L’ultimo incontro, prima delle vacanze di Natale 1971

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Sul tavolo c’è una bottiglia di spumante, due flute, un panforte , un torrone a pezzi, dei mandarini e una scatola di cioccolatini, quelli buoni, di lusso!

“Oggi non si lavora, facciamo festa, togliti il cappotto, portiamo tutto di sopra, ci abbuffiamo e facciamo una bella chiacchierata  sprofondati nel  divano”. 

E’ tutto il giorno che lo aspetta.

 “Hai il fiatone. Hai fatto la strada di corsa scommetto, con tutta quella borsa di libri in spalle”.

“Avevo una voglia di vederti, questa mattina non passava più il tempo,
5 ore,
300 minuti,

18.000 secondi”.
Diciottomila bum bum  nel  petto.

Ho bruciato i marciapiedi per arrivare più presto possibile!”

“Avevi paura di non trovarmi più, che partissi senza salutarti…
“Parti? Come? A Natale? Dove vai?”
“Oh scusami, dovevo dirtelo la volta scorsa ma poi… Comunque stasera prendo il treno per Bologna, torno dai miei genitori per passare il Natale con loro. Mio padre è malato e non si muove più da casa.  Abbiamo tante cose da dirci. Forse c’è anche mio fratello, il mio fratellone è una vita che non lo vedo.
Mio marito non viene con me.
Non scorre buon sangue tra lui e la mia famiglia,francamente passare un Natale con lui mi avrebbe mandato in depressione. Lavoro, il lavoro e poi ancora il lavoro, sembra l’unica sua alternativa. La sera non c’è quasi mai, penso quasi sia una scusa per andare con un’altra donna o altre. Son’ convinta che mi tradisce,  non mi importa  proprio niente  a questo punto, più mi sta alla larga e meglio sto lontana da quel nano. Si! non te lo volevo dire, ma ho sposato il nano infame come lo chiami tu. Mio marito è il tuo professore di elettrotecnica.”.

“ Cooosa??? Quel cesso ambulante, ingegnere fallito, quella testa di…,  quella fogna a cielo aperto, come fai a stargli accanto, ha un alito pestilenziale che… o scusa, sono un maleducato, non riesco a tenere la bocca chiusa, comunque è proprio odioso, sai cosa ha fatto stamattina ?”

Lei sta ridendo a crepapelle. Dopo la scarica di insulti, uno più variopinto e pennellato dell’altro. Gli hanno fatto i raggi X,  gli alunni   sono spietati a volte.
“Ha interrogato un mio compagno, il Lupo .  Lo chiamo così  perché quando si butta  sulle ragazze sembra digiuno da un inverno intero. Gli ha fatto una domanda, scena muta, un’altra e poi un’altra ancora, silenzio di tomba. Non aveva studiato, e forse non aveva capito granchè delle  spiegazioni.

 Ma dagli il suo quattro e mandalo al posto!

 No. Ha infierito su di lui, gli ha chiesto che lavoro facevano i suoi. Dall’odore  di stalla che lasciano i suoi indumenti anche se è sempre ben curato, vestito e lavato si capisce, sono contadini.

E comunque fa meno schifo dell’odore di marcio che esce dalla bocca dell’ingegnere. 

 Quando il mio socio, rosso in viso,  ha risposto, sai qual è stata la replica del genio laureato 110 e lode? :
“Le tue sono braccia strappate alla terra, perchè vuoi fare, il perito industriale!” 

“Ma si può umiliare una persona in questo modo!  Ma chi sei? Puoi anche avere ragione, mostro elettrico, molti di noi torneranno a fare il lavoro dei genitori, ma la scelta sarà  nostra, chi ci deve aiutare a trovare la strada giusta non deve permettersi di usare questi modi da iena”. 

Si gira, la guarda, sta ridendo ancora, i bicchieri sul vassoio ballano,  rischiano di cadere. 

“Ma come hai fatto a sposare uno così? Com’è che ti sei innamorata di lui?”

E serena, è allegra, gli racconta tutto.

“Mio padre è nato in un piccolo paese, sull’Appennino bolognese, era sottufficiale dell’esercito, d’istanza a Brescia, qui ha conosciuto mia madre,  questo studio  era casa sua.

Dal loro matrimonio siamo nati, mio fratello nel  ‘25 ed io nel  ’30. Ho vissuto in questa città, fino alla fine della terza elementare, quando mio fratello è entrato nell’esercito per fare carriera militare e noi ci siamo trasferiti nella casa paterna in Emilia.

Questa migrazione  mi ha fatto soffrire; dover lasciare gli amici, soprattutto staccarmi dal fratello adorato, è stata dura per me  ricominciare da capo.

Eravamo un po’ isolati, non c’erano bambini della mia età con i quali passare il  tempo, per cui sono stata spedita in un collegio di suore, cinque anni di clausura freddi e tristi.

Unica boccata d’aria le ore di “svago” con una giovane insegnante; mi ha iniziato all’ uso di  matite e colori ed ha fatto crescere in me la passione dell’arte. Nelle vacanze estive del mio ultimo anno al collegio  siamo state in Umbria, ospiti in un convento di francescane per quindici giorni,  da lì a bordo di una Vespa  abbiamo girato un po’ tutta la regione e la  vicina Toscana in visita a chiese e conventi , ci fermavamo a dormire presso monasteri, conventi,  abbazie, poiché aveva viaggiato molto, conosceva  qualche persona in tutti i posti. Avresti dovuto vederci, due viandanti motorizzate,  due easy riders  all’italiana; io dietro aggrappata , sballottata di qua e di là per quelle stradine, abbiamo visitato Assisi, Gubbio, Sorana, Sovano, Pitigliano, Volterra, San Gimignano, San Galgano, un’avventura fuori dal tempo, nei giorni di guerra.  Mostrandomi gli affreschi , i quadri, i crocifissi o l’architettura degli edifici sacri citava 

San gregorio Magno:

 “La pittura è usata nelle chiese perché gli analfabeti, guardando sulle pareti, leggano ciò che non sono capaci di decifrare sui codici.”
 Marc Chagall:

“Le Sacre Scritture sono l’alfabeto colorato della speranza in cui per secoli i pittori hanno intinto il loro pennello”.

 Ho imparato molto quell’estate del  ’43.  Quando è stato il momento di passare alle scuole superiori ho dovuto penare molto per ottenere da mio padre il permesso di frequentare a Bologna una scuola d’arte, se non fosse stato per l’intervento energico di mia madre  sarei rimasta dalle suore fino alla maturità. A parte la passione per l’arte la mia vita scorreva grigia, avanti e indietro da Bologna  alle colline, non riuscivo a stringere amicizie causa il carattere riservato che le sorelle del collegio mi avevano forgiato. Alla fine dei cinque anni ero decisa, sarei diventata maestra d’arte all’accademia di Brera, ma mio padre era contrario, diceva:

“ E’ un ambiente pericoloso, tutti quegli pseudo-artisti, sbandati, con la cannetta di vetro nella schiena, non  diventerai una brava donna, ne riuscirai a metter  su famiglia.”

