Giovedì alle metà del mese di febbraio 1972

Blog foto: images

«Un pensiero per te». L’innamorato mette dell’acqua in un vasetto di vetro lo colloca sul davanzale. «Denti di ca-ne appena sbocciati».Sei petali bianchi aperti all’in-dietro mostrano un cuore giallo ricamato con un filo d’oro dal quale sfilano sei lunghi stami rosa-viola e un pistillo bianco. Una corona di foglie oblunghe, glauche, verde-azzurro con macchie bruno porpora, raccoglie il fresco dono. «Questi bei fiori hanno una vita breve». «ßono bellissimi i fiori di bosco. Grazie. Mi fai ricordare quando da ragazza in questa stagione raccoglievo i deli-cati bucaneve sull’appennino. Dove li hai raccolti?». «Ieri pomeriggio dopo aver infilato ai piedi un paio di scarponi ho raggiunto le pendici del Monteorfano var-cando la soglia della Valle d’oro. Fu mio cugino Gianni a battezzare il posto con questo nome per via del colore delle primule che ne tappezzavano il pendio. Da bambi-ni ci eravamo impegnati con tanto di giuramento a non rivelare a nessuno il luogo incantato dove vivevamo in un mondo ai confine del reale. Gianni, più grande di me di un anno, era il regista delle nostre giornate. Le nostre avventure erano diverse da quelle dei coetanei: giochi di poesia e commedia, ricchi di scenografie, testi e costumi, una passione che ci ha accompagnati negli anni anche se le nostre strade corrono in direzioni diverse. Il mio spirito ha librato in aria come il pettirosso nel luogo do-ve abbiamo giocato e sognato. È stata un’immersione nei ricordi, un dolce ritrovarsi anche se la valle non è più la stessa da quando un vigneto ne ha chiuso lo sbocco sul prato. La recinzione in filo spinato ne impedisce l’ac-cesso e la fretta di superare il confine mi ha fatto san-guinare le mani ma ne valeva la pena per lo spettacolo offerto dai delicatissimi fiori che in febbraio spuntano sul tappeto di foglie secche dei castagni».

«Sai Stefano, la dolcezza che porti in te è frutto della sensibilità tua e delle persone con le quali hai vissuto o che hai scelto come compagni dei tuoi giorni, sono felice di aver varcata la breccia della Valle d’oro, ora anche noi abbiamo la nostra valle. Stiamo attenti, il filo spinato po-trebbe ferirci, facciamo anche noi un giuramento affin-chè nessuno mai la possa scoprire e profanare». Un bacio è il giuramento del corpo, una cicatrice che porteranno per sempre. Sul tappeto dello studio i due innamorati si abbracciano e si amano a lungo.

La tenda chiude gli occhi della finestra su Brescia.

Un altro pomeriggio in febbraio

Il carboncino lascia la propria ombra sul foglio facendo risaltare la figura, Renata sta sfumando alcune linee del disegno alza lo sguardo verso il giovane per chiedergli:

«Stefano hai mai raccontato a qualcuno dei tuoi pome-riggi in città, qualcuno con cui ti confidi, una persona un po’ speciale» .

«No, non me la sento di parlarne con i miei amici, chissà che menate, di sicuro un giorno o l’altro potrei trovarli qui sotto nella strada a fare casino. Però domenica po-meriggio sono quasi stato sul punto di fare la grande rivelazione a Stella».

«Chi è, non me ne hai mai parlato».

«È la mia cuginetta, la chiamo così, in realtà siamo figli di cugini, il mio papà e la sua mamma sono figli di fra-telli. Per descriverla bisognerebbe intingere la penna nell’arcobaleno. Ci frequentiamo dall’infanzia, lei abita-va in un paese poco distante e veniva a passare le vacan-ze di Natale, di Pasqua e qualche settimana d’estate dai nonni e dalle zie che abitano accanto alla casa dei miei genitori. Con mio cugino Gianni e Anna, una coetanea avevamo costituito il nostro piccolo clan, con varie sedi, sui gradini della scala, sotto il mandorlo dell’orto, davan-ti al fuoco del grande camino. Eravamo in quattro, ma con lei avevo un legame speciale.

