Il primo martedì del dicembre 1971

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7 dicembre 1971 La sveglia suona alle 5. 45. In un balzo è fuori dal letto, entra in bagno, ruota la manopola della vasca. L’acqua calda arriva in un attimo poiché è collegata con il bolli-tore posto sopra il forno del pane situato al pianterreno. Una fumana si espande e vela con impercettibili goccio-line le piastrelle azzurrine. Stefano si immerge nell’ac-qua bollente della vasca. È abituato a quella temperatu-ra. «Come mai fai il bagno a quest’ora » gli chiede la zia, l’unica che può avere l’accesso quando lui è in bagno; è un pudico, non si fa mai vedere nudo, neanche dalla mamma, papà o fratelli. La Zia sì. Lei li ha accuditi fin dall’infanzia, lui, i suoi fratelli e suoi cugini. Li ha lavati, vestiti, curati quando erano malati, li ha accompagnati nelle lunghe passeggiate sul monte e nelle vacanze esti-ve, di lei non ha vergogna, anche se ora è diventato gran-de e il suo corpo è cambiato.

«Stamattina c’è la visita medica per il corso di nuoto». «Bene. Sono contenta così ti lavi bene una volta in più». La zia è una maniaca dell’igiene, della pulizia e dell’ordi-ne, si alza dal letto alle quattro come quando da giova-ne lavorava in forneria coi fratelli, comincia col spazzare tutta la loggia in estate e in inverno, poi passa alle came-re libere. In quella di Stefano entra alle cinque anche se lui dorme, spalanca la finestra e le ante, sbatte la polvere dai tappeti, e fa passare scopa e spazzettone dappertutto. «Zia per favore lavami la schiena». La zia insapona una pezza di tela bianca e poi sfrega forte dal collo ai lombi con un massaggio piacevole ed energico come sempre. «Lavati bene anche lì davanti mi raccomando non fare brutte figure». Da qualche anno lei non tocca più quella parte del corpo del nipote ma controlla che lo faccia con cura e gli dice con aria soddisfatta: «Ti sei deciso final-mente ad imparare a nuotare. Sono contenta. Era ora». «Questa è la volta giusta, ce la metterò tutta, voglio vin-cere la paura, imparerò per lo meno a stare a galla». «Impegnati, il nuoto è salutare, il mio dottore diceva sempre che è lo sport più completo».

Fosse soltanto per la visita del corso, non si sarebbe la-vato; aveva saputo che questa consisteva nel compilare alcuni dati come peso, altezza, attitudini sportive; la ra-gione effettiva di quel bagno è solo per non fare brutta figura di fronte alla bella pittrice nel pomeriggio. Un pensiero lo assale all’improvviso, dovrà spogliarsi da-vanti a una sconosciuta, diventerà rosso per l’imbarazzo e la vergogna. Comincia ad agitarsi: «Non devo fare così, altrimenti non ci vado più allo studio, devo pensare a qualcosa d’altro, per cominciare, sul pulman controllo gli esercizi svolti ieri sul quaderno di matematica». La mattinata passa veloce a scuola; la visita, la spiegazio-ne del corso, le ore di lezione, nessuna interrogazione, in un attimo arriva l’una del pomeriggio. Solito panino al prosciutto, aranciata; le due caramelle alla liquirizia che si è portato da casa stranamente gli sono durate fino a quell’ora, è goloso di dolci, impiega più tempo a scar-tare una caramella che a mangiarla. Un paio di esercizi di matematica e l’orologio segna le 2.30. Via. In strada ha freddo. Spera che la stufa riscaldi bene l’ambiente, la volta precedente non ricorda di avere avuto freddo. Non lo farà gelare, gli vengono i brividi solo al pensiero di stare nudo in quello studio. “Quel che sarà, sarà. C’è sempre una prima volta”.Immerso in questi pensieri, senza correre, compie il tragitto fino allo studio guardan-do il cielo coperto, grigio, freddo. Spalanca il portone, introduce un piede dicendo ad alta voce: «Sono io.Posso entrare?.Sono in anticipo. Disturbo? Aspetto fuori?». Una voce dal soppalco risponde: «Non scherzare, entra, avrai freddo, scaldati un po’, metti qualche pezzo di le-gna nella stufa per favore e poi raggiungimi. Il cappotto e la sciarpa lasciali sulla sedia accanto alla stufa così li troverai bei caldi più tardi quando torni a casa stasera». «Grazie, sei molto gentile, fuori fa proprio freddo». «Un altro favore, quando vieni su porta il pacco di fogli che vedi sul tavolo, li userò per fare alcuni schizzi».

