L’ultimo incontro, prima delle vacanze di Natale 1971

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Sul tavolo una bottiglia di spumante, due flute, il panfor-te, un torrone a pezzi, mandarini e una scatola di ciocco-latini. Renata lo accoglie con un abbraccio: «Oggi non si lavora, facciamo festa, togliti il cappotto, portiamo tutto di sopra, ci abbuffiamo e facciamo una bella chiacchiera-ta affondati nel divano. Hai il fiatone. Scommetto che hai fatto la strada di corsa».

«Avevo una voglia di vederti. Questa mattina il tempo non passava più: cinque ore, trecento minuti, diciottomi-la secondi, diciottomila bum bum nel petto, Ho bruciato i marciapiedi per arrivare più presto possibile».

«Avevi paura di non trovarmi più, che partissi senza sa-lutarti».

«Parti.Dove vai?».

«Oh scusami, ho dimenticato di avvisarti la volta scorsa. Stasera prendo il treno per Bologna, torno dai miei ge-nitori per passare le feste con loro. Mio padre è malato e non si muove più da casa. Forse c’è anche mio fratello, è una vita che non lo vedo. Mio marito non viene con me, non scorre buon sangue tra lui e la mia famiglia. Francamente passare un Natale con lui mi avrebbe man-dato in depressione. Lavoro, lavoro e poi ancora il lavo-ro, sembra l’unica sua alternativa. La sera non c’è quasi mai, credo sia una scusa per andare con un’altra donna o altre, sono convinta che mi tradisce. Non mi importa, a questo punto più mi sta alla larga e meglio sto, lontana da quel nano. Sì, non te lo volevo dire, ma ho sposato il nano infame come lo chiami tu. Mio marito è il tuo pro-fessore di elettrotecnica».

«Cooosa?. Quel cesso ambulante, l’ingegnere fallito dal-la testa a spigoli, la fogna a cielo aperto, come fai a star-gli accanto, ha un alito pestilenziale che… scusa la mia insolenza ma non riesco proprio a trattenermi. Se vuoi ti racconto cosa ha fatto stamattina quel mostro».

Lei sta ridendo a crepapelle, dopo quella scarica di in-sulti a pennellate variopinte. «Voi alunni siete spietati a volte. Racconta cosa è successo, sono curiosa, mi aspetto di tutto da uno come lui che ritiene sempre gli altri al di sotto del suo livello».

«Ha interrogato il Lupo, un ragazzo del mio stesso paese, lo chiamo così perché quando si butta sulle ragazze sem-bra digiuno da un inverno intero. Gli ha fatto una do-manda. Scena muta, un’altra e poi un’altra ancora. Si-lenzio di tomba. È probabile non avesse studiato oppure non stesse bene.Dagli il suo quattro e mandalo al posto. No, ha infierito su di lui, gli ha chiesto che lavoro faces-sero i suoi.Nonostante lui sia sempre in ordine si capisce che sono contadini dall’odore di stalla che impregna i suoi indumenti e comunque fa meno schifo dell’odore di marcio che esce dalla bocca dell’ingegnere.

Quando il mio socio rosso in viso ha risposto, il genio laureato gli ha detto che le sue sono braccia strappate alla terra, e che non può fare il perito industriale uno portato per vanga e rastrello. Non si può umiliare una persona in questo modo. Potrebbe anche avere ragione il mostro elettrico, alcuni di noi torneranno a fare il lavo-ro dei propri genitori, ma la scelta sarà solo nostra. Chi ci dovrebbe aiutare a trovare la strada giusta per il futu-ro non può comportarsi come una iena. Come hai fatto a sposare uno così. Com’è che ti sei innamorata di lui».

I bicchieri sul vassoio sobbalzano, rischiando di cadere per le risate della donna che in serenità gli risponde:

«Mio padre è nato in un piccolo paese sull’Appennino bolognese, era sottufficiale dell’esercito d’istanza a Bre-scia quando ha conosciuto mia madre che viveva in questa chiesa sconsacarata diventata prima abitazione e poi studio-rifugio. Dal loro matrimonio siamo nati, mio fratello nel ‘25 ed io nel ’30. Ho vissuto in questa città fino alla fine della terza elementare, quando mio fratello è entrato nell’esercito per fare carriera militare e noi ci siamo trasferiti nella casa paterna in Emilia Romagna.

Il trasferimento mi ha fatto soffrire: ricominciare da ca-po, lasciare gli amici, staccarmi dal fratello adorato è sta-ta dura per me. Vivevo isolata nella nuova dimora, non c’erano bambini con cui passare il tempo, perciò fui spe-dita in un collegio di suore.

In quella triste e fredda clausura durata cinque anni

l’unica boccata d’aria erano le ore di “svago” con una giovane insegnante che iniziandomi all’uso di matite e colori fece crescere in me la passione per l’arte.

Durante le vacanze estive dell’ultimo anno mi ha portato con sè in un tour in Umbria e Toscana. Eravamo ospitate in un convento di francescane, da lì a bordo di una Ves-pa abbiamo visitato borghi e città fermandoci a dormire presso monasteri, conventi, abbazie. La mia guida aveva viaggiato molto e conosceva persone in tutti i posti. Avresti dovuto vederci, due viandanti motorizzate, due easy riders all’italiana; aggrappata a lei sul sellino poste-riore, sballottata di qua e di là su strade strette non asfal-tate ho visitato Assisi, Gubbio, Sorana, Sovano, Pitiglia-no, Volterra, San Gimignano, San Galgano; un’avventura fuori dal mondo in tempi di guerra.

Mostrandomi gli affreschi, i quadri, i crocifissi o l’archi-tettura degli edifici sacri citava frasi che mi aveva fatto imparare a menmoria.

San Gregorio Magno: La pittura è usata nelle chiese perché gli analfabeti guardando sulle pareti leggano ciò che non sono capaci di decifrare sui codici-.

Marc Chagall:- Le Sacre Scritture sono l’alfabeto colorato della speranza in cui per secoli i pittori hanno intinto il loro pennello-.

Ho imparato molto in quell’estate del ’43. Quando è stato il momento di passare alle scuole superiori ho do-vuto penare molto per ottenere da mio padre il per-messo di frequentare una scuola d’arte a Bologna e se non fosse stato per l’intervento energico di mia madre sarei rimasta dalle suore fino alla maturità.

A parte la passione per l’arte, la mia vita scorreva grigia, avanti e indietro da Bologna al paese sull’Appennino, non riuscivo a stringere amicizie a causa del carattere ri-servato che le sorelle del collegio mi avevano forgiato. Alla fine dei cinque anni avevo deciso: sarei diventata maestra d’arte all’accademia di Brera ma mio padre era contrario, disse che era un ambiente pericoloso, con troppi pseudo-artisti sbandati, con la cannetta di vetro nella schiena; non sarei diventatai una brava donna, non sarei riuscita e realizzarmi.

Era una discussione continua, io molto decisa, lui sem-pre più cocciuto nel suo diniego, neanche la mamma ri-usciva a fargli cambiare idea. Mio fratello veniva a casa solo un paio di volte l’anno, se ci fosse stato lui avrei di sicuro vinto la battaglia con papà.

Scenate, porte sbattute, pranzi e cene lasciate sul tavolo, niente da fare il vecchio maresciallo in pensione non mollava, così ho preso la prima occasione, e, quella che doveva essere la mia via di fuga fu l’inizio di una vita infelice.

Un neolaureato ingegnere che mi aveva adocchiato nella chiesa del paesino collinare cominciò a farmi la corte; parlava del futuro con una carriera assicurata a Milano come responsabile dell’ufficio tecnico in una grande in-dustria di elettrodomestici. Quando gli ho raccontato le mie aspirazioni mi propose di seguirlo, sposandolo avrei potuto frequentare l’accademia, libera dal giogo paterno.