Sempre in ordine, ben pettinata con una fascia colorata tra i capelli compariva nel cortile scivolando fuori dal li-bro di fiabe che portava sempre appresso e subito tra noi si creava un’atmosfera speciale. La sua voce è parti-colare, la senti una volta e non la dimentichi più. Parla come se un minuscolo personaggio del bosco, un elfo, o uno gnomo vivesse nelle cavità del suo naso e allun-gando una manina afferrasse la coda delle parole che partono dalla gola e poi le mollasse di scatto, facendole emettere suoni squillanti. È un incanto stare ad ascol-tarla. Quando siamo diventati più grandi, ero coinvolto dalle sue sensazioni e trepidazioni e aspettavo con ansia anch’io l’arrivo del suo fidanzatino, lo accoglievo con gioia. Provavo gioia per la sua felicità. Più avanti invece, quando stava frequentando un altro ragazzo, ero diven-tato così geloso che ho provato a dichiararle il mio amore. Non era amore ma soltanto paura di perderla, paura di far svanire la tenerezza del nostro rapporto in quel mondo incantato. Lei mi rispose che non ci crede-va, che non potevamo innamorarci, che avremmo rovi-nato il nostro rapporto, disse che per lei ero più di un fratello, qualcosa di speciale, non sapeva come spiegarlo, dovevamo restare così, come avevamo sempre fatto. Ri-cordo ancora le sue parole “Rimaniamo nel librone az-zurro almeno io e te e tra cinquant’anni o forse cento, saremo ancora gli stessi. Noi siamo la semplicità che proteggiamo. Noi siamo quello per cui lottiamo. Siamo persone vere, con un piede nella vita di tutti i giorni e l’altro nel libro dell’infanzia. Noi siamo gli eletti, coloro per i quali le cose belle significano bellezza». Come sem-pre aveva le idee chiare. Viveva come me in un mondo fantastico ma ne stava varcando i confini, si affacciava al-la realtà in anticipo rispetto a me. Da quando ha comin-ciato a lavorare, ci vediamo raramente. Domenica pome-riggio, ero sul ponte dell’autostrada, mi piace quel posto, non ci vado per guardare il passaggio delle auto, non sono un appassionato di motori, mi piace soffermarmi a sognare sulle vita delle persone al volante “Dove an-dranno?Chi li sta aspettando? Come sarà la loro vita?” verso le cinque si è fermata una macchina che stava transitando sul ponte, la voce squillante di Stella mi ha fatto voltare di scatto:“Hai finito di sognare. È domenica pomeriggio, cosa ci fai qua tutto solo. Non conosci qual-che ragazza, è ora di trovarne una, dai. Le ho viste le ra-gazze, ti mangiano con gli occhi, buttati, lasciati andare un po’”. Sono stato lì lì per raccontargli tutto ma non so perché mi sono trattenuto, avrei dovuto parlarle, lei più di tutti è la persona adatta ad ascoltare la nostra storia. L’anno scorso in questo periodo l’avevo incontrata pro-prio nello stesso posto mentre alla guida di un ciclomo-tore stava tornando dal lavoro, si è accostata al ciglio del-la strada, ha spento il motorino e lo ha appoggiato sul cavalletto, poi con aria seria mi ha detto:“Facciamo due passi, ho bisogno di confidarmi con qualcuno e non c’è nessuno che mi possa capire come te. Ti prego ascolta soltanto, non interrompermi, non dire niente fino quan-do avrò finito. Sono innamorata, lui è il mio datore di la-voro, ha parecchi anni più di me, è sposato e padre di due figli. Sono la sua segretaria, mi piace lavorare con lui, mi insegna tutto, è intelligente, capace, ha una intui-zione particolare per la produzione e per gli affari; poco alla volta mi sono affezionata. Spesso mi gratifica con un regalo, cose semplici, un fiore, un cioccolatino, un pen-siero gentile. È una cara persona, e mi sono innamorata di lui, ma ho sempre fatto finta di niente, ho fatto di tutto per non far traboccare i miei sentimenti.

