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Sul tavolo c’è una bottiglia di spumante, due flute, un panforte , un torrone a pezzi, dei mandarini e una scatola di cioccolatini, quelli buoni, di lusso!

“Oggi non si lavora, facciamo festa, togliti il cappotto, portiamo tutto di sopra, ci abbuffiamo e facciamo una bella chiacchierata  sprofondati nel  divano”. 

E’ tutto il giorno che lo aspetta.

 “Hai il fiatone. Hai fatto la strada di corsa scommetto, con tutta quella borsa di libri in spalle”.

“Avevo una voglia di vederti, questa mattina non passava più il tempo,
5 ore,
300 minuti,

18.000 secondi”.
Diciottomila bum bum  nel  petto.

Ho bruciato i marciapiedi per arrivare più presto possibile!”

“Avevi paura di non trovarmi più, che partissi senza salutarti…
“Parti? Come? A Natale? Dove vai?”
“Oh scusami, dovevo dirtelo la volta scorsa ma poi… Comunque stasera prendo il treno per Bologna, torno dai miei genitori per passare il Natale con loro. Mio padre è malato e non si muove più da casa.  Abbiamo tante cose da dirci. Forse c’è anche mio fratello, il mio fratellone è una vita che non lo vedo.
Mio marito non viene con me.
Non scorre buon sangue tra lui e la mia famiglia,francamente passare un Natale con lui mi avrebbe mandato in depressione. Lavoro, il lavoro e poi ancora il lavoro, sembra l’unica sua alternativa. La sera non c’è quasi mai, penso quasi sia una scusa per andare con un’altra donna o altre. Son’ convinta che mi tradisce,  non mi importa  proprio niente  a questo punto, più mi sta alla larga e meglio sto lontana da quel nano. Si! non te lo volevo dire, ma ho sposato il nano infame come lo chiami tu. Mio marito è il tuo professore di elettrotecnica.”.

“ Cooosa??? Quel cesso ambulante, ingegnere fallito, quella testa di…,  quella fogna a cielo aperto, come fai a stargli accanto, ha un alito pestilenziale che… o scusa, sono un maleducato, non riesco a tenere la bocca chiusa, comunque è proprio odioso, sai cosa ha fatto stamattina ?”

Lei sta ridendo a crepapelle. Dopo la scarica di insulti, uno più variopinto e pennellato dell’altro. Gli hanno fatto i raggi X,  gli alunni   sono spietati a volte.
“Ha interrogato un mio compagno, il Lupo .  Lo chiamo così  perché quando si butta  sulle ragazze sembra digiuno da un inverno intero. Gli ha fatto una domanda, scena muta, un’altra e poi un’altra ancora, silenzio di tomba. Non aveva studiato, e forse non aveva capito granchè delle  spiegazioni.

 Ma dagli il suo quattro e mandalo al posto!

 No. Ha infierito su di lui, gli ha chiesto che lavoro facevano i suoi. Dall’odore  di stalla che lasciano i suoi indumenti anche se è sempre ben curato, vestito e lavato si capisce, sono contadini.

E comunque fa meno schifo dell’odore di marcio che esce dalla bocca dell’ingegnere. 

 Quando il mio socio, rosso in viso,  ha risposto, sai qual è stata la replica del genio laureato 110 e lode? :
“Le tue sono braccia strappate alla terra, perchè vuoi fare, il perito industriale!” 

“Ma si può umiliare una persona in questo modo!  Ma chi sei? Puoi anche avere ragione, mostro elettrico, molti di noi torneranno a fare il lavoro dei genitori, ma la scelta sarà  nostra, chi ci deve aiutare a trovare la strada giusta non deve permettersi di usare questi modi da iena”. 

Si gira, la guarda, sta ridendo ancora, i bicchieri sul vassoio ballano,  rischiano di cadere. 

“Ma come hai fatto a sposare uno così? Com’è che ti sei innamorata di lui?”

E serena, è allegra, gli racconta tutto.

“Mio padre è nato in un piccolo paese, sull’Appennino bolognese, era sottufficiale dell’esercito, d’istanza a Brescia, qui ha conosciuto mia madre,  questo studio  era casa sua.