Ci siamo frequentati per un breve periodo con una corte serrata, era ben visto dai miei genitori, per loro era il fu-turo sicuro e garantito. Non sapevo niente dell’amore, non avevo mai pensato alla vita di coppia ma era l’unica via d’uscita e l’ho infilata senza pensarci due volte.Una pazzia. Per me fu dura fin dall’inizio. Nell’appartamenti-no di periferia, non mancava nulla. Lui guadagnava be-ne, ma era sempre occupato dal lavoro, faceva spesso tar-di e la sera cenavo da sola.

In compenso al Brera stavo bene, mi appassionavo sem-pre più. Oltre allo studio cominciai a lavorare in una bottega di restauro, imparavo un mestiere e potevo gua-dagnare qualche soldo per le mie spese personali, per essere meno dipendente dal mio uomo corto di braccio.

Non ero innamorata, non provavo niente per lui, preferi-vo i momenti quando lui non c’era. Avevamo deciso di non avere figli per un bel po’, lui diceva che era meglio per i miei studi e per il suo lavoro, inoltre voleva una ca-sa nuova, è sempre stato ambizioso, per lui conta l’im-magine che si proiettia sugli altri, per me invece conta come si è dentro.

A trent’anni, senza casa, figli, amore, avevo finito gli stu-di e lavoravo ancora alla bottega; lui era stato licenziato; alcuni suoi progetti erano andati molto male, era sempre nervoso, irascibile, non riusciva a stabilire buoni rappor-ti con i colleghi e le maestranze così dopo aver cambiato vari posto di lavoro cominciò a insegnare negli istituti tecnici. L’aria di Milano gli era diventata pesante perciò decise di accettare il ruolo di insegnante e ci trasferim-mo qui a Brescia dove riaprii la casa della mamma tras-formandola in questo studio. Ho fatto tutto a mie spese, senza chiedergli un soldo, lui non ha mai visto di buon occhio il mio lavoro, mi ha sempre ostacolata in questo, era invidioso perché guadagnavo più di lui, secondo lui il mio lavoro è stato la causa della mancata maternità.

Volevo un figlio, un motivo per cui vivere, non ti voglio parlare dei nostri rapporti intimi, ma credimi il nostro letto era la tomba dell’amore, per me è sempre stato un sacrificio unirmi a lui, nessun desiderio, nessun piacere, niente, fingevo, ho sempre finto. I figli non sono mai ar-rivati e ogni mese incolpava me di questo, così ci siamo allontanati sempre più; una fortuna per me. Abbiamo cominciato a dormire in camere diverse, forse ha trovato un’altra o altre donne, meglio così. C’è una tregua tra noi, basta mantenere l’aspetto di coppia felice quando frequentiamo gli amici del suo ambiente, le cene, le fe-ste; in casa ognuno fa la propria vita senza interire, per una convivenza pacifica. A suo modo mi ama, è molto geloso e quando qualcuno dei suoi amici si intrattiene con me un po’ più del solito si intromette con la scusa dell’emicrania cronica e mi costringe a fare ritorno a casa.

Chiudo l’argomento, ho vuotato il mio fardello, ti ho si-curamente annoiato, mi sento più leggera, non avevo mai raccontato a nessuno la mia vita, neanche alla mamma. A te lascio il compito di raccogliere le cartacce strappate di questo racconto, appallottolale, buttale nel cestino e di-menticale. Ho vomitato quello che mi stava sullo stoma-co da vent’anni. Ora sto proprio bene, mi è venuta fame.

Mangiamo una fetta di panforte. Stappa lo spumante, è Natale tra qualche giorno. Facciamo festa».Brindano. In silenzio davanti alla finestra lei lascia cantare la sua me-moria nei versi di una poesia: «Dolce e chiara è la notte e senza vento, e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti posa la luna, e di lontan rivela serena ogni montagna» .

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Il primo giovedì di dicembre 1971

Al di sopra di un muro di cinta spunta un ramo ricoper-to da una miriade di minuscoli fiori gialli dal cuore tra-slucido somiglianti a piccole gelatine incollate sui lunghi fusti degli arbusti invernali. I rami fioriti del calicanto annunciano l’inverno inebriando i terrazzi e i giardini con il loro profumo sensuale mentre la natura riposa. Stefano si guarda intorno per scoprire da dove arrivi l’essenza che gli ha catturato i sensi. Si arrampica sul muro e strappa con cura qualche rametto perché sa che i fiori sono delicati e si potrebbero staccare. Fiero del suo bouquet varca la soglia dello studio e si annuncia: «Sono arrivato. Lascio il cappotto accanto alla stufa e vengo su». Sale le scale di corsa, porge con garbo l’o-maggio floreale a Renata che accogliendolo con gratitu-dine risponde: « Grazie. Che buon profumo!. Prendi uno di quei vasetti e riempilo d’acqua, adoro questi fiori». Stefano sistema il vasetto sul davanzale della finestra e si rivolge a Renata: « Sei già al lavoro sulla tela?». «Ma no. Vieni e guarda, questo è un quadro antico. Non ho saputo dire di no alla richiesta della mia amica l’altra sera, lei è titolare di una bottega di antiquariato e mi ha pregato di sistemare questa tela, non è un granchè come opera ma ha un grande valore affettivo per il proprieta-rio, quindi devo eseguire un lavoro di pulizia e poi qual-che ritocco coi pennelli, poca roba, ma mi terrà occupata parecchie ore. Quando studiavo all’accademia di Brera ho frequentato un laboratorio di restauro. Sono piutto-sto in gamba in questo lavoro, lo dico con una punta di orgoglio. Per questa mia amica ho fatto diversi lavori an-che all’aperto, nella bella stagione ho restaurato diversi affreschi nelle santelle, ai bordi e crocicchi delle strade. Mi ricompensa molto bene, purtroppo ha sempre fretta, vuole per ieri quel che gli serve oggi. È una trafficona, si occupa un po’ di tutto, conosce persone importanti nel campo dell’arte. Riesce sempre a coinvolgermi, non rie-sco quasi mai a dirle di no. Oggi Icaro sta a riposo». «Mi piacerebbe restare qui lo stesso, non ti disturbo, mi siedo sul divano e leggo un libro in silenzio. Posso?». «Certo, non mi disturbi affatto, mi piace la tua compa-gnia, resta qui, ti faccio fare un lavoretto. Giù nella borsa sul tavolo c’è una teiera, buste di thè, limoni, zucchero, biscotti. Metti l’acqua nel bollitore sulla stufa e …». «Capito. Lo so fare il thè, ci penso io, preparo una bella merenda».Bim bum, bim bam. Sensibile ma casinista come tutti i maschi della sua età, alla velocità del suono il thè è pronto. Due bei cucchiai di zucchero, una spre-muta di limone, le tazze colme fino all’orlo, i biscotti sparsi sul vassoio. Sistema tre sedie accanto alla stufa, due per loro, sulla terza colloca il vassoio imbandito e orgoglioso del suo lavoro chiama ad alta voce: «Se la gentile signora si vuole accomodare al piano inferiore. Il thè è pronto».Renata che dal soppalco senza farsi notare ha assistito alla preparazione fin dall’inizio, ridendo risponde: «Eccomi. Arrivo subito ».Continuando a ridere scende, si siede, infila con dolcezza una mano nei capelli dai riflessi di rame del ragazzo e gli suggerisce alcuni consigli sul galateo: «Quando prepari il thè per qualcuno, devi chiedere come lo gusta: quanto zucchero, limone o latte; lascialo nella teiera fino al momento di servirlo, oppure lascia che l’ospite si serva da solo. I bi-scotti disponili sempre su un piattino. La semplicità dei tuoi gesti è una cartina al tornasole che rivela genuinità e bontà d’animo. Basta poco per far capire a una persona quanto ti sta a cuore. Un ammiccare degli occhi, un toc-co della mano o una parola sussurata, basta un piccolo gesto per dire tutto. Sì, anche preparare una tazza di tè, riempire una zuccheriera può trasformarsi in una poesia d’amore- porta alle labbra la tazzina e sorseggia-Buono, limone e zucchero come piace a me. Bravo. È importante la sostanza delle cose, però tieni presente sempre di aver cura anche della forma». Stefano felice replica: «A casa ho sempre fatto così, però hai ragione, non devo pensare sempre e solo a me stesso, sulla faccia della terra c’è qualcun altro oltre me. Tu per esempio, mi sa che se mi giro esisti lo stesso». «Sì, stai sicuro ci sono, ma parlami di te, se non sbaglio oggi era la tua prima lezione di nuo-to».