 Era una discussione continua, io molto decisa, lui sempre più cocciuto nel suo divieto, neanche la mamma riusciva a fargli cambiare idea, mio fratello non si vedeva che un paio di volte l’anno. Se ci fosse stato lui avrei di sicuro vinto pacificamente la battaglia con papà. Scenate,  porte sbattute, pranzi e cene lasciate sul tavolo, niente da fare il vecchio maresciallo in pensione non mollava, così ho preso la prima occasione…
quella che doveva essere la mia via di fuga  è diventata l’inizio della galera.

Da qualche tempo un giovanotto  neo laureato ingegnere era tornato al paese, mi aveva adocchiato in chiesa, subito si è fatto avanti. Parlava del suo futuro, una vita in una grande città, una carriera assicurata a Milano come responsabile dell’ufficio tecnico in una   grande industria di elettrodomestici. 

Ci siamo frequentati per un breve periodo, lui mi faceva una corte serrata, era ben visto dai miei genitori, per loro era il  futuro sicuro e garantito. Quando  gli ho raccontato le mie aspirazioni mi ha proposto di seguirlo a Milano, se lo avessi sposato sarei stata libera di frequentare l’accademia, libera dal giogo paterno. Libera. Non sapevo niente dell’amore, non avevo mai pensato alla vita di coppia, ma era l’unica via d’uscita e l’ho colta senza pensarci due volte.

 Mi sposo e vado a Milano. Che pazzia!

Per me è stata dura fin dall’inizio, in quell’appartamentino di periferia, certo non ci mancava nulla, lui guadagnava bene, ma era molto occupato dal lavoro, faceva spesso tardi la sera, quante cene da sola! Per fortuna al Brera mi appassionavo sempre più, lì stavo bene, inoltre per  non dovere chiedere soldi a mio marito, per essere un po’ indipendente , avevo cominciato a lavorare in una bottega di restauro, imparavo un mestiere e potevo guadagnare  qualche soldo per le mie spese personali.

Non ero innamorata, non provavo niente,
preferivo i momenti quando lui non c’era.
Avevamo deciso di non avere figli  per un bel po’, lui diceva che era meglio per i miei studi e per il suo lavoro, inoltre voleva una casa nuova, è sempre stato molto, ambizioso,
per lui conta l’immagine che proiettiamo sugli altri,
per me conta come sei dentro.

Sono arrivata così a trent’anni, niente casa, niente figli, niente amore; avevo finito gli studi e lavoravo ancora alla bottega; lui era stato licenziato, alcuni suoi progetti erano andati molto male.  Era sempre nervoso, irascibile, non riusciva a stabilire buoni rapporti con i colleghi e il personale alle sue dipendenze, così cambiava spesso, aveva cominciato a insegnare in alcuni istituti tecnici. L’aria di Milano era diventata pesante per lui, così decise di accettare il ruolo di insegnante e ci siamo trasferiti qui a Brescia,  ho riaperto  la casa della mamma e l’ho trasformata in questo studio, sai ho fatto tutto a mie spese, senza chiedergli un soldo, lui non ha mai visto di buon occhio il mio lavoro, mi ha sempre ostacolato in questo, é invidia perché faccio più soldi di lui. Secondo lui il lavoro è stato  la causa della mia mancata maternità.

Volevo un figlio, un motivo per cui vivere, non ti voglio parlare dei nostri rapporti intimi, ma credimi
il nostro letto era la tomba dell’amore,
per me è sempre stato  un sacrificio unirmi a lui, nessun desiderio, nessun piacere, niente. Fingevo, ho sempre finto, ma i figli non sono mai arrivati, ogni mese  mi accusava : “Non sei proprio capace a fare niente”,  e così ci siamo allontanati sempre di più. Per fortuna! Abbiamo cominciato a dormire in camere diverse, forse ha trovato un’altra o altre donne, meglio così per me!. C’è una tregua tra di noi, dobbiamo mantenere  l’ aspetto esterno di coppia felice.
Frequentiamo insieme il suo ambiente, le cene,  gli amici, le feste; in casa ognuno fa la sua vita, non ci sono interferenze, è una convivenza pacifica,  a suo modo  mi ama,  è molto geloso e non permette neanche per scherzo  ai suoi amici  di farmi un po’ di corte;  quando qualcuno si intrattiene con me un po’ di più del solito, lui arriva e con la scusa del suo mal di testa ci congediamo e torniamo a casa. E adesso chiudo l’argomento, ho vuotato il mio fardello, ti ho sicuramente annoiato, ma finalmente  mi sento più leggera, non avevo mai raccontato a nessuno la mia vita, neanche alla mamma. A te mia stella, il compito di raccogliere le cartacce strappate di questo racconto , buttale nel cestino  e dimenticale. Mi sono liberata, ha vomitato quello che mi stava sullo stomaco da vent’anni. Ora sto proprio bene, mi è venuta fame.

Mangiamo una fetta di panforte? Stappa lo spumante, è Natale tra qualche giorno! Facciamo festa!”

Brindano davanti alla finestra , davanti alla sera . Una pausa lascia lo spazio al silenzio, poi:

“Dolce e chiara è la notte e senza vento, e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti posa la luna, e di lontan rivela serena ogni montagna

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Il primo giovedì di dicembre 1971

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 I rami fioriti di calicanto annunciano l’inverno, inebriando  terrazzi e  giardini con profumo sensuale mentre la natura riposa.
Da un muro di cinta, una miriade di minuscoli fiori gialli dal cuore translucido, piccole gelatine attaccate ai lunghi fusti degli arbusti spogli.
Stefano si guarda intorno per scoprire da dove a
rrivi quell’essenza che gli ha afferrato i sensi. Li scorge. Si arrampica sul muro e strappa qualche rametto con delicatezza; i fiori si staccano facilmente.

 

“Ciao! Metto il cappotto accanto alla stufa e un po’ di legna sulle fiamme. Faccio in un momento e vengo su.” 

“Che profumo inebriante, dove hai preso quei rametti?.Prendi un vasetto e riempilo d’acqua, adoro i fiori dell’inverno”.