Dal loro matrimonio siamo nati, mio fratello nel  ‘25 ed io nel  ’30. Ho vissuto in questa città, fino alla fine della terza elementare, quando mio fratello è entrato nell’esercito per fare carriera militare e noi ci siamo trasferiti nella casa paterna in Emilia.

Questa migrazione  mi ha fatto soffrire; dover lasciare gli amici, soprattutto staccarmi dal fratello adorato, è stata dura per me  ricominciare da capo.

Eravamo un po’ isolati, non c’erano bambini della mia età con i quali passare il  tempo, per cui sono stata spedita in un collegio di suore, cinque anni di clausura freddi e tristi.

Unica boccata d’aria le ore di “svago” con una giovane insegnante; mi ha iniziato all’ uso di  matite e colori ed ha fatto crescere in me la passione dell’arte. Nelle vacanze estive del mio ultimo anno al collegio  siamo state in Umbria, ospiti in un convento di francescane per quindici giorni,  da lì a bordo di una Vespa  abbiamo girato un po’ tutta la regione e la  vicina Toscana in visita a chiese e conventi , ci fermavamo a dormire presso monasteri, conventi,  abbazie, poiché aveva viaggiato molto, conosceva  qualche persona in tutti i posti. Avresti dovuto vederci, due viandanti motorizzate,  due easy riders  all’italiana; io dietro aggrappata , sballottata di qua e di là per quelle stradine, abbiamo visitato Assisi, Gubbio, Sorana, Sovano, Pitigliano, Volterra, San Gimignano, San Galgano, un’avventura fuori dal tempo, nei giorni di guerra.  Mostrandomi gli affreschi , i quadri, i crocifissi o l’architettura degli edifici sacri citava 

San gregorio Magno:

 “La pittura è usata nelle chiese perché gli analfabeti, guardando sulle pareti, leggano ciò che non sono capaci di decifrare sui codici.”
 Marc Chagall:

“Le Sacre Scritture sono l’alfabeto colorato della speranza in cui per secoli i pittori hanno intinto il loro pennello”.

 Ho imparato molto quell’estate del  ’43.  Quando è stato il momento di passare alle scuole superiori ho dovuto penare molto per ottenere da mio padre il permesso di frequentare a Bologna una scuola d’arte, se non fosse stato per l’intervento energico di mia madre  sarei rimasta dalle suore fino alla maturità. A parte la passione per l’arte la mia vita scorreva grigia, avanti e indietro da Bologna  alle colline, non riuscivo a stringere amicizie causa il carattere riservato che le sorelle del collegio mi avevano forgiato. Alla fine dei cinque anni ero decisa, sarei diventata maestra d’arte all’accademia di Brera, ma mio padre era contrario, diceva:

“ E’ un ambiente pericoloso, tutti quegli pseudo-artisti, sbandati, con la cannetta di vetro nella schiena, non  diventerai una brava donna, ne riuscirai a metter  su famiglia.”

 Era una discussione continua, io molto decisa, lui sempre più cocciuto nel suo divieto, neanche la mamma riusciva a fargli cambiare idea, mio fratello non si vedeva che un paio di volte l’anno. Se ci fosse stato lui avrei di sicuro vinto pacificamente la battaglia con papà. Scenate,  porte sbattute, pranzi e cene lasciate sul tavolo, niente da fare il vecchio maresciallo in pensione non mollava, così ho preso la prima occasione…
quella che doveva essere la mia via di fuga  è diventata l’inizio della galera.

Da qualche tempo un giovanotto  neo laureato ingegnere era tornato al paese, mi aveva adocchiato in chiesa, subito si è fatto avanti. Parlava del suo futuro, una vita in una grande città, una carriera assicurata a Milano come responsabile dell’ufficio tecnico in una   grande industria di elettrodomestici. 

Ci siamo frequentati per un breve periodo, lui mi faceva una corte serrata, era ben visto dai miei genitori, per loro era il  futuro sicuro e garantito. Quando  gli ho raccontato le mie aspirazioni mi ha proposto di seguirlo a Milano, se lo avessi sposato sarei stata libera di frequentare l’accademia, libera dal giogo paterno. Libera. Non sapevo niente dell’amore, non avevo mai pensato alla vita di coppia, ma era l’unica via d’uscita e l’ho colta senza pensarci due volte.