«Sì. E ho già fatto progressi. Nella parte più bassa della vasca col gruppo degli affogatori -titolo affibiato dall’is-truttore ai ragazzi che non sanno stare a galla- ho vinto la paura di infilare la testa sott’acqua. Ho provato ad a-prire gli occhi, ho visto il fondo, l’ho toccato, ho sentito la spinta dell’acqua che mi riportava in superficie. In quel momento mi sono ricordato del principi di Archi-mede –Un corpo immerso in un liquido riceve una spin-ta dal basso verso l’alto pari al peso del volume di liqui-do spostato– con coraggio ho teso le braccia, mi sono allungato e battendo le gambe a tutta velocità ho rag-giunto in apnea il bordo della vasca e nel riemergere ho urlato di gioia».

Un giorno qualsiasi a metà dicembre

Renata è occupata con altri lavori di restauro per l’amica ma insiste perché il ragazzo ritorni a farle compagnia. Ogni giorno aspetta impaziente l’arrivo del suo Icaro che intrattenendola con discorsi su scuola, musica, ami-ci, passeggiate solitarie, malinconie, sogni ad occhi aper-ti traccia come il delicato pennino sul cardiogramma gli impulsi del proprio cuore trasmettendo i minimi movi-menti della sua anima sensibile. Il tempo corre, lui parla parla, lei lavora e ascolta, qualche volta lo interrompe con domande, si sente partecipe delle sue avventure e vuole conoscerne ogni dettaglio. Stefano risponde a tut-to, non avendo ancora mostrato il suo corpo mette a nu- do il suo spirito senza alcuna vergogna. Non ha mai avu-to un’avventura con una ragazza, mai un bacio o una ca-rezza, si infastidisce quando al cinema vede gli amici mettere le mani sotto la la camicetta o la gonna alle ra-gazze. Per lui l’amore è quello romantico dei film, sogna i baci di Ingrid Bergman, Greta Garbo, Catherine Hep-burn. L’amore non si è ancora incarnato in lui, è un sen-timento etereo che non brucia come il sole d’agosto, piuttosto è un tepore che scalda le lucertole sui muri nei primi giorni di primavera.

È stato sincero, svelando i propri limiti con la cautela, la lealtà, la finezza, il garbo necessario ha fatto emergere in lei il desiderio e il bisogno di infrangere il blocco che le comprime il cuore.

«L’amore è sacrificio» si lascia sfuggire Renata.

«Cosa vuoi dire. Questa parola comunica sofferenza, do-lore e tristezza ».

Renata si è gia pentita delle sue parole, non vorrebbe ri-portare sulla terra la giovane aquila, ma qualcosa la spin-ge a continuare: «Per conoscere l’amore devi farne pri-ma esperienza, non devi illuderti, l’amore vero non è quello dello schermo, è quello che si vive giorno per giorno nelle gioie e nelle difficoltà, nel vento, nel sole, nella bufera, nella monotonia…

«Tu sei innamorata? Lo sei stata? Lo sei ancora?».

Una nebbia di silenzio cala nello studio, attutisce i ru-mori, i colori, la luce; la distanza aumenta, tutto appare più lontano, irraggiungibile, sconosciuto, misterioso, pe-ricoloso.

Non conosce niente di lei, non sa se vive sola o con qualcuno, non gli ha mai parlato della sua vita privata.

È sposata? Non ha mai pensato a un uomo accanto a Re-nata, per lui esiste solo l’artista, l’amica dello studio, una piacevole compagna con la quale passare divertenti po-meriggi in città, parlare d’arte, di musica, non ha mai pensato alla loro differenza di età, anche se si è reso conto della sua maturità e della ricchezza d’esperienza.

«Scusami, non ho alcun diritto di farti domande perso-nali, io parlo parlo e poi rischio di dire cose che provo-cano e possono fare male agli altri, spesso esigo che gli altri buttino fuori tutto come faccio io. Cambiamo argo-mento se vuoi».

«No. Non sei stato invadente, hai solo reagito ad una mia considerazione sull’amore. Non ti ho mai raccontato di me solo perché quando siamo insieme riesco a non pen-sare alla mia vita privata. Sono sposata, non sono felice.

Il mio matrimonio è stato una fuga. La fuga da una fami-glia, da un padre severo che non riuscivo più a com-prendere, a sopportare, non riuscivamo più a comunica-re. È la storia di tanti. Quando si è presentata la prima occasione, ho preso al volo il tram che avrebbe dovuto portarmi fuori dalla vita desolata, invece sono precipitata nel buio. La mia vita è una interminabile caduta nel vuo-to, mi manca l’aria, non doveva mancarmi niente ed in-vece mi manca tutto, ho una continua sensazione di inu-tilità. L’indifferenza ha ridotto il mio matrimonio a una semplice convivenza sotto lo stesso tetto, con un minimo scambio di cenni o frasi di circostanza. Il dialogo è spen-to da tempo, non ci sono mai stati fremiti di tenerezza, la noia ha tessuto la sua tela avvolgendo la realtà quoti-diana di un velo grigio di distacco e apatia».

Oltre la finestra dicembre ha già velato di nero il cielo di Brescia. Renata Lascia cadere il pennello; non c’è un raggio di luce nella sua vita, si abbandona a un delirio straziante: «Qualcuno mi dica esattamente dove sono, ho perso il senso della direzione, il buio si chiude intorno a me, il freddo attraversa tutto il mio corpo. Grido nella speranza che qualcuno ascolti questa mia disperata voce solitaria. Tutte le promesse sono state infrante, tutte le buone intenzioni non hanno raggiunto un fine. Mi rendo conto quanto è accaduto, quanti momenti sprecati, quante cose volevo fare nella vita. Ora è troppo tardi per realizzare qualcosa di importante per me. La cosa a cui più tenevo mi è stata negata. È tutto diverso quando ti fermi a pensare e ti senti prigioniera delle tenebre. C’è qualcuno che mi ascolta?».Un calore le avvolge le gambe, abbassa la testa, davanti a lei c’è tutto il sogno della sua vita, un figlio. Stefano è li, avvinghiato alle sue gambe con la testa appoggiata sulle sue ginocchia. La sua voce spezzata dalla commozione supplica: «Basta adesso, ho ascoltato il tuo canto disperato, ci sono io qui, starò con te finchè lo vorrai, non ti lascerò mai sola».

Renata gli accarezza i capelli e lo bacia sulla testa, si è la-sciata andare, lo ha spaventato, in pochi attimi ha scari-cato su di lui il peso sopportato in tanti anni. In ogni is-tante, in un qualsiasi posto sulla terra qualcuno urla for-te il suo dolore per farsi sentire e c’è sempre qualcuno che sta in ascolto e viene in soccorso. Due lacrime traci-mando dai suoi occhi scivolano sul collo del ragazzo. Egli volgendo la testa verso l’alto si alza in piedi di fron-te al lei, con le labbra socchiuse le sfiora le sopracciglia con un movimento oscillante e delicato come soffiasse nelle canne di uno zufolo, e baciando le palpebre chiuse e umide asciuga le sue lacrime.