Poi è successo. Eravamo a Venezia per lavoro.Terminato l’incontro e concluso l’affare mi ha portato a pranzo e poi esaudendo il mio desiderio siamo saliti sulla torre di San Marco. Lassù mi sentivo tra le stelle, toccavo il cielo con un dito, ero felice, anche lui lo era e quando il suo-no assordante delle campane ci ha sorpresi, ci siamo lanciati uno tra le braccia dell’altro e ci siamo baciati. Da lì è cominciato tutto, siamo innamorati, felici, per ora nessuno sospetta niente, ma prima o poi succederà. Chissà le critiche alle nostre spalle da parte dei colle-ghi di lavoro e degli amici. Chissà come reagiranno i miei famigliari quando lo verranno a sapere.

Stefano, ora puoi parlare, cosa dici”.

Ti direi subito di smettere, mi preoccupa come proce-derà questa storia. Tu sei molto giovane, ti stancherai, non avrai una normale vita di coppia, una casa. Rinun-cerà ai suoi figli per te?. Io corro sempre avanti, ho sem-pre fretta di arrivare per conoscere, per sapere come sa-rà. Sono tanti gli ostacoli da superare, sono in pena per te, eppure ti vedo così risoluta, decisa. Ti conosco, non ti fermi davanti a nessun ostacolo, quando sei convinta della causa combatti come un’eroina. Sei forte, sei deci-sa. Una parte di me ti direbbe di rinunciare, l’altra di continuare, vai avanti è la tua vita, sei responsabile molto più di me, sei grande, una donna con voce da bambina. Puoi sopportare tutto, cavalca la tigre, cavalca la tempe-sta, cavalca l’arcobaleno”.

Lei con un sorriso e una lacrima mi ha ringraziato di-cendo che le aveva fatto bene parlare con me, che ero ri-masto e dovevo rimanere sempre così com’ero sempre stato e che potevamo continuare a contare l’uno sull’al-tro come Hansel e Gretel, sperduti nel bosco ma forti perché consapevoli della loro alleanza. Ci siamo salutati con una carezza sul viso come abbiamo fatto anche do-menica sera. L’ho lasciata andare senza confidare il mio segreto, mi avrebbe capito più di qualsiasi altra persona perchè stiamo vivendo due storie simili. Forse avrei fatto meglio a parlarle di noi».

«Non so, penso di sì, io l’avrei fatto, purtroppo non co-nosco nessuna Stella, nessuna stellina con la voce squil-lante. Lei non ha esitato, voleva il tuo appoggio e te l’ha chiesto. È sicuramente una fonte sigillata, il nostro se-greto sarebbe rimasto tale. Ma non preoccuparti puoi sempre parlargliene. Confidati con lei, ti sembrerà meno pesante il fardello che porti sulle spalle».

La tenda chiude gli occhi della finestra su Brescia e poi li riapre ogni giorno sui due amanti per un altro mese.

Annunci

il volo

Blog foto: images

Quattro occhi si fissano trasmettendo parole che le boc-che non osano pronunciare.

Renata si stacca da lui, va alla finestra ed esclama:

«Il cielo era tinto di un colore spento, la pioggia della morte nascosta nella noia delle parole e dei gesti di tutti i giorni era precipitata sui tetti di questa città penetran-do nelle case senza bussare, senza far cigolare i cardini delle porte. Sei arrivato tu, e un fascio di luce ha portato la vita sulla tavolozza al di là di questa finestra, ora vedo le gradazioni del cotto, le luci e le ombre proiettate dal sole e dalle lampade delle vie sottostanti, i delicati dise-gni tracciati dalla coda dei gatti girovaghi tra i camini e le lunghissime ghirlande di festa appese in cielo dai voli dei colombi e degli storni».

L’anima del ragazzo si proietta nella nuova direzione delle cose col nitrito puro della sua verità: «Solo allonta-nandoci potremmo vincere il potere che ci unisce, io non voglio scappare, sono pronto ad affrontare qualsia-si ostacolo. Ho il coraggio che mi basta, e tu?».

Renata guarda il suo scudiero: è diventato un cavaliere solitario senza paura, uno dopo l’altro si libera dagli in-dumenti lasciandoli scivolare ai suoi piedi; prende due libri dal tavolino e li sovrappone uno sull’altro sul tap-peto, vi appoggia i calcagni mentre le dita appoggiano arcuate sul pavimento, il corpo eretto, la testa rivolta in alto, le braccia lunghe e distese all’indietro pronte per spiccare il volo nell’infinito azzurro.