 Mi sposo e vado a Milano. Che pazzia!

Per me è stata dura fin dall’inizio, in quell’appartamentino di periferia, certo non ci mancava nulla, lui guadagnava bene, ma era molto occupato dal lavoro, faceva spesso tardi la sera, quante cene da sola! Per fortuna al Brera mi appassionavo sempre più, lì stavo bene, inoltre per  non dovere chiedere soldi a mio marito, per essere un po’ indipendente , avevo cominciato a lavorare in una bottega di restauro, imparavo un mestiere e potevo guadagnare  qualche soldo per le mie spese personali.

Non ero innamorata, non provavo niente,
preferivo i momenti quando lui non c’era.
Avevamo deciso di non avere figli  per un bel po’, lui diceva che era meglio per i miei studi e per il suo lavoro, inoltre voleva una casa nuova, è sempre stato molto, ambizioso,
per lui conta l’immagine che proiettiamo sugli altri,
per me conta come sei dentro.

Sono arrivata così a trent’anni, niente casa, niente figli, niente amore; avevo finito gli studi e lavoravo ancora alla bottega; lui era stato licenziato, alcuni suoi progetti erano andati molto male.  Era sempre nervoso, irascibile, non riusciva a stabilire buoni rapporti con i colleghi e il personale alle sue dipendenze, così cambiava spesso, aveva cominciato a insegnare in alcuni istituti tecnici. L’aria di Milano era diventata pesante per lui, così decise di accettare il ruolo di insegnante e ci siamo trasferiti qui a Brescia,  ho riaperto  la casa della mamma e l’ho trasformata in questo studio, sai ho fatto tutto a mie spese, senza chiedergli un soldo, lui non ha mai visto di buon occhio il mio lavoro, mi ha sempre ostacolato in questo, é invidia perché faccio più soldi di lui. Secondo lui il lavoro è stato  la causa della mia mancata maternità.

Volevo un figlio, un motivo per cui vivere, non ti voglio parlare dei nostri rapporti intimi, ma credimi
il nostro letto era la tomba dell’amore,
per me è sempre stato  un sacrificio unirmi a lui, nessun desiderio, nessun piacere, niente. Fingevo, ho sempre finto, ma i figli non sono mai arrivati, ogni mese  mi accusava : “Non sei proprio capace a fare niente”,  e così ci siamo allontanati sempre di più. Per fortuna! Abbiamo cominciato a dormire in camere diverse, forse ha trovato un’altra o altre donne, meglio così per me!. C’è una tregua tra di noi, dobbiamo mantenere  l’ aspetto esterno di coppia felice.
Frequentiamo insieme il suo ambiente, le cene,  gli amici, le feste; in casa ognuno fa la sua vita, non ci sono interferenze, è una convivenza pacifica,  a suo modo  mi ama,  è molto geloso e non permette neanche per scherzo  ai suoi amici  di farmi un po’ di corte;  quando qualcuno si intrattiene con me un po’ di più del solito, lui arriva e con la scusa del suo mal di testa ci congediamo e torniamo a casa. E adesso chiudo l’argomento, ho vuotato il mio fardello, ti ho sicuramente annoiato, ma finalmente  mi sento più leggera, non avevo mai raccontato a nessuno la mia vita, neanche alla mamma. A te mia stella, il compito di raccogliere le cartacce strappate di questo racconto , buttale nel cestino  e dimenticale. Mi sono liberata, ha vomitato quello che mi stava sullo stomaco da vent’anni. Ora sto proprio bene, mi è venuta fame.

Mangiamo una fetta di panforte? Stappa lo spumante, è Natale tra qualche giorno! Facciamo festa!”

Brindano davanti alla finestra , davanti alla sera . Una pausa lascia lo spazio al silenzio, poi:

“Dolce e chiara è la notte e senza vento, e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti posa la luna, e di lontan rivela serena ogni montagna

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