Consolare è stare con uno che è solo. La tristezza o il do-lore nascono dal sentirsi soli e abbandonati, privi di una presenza che ti riscaldi, di una mano che ti accarezzi, di una parola che infranga il silenzio. Le mani di chi ti vuo-le bene sono ali di angeli mandati dal cielo per sollevarti dalla solitudine. Renata porta le braccia attorno ai fian-chi del ragazzo e lo stringe a sè come una madre. Nella cupa esistenza della donna si apre uno squarcio di luce, un’oasi di quiete nel deserto dell’infelicità.

Toc,toc, toc, un piccione picchia ai vetri della finestra e infrange il silenzio sulla città interrompendo il momento di grande emozione.

«Si è fatto tardi, beviamo un tè e poi ti accompagno alla fermata del pulman, tu intanto spezza qualche biscotto e posalo sul davanzale, dobbiamo sfamare il nostro mes-saggero».

Tutto si svolge senza parole, ascoltando il gorgoglio del thè versato nella tazzina e il tintinnio del cucchiaino.

«Andiamo ora».

Le luminarie del Natale colorano le vie della Leonessa d’Italia, i due camminano fianco a fianco, lei gli tiene un braccio appoggiato sulla spalla e ogni tanto lo tira verso di sé; uno spiraglio di luce si è aperto nella sua vita, non si aspetta niente di più, è tanto dopo tanto. Dietro le loro spalle il vento sferza ondate fredde sui gusci dei loro cappotti, una frustata gelida colpisce la folta capigliatura ricci mettendo in risalto la perla sull’orecchio perfetto di Renata. Si slacciano salutandosi con due Ciao. Stefano lìaccompagna con lo sguardo finchè la vede scomparire tra la folla del corso.

Dall’altoparlante del Liberty la musica trasmette sensa-zioni di incanto e rapimento: Jimi Hendrix introduce la canzone Little wing con un prolungato riff; la chitarra fraseggia con la voce ricamando le tracce malinconiche delle liriche magiche e colorate:

Cammina tra le nuvole non pensare ad altro.Cavalca il vento. Quando sono triste vieni da me con mille sorrisi e raggi di luna e mi regali fiabe. Prendi ciò che vuoi da me. Qualunque cosa.Vola piccola ala”.

L’eco finale della chitarra sfocia in un assolo che sfuma nell’infinito. La testa del ragazzo è persa in mille pensie-ri, sa di aver aperto una porta, ma non sa cosa aspettarsi al di là della soglia. Una cosa è certa, il suo cuore batteva come un tamburo mentre stava tra le braccia di Renata, sente ancora la morbidezza e il profumo del suo corpo, lo stesso profumo di sapone alla magnolia del corpo morbido della zia Lucia.

Sulla strada del ritorno a casa, con la testa appoggiata al finestrino Stefano guarda il paesaggio scorrere all’indie-tro e in quel senso corrono anche i suoi pensieri a svuo-tare la ciotola dei ricordi.

Fin dalla prima infanzia dormiva spesso con la zia; sua madre lo affidava alla cognata nelle ultime ore della not-te prima di scendere in negozio per la distribuzione di pane e brioches ai clienti. La zia ha sempre profuso il suo affetto e le sue cure ai nipoti, in modo particolare a Stefano che porta lo stesso nome del suo unico amore, un amore interrotto in eterno dalla campagna in Russia del ’43. Non tornò più l’alpino, non trovò la strada di casa nonostante ogni notte la fiamma di un lumino sul davanzale illuminasse la solitudine della finestra sempre chiusa.

Anche da grandicello, quando si svegliava di notte per-correva a piedi nudi il corridoio comunicante- attraverso il ripostiglio- al piccolo appartamento della zia e si infi-lava nel letto ad una piazza e mezza. Cullato sul petto in quel nido di cicogna ascoltava come un vaso che attende di essere riempito, il canto –sul mare luccica l’astro d’ar-gento – e barattando gli incubi con i sogni si riaddor-mentava ipnotizzato dal soffio del respiro, dalle carezze e dal profumo di sapone alla magnolia del corpo morbido coperto solo dalla camicia da notte. Non portava bian-cheria intima a letto la zia, il ragazzo se ne accorse a tre-dici anni una notte dopo anni che non attraversava più il ripostiglio; quando, senza rendesene conto, dopo aver percorso il noto tragitto della seconda parte della notte si era adagiato sulla stessa culla di carne che lo aveva ac-colto nell’infanzia. Non ri riaddormentò. Il flusso del sangue nelle sue vene aveva reagito come un albero che offre gratuitamente il ramo alla colomba; se ne accorse anche la zia che con tanta semplicità lo scostò dal pro-prio corpo dicendogli che non doveva più andare in quel letto perchè stava diventando un uomo.

Gocce d’acqua picchiano sul finestrino. Piove. I rami nu-di dei platani che affiancano il provinciale sembrano braccia tese ad abbracciare il cielo. Il fiore della passione è nel circuito dell’essere; i pensieri del ragazzo corrono verso la nuova direzione delle cose: sotto la pioggia si dovrebbe dormire con una donna, sotto la pioggia si dovrebbe fare giochi d’amore.

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Il primo martedì del dicembre 1971

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7 dicembre 1971 La sveglia suona alle 5. 45. In un balzo è fuori dal letto, entra in bagno, ruota la manopola della vasca. L’acqua calda arriva in un attimo poiché è collegata con il bolli-tore posto sopra il forno del pane situato al pianterreno. Una fumana si espande e vela con impercettibili goccio-line le piastrelle azzurrine. Stefano si immerge nell’ac-qua bollente della vasca. È abituato a quella temperatu-ra. «Come mai fai il bagno a quest’ora » gli chiede la zia, l’unica che può avere l’accesso quando lui è in bagno; è un pudico, non si fa mai vedere nudo, neanche dalla mamma, papà o fratelli. La Zia sì. Lei li ha accuditi fin dall’infanzia, lui, i suoi fratelli e suoi cugini. Li ha lavati, vestiti, curati quando erano malati, li ha accompagnati nelle lunghe passeggiate sul monte e nelle vacanze esti-ve, di lei non ha vergogna, anche se ora è diventato gran-de e il suo corpo è cambiato.

«Stamattina c’è la visita medica per il corso di nuoto». «Bene. Sono contenta così ti lavi bene una volta in più». La zia è una maniaca dell’igiene, della pulizia e dell’ordi-ne, si alza dal letto alle quattro come quando da giova-ne lavorava in forneria coi fratelli, comincia col spazzare tutta la loggia in estate e in inverno, poi passa alle came-re libere. In quella di Stefano entra alle cinque anche se lui dorme, spalanca la finestra e le ante, sbatte la polvere dai tappeti, e fa passare scopa e spazzettone dappertutto. «Zia per favore lavami la schiena». La zia insapona una pezza di tela bianca e poi sfrega forte dal collo ai lombi con un massaggio piacevole ed energico come sempre. «Lavati bene anche lì davanti mi raccomando non fare brutte figure». Da qualche anno lei non tocca più quella parte del corpo del nipote ma controlla che lo faccia con cura e gli dice con aria soddisfatta: «Ti sei deciso final-mente ad imparare a nuotare. Sono contenta. Era ora». «Questa è la volta giusta, ce la metterò tutta, voglio vin-cere la paura, imparerò per lo meno a stare a galla». «Impegnati, il nuoto è salutare, il mio dottore diceva sempre che è lo sport più completo».