“Oggi abbiamo fatto la prima lezione di nuoto, ho già fatto un grande progresso…”

Sale al soppalco :
“Sei già al lavoro? Già sulla tela? ”

“Ma no! Vieni a vedere, questo è un quadro vecchio. Non ho saputo dire di no alla mia amica dell’altra sera. Ha una bottega  di antiquariato, e mi ha chiesto di sistemare questa tela, non è un gran chè artisticamente ma ha un grande valore affettivo per il proprietario, quindi devo fare prima un lavoro di pulizia e poi qualche ritocco coi pennelli, poca roba, ma sarò occupata parecchie ore. Sai io  ho frequentato un laboratorio di restauro quando studiavo all’accademia di Brera. Come restauratrice sono piuttosto in gamba, lo dico con una punta di orgoglio. Per questa mia amica ho fatto diversi lavori. Nella bella stagione, all’aperto mi sono occupata di piccoli dipinti, affreschi nelle santelle, li hai visti ancora no?”

“Sì ce ne sono alcune anche al mio paese”.

“Mi fa guadagnare molto bene, non lo nego, ha sempre fretta, vuole per ieri quel che gli serve oggi. E’ una trafficona si occupa  un po’ di tutto, conosce persone importanti nel campo dell’arte. Non riesco quasi mai a dirle di no. Riesce sempre a coinvolgermi. Quindi oggi  Icaro riposa”.

“Posso fermarmi lo stesso?.Non ti disturbo, mi metto qui sul divano e guardo un libro, in silenzio”

“Ma no, ma no, non mi disturbi affatto, mi piace la tua compagnia, resta qui,  ti faccio fare un lavoretto. Giù sul tavolo c’è una borsa, aprila c’è una teiera, delle buste di thè, limoni, zucchero, biscotti. Metti l’acqua …”

“Lo so fare il thè, ci penso io, preparo una bella merenda!”

Bim bum, bim bam! E’ sensibile, sì,  ma  casinista come tutti i maschi della sua età, comunque  alla velocità del suono, il thè  è pronto. Due bei cucchiai di zucchero, una spremuta di limone,  le tazze colme fino all’orlo, i biscotti  sparsi sul vassoio.  Tre sedie accanto alla stufa, due per loro, sulla terza il vassoio imbandito.

“Signora. Si accomodi al piano inferiore. Il  thè è pronto.”.

Si affaccia : “Arrivo subito” . Ride . Ha seguito la  preparazione fin dall’inizio, senza farsi notare. Si siede accanto alla stufa e non smette di ridere. Gli infila  dolcemente una mano nei capelli spargendo  riflessi di rame. Lui non sa che fare, è un po’ imbarazzato.

“Quando prepari il thè per qualcuno, devi chiedere : 

-Quanto zucchero? Limone? Latte?-.
Lascialo nella teiera  fino al momento di servirlo,  oppure lascia che l’ospite faccia da solo, se vuoi metterlo a suo agio. I biscotti servili su un piattino.

Hmm!   è buono , limone e zucchero come piace a me. Bravo. Sai io guardo soprattutto alla sostanza delle cose, però tieni presente sempre di aver cura  anche della forma.”

“A casa ho sempre fatto così, però hai ragione, non devo pensare sempre e solo a me stesso, forse sulla faccia della terra c’è qualcun altro. Tu per esempio, mi sa che se mi giro esisti lo stesso”

“Mi stavi raccontando quando sei arrivato della tua prima lezione di nuoto, continua.

 Stiamo un po’ qui a parlare .”

La sera cala sull’avventura in piscina. 

La settimana successiva allo studio Renata ha da fare ancora con i restauri per l’amica, ma insiste perché il ragazzo rimanga a fargli compagnia, le fa piacere.  Aspetta  impaziente  quei due giorni l’arrivo del suo Icaro. E’ serena con lui. Le parla  della scuola, della sua musica, degli amici, delle sue passeggiate solitarie, delle sue malinconie, dei suoi sogni ad occhi aperti; è un libro parlante, uno scrigno spalancato che  mostra il suo tesoro.
Come il delicato pennino del cardiografo, trasmette gli impulsi del cuore e traccia i minimi movimenti della sua anima sensibile.
Il tempo passa velocemente, lui parla parla, lei in silenzio lavora e ascolta, qualche volta lo interrompe con delle domande, si sente partecipe delle sue avventure e vuole conoscerne ogni dettaglio.  Stefano risponde a tutto, non le nasconde niente, non si vergogna . Non ha mai avuto un’avventura  con una ragazza, solo tante cottarelle platoniche, mai un bacio o una carezza .

Si infastidisce quando vede gli amici al cinema mettere le mani addosso o sotto la gonna alle ragazze. Per lui l’amore è quello romantico che si vede nei film . I baci della Bergman, Greta Garbo, Catherine Hepburn. L’amore  non è ancorato in terra per lui, è un sentimento etereo; non è il sole d’agosto che brucia, è la brezza tiepida  che  scalda  nei primi giorni di primavera.

“L’amore è sacrificio”  si lascia sfuggire  Renata.

“Cosa vuoi dire, questa parola mi richiama la sofferenza, il dolore, la tristezza”

Renata si è gia pentita delle sue poche parole, non vorrebbe  riportare sulla terra la giovane aquila, ma qualcosa la spinge a continuare:

“Per conoscere l’amore devi farne prima esperienza, sai non devi illuderti , l’amore vero non è quello dello schermo, è quello che si vive giorno per giorno, nelle gioie e nelle difficoltà, nel vento, nel sole, nella bufera, nella monotonia…”

“Tu sei innamorata? Lo sei stata? Lo sei ancora? ”

 Non  gli ha mai parlato della sua vita privata, non sà come vive , con chi , è sola?

È sposata? Non ha mai pensato  qualcuno accanto  a Renata. Per lui  esiste solamente l’artista, la sua amica dello studio, una piacevole compagna con la quale passare divertenti pomeriggi in città, parlare d’arte, di musica, non ha  mai pensato alla  loro differenza di età,  anche se aveva capito che era più matura di lui,  più  ricca dell’ esperienza del vivere; non sapeva assolu-tamente niente di lei.

Il silenzio scende come nebbia nello studio, attutisce i rumori, i colori, la luce; la distanza  aumenta,  sembra tutto più
lontano,
irraggiungibile,
sconosciuto,
misterioso,
pericoloso.

“Scusami, non ho alcun diritto di farti domande personali, io parlo parlo e poi rischio di dire cose che provocano e possono fare male agli altri; spesso esigo che gli altri buttino fuori tutto come faccio io. Cambiamo argomento dai!”

“ No! Non sei stato invadente, hai solo reagito ad una mia considerazione personale sull’amore.

Non ti ho mai raccontato niente di me solo perché quando siamo insieme, riesco a non pensare alla mia vita privata. Sono sposata, e non sono felice. Il mio matrimonio è stato una fuga .

Una fuga da una famiglia, da un padre severo che non comprendevo più;  non  lo sopportavo,  non riuscivamo  più a comunicare.E’ un po’ la storia di tutti . Quando si è presentato il primo tram l’ho preso al volo, avrebbe dovuto portarmi fuori dalla foresta buia, invece sono precipitata nel vuoto. La mia vita è una interminabile caduta nel vuoto,   mi manca l’aria,  ho una sensazione continua di inutilità, non c’è colore, nè dolore  nè gioia, senza insulti  o gratificazioni, non dovrebbe mancarmi nulla ed invece  mi manca tutto.”

