Al di sopra…novembre ’71 -il giorno dopo

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Novembre 71. Il giorno seguente

Una parabola ascendente di colombi in volo sui palazzi saluta l’arrivo di Stefano in Piazza Loggia. Baschetto blu calcato sulla fronte, un filo rosso e uno bianco si intrec-ciano nella sciarpa verdone che porta al collo, sul tasca-pane militare a tracolla è disegnato il volto di George Harrison con una scritta – All things must pass-Tutto passa –.

«Il piccolo rapace, è piombato in piazza facendo spaven-tare i piccioni» pensa Renata che lo ha atteso appostata sotto il porticato dell’orologio.

A pochi passi da lei, Stefano comincia la sventagliata di parole: «Ciao, buongiorno, no, buonasera, mah! non so come si saluta a quest’ora, comunque eccomi qua. Nien-te di grave oggi in classe, all’una ho divorato due panini con prosciutto alla mensa della scuola, ho tracannato una Coca e sono partito di corsa per arrivare in orario.

Ho calpestato tutte le fughe dei marciapiedi, ho attraver-sato con l’ALT i semafori pedonali, non mi sono fatto la scriminatura tra i capelli con le tende parasole dei nego-zi. Ho… ». Una mano sulla bocca blocca l’impeto delle sue parole: «Frena, aspetta un momento, prendi fiato, dimmi piuttosto come ti chiami».

«Stefano, e tu, scusi e lei è Renata. Che casino sto facen-do. Il suo nome l’avevo sentito al Liberty» è imbarazzato, si vede dal colore che ha preso la sua faccia.

Lei guarda il disegno sul tascapane:

«C’è il tuo ritratto su questa borsa , chi te lo ha fatto?».

«Non sono io. È George Harrison, l’ho ricalcato da una fotografia, un compagno di classe sostiene che assomi-glio al chitarrista dei Beatles. Gli assomiglio? è un mito per me, conosco tutte le sue canzoni, è sempre stato all’ombra della coppia Lennon -McCartney, ma per me è migliore di loro».

«Non ho ben presente chi sia, però l’immagine sulla borsa ti rassomiglia. Facciamo due passi, così mi raccon-ti di te, anzi se ti va arriviamo fino allo studio: devo por-tare là questa borsa di colori, potrai così vedere dove la-voro se vorrai davvero posare per me. Gli tende la mano:

«Il mio nome è Renata, ma questo lo sai gia, ho un po’ di anni più di te e potrei essere tua madre, perciò dammi del tu, è più facile, non credi?».

Gli ha tolto un peso, l’uso della terza persona singolare per lui è una continua causa di gaffes. È più grande di lui, è vero, ma che potrebbe essere sua madre gli sem-bra un po’ esagerato; vede solo una bella donna che gli piace, gli piace molto.

Camminano per le strade semideserte della città vec-chia, il ragazzo parla e si guarda attorno, scruta a fondo ogni particolare, afferra il battente di un portone antico, passa la mano sulle inferriate e sulle pietre dei palazzi, è attento, curioso, l’abitudine di osservare è per lui una necessità, non si arresta all’esteriorità, scava e raccoglie idee e informazioni visive “torneranno utili”.

Si fermano davanti ad un portone; un doppio giro di chiave e una spinta con le spalle per entrare in uno stanzone le cui volte incrociate del soffitto e i pilastri di pietra fanno pensare alla navata di una chiesa. Un bel numero di tele alte oltre il metro sono infilate in vertica-le sulle rastrelliere in ferro addossate alle pareti. Una scala in legno porta al soppalco, sotto il quale c’è un grande tavolo cosparso di fogli bianchi e marrone, dise-gnati a carboncino o sanguigna. Il cannone, tubo di scarico del fumo di una grande stufa a legna, si innailza in verticale per tre metri circa, al gomito si inclina quasi in orizzontale attraversando in largo il locale prima di infilarsi nel muro del camino.

Renata si libera dal mantello, lo deposita sul tavolo e consegnata la borsa a Stefano lo invita a salire al piano superiore.

Una grande finestra illumina l’assito coperto da un gran-de tappeto di lana su cui sono disposti un divano verde scuro con arabeschi dorati, il cavalletto, lo sgabello, una sedia imbottita, un tavolo lungo e stretto ricoperto di tu-betti di colori ad olio, vasetti in vetro contenenti pennel-li di diverse misura, boccette di olio di lino, trementina e chissà cos’altro. Il ragazzo ammira i tubetti, vorrebbe spremerne qualcuno e spanderne il colore sulla tela, mi-schiarli, creare sfumature e tonalità in varie combinazio-ni; il colore lo affascina, soprattutto il rosso. Entusiasta esclama: «È un ambiente caldo, per la temperatura, per i colori, per gli arredi, è accogliente e mi piace assai».

«Grazie. Ti puoi accomodare, siediti pure dove vuoi, sul divano o sul tappeto ».

Stefano prova per tre secondi la morbidezza del divano e fulmineo scatta in piedi, si porta alla finestra e rimane in estasi a contemplare i tetti sopra la città, la cattedrale, i campanili, la torre. La vista dall’alto lo affascina, vorreb-be sempre vedere il mondo dal di sopra della cima degli alberi. Ciò che conta per lui è arrivare all’essenza di ogni cosa, non esistono argini o barriere che possano arresta-re la sua curiosità e la sua voglia di sperimentare nuove emozioni. Si volta verso Renata che seduta sul divano lo sta osservando e le chiede:

«Cominciamo. Cosa devo fare».