Fosse soltanto per la visita del corso, non si sarebbe la-vato; aveva saputo che questa consisteva nel compilare alcuni dati come peso, altezza, attitudini sportive; la ra-gione effettiva di quel bagno è solo per non fare brutta figura di fronte alla bella pittrice nel pomeriggio. Un pensiero lo assale all’improvviso, dovrà spogliarsi da-vanti a una sconosciuta, diventerà rosso per l’imbarazzo e la vergogna. Comincia ad agitarsi: «Non devo fare così, altrimenti non ci vado più allo studio, devo pensare a qualcosa d’altro, per cominciare, sul pulman controllo gli esercizi svolti ieri sul quaderno di matematica». La mattinata passa veloce a scuola; la visita, la spiegazio-ne del corso, le ore di lezione, nessuna interrogazione, in un attimo arriva l’una del pomeriggio. Solito panino al prosciutto, aranciata; le due caramelle alla liquirizia che si è portato da casa stranamente gli sono durate fino a quell’ora, è goloso di dolci, impiega più tempo a scar-tare una caramella che a mangiarla. Un paio di esercizi di matematica e l’orologio segna le 2.30. Via. In strada ha freddo. Spera che la stufa riscaldi bene l’ambiente, la volta precedente non ricorda di avere avuto freddo. Non lo farà gelare, gli vengono i brividi solo al pensiero di stare nudo in quello studio. “Quel che sarà, sarà. C’è sempre una prima volta”.Immerso in questi pensieri, senza correre, compie il tragitto fino allo studio guardan-do il cielo coperto, grigio, freddo. Spalanca il portone, introduce un piede dicendo ad alta voce: «Sono io.Posso entrare?.Sono in anticipo. Disturbo? Aspetto fuori?». Una voce dal soppalco risponde: «Non scherzare, entra, avrai freddo, scaldati un po’, metti qualche pezzo di le-gna nella stufa per favore e poi raggiungimi. Il cappotto e la sciarpa lasciali sulla sedia accanto alla stufa così li troverai bei caldi più tardi quando torni a casa stasera». «Grazie, sei molto gentile, fuori fa proprio freddo». «Un altro favore, quando vieni su porta il pacco di fogli che vedi sul tavolo, li userò per fare alcuni schizzi».

Il ragazzo esegue gli ordini, e in quattro salti raggiunge il piano illuminato del soppalco: «Ciao, ecco il pacco». «Hahaha! Mi fai sempre ridere, ecco il pacco. Sei tu il pacco, o i fogli che porti in mano». Fogli bianchi, e altri color carta da pacchi, l’artista ne alterna una decina e li blocca con un mollettone su un asse posta sul cavalletto; controlla il vassoio rettangolare sul quale sono allineati parallelamente, matite, pastelli, carboncini, sanguigne. «Accomodati, oggi cominciamo con qualche ritratto; as-sumi posizioni il più possibile naturali e non preoccu-parti, non devi recitare nessuna parte. Parlami di te». «Nei miei sogni non ho mai le ali. Una forza potente mi dà lo slancio, non plano mai come le aquile o i condor, sono sempre veloce come se dovessi catturare una pre-da. Mi sento una freccia; la voglia di arrivare piega l’arco e tende la corda ma non so mai dove colpire, quale sia il mio bersaglio. Cerco la serenità e fino ad ora non l’ho trovata. Qui sto bene, non lo dico perché mi stai ascol-tando, sono davvero in pace, mi sento isolato dal mondo, come se fuori da qui fosse il nulla. Da bambino pensavo che esistesse solo ciò che stava davanti ai miei occhi, tut-to quello che era dietro di me non c’era. Io ero l’unica persona esistente al mondo, tutti gli altri: uomini, anima-li, cose erano lì solo per il momento che le stavo guar-dando». «Sei un ragazzo sensibile, questo dono ti accompagnerà tutta la vita, non isolarti dal mondo, prendi tutto il tem-po necessario e troverai persone vere da amare, ti stanno attorno ma non le vedi perché stai cercando troppo lon-tano». «Forse hai ragione. Tanto lontano che non ti ho ancora ringraziata per l’album di musica classica. Domenica mattina mi sono alzato come al solito alle sei, ho fatto colazione e fino a mezzogiorno ho fatto girare il 33 giri. Lato A, lato B, lato A, lato B, di continuo. C’è un pezzo che mi piace più di tutto, ho l’impressione che la band psichedelica americana dei Vanilla Fudge si sia ispirata a questa musica per realizzare lo stacco iniziale di Some Velvet Morning presentato qualche anno fa al festival di Venezia». Due ore passano in un lampo, i fogli volano dal cavallet-to al pavimento. Stefano non si è stancato per niente, ha cambiato diverse posizioni: guardando in alto, in basso, di profilo, leggendo un libro, in piedi alla finestra, sdra-iato sul divano con la testa penzolante verso terra, ha cambiato posizione a caso immaginango di essersi incar-nato in Icaro, il giovane protagonista alato del racconto. «Abbiamo finito per oggi. Devi andare a prendere il pul-lman, mi dispiace di non poterti accompagnare, aspetto per le cinque una cara amica che ha un lavoro urgente da consegnare e mi ha supplicato di darle il mio aiuto». «Non disturbarti, il tempo è volato, pensavo sarebbe sta-to più pesante, invece non mi sono annoiato per niente». Il casco di ricci neri mette in risalto i due occhi verdi che lo stanno fissando, il silenzio cala sul grande studio, un piccione picchia col becco sui vetri, Stefano approfit-ta del momento, con due salti è in fondo alle scale, si ve-ste per affrontare il freddo, sulla porta si gira: «Ci vedia-mo giovedì, volevo dirti che qui con te sto molto bene». Sbam. Chiude il portone dietro di sé; il calore del cap-potto lo protegge dal gelo della strada; dentro al cuore sente ancora più caldo.

A proposito di soldi…

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«Lavoro? Per me è un’esperienza nuova, credimi, scusi correggo, mi creda, non ho pensato neanche per un mi-nuto ai soldi, anche se ho appena finito di parlarne».

Renata divertita replica: «Innanzitutto ti devi abituare a darmi del tu. Facciamo un patto, non salti più nè panino nè pulmino, se lavoreremo insieme ti do i soldi per i tuoi ellepì, le riviste, un maglione, una camicia, un paio di jeans, quello che preferisci».

«Io non chiedo niente, ma se lo fa per non sentirsi in de-bito con me, faccia come vuole ma sarebbe meglio nien-te da indossare; cosa direi a mia madre, non capirebbe, non sarebbe d’accordo, troverebbe mille scuse per dirmi di no. Il patto sarà tra me e te, nessuno deve sapere che vengo allo studio. Sarà il mio segreto. Se vuoi puoi dar-mi qualche soldo per l’acquisto di un disco, quando lo decidi tu, sarebbe la soluzione migliore, sono appassio-nato di musica».

«È troppo poco, vedrai come ti annoi, ti stancherai pre-sto a posare. Ma va bene per ora, vedrò come regolarmi in seguito. Sta bene anche a me tenere nascosta la tua presenza qui. Sarà il nostro segreto. Il frutto della nostra collaborazione lo vedrà il futuro. Piuttosto non ti inte-ressa sapere cosa voglio raffigurare?.Facciamo un gioco, se indovini o ci arrivi vicino, vinci un disco che sceglierò per te».

«Lasciami pensare. Fin da piccolo il mio sogno è volare, anche di notte sogno spesso di staccarmi dal suolo, il de-collo è difficile, faccio un grande sforzo per lasciare tutti a naso in sù, poi, quando prendo quota, parto a velocità folle, anche se nella realtà la velocità mi fa paura. Mi pia-ce l’aquila, il silenzio, il cielo, vorrei cavalcare la tempe-sta, scivolare sull’arcobaleno, ho sempre la testa fra le nuvole, anche a scuola mi richiamano di continuo fin dalle elementari. La mia intuizione arriva fino qua. Non saprei cosa vuole raffigurare».

«Mi dai un po’ del tu e un po’ del lei, fai come vuoi. La mia prima idea era Narciso che si specchia nella fontana, ma quando ti ho visto piombare in Piazza Loggia ho pensato a Icaro, conosci il racconto?».

«Si, è la storia di un ragazzo al quale il padre incollò sul-la schiena con la cera due ali di piuma per farlo fuggire dal labirinto, ma poi è caduto perché si è avvicinato troppo al sole».

«Bravo, prendi quel libro posato sul tavolo, aprilo dove ho infilato un pennellino, c’è la storia completa di Icaro. Leggiamola. Potremo trovare alcuni suggerimenti utili».