«Icaro è pronto per andare verso il sole, le lunghe ali di cera mi porteranno in alto, farò attenzione a non avvici-narmi troppo, ho la consapevolezza di precipitare se lo vorrà il destino».

L’artista si siede al cavalletto e comincia a disegnare. Il carboncino graffia la carta, un foglio, poi un altro e un altro ancora. La vita corre veloce e fa precipitare dal cie-lo al mare in un istante. La barriera eretta per tenersi lontana dal ragazzo è instabile, sta cedendo, varcarla è pericoloso ma è pronta a correre il rischio, prende la de-cisione, si alza, sposta piano la sedia.

«Volerò con te, non ti lascio precipitare da solo nel vuo-to, se il sole scioglierà le nostre ali, affogheremo insieme in questo mare». Si accosta al giovane, gli accarezza le lunghe braccia, lo bacia sulle spalle, sul collo. Un lungo fremito percorre il corpo di Stefano che abbassando lo sguardo vede accumularsi altri indumenti accanto ai suoi. Le due aquile si avvicinano, si assalgono assetate d’amore, infine volteggiando su se stesse precipitano a terra. Artigli di velluto si accarezzano si incrociano, un solo corpo, i polmoni sono pieni del piacere dell’ossi-geno del desiderio, un solo respiro, l’uno con l’altra, l’uno nell’altra. Il fervore della passione si concentra nei loro corpi, la maturità si perde nel cespuglio di voglia dell’istinto che insegue le stagioni e salta sui fiori.

La coperta della notte cala sulla città affacciata alla fine-stra, i corpi degli amanti riavvolti nelle proprie bucce mano nella mano scendono le scale. Renata abbottona il cappotto a Stefano, gli lega la sciarpa attorno al collo, lo accompagna alla porta: «Ci vediamo giovedì».

«Un altro volo».

«Un altro volo».

Ogni incontro, un volo dell’arte sul foglio del cavalletto, e quello dell’amore sul divano arabescato.


primo martedì di gennaio ’72

Blog foto: images

Il ritmo del cuore è simile al tu-tum sulle rotaie di un treno in velocità ;sulle labbra il sapore di mandarino è diventato sale e la sete si è fatta più forte, ogni giorno il deserto della lontananza ha fatto screpolare le labbra per l’arsura. Stefano bussa alla porta della casa dove ha trovato il suo tesoro. La porta è aperta, entra, lancia cap-potto, zaino, berretto e sciarpa sulla sedia accanto alla stufa e corre sul ballatoio in legno, si butta tra le braccia aperte di Renata, seduta dietro al cavalletto.

«Quanto mi sei mancata».

Sente la morbidezza del corpo, comincia a stringerla più forte, le labbra sono di fronte alle labbra ma la mano di lei si fa diga di sbarramento per interrompere il flusso del fiume in piena: «Aspetta, devi controllarti, potresti innamorarti di me».Parole inutili, è troppo tardi. La lon-tananza ha alimentato il piccolo fuoco acceso prima del-le feste ed ora ogni gesto può diventare ossigeno per ali-mentare la fiamma, invece di acqua che la spegne.

«Ti ho portato un regalo».

«Anch’io».

Si consegnano i due pacchi, assieme li scartano:

«All things must pass, il triplo album di Harrison, grazie. È troppo. Grande, grande, grande» la abbraccia e le da un bacio sulla guancia.

Basta un po’ di musica per fargli passare tutto, forse è la via d’uscita da questa storia, Renata non vuole crederlo. Possibile si sia ingannata sul suo conto. Lei ha tra le ma-ni una finissima confezione di carta da lettere color cre-ma e un quaderno. Apre la pagina e legge le parole della dedica:Improvvisamente sento che, nei miei pensieri per te, c’è una grande nostalgia, una gran voglia di andare via, vorrei trovarmi dove vivi tu” .

«È il ritornello di una canzone di Patty Pravo, ho pensa-to che potresti scrivere qualcosa sulla nostra storia, sulla bella amicizia o forse qualcosa di più se vogliamo farla proseguire. Se per qualche motivo ci dovessimo allonta-nare userai quelle lettere per tenermi informato» .

Gli prende le mani, la faccia di lei è seria, le parole fati-cano ad uscire dalla bocca: «Stefano, cosa ha significato quel bacio per te».

