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Il giorno dopo

 Baschetto blu calato sulla fronte, sciarpa verdone  ravvivata da due fili, rosso e bianco intrecciati, i libri nel  tascapane militare che porta sul retro  il volto di George Harrison e una scritta : –All things must pass-
Tutto passa!
Una  parabola ascendente  di colombi in volo sui palazzi saluta l’arrivo di Stefano, in Piazza Loggia.

“Eccolo là il piccolo rapace, è piombato in piazza facendo scattare in volo i piccioni,li ha spaventati tutti!”.
Capelli e mantello neri al vento,  Renata appostata sotto il porticato dell’orologio, sorride.

“Ciao! buongiorno! no, buonasera! mah!.
Non so come si saluta a quest’ora, comunque eccomi qua, niente di grave oggi in classe, ho finito all’una, ho divorato due panini con prosciutto alla mensa della scuola, ho tracannato una Coca intera per ingoiarli e via di corsa per arrivare qui  in orario” .

Ha pestato tutte le fughe, ha attraversato con l’omino rosso i passaggi pedonali, non si è fatto la scriminatura tra i capelli con le tende parasole dei negozi.

“Ho..”
Lei gli mette una mano sulla bocca.

“Frena, aspetta un momento, prendi fiato, dimmi piuttosto come ti chiami…”

“Stefano, e tu, oh scusi …e lei Renata….che casino sto facendo …il suo nome l’avevo  già   sentito al Liberty” .
E’   imbarazzato e lo si vede dal colore che ha preso la sua faccia.
Lei lo guarda e guarda il disegno sul tascapane :

“C’è il tuo ritratto su questa borsa , chi te lo ha fatto?”

“ Questo non sono io. E’ George Harrison, l’ho ricalcato da una fotografia che mi ha dato Marzio, un compagno di classe. Dice che assomiglio molto al chitarrista dei Beatles, quello del Concerto per il Bangladesh. Gli assomiglio davvero? Lui è un mito per me , conosco tutte le sue canzoni, è sempre stato all’ombra di Lennon -McCartney, ma per me è migliore di loro.”

“Non ho ben presente George Harrison, però l’immagine sulla  borsa ti rassomiglia . Facciamo due passi, così mi racconti un po’ di te, anzi se vuoi arriviamo fino allo studio , devo portare questa busta di colori, potrai così vedere dove lavoro  se vorrai davvero prestare la tua figura alla mia arte.
Volevo dire il tuo corpo, no!  La tua persona , il tuo spirito, vorrei realizzare quello soprattutto.
Gli tende la mano: 

“ Mi chiamo Renata, ho un po’ di anni più di te  e potrei essere tua madre, perciò dammi del tu, è più facile, non credi!”

Gli ha tolto un peso, è sempre stato un disastro con l’uso del  pronome di riguardo, la terza persona singolare  per lui è causa di  gaffes,  perennemente. 

“E’ più grande sì, ma…  mia madre, mi sembra un po’ esagerato! ” pensa tra se .

Lui  vede  davanti a sé, solo una bella donna.
 

Camminano per le strade semideserte della città vecchia, il ragazzo parla ininterrottamente e si guarda attorno, osserva tutto. Afferra il battente di un portone antico, passa la mano sulle inferriate, le pietre dei portoni, le insegne antiche, è attento, è curioso. L’abitudine di osservare  cose e persone è per lui un’intima necessità, non si arresta all’esteriorità, scava e raccoglie idee e informazioni visive.
-Torneranno utili-.

Davanti  ad un portone, lei si ferma afferra il pomolo di ottone, spinge, entrano.

Uno stanzone alto,  le volte incrociate del soffitto poggiano su pilastri di pietra grigia, sembra la navata di una chiesa . Un bel numero di tele alte oltre il metro sono  infilate in verticale sulle rastrelliere in ferro alle pareti.  Sul fondo una scala in legno porta al soppalco, sotto c’è  un grande tavolo cosparso di fogli bianchi e marrone, disegnati a  carboncino o  sanguigna. Una grande stufa a legna riscalda l’ambiente, il tubo di scarico del fumo, “il cannone”, si innalza per tre metri circa e poi  corre orizzontalmente davanti al soppalco attraversando la stanza fino al muro del camino. 