«Va bene, leggo io, lei si metta seduta sul divano, io sto al cavalletto, ecco, appoggio il libro e leggo la bella sto-ria. Silenzio e attenzione prego:

Ad Atene nacque il primo uomo che scolpì la pietra, che cesellò i metalli, che insegnò le leggi dell’architet-tura. Si chiamava Dedalo e fu un artista incomparabile… ma quando il povero padre giunse a scolpire l’episodio della sua fuga dal labirinto e la morte di Icaro, le mani gli tremarono di commozione, il bulino gli cadde a terra e l’opera rimase incompiuta a quel punto.

«Bella storia, credo di aver qualcosa in comune con Icaro». «Sono convinta, lascerò Narciso sulle sponde dello stag-no. Hai vinto il premio, sarai Icaro. Cominciamo martedì se ti va bene, alle tre. Ora andiamo, ti accompagno alla fermata della corriera. A che ora parte la coincidenza?». «C’è ne una alle 4 e venti, una alle 5 e mezza e poi alle 6 e dieci, 6 e mezza, 7 e un quarto, che ore sono adesso?». «Sono quasi le quattro, il primo non lo prendi più, fai in tempo per quello che parte dopo se andiamo subito». Mantello, giacca, sciarpa al collo, berretto, tracolla, uno sguardo allo studio, chiudono a due mandate il portone e sono in strada. Camminano fianco a fianco, lui fatica a rallentare il passo, Renata non è lenta, anzi ha una buo-na falcata ma lui sta sempre più avanti degli altri quan-do va in giro; è la sua voglia di arrivare anche se non sa dove e perchè ha sempre questa fretta. Arrrivati sotto i portici di Via Zanardelli, Renata lo blocca: «Aspettami un attimo qui, devo ritirare una cosa in questo negozio». Nei pochi minuti d’attesa Stefano osserva un gruppo di hippies seduti sullo scalone del Teatro Grande: una ra-gazza suona un piffero accompagnata dal suono di due chitarre, un’altra danza sollevando con le mani a destra e sinistra i lunghissimi capelli coronati da una piccola ghirlanda di rametti verdi e bacche rosse. Nei suoi movi-menti, espande l’irresistibile sensualità del profumo Patchiuli esprimendo il desiderio di superare i limiti posti dalla natura e dalla società per trovare nuove vie, conciliando i due attributi della gioventù: la prepotenza fisica dello slancio ormonale e le grandi aspirazioni idealistiche della stagione di quei primi anni Settanta. “Eccomi, ho fatto in fretta, non aprire la busta, è una sorpresa per te, sono sicura che ti piacerà, forse non subito, ascoltalo in tutta tranquillità e tanta attenzione» «Non resisto, la aprirò in pulman, leggerò tutto quello che c’è scritto, autori musicisti, testi; di solito faccio così, comincio l’ascolto con le mani e gli occhi; do molta im-portanza alle illustrazioni sulle copertine degli albums». «Ti dispiace se ci salutiamo qui, devo fare alcune spese per lo studio, e… per la cena ». Una luce si spegne negli occhi verdi della bella signora, Stefano l’ha notato. «Non so come ringraziare per questo regalo e per il bel pomeriggio passato allo studio, ma cos’era prima di di-ventare il tuo studio, a me ha dato l’impressione che prima della ristrutturazione potesse essere una chiesa». «Sì, era una piccola chiesa. Vai ora, ci vediamo martedì». «Ciao, a martedì». Dietro front, un salto sulla strada e via attraversa la piazza Vittoria e in un attimo scompare.

Affondato nel penultimo sedile del pullman, Stefano apre la busta, strappa il cellophane e legge –Stravinsky– (1882.1971) La sagra della primavera – Quadri della Rus-sia pagana.La musica classica non è il suo genere. Osserva le mani del direttore d’orchestra; da come tiene il pollice si direbbe che la bacchetta sia manovrata dalla mano sinistra. Cambia idea, gli piacerà quel disco, è sicuro che gli piacerà. Dirà a casa che glielo ha prestato l’insegnante di italiano, in verità quando ha chiesto se le piaceva la musica contemporanea, intendendo quella ascoltata dai suoi coetanei, lei ridendo, come quando vuole prenderli un po’ in giro ha risposto “Certo, hai mai ascoltato Stravinsky?».

Al di sopra…novembre ’71 -il giorno dopo

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Novembre 71. Il giorno seguente

Una parabola ascendente di colombi in volo sui palazzi saluta l’arrivo di Stefano in Piazza Loggia. Baschetto blu calcato sulla fronte, un filo rosso e uno bianco si intrec-ciano nella sciarpa verdone che porta al collo, sul tasca-pane militare a tracolla è disegnato il volto di George Harrison con una scritta – All things must pass-Tutto passa –.

«Il piccolo rapace, è piombato in piazza facendo spaven-tare i piccioni» pensa Renata che lo ha atteso appostata sotto il porticato dell’orologio.

A pochi passi da lei, Stefano comincia la sventagliata di parole: «Ciao, buongiorno, no, buonasera, mah! non so come si saluta a quest’ora, comunque eccomi qua. Nien-te di grave oggi in classe, all’una ho divorato due panini con prosciutto alla mensa della scuola, ho tracannato una Coca e sono partito di corsa per arrivare in orario.

Ho calpestato tutte le fughe dei marciapiedi, ho attraver-sato con l’ALT i semafori pedonali, non mi sono fatto la scriminatura tra i capelli con le tende parasole dei nego-zi. Ho… ». Una mano sulla bocca blocca l’impeto delle sue parole: «Frena, aspetta un momento, prendi fiato, dimmi piuttosto come ti chiami».

«Stefano, e tu, scusi e lei è Renata. Che casino sto facen-do. Il suo nome l’avevo sentito al Liberty» è imbarazzato, si vede dal colore che ha preso la sua faccia.

Lei guarda il disegno sul tascapane:

«C’è il tuo ritratto su questa borsa , chi te lo ha fatto?».

«Non sono io. È George Harrison, l’ho ricalcato da una fotografia, un compagno di classe sostiene che assomi-glio al chitarrista dei Beatles. Gli assomiglio? è un mito per me, conosco tutte le sue canzoni, è sempre stato all’ombra della coppia Lennon -McCartney, ma per me è migliore di loro».

«Non ho ben presente chi sia, però l’immagine sulla borsa ti rassomiglia. Facciamo due passi, così mi raccon-ti di te, anzi se ti va arriviamo fino allo studio: devo por-tare là questa borsa di colori, potrai così vedere dove la-voro se vorrai davvero posare per me. Gli tende la mano:

«Il mio nome è Renata, ma questo lo sai gia, ho un po’ di anni più di te e potrei essere tua madre, perciò dammi del tu, è più facile, non credi?».

Gli ha tolto un peso, l’uso della terza persona singolare per lui è una continua causa di gaffes. È più grande di lui, è vero, ma che potrebbe essere sua madre gli sem-bra un po’ esagerato; vede solo una bella donna che gli piace, gli piace molto.

Camminano per le strade semideserte della città vec-chia, il ragazzo parla e si guarda attorno, scruta a fondo ogni particolare, afferra il battente di un portone antico, passa la mano sulle inferriate e sulle pietre dei palazzi, è attento, curioso, l’abitudine di osservare è per lui una necessità, non si arresta all’esteriorità, scava e raccoglie idee e informazioni visive “torneranno utili”.

Si fermano davanti ad un portone; un doppio giro di chiave e una spinta con le spalle per entrare in uno stanzone le cui volte incrociate del soffitto e i pilastri di pietra fanno pensare alla navata di una chiesa. Un bel numero di tele alte oltre il metro sono infilate in vertica-le sulle rastrelliere in ferro addossate alle pareti. Una scala in legno porta al soppalco, sotto il quale c’è un grande tavolo cosparso di fogli bianchi e marrone, dise-gnati a carboncino o sanguigna. Il cannone, tubo di scarico del fumo di una grande stufa a legna, si innailza in verticale per tre metri circa, al gomito si inclina quasi in orizzontale attraversando in largo il locale prima di infilarsi nel muro del camino.