Ha lasciato cadere il pennello, guarda  la  finestra, dicembre ha già velato di nero il cielo di Brescia, non c’è un raggio di luce nella sua vita, si abbandona a un delirio straziante : 

“ Il buio  si chiude intorno a me, il freddo attraversa tutto il mio corpo.
Grido nella speranza che qualcuno ascolti questa  disperata voce solitaria e mi dica esattamente dove sono.
Tutte le promesse sono state infrante, tutte le buone intenzioni non hanno raggiunto un fine. Mi rendo conto quanto è accaduto, quanti momenti sprecati, quante  cose  volevo fare nella vita, ora è troppo tardi per realizzare qualcosa di importante per me. La cosa che mi è più cara,  sempre  presente nel mio cuore, poteva essere realizzata e  invece mi è stata  negata, strappata .

Come sembrano diverse le cose quando  ti fermi a pensare a te stesso e vedi le tenebre che  si chiudono attorno .
Qualcuno mi ascolti!”

Sente un calore in basso, davanti a lei, tutto il sogno della sua vita…un figlio.
Abbassa la testa, Stefano è li, abbracciato alle sue gambe,  la testa appoggiata sulle sue ginocchia, con voce spezzata dalla commozione supplica :

Basta adesso, hai urlato il tuo canto disperato, ci sono io qui, starò con te finchè lo vorrai, non ti lascerò mai sola”.

 Gli accarezza i capelli e lo bacia sulla testa, s’ è lasciata andare, lo ha spaventato, non era mai successo prima, in pochi attimi ha scaricato dal basto, il peso di tanti anni, è più serena. 

In ogni istante, in un qualsiasi posto sulla terra, qualcuno urla forte il suo dolore  per farsi sentire e  c’è sempre  qualcuno che dall’altra parte del mondo  sta in  ascolto e ti viene in aiuto.
Due  perle di rugiada  tracimate dai suoi occhi scivolano sul collo del ragazzo  che ruota verticalmente la testa portandola di fronte alla sua . Gli occhi guardano gli occhi. La bocca  bacia  le palpebre chiuse e umide, due labbra socchiuse sfiorano le sopracciglia della donna, in un movimento oscillante, delicato come per soffiare nelle canne di uno zufolo. Asciuga le sue lacrime. Renata, seduta sulla sedia, ha portato le braccia attorno alla vita del ragazzo e lo stringe, avvolge quel corpo, come una madre  incontra il figlio che non arrivava più, il figlio negato.

Toc ,toc, tc, il piccione picchia ai vetri della finestra  e infrange il silenzio   sulla città :  “Si è fatto tardi, ci beviamo ancora un tè e poi ti accompagno al pulman, tu intanto spezza qualche biscotto e posalo sul davanzale, dobbiamo sfamare il nostro messaggero”.

Tutto si svolge  senza parlare, ascoltano  il gorgoglio del thè versato nella tazzina e il din din del cucchiaino.

“Andiamo” . Le lucine del Natale colorano le vie della Leonessa, i due camminano fianco a fianco, lei ha  un braccio  appoggiato sulla spalla di lui , ogni tanto lo tira  verso di sé;  teste vicine di una strana specie di amore; è serena, uno spiraglio  di luce si è aperto nella sua vita, non si aspetta niente di più; è tanto, dopo tanto.

Si salutano. Dall’altoparlante del Liberty Jimi Hendrix canta:

 “Cammina tra le nuvole non pensare ad altro. Cavalca il vento. 

Quando sono triste,  vieni da me con mille sorrisi e raggi di luna e  mi regali fiabe. Prendi ciò che vuoi da me. Qualunque cosa.Vola piccola ala”.

 Quando ascolti la  sua musica  non esiste più niente del mondo esterno al di fuori di quei suoni che vengono a colpirti nel profondo del cuore. Jimi Hendrix,il meticcio mancino  e la sua chitarra sanno strappare grandi emozioni.

La testa del ragazzo è perduta in mille pensieri, sa di aver aperto una porta, ma cosa lo aspetta al di là della soglia? Una cosa è certa , il suo cuore batteva come i tamburi dei Santana, quando la baciava sugli occhi stretto alla vita dalle sue braccia morbide: “Come On Black Magic Woman”.

Il primo martedì del dicembre 1971

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Nudo!
Davanti a  una donna!
Non era mai successo prima.
Che impressione avrebbe avuto Renata?
E poi, l’avrebbe fatto spogliare?
Completamente ?
Sarebbe diventato rosso per la vergogna?
Grande agitazione sul pullman delle 6,30 che lo porta in città:
“Non  voglio pensarci altrimenti non ci arrivo più allo studio oggi, devo distrarmi con qualcosa d’altro, per cominciare, studio un po’ storia…”  
La mattinata passa veloce in classe, nessuna interrogazione. Pausa pranzo, solito panino al prosciutto, aranciata, due caramelle alla liquirizia  che si  è portato da casa e che stranamente gli sono durate fino a quell’ora.  E’ goloso di roba dolce, impiega  più tempo a scartare  una caramella che a  mangiarla . Quelle gommose si attaccano ai denti ed hanno una vita più lunga.
Un paio di esercizi di mate…
Le 14 e trenta via! E’  già in strada! Fa freddo!.
 “Speriamo che la stufa riscaldi bene l’ambiente!”.                                                                La volta  prima non ci aveva fatto caso, però non ricorda di avere avuto freddo.
“Non mi farà gelare, mi vengono i brividi solo al pensiero di essere nudo in quello studio”.
In effetti è molto imbarazzato per quella prova.
“Quel che sarà, sarà. C’è sempre una prima volta” .
Questi pensieri l’hanno accompagnato fino allo studio, non ha corso, ha fatto tutta la strada guardando il cielo coperto, grigio, freddo:
“Cosa nascondono quelle nuvole?”  
                                                                                         

Ciao, sono in anticipo, ti disturbo? se vuoi aspetto fuori.”                                               “Non scherzare, scaldati un po’, metti qualche pezzo di legna nella stufa, per favore e poi sali. Il cappotto e la sciarpa lasciali sulla sedia accanto alla stufa così li troverai caldi quando torni a casa.”
Un pensiero gentile, fuori fa proprio freddo.
“ Riordino questo tavolo e poi vengo su anch’io. Un altro favore, prendi anche questo pacco di fogli sui quali faremo un po’ di schizzi”.
Sono fogli bianchi, altri color carta da pacchi, li blocca con un mollettone su un asse posta sul cavalletto. In un vassoio rettangolare sono allineati parallelamente, matite, carboncini, sanguigne, pastelli.
Stefano in piedi non sa cosa fare è impacciatissimo, ma deciso:

“Dove appoggio i miei vestiti?”
“Ahahah! è veloce come sempre il mio falchetto!
No, no non ti devi spogliare!