«E per te?. Ho l’impressione che abbia un solo signifi-cato per tutti i due».Doveva parlare lei, ma lo sta ad ascoltare, forse è meglio così.«Ho pensato tanto in questi giorni a te, a me, a noi due. Spero e credo di non sba-gliare, ho un forte intuito e non sbaglio quasi mai. Ci sta accadendo qualcosa ed è la stessa per tutti e due: ci stiamo, ci siamo innamorati. Tutto quello che pensi o hai pensato ha risuonato nella mia mente in questi giorni, magari in maniera diversa, le stesse preoccupazioni per una storia d’amore tra due persone di età diverse. Lo so, potresti essere mia madre, ma non è la stessa cosa, a me non importa dell’età, non mi importa del dopo, né di quello che penserà la gente. Lo capisco se ti fa paura. Non dobbiamo per forza sbandierarlo al vento per mo-strarlo alla luce del giorno; il nostro segreto lo terremo nascosto all’interno di questa stanza per ora, e poi ve-dremo».

«Stefano, sei consapevole che saremmo condannati ad un’esistenza ristretta, relegati a questa cella, prigionieri in questo studio, due pesci rossi nella palla di vetro…

«Sì, ma due pesci che nuotano con slancio in un piccolo spazio quasi fossero nell’immenso oceano. Saremo pri-gionieri come dici tu, ma porteremo dentro il respiro la libertà delle distese infinite, le nostre anime potranno li-brarsi oltre cavalcando la fantasia verso gli orizzonti of-ferti di volta in volta dalla lettura, dall’arte e dall’ascolto di buona musica».

Renata è stupita, affascinata dalle parole del ragazzo, ma replica: «Fuori da queste mura qualcuno comincerà a sospettare, ci metteranno il bastone tra le ruote, ci cre-eranno difficoltà come hanno fatto con altre storie simili alla nostra».

«Non me ne importa. Io sto bene con te, sono egoista ma è questo che voglio più di tutto. Al futuro non voglio pensare, viviamo troppo spesso con un piede incastrato nel passato e uno proiettato nel futuro e quasi sempre dimentichiamo di camminare nell’oggi, un passo dopo l’altro».

«Non so cosa fare Stefano, comprendo le tue parole, non voglio interrompere la nostra amicizia o quello che po-trebbe diventare, ma siamo ancora in tempo a fermarci, ci farebbe meno male separarci ora, è stato solo un bacio innocente».Sta mentendo, ci vuole poco a capirlo.

Il ladro si fa avanti, non fa giri ampi come la poiana nel cielo, si lancia in picchiata come il falco. a piombo sulla tortora in volo.

«Un bacio innocente come questo».

Il secondo bacio è un urlo in una grande vallata, rimbal-za tra le pareti della montagna ripetendo “Amami”.

Capodanno 1971 sull’appennino emiliano

La mezzanotte è passata da poco. La pittrice ha atteso il cambio di calendario con i genitori e li ha a ccompagnati a letto con l’augurio di un buon 1972. Si è resa conto che il tempo ha lasciato sui due il peso della vecchiaia,

in quelle condizioni non saranno molti i tappi da far saltare a fine anno per loro; ripone i bicchieri nel la-vandino, toglie le briciole dalla tovaglia, si siede. Il si-lenzio è padrone della stanza; appoggia le braccia sul ta-volo abbandonando la testa tra le mani. I pensieri co-minciano a turbinare come le foglie secche in un vortice d’autunno.

«Cosa sto facendo della mia vita, quarant’anni e non ho niente tra le mani, non riesco a pensare ad altro che al bacio rubato sotto il vischio, il bacio di un ragazzo non ancora ventenne. Potrebbe innamorarsi, se non lo è già, come lo sono io, è assurdo. L’affetto per un figlio che non ho mai avuto si è trasformato in pochi giorni in qualcosa che potrebbe diventare pericoloso per tutti e due. Forse sto correndo troppo ma traspare una assurda verità: ci siamo innamorati; con quel bacio ha alitato in me il soffio della sua vita, sento dentro il suo respiro e non voglio soffiarlo via come il fumo di una sigaretta. Con la mente lucida potrei dire –mi basta–sarei felice al solo vederlo, per stare in sua compagnia, per sentirlo parlare. Le poche ore con lui riempiono la mia giornata, la mia settimana, mi sembra di essere rinata con a fianco il mio scudiero».