 “Andiamo  di sopra?”
Passa la borsa a Stefano e butta il mantello sul tavolo.

Una grande finestra illumina il piano in legno, il pavimento è interamente coperto da un  grande tappeto di lana, un divano verde scuro con arabeschi dorati, il cavalletto, lo sgabello, una sedia imbottita, un tavolo lungo e stretto ricoperto di tubetti di colori ad olio, vasetti in vetro contenenti pennelli di diverse misura, boccette di olio di lino, trementina e chissà cos’altro. E’ un ambiente caldo, per la temperatura, per i colori, per gli arredi, è accogliente:
“Si sta bene qua! ”

“Siediti pure , sul divano, sul tappeto, dove vuoi”

Il ragazzo sta  guardando  i tubetti , vorrebbe spremerne qualcuno e spanderne il colore sulla tela, mischiarli, creare sfumature e tonalità in varie combinazioni; il colore lo affascina , il rosso sopprattutto.

“Cominciamo? Cosa devo fare”

 “No! Parliamo un po’. Quando  puoi fermarti?  Nel pomeriggio sicuramente, quando non hai lezione.”

“Lunedì, martedì, giovedì e sabato sono liberi”

“Il sabato no! Devi dirlo in famiglia, altrimenti come  giustifichi questi ritardi!”

“Ai miei non interessa cosa faccio nel mio tempo libero, sono presi dal lavoro in forneria, mi hanno sempre dato fiducia, pensi che ho libero accesso al cassetto della bottega! La mamma mi dice sempre prendi quello che ti serve, ricorda che per guadagnarli noi ci alziamo dal letto ogni notte”

“E tu te ne sei mai approfittato”

“No!Lo giuro!Non farei mai una cosa simile al mio papà. Il mio scoiattolino, parla  poco, ricordi di guerra o di persone che gli hanno voluto bene. A sentire lui , è sempre stato amato ed io gli credo. E’ stato in concentramento ad Essen in Germania durante la seconda guerra, l’hanno beccato in Yugoslavia nel ‘43.  Nel campo di prigionia, costruiva bossoli per le bombe dei mortai tedeschi. Anche i soldati tedeschi erano buoni con lui  nei suoi racconti di guerra:

“Quei ragazzi biondi, con le lacrime agli occhi si attaccavano addosso a me per la paura, durante i bombardamenti degli alleati e la sera con tanta nostalgia cantavano Frau Lilì Marlene. Poverini, anche loro hanno perso case, familiari, amici.”

“  Adoro mio padre, anche se stiamo pochissimo insieme. Un saluto  veloce al mattino, prima della scuola,  e quando torno a casa lui dorme. L’unico momento  è la cena.  Non riesco a capire perché i miei amici ce l’hanno tanto coi loro padri!

Non riescono ad andarci d’accordo.

 E’ così semplice , viviamo tempi diversi dai loro,  basterebbe un po’ di impegno, voglia e comprensione, magari cominciando a non parlare di loro chiamandoli “il mio vecchio”, tanto,  il tempo corre veloce e in  un batter d’occhio ci troveremo nelle stesse condizioni, “noi siamo i migliori, la nuova generazione, cambieremo il mondo” quanti slogans simili ripeteremo  fino a quando un giorno i nostri figli diranno le stesse identiche cose con parole diverse. 

 Comunque non ho mai preso un soldo dal cassetto senza averne giustificato la spesa. Anzi, quando devo prendere qualcosa per me, come un disco, o la  rivista Ciao 2001, cerco di risparmiare sulle spese, un panino o una coca in meno alla mensa, insomma salto il pasto oppure evito di prendere il tram per andare alla fermata dell’autobus e mi tengo questi soldi. Mi fa bene un po’ di allenamento.”

“A proposito di soldi, cosa vorresti  per questo lavoro?”

Continua……

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