Siediti, oggi cominciamo con qualche ritratto del tuo volto, assumi posizioni naturali possibilmente e  non preoccuparti.
Parlami un po’ di te”.
 

Lunghi silenzi interrotti .

“Nei miei sogni, non ho mai le ali.
Una forza potente mi dà lo slancio, non plano mai come le aquile o i condor, sono sempre lanciato come se dovessi ghermire una preda.
Mi sento una freccia, il desiderio di arrivare piega l’arco  e  tende la corda. Ma non so mai dove colpire, quale è il mio bersaglio.
Cerco la serenità e   non l’ho trovata  in nessun luogo,  fino ad ora.
Qui sto bene, non lo dico perché mi stai  ascoltando, ma sono davvero in pace, mi sento isolato dal mondo,  come se  fuori da qui fosse il nulla.
Da bambino pensavo che esistesse solo ciò che stava davanti ai miei occhi …tutto quello che era dietro di me ….non c’era. Io ero l’unica persona vera, esistente al mondo,  tutte le persone , gli animali, le cose erano lì soltanto per il momento che li guardavo…
E’ un po’ così anche in questo momento.” 
 

“Sei un ragazzo sensibile,  questo  dono ti accompagnerà tutta la vita, non isolarti dal mondo, prendi tutto il tempo necessario e troverai  persone vere da amare, ti stanno attorno ma non le vedi perché stai cercando troppo lontano.”
 
“Non mi ricordavo quasi di ringraziarti per l’album di musica classica.
Domenica mattina, mi sono alzato come al solito alle sei ! Sono andato alla messa , ho fatto colazione e dalle otto fino a mezzogiorno ho fatto girare il 33’ fino all’ora di pranzo. Lato A, lato B, lato A, lato B,  continuamente.C’è un pezzo che mi piace più di tutto. Ho l’impressione che la band  psichedelica americana dei Vanilla Fudge si sia ispirata a questa musica per realizzare lo stacco iniziale di Some Velvet Morning, non 
so se li hai visti in televisione al Festival di venezia…”

Due ore passano in un lampo, parecchi fogli sono stati tracciati e posati di volta in volta a terra. Stefano ha cambiato diverse posizioni: guardando in alto, in basso, di profilo, leggendo un libro, in piedi alla finestra, sdraiato sul divano con la testa  penzolante verso terra. Non si è stancato per niente.
Alla finestra  ha osservareto ancora una volta  come è bella la città vista dai tetti.
Ad ogni “Vai!” scattava immedesimandosi nel racconto del giovane alato.

“Ti dispiace se non ti accompagno, aspetto per le cinque una cara amica, deve parlarmi, ha un lavoro urgente da consegnare e vuole il mio aiuto.”
“Non disturbarti, il tempo  è volato, pensavo sarebbe stato più pesante, pensavo di annoiarmi, invece qui con te….”
Due occhi  verdi in un casco di ricci neri lo stanno fissando .
Un silenzio cala sul grande stanzone, un piccione picchia col becco sui vetri, il ragazzo approfitta del momento, due salti, ed è gia in fondo alle scale, infila il cappotto e si avvia alla porta :
“Ci vediamo giovedì… comunque… qui con te sto molto bene”.
Sbam! Ha gia chiuso  il portone dietro di sé. Il calore del cappotto lo protegge dal gelo della strada.
Dentro al cuore sente ancora più caldo. 

A proposito di soldi…

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“A proposito di soldi, cosa vorresti  per questo lavoro?”

“Lavoro? Per me  è un’esperienza nuova,  credimi!   Mi creda!   Non ho pensato neanche per un minuto ai soldi, anche se ho appena finito di parlarne”

Renata sorride,  si trattiene, la fa divertire questo ragazzo, non vorrebbe offenderlo:

 “Facciamo un patto, non salti più nè panino  né pulmino, se lavoreremo insieme ti do i soldi per i tuoi ellepì  e le riviste  oppure  un maglione,  una camicia,  un paio di jeans, non so  cosa preferisci…

Niente da indossare, cosa direi a mia madre, non capirebbe, non sarebbe d’accordo, troverebbe mille scuse per dirmi di no! Il patto  sarà tra me e te soltanto, nessuno deve sapere che vengo allo studio. Sarà il mio segreto. Vuoi darmi proprio qualcosa? Qualcosa  per un LP di tanto in tanto, quando lo decidi tu, mi andrebbe benissimo.Sono appassionato di musica!”

“E’ troppo poco, vedrai come ti annoi, ti stancherai presto a posare per me.

Ma va bene  per ora,  vedrò  come regolarmi.  Sta bene anche a me di non dire niente a nessuno. Sarà il nostro segreto.Il frutto della nostra collaborazione lo vedrà il futuro.

Piuttosto non ti interessa sapere cosa voglio raffigurare?…
Facciamo un gioco, se  indovini o ci arrivi vicino, vinci un  disco che sceglierò io”

“Uhm,uhm,  fin da piccolo il mio sogno è volare, anche di notte sogno spesso di staccarmi dal suolo, il decollo è difficile, faccio un grande sforzo, voglio lasciare tutti a naso in sù, poi quando prendo quota, parto a velocità folle, quando invece nella realtà la velocità mi fa paura! Mi piace
l’aquila,
il  silenzio,

il  cielo,
cavalcare la tempesta,
scivolare sull’arcobaleno…. ho sempre la testa fra le nuvole, anche in classe mi riprendono continuamente , fin dalle elementari… la mia intuizione arriva fino qua..  non saprei …  cosa vuole ritrarre…”

Volevo raffigurare Narciso che si specchia nella fontana, ma quando ti ho visto piombare in Piazza ho pensato a  Icaro,  conosci  il racconto?”

“Si, è la storia di un ragazzo al quale il padre incollò  sulla schiena con la cera delle ali di piuma  per farlo scappare da un labirinto, ma poi è caduto perché si è avvicinato troppo al sole. E’ questa, no?”

“Bravo! Guarda quel libro posato sul tavolo, aprilo dove ho infilato un pennellino, c’è la storia di Icaro, me la vuoi leggere?”