L’immagine di lui in ginocchio la fa sorridere, ma il film prosegue, lui si alza e l’abbraccia, la stringe forte, forte come vorrebbe essere stretta, come ha sempre sognato di essere abbracciata.

È consapevole che per lui non può essere la stessa cosa, non si fermerà, quello non era il bacio di un bambino alla madre, è molto di più. La prima ciliegia rubata nel mese di maggio non sazia. Se continueranno non sa-pranno più fermarsi, sta perdendo la testa, altro che madre e figlio, è innamorata come una ragazzina.

Le foglie staccate dai rami ruotano sempre più finchè la velocità le proietta lontano dal vortice, lasciando il po-sto ad altre foglie, altri pensieri.

Immagina la donna adulta e il ragazzo a passeggio tra la gente per le strade della città, mano nella mano.

Immagina i due che si baciano sotto il vischio e attorno una folla ammutolita li sta guardando.

Immagina i due innamorati seduti al tavolo di un risto-

rante affollato.

Immagina, immagina, immagina, foglie lanciate lontano, calpestate e sbriciolate dalle persone che stanno intorno.

Immagina i due amanti fuggire in cerca di luoghi appar-tati e solitari, lontani dal mondo, lontani da tutti. Alla fi-ne della corsa rimane un solo posto per loro: lo studio, due sedie accanto alla stufa.

Un gatto selvatico lancia un urlo in lontananza nel buio. Due cavalieri si avvicinano mentre si alza il vento. Due soldati di ventura, soli nel mondo, soli contro il mondo. Molto più di una battaglia persa. Nessuno sarà dalla loro parte, saranno tutti contro lei: –una quarantenne con un ragazzino–gli rovinerà l’esistenza–lo ha circuito, ingan-nato–si è presa gioco di lui e del suo giovane corpo–. Quel giovane corpo non lo ha ancora visto completa-mente, ma ora il solo pensiero la mette in subbuglio. Forse è meglio fermarsi, dare un taglio netto, è ancora in tempo, prenderà una scusa qualsiasi, un lavoro urgente, la malattia dei genitori è un’ottima scusa per non farsi trovare; non si devono più frequentare; gli farà un bel regalo, si dimenticherà in fretta di lei.

Non ci crede, non riesce a crederlo, non vuole crederlo,

deve trovare un motivo per staccarsi da lui, per non pen-sarlo di continuo, per toglierselo dalla mente.

Più pensa e più sente le braccia di lui attorno alla vita, attorno alle spalle, le sue labbra sulle soppracciglia, le sue dita tra i capelli. I pensieri corrono, corrono, la por-tano a ciò che non è ancora avvenuto: se qualcuno li scoprisse, scoppierebbe uno scandalo, potrebbe finire sui giornali, come quell’insegnante e il suo studente qualche anno prima, la cui storia è stata immortalata in un film. Cosa penserebbe la gente di lei, cosa pensereb-bero i suoi amici, i suoi genitori.

Fuori sta nevicando, grossi fiocchi scivolano sui vetri e coprono il davanzale, lentamente. Lentamente le palpe-bre si abbassano, i pensieri si fanno sempre più traspa-renti, fino a che il vuoto accoglie la sua testa abbando-nata sul tavolo il primo giorno di gennaio.

Il velo scuro della notte rimuove la distanza; lontano qualche centinaio di chilometri c’è un ragazzo che la guarda e la vede, le parla, l’ascolta piange e ride per lei.

Lontano qualche centinaio di chilometri, Stefano la as-petta carico di fiori e di parole dolci; conta sul calenda-rio i giorni che lo separano dal primo martedì di uno splendido anno nuovo e pensa: “Ho trovato quello che da tempo cercavo, avanza 1972, sono pronto”.

+++

continua….L’ultimi incontro , prima delle vacanze di Natale’71…

 

«Che belle parole, Renata, moltiplicano la dimensione del mondo su cui si affaccia questa finestra».