«Niente. Oggi parliamo un po’. Prima voglio conoscerti e sapere quando puoi venire qui e quanto puoi fermarti».

«I pomeriggi del lunedì, martedì, giovedì e sabato sono liberi».

«Scartiamo subito il sabato, non c’è scuola, come giusti-ficheresti il ritardo del rientro a casa».

«Ai miei non interessa cosa faccio nel mio tempo libero, sono presi dal lavoro in forneria, mi hanno sempre dato fiducia, ho perfino libero accesso al cassetto della botte-ga. La mamma dice sempre di prendere il denaro che mi serve tenendo ben presente che per guadagnarlo loro si alzano dal letto quando è ancora notte».

«E tu te ne sei mai approfittato?».

«No. Lo giuro. Non farei mai una cosa simile al mio pa-pà. “Il mio scoiattolino” lo chiamo così per il suo modo di masticare, parla poco, quasi sempre e solo di ricordi di guerra o di persone che gli hanno voluto bene, dice di essere stato molto amato ed io gli credo.

Durante la seconda guerra mondiale, nel ’43 è stato cat-turato in Yugoslavia dai tedeschi ed internato in campo di concentramento ad Essen in Germania dove con gli altri prigionieri costruiva bossoli per le bombe dei mor-tai del nemico. Nei suoi racconti di guerra anche i solda-ti tedeschi erano buoni con lui.Gli facevano pena perchè sapeva che molti di loro avevano perso casa, famiglia, amici. I più giovani durante i bombardamenti degli alle-ati tremavano di paura e alcuni di loro piangendo come bambini si rifugiavano tra le sue braccia e la sera canta-vano il ritornello “Mit dir Lilì Marleen” pensando alle loro donne lasciate chissà dove.

Adoro mio padre anche se stiamo pochissimo insieme; un saluto veloce al mattino prima di partire per la scuo-la, quando torno a casa lui dorme. L’unico momento di condivisione è la cena. Non riesco a capire perché i miei amici ce l’hanno tanto coi loro padri e non riescono ad andarci d’accordo. Viviamo tempi diversi, basterebbe un po’ di impegno e comprensione; il tempo corre veloce e in un batter d’occhio diventeremo come loro.“Noi siamo i migliori. Cambieremo il mondo” sono gli slogans ripetuti da ogni generazione; i figli con parole diverse ri-petono le stesse identiche cose dei padri quando erano giovani.

Non ho mai preso un soldo dal cassetto senza averne giustificata la spesa. Anzi, quando devo prendere qualco-sa per me, un disco o la rivista Ciao 2001, cerco di rispa-rmiare sulle spese rinunciando a un panino, una Coca, oppure evito di prendere il tram per raggiungere la fer-mata dell’autobus e mi tengo questi soldi. Mi fa bene un po’ di allenamento».

«A proposito di soldi, cosa vorresti per questo lavoro».

+++


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9 thoughts on “Al di sopra…novembre ’71 -il giorno dopo

  1. COMPLIMENTI,Falconiere,questo post è scritto  senza il piacere di portare a "colpe" ma al piacere  di scrivere come si parla o cammina con la giovinezza che naufragar fa il pregiudizio per far posto alla vita.Ti seguirò volentieri.Ciao Anche i tuoi interventi sul mio blog mi sono piaciuti.Bianca 2007

  2. Ecco più vai avanti, più adoro questo ragazzo.Sul tuo modo di scrivere lo sai cosa penso, ma ti ripeto…giusto giusto nel mio sentire.A presto con il seguito…e grazie.frantzisca

  3. cià frà, stasera ho aperto -non troppo a caso- l'antologia, e mi sono messo a leggere questo pezzo di te, reprimendo coscientemente un pò d'invidia, non per come o cosa scrivi, ché non ne sarei capace, ma per i sogni con cui non ho mai potuto, a suo tempo, parlare, anche perchè non ero capace; chissà se in qualche strada, in qualche piazza, anch'io ho incontrato sogni che camminavano, boh…e comunque non ero all'altezza;è bellissimo leggerti, non fare caso alle mie bottarelle di malinconia.cià, compà

  4. Scrivi molto bene, Falconiere. Non sono una che si accontenta del raccontino" a mo' di compito in classe di italiano.Sei davvero eccezionale, credimi. Spero di ricordarmi di venire a leggere il seguito. Quando commento, passo in rassegna tutti gli amici di Splinder. Capita spesso che dimentichi di recarmi  da chi non è in quella lista. Complimenti sinceri e grazie del passaggio.Un caro salutoRossella

  5. è bella questa storiaho letto anche indietrosolo orala vista che non mi aiutaquesto fondo blu per me è micidialema è irresistibile il tuo scriveregrazie fausto

  6. Un capitolo sviluppato bene, scorrevole e interessante. MI piace questa storia e il ragazzo così onesto e di sani principi, è un giovane retto e pulito dentro, un monito per tanti della sua età. Non vedo l'ora di leggerne il seguito.un caro salutoannamaria

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