Renata si libera dal mantello, lo deposita sul tavolo e consegnata la borsa a Stefano lo invita a salire al piano superiore.

Una grande finestra illumina l’assito coperto da un gran-de tappeto di lana su cui sono disposti un divano verde scuro con arabeschi dorati, il cavalletto, lo sgabello, una sedia imbottita, un tavolo lungo e stretto ricoperto di tu-betti di colori ad olio, vasetti in vetro contenenti pennel-li di diverse misura, boccette di olio di lino, trementina e chissà cos’altro. Il ragazzo ammira i tubetti, vorrebbe spremerne qualcuno e spanderne il colore sulla tela, mi-schiarli, creare sfumature e tonalità in varie combinazio-ni; il colore lo affascina, soprattutto il rosso. Entusiasta esclama: «È un ambiente caldo, per la temperatura, per i colori, per gli arredi, è accogliente e mi piace assai».

«Grazie. Ti puoi accomodare, siediti pure dove vuoi, sul divano o sul tappeto ».

Stefano prova per tre secondi la morbidezza del divano e fulmineo scatta in piedi, si porta alla finestra e rimane in estasi a contemplare i tetti sopra la città, la cattedrale, i campanili, la torre. La vista dall’alto lo affascina, vorreb-be sempre vedere il mondo dal di sopra della cima degli alberi. Ciò che conta per lui è arrivare all’essenza di ogni cosa, non esistono argini o barriere che possano arresta-re la sua curiosità e la sua voglia di sperimentare nuove emozioni. Si volta verso Renata che seduta sul divano lo sta osservando e le chiede:

«Cominciamo. Cosa devo fare».

«Niente. Oggi parliamo un po’. Prima voglio conoscerti e sapere quando puoi venire qui e quanto puoi fermarti».

«I pomeriggi del lunedì, martedì, giovedì e sabato sono liberi».

«Scartiamo subito il sabato, non c’è scuola, come giusti-ficheresti il ritardo del rientro a casa».

«Ai miei non interessa cosa faccio nel mio tempo libero, sono presi dal lavoro in forneria, mi hanno sempre dato fiducia, ho perfino libero accesso al cassetto della botte-ga. La mamma dice sempre di prendere il denaro che mi serve tenendo ben presente che per guadagnarlo loro si alzano dal letto quando è ancora notte».

«E tu te ne sei mai approfittato?».

«No. Lo giuro. Non farei mai una cosa simile al mio pa-pà. “Il mio scoiattolino” lo chiamo così per il suo modo di masticare, parla poco, quasi sempre e solo di ricordi di guerra o di persone che gli hanno voluto bene, dice di essere stato molto amato ed io gli credo.

Durante la seconda guerra mondiale, nel ’43 è stato cat-turato in Yugoslavia dai tedeschi ed internato in campo di concentramento ad Essen in Germania dove con gli altri prigionieri costruiva bossoli per le bombe dei mor-tai del nemico. Nei suoi racconti di guerra anche i solda-ti tedeschi erano buoni con lui.Gli facevano pena perchè sapeva che molti di loro avevano perso casa, famiglia, amici. I più giovani durante i bombardamenti degli alle-ati tremavano di paura e alcuni di loro piangendo come bambini si rifugiavano tra le sue braccia e la sera canta-vano il ritornello “Mit dir Lilì Marleen” pensando alle loro donne lasciate chissà dove.

Adoro mio padre anche se stiamo pochissimo insieme; un saluto veloce al mattino prima di partire per la scuo-la, quando torno a casa lui dorme. L’unico momento di condivisione è la cena. Non riesco a capire perché i miei amici ce l’hanno tanto coi loro padri e non riescono ad andarci d’accordo. Viviamo tempi diversi, basterebbe un po’ di impegno e comprensione; il tempo corre veloce e in un batter d’occhio diventeremo come loro.“Noi siamo i migliori. Cambieremo il mondo” sono gli slogans ripetuti da ogni generazione; i figli con parole diverse ri-petono le stesse identiche cose dei padri quando erano giovani.

Non ho mai preso un soldo dal cassetto senza averne giustificata la spesa. Anzi, quando devo prendere qualco-sa per me, un disco o la rivista Ciao 2001, cerco di rispa-rmiare sulle spese rinunciando a un panino, una Coca, oppure evito di prendere il tram per raggiungere la fer-mata dell’autobus e mi tengo questi soldi. Mi fa bene un po’ di allenamento».

«A proposito di soldi, cosa vorresti per questo lavoro».

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Al di sopra della cima degli alberi

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Capitolo V. La canzone del passato

Novembre 1971

Le vetrine dei negozi affacciati sui marciapiedi sono fotogrammi del film quotidiano del ragazzo che cammina a passo svelto dalla scuola alla fermata dell’autobus. Passando sotto la banda verticale dei tendoni parasole tiene la testa diritta per fare la riga in mezzo alla chioma ramata e arruffata dei suoi capelli lunghi, lo sguardo invece è puntato verso il basso, attento a non calpestare le fughe nel cemento e le strisce pedonali.

Diciassette novembre, diciassette è il suo numero nell’e-lenco sul registro; la sfortuna lo ha colpito tutta la mattinata, 4 in meccanica, 4 in elettrotecnica, 4 nel tema di italiano. Il primo votaccio non lo preoccupa, il compa-gno Egidio interrogato dopo di lui ha risolto l’esercizio con facilità applicando le formule imparate a memoria, il profe è comprensivo e gli darà un’altra possibilità per ri-mediare la stangata.

Non sopporta invece l’insegnante di elettrotecnica, le sue spiegazioni sono peggio dell’arabo, ha una voce aci-da che disorienta. Il soprannominato “ vecchio nano” sembra uscito da un fil dell’orrore per rubare il respiro agli allievi. “Questo picio mi metterà in crisi, lo sento”.

Sul viale dei platani lo scricchiolio delle foglie secche sotto i piedi è carta da musica per Stefano che continua la sua meditazione: “La professoressa di italiano ha letto una frase e un’altra ancora e poi il resto del tema; dal tono di voce ero convinto gli piacesse invece ha detto che ho messo lì sette pennellate di un quadro astratto, senza un collegamento logico, prive di senso compiuto. Mi ha chiesto se avevo letto il titolo del tema e ha con-cluso dicendo che scrivo in modo corretto ma non ha capito cosa intendevo dire. Questa donna è severa, vuole farci crescere, ci vuole uomini a diciott’anni, ma io ho ancora tanta voglia di sognare, di stare tra le nubi, voglio scivolare in una barca sui laghi della Scozia, voglio cantare alle stelle nelle notti californiane. La Friulana l’anno scorso adorava i miei scritti ma mi aveva messo in guardia consigliandomi di leggere bene il titolo del te-ma, di tenere i piedi a terra perchè un’altra insegnante mi avrebbe potuto inchiodare alla prima prova e aveva ragione”.

Stefano ha perso tempo scricchiolando i suoi pensieri sulle le foglie di platano e quando giunge davanti al mo-numento dell’eroe dei due mondi a cavallo, vede sfilare la corriera davanti a sé. La prossima coincidenza parte alle sei di sera.