«Le parole di una poesia sono luci e ombre che svelano nell’oscurità di un cielo notturno la bellezza del cuore degli uomini. Hai respirato questi versi, ti sei specchiato in essi scoprendo cose che la tua anima contiene nel profondo. Ogni volta che ascolti o ripeti con attenzione una poesia puoi scoprire cose nuove, nella poesia e den-tro te stesso».

«Chi è l’autore di queste parole».

«La poesia La sera del dì di festa di Leopardi è nei pro-grammi di quinta, l’anno prossimo la studierai di sicuro, vedrai come la commenterà la tua insegnante di italiano, io la conosco, è molto in gamba, anche se a voi ragazzi può sembrare severa».

«Lo penso anch’io, il suo portamento austero mette sog-gezione, a volte penso sia una consacrata; il mio compa-gno di classe Egidio quando parla di lei dice scherzando che è stata violentata dai partigiani. Noi studenti siamo terribili quando ci mettiamo di impegno».

«Sono le cinque, il mio treno parte alle sei, devo sbrigar-mi. Percorriamo un po’ di strada assieme, ci salutiamo alla fermata del pulman e io proseguo fino alla stazione. Devo solo prendere il borsone che ho lasciato accanto alla porta».

Lo porto io. Sono io il tuo scudiero».

Renata prende un grande pennello, glielo appoggia sulle spalle e con allegra solennità proclama: «Da questo mo-mento ti nomino cavaliere della bellezza interiore».

La notte senza stelle ruba gli occhi ai due viandanti,una pallida luna si affaccia tra le nuvole, con una manciata di luce sulle strade della città. La morsa invernale attana-glia il cuore; il silenzio cala come una lama gelata.

Si devono dividere per un po’ di tempo, non sanno co-me rompere il ghiaccio, cosa dire dopo tutto ciò che si sono rivelati in questi giorni. Due parole intrappolate nelle bocche mute:

Mi mancherà”.

Mi mancherà”.

Arrivano in Piazza Garibaldi, Stefano scongela il silen-zio: «Prendo il pulman delle 7 e ti accompagno fino alla stazione, ti porto la borsa fino là» è una scusa per stare ancora un poco con lei. Lungo il tragitto alcuni pensieri martellano la sua mente: «Cosa farò senza lei tutto que-sto tempo. Cambierà qualcosa al suo ritorno. Ci rivedre-mo ancora?. E se succedesse qualcosa, qualsiasi cosa che mi impedisse di vederla. Non voglio pensarlo».

La commozione fa capolino e gli occhi si fanno lucidi.

Davanti ad un locale chiuso un filo leggero di lucine bianche illumina un ramo di vischio, Stefano si ferma, lascia cadere la borsa, prende tra le mani il viso di Rena-ta e spingendola dolcemente sotto il rametto sussurra:

«Un bacio sotto il vischio è di buon auspicio per l’anno a venire». Appoggia le labbra socchiuse su quelle profu-mate di mandarino; un bacio puro, come quello dei film che piacciono tanto a lui. Un bacio semplice e fragile che crea ed esprime una storia delicata e ricca di emo-zioni, una piccola realtà che contiene una costellazione immensa di valori.

Piace anche a lei il bacio rubato.

Il treno è già sui binari, il biglietto è nella borsa.

La voce flautata di Renata cerca invano di rendere dolce il distacco: «Ti porterò un regalo da Bologna, ci vediamo al mio ritorno il primo martedì dell’inizio della scuola, Buon Natale e Buon Anno».

Il distacco strappa il cuore, hanno bisogno di stare soli

per pensare l’una all’altro, per fissare gli ultimi attimi del giorno che sta passando. Il fischio del treno è una fucilata che corre sui binari annunciando la partenza.

La notte è lo sfondo di un quadretto romantico di forte intensità: Renata è al finestrino, il palmo della mano ap-poggiata al vetro, un sorriso sulla bocca, la sciarpa sui capelli. Stefano sulla banchina non sa come trattenere l’emozione, le lacrime non gelano sul bordo degli occhi ma in terra sono cristalli di brina, strappa di tasca un fazzoletto bianco e comincia a sventolarlo oscillando il braccio in alto, perchè lei lo veda da lontano finchè di-venterà un puntino prima di essere ingoiato dalla notte.

La malinconia batte nel petto come un martello sul fer-ro incandescente per forgiarlo in un raggio di sole, un fi-lo forte per attraversare la vita.