“Va bene, però lei si metta seduta sul divano e sto io al cavalletto…ecco, appoggio il libro e leggo una bella storia. Silenzio, tutti attenti:

Ad Atene nacque il primo uomo che scolpì la pietra…

                                  Blog foto: images

…. e l’opera rimase incompiuta a quel punto

“Bella storia, ho qualcosa in comune con Icaro,cosa pensi?” .                                                   “Ora sono più convinta, lascerò Narciso  sulle sponde dello stagno.Hai vinto il premio, sarai Icaro, cominciamo martedì se ti va bene, alle tre. Ora andiamo, ti accompagno al pulman, a che ora hai la coincidenza?”.
“C’è ne una alle 4 e venti,una alle 5 e mezza e poi  alle 6 e dieci,6 e mezza, 7 e un quarto, che ore sono?”.  
“Quasi le quattro, il primo non lo prendi più, fai in tempo per quello successivo se andiamo subito”.  
Mantello, giacca, sciarpa al collo, berretto, tracolla, uno sguardo allo studio, trac-trac, chiusura del portone a due mandate e sono in strada. Camminano fianco a fianco, lui fatica a rallentare il passo, Renata non è lenta, anzi ha una buona falcata, ma lui sta sempre più avanti degli altri quando va in giro, è la sua  voglia di arrivare.…..ma dove? Sono  sotto i portici, davanti all’entrata del negozio di articoli musicali:
 “Aspettami qua, faccio in un attimo”.
Cinque minuti.
Stefano osserva un gruppo di hippies seduti sullo scalone del  Teatro Grande, hanno alcune chitarre, una ragazza suona un piffero, un’altra danza ondeggiando nel suo mantello, solleva a destra e sinistra i lunghissimi capelli coronati da una piccola ghirlanda di rametti verdi e bacche rosse. L’irresistibile sensualità del  Patchiuli esprime il desiderio di superare i  limiti posti dalla natura e dalla società per trovare nuove vie, conciliando i due attributi della gioventù:  la prepotenza fisica dello slancio ormonale e le grandi aspirazioni idealistiche.

“Eccomi, ho fatto in fretta, non aprire la busta, è una sorpresa sono sicura che ti piacerà, forse non subito, ascoltalo con attenzione”
“Non resisto, la aprirò in pulman, e mi leggo tutto quello che  c’è scritto, autori musicisti, testi, di solito faccio così,  comincio l’ascolto con le mani e gli occhi, per me  sono importanti le copertine degli albums”
“Ti dispiace se ti saluto qui, devo fare alcune spese, per lo studio, e… per la cena.
La cena. Una luce si è spenta nei suoi occhi verdi, Stefano l’ha notato.                      “Assolutamente, non so come ringraziare, per questo regalo e per il bel pomeriggio che ho passato allo studio, ma cos’era prima della  ristrutturazione …una chiesa?”
Una risata cristallina: 
“Vai, ci vediamo martedì alle tre”
gli accarezza il volto,  lo guarda .
Dietro front, un salto sulla strada e via attraverso piazza Vittoria, in un attimo è scomparso.
In fondo al pulman, quasi nascosto dal penultimo sedile, nessuno lo deve disturbare ora, Stefano apre la busta strappa il cellophane e guarda :                                                                 -Stravinsky- (1882.1971) 
-La sagra della primavera –
– Quadri della Russia pagana-  

“Musica classica. Non è il mio genere…”
Guarda il direttore d’orchestra, le mani alzate, da come tiene il pollice si direbbe che la bacchetta è manovrata nell’aria dalla mano sinistra. Ha già cambiato idea:
“Mi piacerà, son’ sicuro che mi piacerà.Dirò che me lo ha prestato l’insegnante di italiano, in verità quando  ho chiesto se le piaceva la musica contemporanea, intendevo  quella  che ascoltiamo noi giovani, lei ridendo, come  sembra fare sempre, quando vuole prenderci un  po’ in giro mi ha risposto :
“Certo, hai mai ascoltato Stravinsky?”.

Al di sopra…novembre ’71 -il giorno dopo

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Il giorno dopo

 Baschetto blu calato sulla fronte, sciarpa verdone  ravvivata da due fili, rosso e bianco intrecciati, i libri nel  tascapane militare che porta sul retro  il volto di George Harrison e una scritta : –All things must pass-
Tutto passa!
Una  parabola ascendente  di colombi in volo sui palazzi saluta l’arrivo di Stefano, in Piazza Loggia.

“Eccolo là il piccolo rapace, è piombato in piazza facendo scattare in volo i piccioni,li ha spaventati tutti!”.
Capelli e mantello neri al vento,  Renata appostata sotto il porticato dell’orologio, sorride.

“Ciao! buongiorno! no, buonasera! mah!.
Non so come si saluta a quest’ora, comunque eccomi qua, niente di grave oggi in classe, ho finito all’una, ho divorato due panini con prosciutto alla mensa della scuola, ho tracannato una Coca intera per ingoiarli e via di corsa per arrivare qui  in orario” .

Ha pestato tutte le fughe, ha attraversato con l’omino rosso i passaggi pedonali, non si è fatto la scriminatura tra i capelli con le tende parasole dei negozi.

“Ho..”
Lei gli mette una mano sulla bocca.

“Frena, aspetta un momento, prendi fiato, dimmi piuttosto come ti chiami…”

“Stefano, e tu, oh scusi …e lei Renata….che casino sto facendo …il suo nome l’avevo  già   sentito al Liberty” .
E’   imbarazzato e lo si vede dal colore che ha preso la sua faccia.
Lei lo guarda e guarda il disegno sul tascapane :

“C’è il tuo ritratto su questa borsa , chi te lo ha fatto?”

“ Questo non sono io. E’ George Harrison, l’ho ricalcato da una fotografia che mi ha dato Marzio, un compagno di classe. Dice che assomiglio molto al chitarrista dei Beatles, quello del Concerto per il Bangladesh. Gli assomiglio davvero? Lui è un mito per me , conosco tutte le sue canzoni, è sempre stato all’ombra di Lennon -McCartney, ma per me è migliore di loro.”

“Non ho ben presente George Harrison, però l’immagine sulla  borsa ti rassomiglia . Facciamo due passi, così mi racconti un po’ di te, anzi se vuoi arriviamo fino allo studio , devo portare questa busta di colori, potrai così vedere dove lavoro  se vorrai davvero prestare la tua figura alla mia arte.
Volevo dire il tuo corpo, no!  La tua persona , il tuo spirito, vorrei realizzare quello soprattutto.
Gli tende la mano: 

“ Mi chiamo Renata, ho un po’ di anni più di te  e potrei essere tua madre, perciò dammi del tu, è più facile, non credi!”

Gli ha tolto un peso, è sempre stato un disastro con l’uso del  pronome di riguardo, la terza persona singolare  per lui è causa di  gaffes,  perennemente. 

“E’ più grande sì, ma…  mia madre, mi sembra un po’ esagerato! ” pensa tra se .

Lui  vede  davanti a sé, solo una bella donna.
 

Camminano per le strade semideserte della città vecchia, il ragazzo parla ininterrottamente e si guarda attorno, osserva tutto. Afferra il battente di un portone antico, passa la mano sulle inferriate, le pietre dei portoni, le insegne antiche, è attento, è curioso. L’abitudine di osservare  cose e persone è per lui un’intima necessità, non si arresta all’esteriorità, scava e raccoglie idee e informazioni visive.
-Torneranno utili-.

