-nato il nostro rapporto, disse che per lei ero più di un fratello, qualcosa di speciale, non sapeva come spiegarlo, dovevamo restare così, come avevamo sempre fatto. Ri-cordo ancora le sue parole “Rimaniamo nel librone az-zurro almeno io e te e tra cinquant’anni o forse cento, saremo ancora gli stessi. Noi siamo la semplicità che proteggiamo. Noi siamo quello per cui lottiamo. Siamo persone vere, con un piede nella vita di tutti i giorni e l’altro nel libro dell’infanzia. Noi siamo gli eletti, coloro per i quali le cose belle significano bellezza». Come sem-pre aveva le idee chiare. Viveva come me in un mondo fantastico ma ne stava varcando i confini, si affacciava al-la realtà in anticipo rispetto a me. Da quando ha comin-ciato a lavorare, ci vediamo raramente. Domenica pome-riggio, ero sul ponte dell’autostrada, mi piace quel posto, non ci vado per guardare il passaggio delle auto, non sono un appassionato di motori, mi piace soffermarmi a sognare sulle vita delle persone al volante “Dove an-dranno?Chi li sta aspettando? Come sarà la loro vita?” verso le cinque si è fermata una macchina che stava transitando sul ponte, la voce squillante di Stella mi ha fatto voltare di scatto:“Hai finito di sognare. È domenica pomeriggio, cosa ci fai qua tutto solo. Non conosci qual-che ragazza, è ora di trovarne una, dai. Le ho viste le ra-gazze, ti mangiano con gli occhi, buttati, lasciati andare un po’”. Sono stato lì lì per raccontargli tutto ma non so perché mi sono trattenuto, avrei dovuto parlarle, lei più di tutti è la persona adatta ad ascoltare la nostra storia. L’anno scorso in questo periodo l’avevo incontrata pro-prio nello stesso posto mentre alla guida di un ciclomo-tore stava tornando dal lavoro, si è accostata al ciglio del-la strada, ha spento il motorino e lo ha appoggiato sul cavalletto, poi con aria seria mi ha detto:“Facciamo due passi, ho bisogno di confidarmi con qualcuno e non c’è nessuno che mi possa capire come te. Ti prego ascolta soltanto, non interrompermi, non dire niente fino quan-do avrò finito. Sono innamorata, lui è il mio datore di la-voro, ha parecchi anni più di me, è sposato e padre di due figli. Sono la sua segretaria, mi piace lavorare con lui, mi insegna tutto, è intelligente, capace, ha una intui-zione particolare per la produzione e per gli affari; poco alla volta mi sono affezionata. Spesso mi gratifica con un regalo, cose semplici, un fiore, un cioccolatino, un pen-siero gentile. È una cara persona, e mi sono innamorata di lui, ma ho sempre fatto finta di niente, ho fatto di tutto per non far traboccare i miei sentimenti.

Poi è successo. Eravamo a Venezia per lavoro.Terminato l’incontro e concluso l’affare mi ha portato a pranzo e poi esaudendo il mio desiderio siamo saliti sulla torre di San Marco. Lassù mi sentivo tra le stelle, toccavo il cielo con un dito, ero felice, anche lui lo era e quando il suo-no assordante delle campane ci ha sorpresi, ci siamo lanciati uno tra le braccia dell’altro e ci siamo baciati. Da lì è cominciato tutto, siamo innamorati, felici, per ora nessuno sospetta niente, ma prima o poi succederà. Chissà le critiche alle nostre spalle da parte dei colle-ghi di lavoro e degli amici. Chissà come reagiranno i miei famigliari quando lo verranno a sapere.

Stefano, ora puoi parlare, cosa dici”.

Ti direi subito di smettere, mi preoccupa come proce-derà questa storia. Tu sei molto giovane, ti stancherai, non avrai una normale vita di coppia, una casa. Rinun-cerà ai suoi figli per te?. Io corro sempre avanti, ho sem-pre fretta di arrivare per conoscere, per sapere come sa-rà. Sono tanti gli ostacoli da superare, sono in pena per te, eppure ti vedo così risoluta, decisa. Ti conosco, non ti fermi davanti a nessun ostacolo, quando sei convinta della causa combatti come un’eroina. Sei forte, sei deci-sa. Una parte di me ti direbbe di rinunciare, l’altra di continuare, vai avanti è la tua vita, sei responsabile molto più di me, sei grande, una donna con voce da bambina. Puoi sopportare tutto, cavalca la tigre, cavalca la tempe-sta, cavalca l’arcobaleno”.

Lei con un sorriso e una lacrima mi ha ringraziato di-cendo che le aveva fatto bene parlare con me, che ero ri-masto e dovevo rimanere sempre così com’ero sempre stato e che potevamo continuare a contare l’uno sull’al-tro come Hansel e Gretel, sperduti nel bosco ma forti perché consapevoli della loro alleanza. Ci siamo salutati con una carezza sul viso come abbiamo fatto anche do-menica sera. L’ho lasciata andare senza confidare il mio segreto, mi avrebbe capito più di qualsiasi altra persona perchè stiamo vivendo due storie simili. Forse avrei fatto meglio a parlarle di noi».

«Non so, penso di sì, io l’avrei fatto, purtroppo non co-nosco nessuna Stella, nessuna stellina con la voce squil-lante. Lei non ha esitato, voleva il tuo appoggio e te l’ha chiesto. È sicuramente una fonte sigillata, il nostro se-greto sarebbe rimasto tale. Ma non preoccuparti puoi sempre parlargliene. Confidati con lei, ti sembrerà meno pesante il fardello che porti sulle spalle».

La tenda chiude gli occhi della finestra su Brescia e poi li riapre ogni giorno sui due amanti per un altro mese.

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9 thoughts on “Giovedì alle metà del mese di febbraio 1972

  1. sei tenero quando racconti di fiori…e stagioni…sei un giardiniere poeta Faustoe questo racconto è una delle cose più belle che ho letto ultimamente…buona domenica

  2. Le impressioni ricevute da bambini restano nell'anima come un tatuaggio doloramoroso. Belli quei fiori, che non conoscevo. La natura è talmente opulenta.

  3. Unione di un momento."Da due direzioni del cieloarrivano due nubi vaganti,due nubi senza meta:chissà da dove vengono!Arrivate in mezzo al cielosi fermano d'un tratto, sorprese.Tutte e due si guardano in voltoalla luce del primo quarto;nella luce fievolesi ricordano della conoscenzadi due sconosciute.Viene in menteche l'andare e il venire delle dueera in un'isola buia,in una regione immersa nella nebbia,sulle rive dell'oceano della sera.Tutte e due si unisconotuttavia non s'uniscono:resta loro un po' di separazione.Conosciute desiderano unirsi,sconosciute muoiono di vergogna,dentro il desiderio dell'unioneappare la mezza luna:tocco di due bacidentro il sorriso della vergogna,due languide palpebredentro ombre di sogni deliziosi.Con il tocco di due,tutte e due se n'andaronosenza dir parola.Raccontarono le storie della sera,portarono la notizia all'alba."R. Tagore, da Duro e Tenero.

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