Il ragazzo esegue gli ordini, e in quattro salti raggiunge il piano illuminato del soppalco: «Ciao, ecco il pacco». «Hahaha! Mi fai sempre ridere, ecco il pacco. Sei tu il pacco, o i fogli che porti in mano». Fogli bianchi, e altri color carta da pacchi, l’artista ne alterna una decina e li blocca con un mollettone su un asse posta sul cavalletto; controlla il vassoio rettangolare sul quale sono allineati parallelamente, matite, pastelli, carboncini, sanguigne. «Accomodati, oggi cominciamo con qualche ritratto; as-sumi posizioni il più possibile naturali e non preoccu-parti, non devi recitare nessuna parte. Parlami di te». «Nei miei sogni non ho mai le ali. Una forza potente mi dà lo slancio, non plano mai come le aquile o i condor, sono sempre veloce come se dovessi catturare una pre-da. Mi sento una freccia; la voglia di arrivare piega l’arco e tende la corda ma non so mai dove colpire, quale sia il mio bersaglio. Cerco la serenità e fino ad ora non l’ho trovata. Qui sto bene, non lo dico perché mi stai ascol-tando, sono davvero in pace, mi sento isolato dal mondo, come se fuori da qui fosse il nulla. Da bambino pensavo che esistesse solo ciò che stava davanti ai miei occhi, tut-to quello che era dietro di me non c’era. Io ero l’unica persona esistente al mondo, tutti gli altri: uomini, anima-li, cose erano lì solo per il momento che le stavo guar-dando». «Sei un ragazzo sensibile, questo dono ti accompagnerà tutta la vita, non isolarti dal mondo, prendi tutto il tem-po necessario e troverai persone vere da amare, ti stanno attorno ma non le vedi perché stai cercando troppo lon-tano». «Forse hai ragione. Tanto lontano che non ti ho ancora ringraziata per l’album di musica classica. Domenica mattina mi sono alzato come al solito alle sei, ho fatto colazione e fino a mezzogiorno ho fatto girare il 33 giri. Lato A, lato B, lato A, lato B, di continuo. C’è un pezzo che mi piace più di tutto, ho l’impressione che la band psichedelica americana dei Vanilla Fudge si sia ispirata a questa musica per realizzare lo stacco iniziale di Some Velvet Morning presentato qualche anno fa al festival di Venezia». Due ore passano in un lampo, i fogli volano dal cavallet-to al pavimento. Stefano non si è stancato per niente, ha cambiato diverse posizioni: guardando in alto, in basso, di profilo, leggendo un libro, in piedi alla finestra, sdra-iato sul divano con la testa penzolante verso terra, ha cambiato posizione a caso immaginango di essersi incar-nato in Icaro, il giovane protagonista alato del racconto. «Abbiamo finito per oggi. Devi andare a prendere il pul-lman, mi dispiace di non poterti accompagnare, aspetto per le cinque una cara amica che ha un lavoro urgente da consegnare e mi ha supplicato di darle il mio aiuto». «Non disturbarti, il tempo è volato, pensavo sarebbe sta-to più pesante, invece non mi sono annoiato per niente». Il casco di ricci neri mette in risalto i due occhi verdi che lo stanno fissando, il silenzio cala sul grande studio, un piccione picchia col becco sui vetri, Stefano approfit-ta del momento, con due salti è in fondo alle scale, si ve-ste per affrontare il freddo, sulla porta si gira: «Ci vedia-mo giovedì, volevo dirti che qui con te sto molto bene». Sbam. Chiude il portone dietro di sé; il calore del cap-potto lo protegge dal gelo della strada; dentro al cuore sente ancora più caldo.

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14 thoughts on “Il primo martedì del dicembre 1971

  1. talvolta aliripegate e messe in un cassettoali inadatte al voloangeli o pipistrellicosa importasenza piumesenza coloresenza vento

  2. Di Some Velvet Morning ricordo anche la  prima versione, quella  di Hazlewood e Nancy Sinatra.Interessante l'accostamento tra questa musica, una sorta di educazione sentimentale, e il primo giorno da "modello".Belli i silenzi interrotti. Bello il racconto dell'evolversi della visione del mondo, l'allargarsi degli orizzonti e la tensione verso la felicità, la ricerca senza meta precisa.E bella la conclusione, col calore che dall'interno si proietta all'esterno, nonostante il freddo.

  3. Sensazioni di passate emozioni rivivono in questo episodio fluido e tenero, sensazioni palpitanti e piacevoli per il lettore.Alla prossima con molto piacere.cordialmenteannamaria 

  4. Bravissimo come sempre. Ho sentito anch'io il calore della stufa. Riesci a far sentire a suo agio chi entra da te, oltre che offrirgli bellissime letture.Ti avessi letto prima, avrei messo come brano Some velvet morning dopo la poesia. A volte si dimenticano i brani che hanno allietato i nostri anni più belli, ma è bellissimo riascoltarli. Il cuore non invecchia.Grazie Falconiere, un abbraccioRossella

  5. [nuda!]Impiega più tempo a scartare una caramella che a mangiarla..c'è sempre una prima volta, dietro ogni nuvola.Sanguigna, sanguigna, sanguigna!Lunghi silenzi interrotti..nei miei sogni..[…]fuori da qui il nullae qui? e.Da bambina pensavo alle lucertole e alle ciliegie, certo.Lampi, cieli..Un silenzio cala: …comunque qui con te sto molto bene!Meravigliata dal tuo racconto…con affetto sinceroun abbraccio al falchetto!

  6. un grazie a tutti per il passaggio e i commenti e un benvenuto a Dusca.Son passato sul tuo blog e l'ho trovato molto interessante, a volte ho l'impressione che scriviate in due soprattutto in Madreperla nera.Il falconiere

  7. Sempre più interessante,rimango sempre un po' delusa ho l'impressione che siano troppo corti i tuoi inserimenti, mentre sei generoso nel dire e raccontare…diventi avaro nel postare…dai Falco allunga un po' …gli stuzzichini non sono il mio forte,dammi un bel piatto da portata ben colmo…Sono un più avanti negli anni, ma ai miei tempi lo stacco generazionale non era breve come ora…molto mi fai rivivere con il tuo raccontare.Devo comunque ri-dirtelo, scrivi in modo eccezionale e inconfondibile.Buonadomenica, un abbracciofrantzisca

  8. chissà perché ero convinta di averti lasciato il commento… boh.a questo punto posso solo unirmi al coro delle approvazioni e ripeterti che vali, ecco.Che la tua scrittura mi piaccia è ormai assodato.ciao falcoun abbraccio

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