Davanti  ad un portone, lei si ferma afferra il pomolo di ottone, spinge, entrano.

Uno stanzone alto,  le volte incrociate del soffitto poggiano su pilastri di pietra grigia, sembra la navata di una chiesa . Un bel numero di tele alte oltre il metro sono  infilate in verticale sulle rastrelliere in ferro alle pareti.  Sul fondo una scala in legno porta al soppalco, sotto c’è  un grande tavolo cosparso di fogli bianchi e marrone, disegnati a  carboncino o  sanguigna. Una grande stufa a legna riscalda l’ambiente, il tubo di scarico del fumo, “il cannone”, si innalza per tre metri circa e poi  corre orizzontalmente davanti al soppalco attraversando la stanza fino al muro del camino. 

 “Andiamo  di sopra?”
Passa la borsa a Stefano e butta il mantello sul tavolo.

Una grande finestra illumina il piano in legno, il pavimento è interamente coperto da un  grande tappeto di lana, un divano verde scuro con arabeschi dorati, il cavalletto, lo sgabello, una sedia imbottita, un tavolo lungo e stretto ricoperto di tubetti di colori ad olio, vasetti in vetro contenenti pennelli di diverse misura, boccette di olio di lino, trementina e chissà cos’altro. E’ un ambiente caldo, per la temperatura, per i colori, per gli arredi, è accogliente:
“Si sta bene qua! ”

“Siediti pure , sul divano, sul tappeto, dove vuoi”

Il ragazzo sta  guardando  i tubetti , vorrebbe spremerne qualcuno e spanderne il colore sulla tela, mischiarli, creare sfumature e tonalità in varie combinazioni; il colore lo affascina , il rosso sopprattutto.

“Cominciamo? Cosa devo fare”

 “No! Parliamo un po’. Quando  puoi fermarti?  Nel pomeriggio sicuramente, quando non hai lezione.”

“Lunedì, martedì, giovedì e sabato sono liberi”

“Il sabato no! Devi dirlo in famiglia, altrimenti come  giustifichi questi ritardi!”

“Ai miei non interessa cosa faccio nel mio tempo libero, sono presi dal lavoro in forneria, mi hanno sempre dato fiducia, pensi che ho libero accesso al cassetto della bottega! La mamma mi dice sempre prendi quello che ti serve, ricorda che per guadagnarli noi ci alziamo dal letto ogni notte”

“E tu te ne sei mai approfittato”

“No!Lo giuro!Non farei mai una cosa simile al mio papà. Il mio scoiattolino, parla  poco, ricordi di guerra o di persone che gli hanno voluto bene. A sentire lui , è sempre stato amato ed io gli credo. E’ stato in concentramento ad Essen in Germania durante la seconda guerra, l’hanno beccato in Yugoslavia nel ‘43.  Nel campo di prigionia, costruiva bossoli per le bombe dei mortai tedeschi. Anche i soldati tedeschi erano buoni con lui  nei suoi racconti di guerra:

“Quei ragazzi biondi, con le lacrime agli occhi si attaccavano addosso a me per la paura, durante i bombardamenti degli alleati e la sera con tanta nostalgia cantavano Frau Lilì Marlene. Poverini, anche loro hanno perso case, familiari, amici.”

“  Adoro mio padre, anche se stiamo pochissimo insieme. Un saluto  veloce al mattino, prima della scuola,  e quando torno a casa lui dorme. L’unico momento  è la cena.  Non riesco a capire perché i miei amici ce l’hanno tanto coi loro padri!

Non riescono ad andarci d’accordo.

 E’ così semplice , viviamo tempi diversi dai loro,  basterebbe un po’ di impegno, voglia e comprensione, magari cominciando a non parlare di loro chiamandoli “il mio vecchio”, tanto,  il tempo corre veloce e in  un batter d’occhio ci troveremo nelle stesse condizioni, “noi siamo i migliori, la nuova generazione, cambieremo il mondo” quanti slogans simili ripeteremo  fino a quando un giorno i nostri figli diranno le stesse identiche cose con parole diverse. 

 Comunque non ho mai preso un soldo dal cassetto senza averne giustificato la spesa. Anzi, quando devo prendere qualcosa per me, come un disco, o la  rivista Ciao 2001, cerco di risparmiare sulle spese, un panino o una coca in meno alla mensa, insomma salto il pasto oppure evito di prendere il tram per andare alla fermata dell’autobus e mi tengo questi soldi. Mi fa bene un po’ di allenamento.”

“A proposito di soldi, cosa vorresti  per questo lavoro?”

Continua……

Al di sopra della cima degli alberi

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Novembre 1971 L’inizio della storia

Le vetrine dei negozi affacciati sul marciapiede, fotogrammi di una pellicola,  film quotidiano di un ragazzo a passo svelto, testa china  per non calpestare le fughe nel cemento e saltare le strisce pedonali.

Testa alta e dritta. La chioma ramata che tocca  le spalle si fa la “riga”   con la banda verticale dei tendoni parasole  dei negozi .

 Cancello della scuola -fermata autobus:
un chilometro- a piedi per risparmiare i soldi da destinare  all’acquisto di un LP.

” Diciassette novembre, diciassette come il mio numero nell’elenco sul registro.
Han chiamato tutti me stamattina, 4 in Macchine, 4 in elettrotecnica, 4 nel tema di italiano letto ad alta voce per giunta!

Il primo non mi preoccupa.
Egidio dopo di me ha risolto l’esercizio facilmente applicando le formule imparate a memoria, il profe è simpatico e mi darà un’altra possibilità per rimediare questa stangata.

L’insegnante di elettro, quella  faccia da vecchio nano non la sopporto! Sembra uscito da un libro di fiabe per rubare il respiro ai bambini. Spiega in modo distaccato, la sua  voce acida mi confonde. L’anno scorso con la corrente continua ero un genio, quest’anno la corrente alternata è peggio dell’arabo, non ci capisco niente.
Questo picio mi metterà in crisi, lo sento.”

Il viale dei platani finalmente!
Lo scricchiolio  sotto i piedi delle foglie secche è carta da musica, carasau, il pane sardo. Ogni crasch è un passo nel passato, un ritorno nel cortile della scuola elementare; lo stesso tappeto autunnale.
Ora cemento e asfalto.

“Dal tono col quale leggeva il mio tema avrei detto  gli piacesse molto; una frase, poi un’altra ancora e poi tutte e sette  – 

“Sette pennellate di un quadro astratto, senza un collegamento logico, prive di senso compiuto! Ma l’hai letto il titolo del tema? Scrivi bene, ma cosa vuoi dire con queste parole!”