All’inizio di Corso Garibaldi l’altoparlante del Liberty è il pifferaio magico che incanta gli amanti della musica; le note di Something la splendida canzone dei Beatles dif-fuse nell’aria catturano l’attenzione dello studente dai jeans a tubo e dolcevita blu che con 2.300 lire in tasca, varca la soglia del negozio di dischi. Dopo aver salutato la commessa si dirige con decisione nel settore della musica straniera, comincia a scartabellare le invitanti co-pertine patinate e si ferma su quella col titolo ricamato in bianco azzurro su fondo blue jeans: Madman across the Water di Elton John sarà il secondo Long Playing a ruotare sullo stereo della Reader’s Digest. La commessa acconsente di farglielo ascoltare e lo invita ad accomo-darsi nella cabina fonica. –Blue jeans baby…– la prima canzone gli piace subito, si sta abbandonando all’ascolto quando la sua attenzione è disturbata dalla vista di un poncho coloratissimo indossato da una donna appena entrata nel negozio. Il bel profilo di una signora non più ragazza è messo in risalto dalla perla dell’orecchino e dal foulard di seta verde smeraldo messo lì per catturare la cascata di riccioli neri.

Il ragazzo curioso di conoscere i gusti musicali dell’af-fascinante donna esce dalla cabina e finge di guardare altri dischi per ascoltare la sua richiesta alla commessa: «Vorrei un disco di Nina Simone. Avete qualcosa qui?».

Siefano non ha mai sentito quel nome, immagina sia una pianista classica o una cantante lirica.

«Ciao Renata, come va è un po’ che non passi da noi. No, Nina la puoi trovare nei negozi specializzati in dischi di importazione. È un’interprete jazz, anche se il suo stile varia tra diversi generi, dal blues, al folk, al soul; non ho avuto alcuna richiesta dei suoi dischi. Dimmi di te, stai lavorando a qualcosa di nuovo? Dimmi, sono curiosa».

«Non so. L’ispirazione spesso nasce proprio da questa piccola affermazione negativa. Troppo spesso siamo cur-vi sulle reltà quotidiane, assorbiti dalle cose materiali, protesi verso atti picoli e modesti e diventiamo incapaci di guardare in alto perdendo ogni sapore per la bellezza e la spiritualità che risuona nel silenzio della sublime in-valicabilità dell’infinito e dell’eterno.Vorrei spargere sul-la tela la percezione dello spazio, del colore, del suono. Vorrei rappresentare un mito, ma mi manca l’ispira-zione, anzi più che l’ispirazione mi manca l’impulso per cominciare; sto cercando un modello, devo partire da lì, da lui».

« Non hai nessun contatto? Come deve essere questo ti-po? Cosa deve avere di speciale?»

«Niente di speciale, lascio aperta la porta a qualcuno che non sto aspettando, non deve avere le sembianze di nes-suno in particolare, ma quando apparirà saprò che era lui che stavo aspettando da tempo, sarà così vicino che potrò toccarlo e mi catturerà senza che gli opponga re-sistenza, e quando avrò sentito la sua voce saprò che è lui, lo raccoglierò come un sasso da terra e sentirò il pe-so della sua esistenza, non ho fretta, sento che il mo-mento non è lontano».

Renata ha un tono di voce basso ma Stefano ha sentito, consegna il disco alla commessa, attende che glielo met-ta in una busta di plastica, paga ed esce; muore dalla vo-glia di arrivare a casa e metterlo sul piatto, per farlo gira-re per ore ed ore, cantando i testi in inglese, traducendo-li in un italiano quasi incomprensibile, non importa; gli piace capire qualcosa di quello che ascolta e diventare il protagonista delle songs ma le due sillabe “non so” hanno avvolto nel mistero la donna col poncho. Il messaggio sull’ispirazione lo ha incuriosito, gli ha messo le ali; si ferma davanti alla vetrina, fingendo di guardare i dischi esposti e aspetta che la signora Renata -così l’ha chiamata la negoziante– esca dal negozio; la lascia pas-sare, la segue tra la gente, le vetrine, le luci, gli odori e i profumi lungo il Corso Garibaldi fino alla Pallata e poi nel Corso Mameli. Girano a sinistra, arrivano in piazza Loggia, l’orologio segna le diciassette e trenta. “ Ma dove sta andando? Se la seguo ancora, perdo anche il pulman delle sei».

Renata si ferma, si è accorta di essere seguita e si sta di-vertendo; con la coda dell’occhio nota lo stop improvvi-so del ragazzo, si gira di scatto e lo provoca: « Perché ti sei fermato, non mi vuoi più seguire? Stai cercando qualcosa? La mia borsa? Toh vieni a prenderla».

«Mi sono fatto pescare come un fesso, non sono un la-druncolo di strada, ho ascoltato involontariamente il suo colloquio con la commessa del Liberty e mi sono incu-riosito. Lei dipinge? Lo cerca davvero un modello? Po-trei andare bene io? Mi piacerebbe tanto che qualcuno disegnasse la mia figura, che bello essere raffigurato in un quadro!. È tardi, devo prendere la corriera, oggi ho preso tre canate a scuola».

Quando le emozioni si liberano e combattono, le parole gli escono di un fiato, è il suo modo di nascondere l’im-barazzo, quando è colto sul fatto parla a raffica lasciando l’interlocutore senza possibilità di replica.

La donna blocca il fiume di parole, scruta il viso del gio-vane sconosciuto, capisce che non ha nulla da temere specchiandosi negli occhi sinceri che mostrano i sogni e parlano della vita come un’eterna primavera, gli posa con delicatezza una mano sulla spalla e gli dice:« Calma, non mi hai fatto paura, non devi perdere il pulman, se ti interessa ci ritroviamo e ne parliamo con calma ».

«Domani ho il pomeriggio libero, non ho lezione, posso fermarmi in città. Dove ci vediamo, a che ora».

Renata ride: «Vai sempre di corsa tu. Va bene, domani pomeriggio alle due, se non è troppa per te la strada per arrivare fino qua in Piazza Loggia. Adesso vai, altrimenti non torni a casa stasera».

«C’è ancora un pulman alle otto, quello degli operai».

La semplicità spavalda del ragazzo provoca un moto im-provviso nel cuore della donna, vorrebbe prendergli la faccia tra le mani per dargli un bacio in fronte ma si trattiene limitandosi ad una carezza sulla guancia.

«Ci vediamo domani. Ciao».

Lui la guarda confuso, si gira di scatto e via al volo; un falco non ha fughe di cemento da evitare. Non è mai stato sfiorato da una donna, non ne ha mai toccata una come un uomo tocca una donna, era convinto non gli piacesse, invece l’orma della carezza gli brucia la pelle del viso. “Domani, domani,domani. Finalmente qualcosa di nuovo, un’avventura importante”.

Lei lo guarda volare via e pensa” ha qualcosa di speciale questo ragazzo. Non mi ha detto il suo nome”.

                Canzone triste


                  Capelli tra le alghe

         mi perdo nel fondo del mare

             per fuggire alla realtà

              di un mondo crudele

               padrone di persone 

                     e di sogni.

 

           Uccelli neri alzano in volo

            una canzone di tristezza

                  grido di dolore

               di un  uomo ferito

      da qualcosa che  non vuol guarire.

 

            Occhi di lupo nella foresta

          il piede perde il suo sandalo
sul sentiero stramazza sfinito il samurai

               profumo di girasoli

        katana nel legno di magnolia 

                  bocca nel fango

            sempre più verso il fondo.

 

               Le luci del sottobosco
           prigioniere dei fili di ragno.


                     Nella notte
     una lucciola è più luminosa del sole
                   Occhi nel blu

               alla disperata ricerca 
                dei giorni trascorsi
                   ………………..

             non potranno tornare.

 

         Il passato ridotto alla cenere

             si sparpaglia nel cielo

         come petali di crisantemo 
                           e
               svanisce nel vento.

 

                Scintillano le stelle.

                 Quanta bellezza!

                       Da lassù

            siamo granelli di sabbia.

 

      Voglio fuggire da questo inferno

            il mondo è  sottosopra

       vorrei evitare gli alberi armati

             serve qualcosa di più

            di una licenza di caccia
               per essere uomini

 

                  Uccelli bianchi 

    nel fiume al di sopra della mia testa

            un arpeggio malinconico

                    si disperde

        nell'estremo bisogno d'amore.

 

     Non ho mai conosciuto mio padre