“Questa donna  mi piace , è seria e vuole farci crescere, ci vuole uomini a diciott’anni, ma io ho ancora tanta voglia di sognare di stare tra le nubi, voglio scivolare  in una barca sui  laghi della Scozia, voglio cantare alle stelle nelle notti californiane! 

La Friulana l’anno scorso adorava i  miei temi ma mi aveva messo in guardia:

-Leggi il titolo, tieni i piedi in terra, un’altra  insegnante  ti inchioda-

Ha  perso  tempo sulle foglie e sui pensieri;  la corriera  gli  sfila veloce davanti
alla statua di Garibaldi a cavallo, ora deve aspettare la coincidenza delle 18.

All’inizio di Corso Garibaldi sulla sinistra c’è il Liberty, un negozio di dischi. L’altoparlante  in alto sulla vetrina diffonde nell’aria la musica  e la voce di Joe Cocker, una graffiante “Something” di George Harrison, quel disco è l’unico che gira sul suo nuovo stereo della Reader’s Digest.
Jeans a tubo,  dolcevita blu ,  giaccone  al ginocchio dello stesso colore, duemila e trecento lire  in tasca varcano  la soglia dell’eden delle note .

Copertine  invitanti,  i nomi li conosce tutti; con decisione si sposta nel  settore della musica straniera; in quel periodo ascoltare la musica italiana lo fa star male. L’occhio  cade sulla copertina  blue-jeans, titolo  ricamato in  bianco azzurro e blu
–Madman across the Water- Elton John. Conosce solo  “Your song”  di quel musicista    e  decide, quello sarà  il  suo  secondo Long Playing.

“Accomodati in cabina ,  te lo faccio ascoltare, ci sono le cuffie se vuoi”.

 Le cuffie non le mette, deve essere libero da ogni vincolo,  anche dal   cappotto, se potesse si spoglierebbe  tutto  per  volare con la  sua musica.

-Blue jeans baby….. -la canzone parte, gli  piace. Era sicuro su Elton.

 Blog foto: album-madman-across-the-waterBlog foto: album-madman-across-the-waterBlog foto: album-madman-across-the-waterBlog foto: album-madman-across-the-water

Davanti al banco c’è una donna,  è appena entrata, indossa un poncho coloratissimo; dal profilo sembra molto bella, un foulard di seta verde smeraldo  raccoglie la cascata di riccioli neri, non è giovane, porta ai lobi due perle, è una signora,  si vede dal portamento!

Chissà che musica ascolta!
Il ragazzo esce dalla cabina e finge di guardare altri dischi.

“Non avete niente di Nina Simone?”

 Non ha  ai sentito quel  nome,  forse questa Nina e una pianista classica o una cantante lirica.

“Ciao Renata, come va è un po’ che non ti vedo. No! questa  la puoi trovare nei negozi  specializzati in  dischi di importazione. L’ho sentita anch’io, è  nera,  molto brava,   non ho avuto nessuna richiesta dei suoi dischi, forse più avanti. 

Stai lavorando a qualcosa di nuovo? Dimmi, sono curiosa”

“Sto lavorando su figure mitologiche ma mi manca l’ispirazione, anzi più che l’ispirazione mi manca una figura che mi dia l’impulso per cominciare, insomma sto cercando un modello,  devo partire da lì , da lui .”

“Non hai  nessun contatto? Come deve essere questo tipo? Cosa deve avere di speciale?”

“Niente di speciale, devo solo trovarlo, parlare con lui, vedere se mi ispira. Non ho fretta”.

Renata ha un tono  basso di voce ma  Stefano ha sentito :

“Quanto costa questo  di Elton John? 

1950 lire?

Va bene lo prendo “.

Paga ed esce, muore dalla voglia di  arrivare a casa e metterlo sul piatto, lo farà girare e girare per tante ore cantando i testi in inglese e traducendoli in un italiano quasi incomprensibile; non importa!  A lui piace sapere qualcosa di quello che ascolta, diventare il protagonista delle songs!

Le parole della donna in poncho lo hanno incuriosito.

Si ferma davanti alla vetrina  fingendo di guardare i dischi esposti  aspetta che la signora Renata, così l’ha chiamata la commessa, esca dal negozio, la lascia passare, la segue.

Percorrono tutto il Corso Garibaldi  fino alla Pallata e poi il Corso Mameli.
Quanta gente  e quante vetrine, luci, odori e profumi.
Gira a sinistra, arriva in piazza Loggia , l’orologio segna le 17 e trenta, Stefano si ferma
Ma dove va? Se la seguo  ancora , perdo anche il pulman delle sei!”

 Renata ha visto con la coda dell’occhio lo stop improvviso del ragazzo, si è accorta  subito di essere seguita e si sta divertendo, ora si gira e lo provoca:

“Perché ti sei fermato, non mi vuoi seguire più?
Stai cercando qualcosa?….
La mia borsa?   Toh! “

“Mi sono fatto pescare come un fesso!
Non sono un ladruncolo di strada sono curioso.
Chi è Nina Simone?
Lei dipinge? Lo cerca davvero un modello?
Potrei andare bene? Mi piacerebbe tanto che qualcuno disegnasse la mia figura.
Che bello! Il protagonista di un quadro!
E’ tardi e devo prendere la corriera.
Oggi ho preso tre canate a scuola.”

Quelle parole gli sono uscite tutte di un fiato, è il suo modo di nascondere l’imbarazzo, fa sempre così quando è colto inaspettatamente come un frutto rubato dall’albero, parla a raffica, lasciando l’interlocutore senza parole, senza una possibilità di replica. 

La donna  lo ferma subito,  non lo lascia proseguire, blocca il fiume in piena, lo prende per le spalle e si mette a ridere:

“Calma, non mi hai fatto paura,  non devi  perdere il pulman, se ti interessa la cosa ci troviamo un pomeriggio quando vuoi e ne parliamo con calma.”.

“Domani ho il pomeriggio libero, non ho lezione, mi fermo in città , dove ci vediamo, a che ora?”

 Renata ride di nuovo :
“ Vai sempre così di corsa  tu, eh!
Va bene, facciamo domani pomeriggio alle due.
E’ troppa  per te la strada per arrivare fin qua?
No? Allora alle due, qui, in Piazza Loggia.
Vai adesso, altrimenti non torni a casa stasera:”

“C’è ancora un  pulman alle otto, quello degli operai, se è per quello”

  Le labbra si allargano per un sorriso
“Che tipo questo qua!”

Lo accarezza sulla guancia  e gli da un bacio in fronte:
Ciao! Ci vediamo domani”

Lui la guarda, è confuso, si gira di scatto e via al volo . 

Finalmente qualcosa di nuovo, un’avventura importante. Ora è un’aquila, non ci sono righe da calpestare. Non ha mai sfiorato una donna, ha sempre pensato non gli piacessero, sente il calore di quel bacio sulla fronte, il  suo profumo: 

“Domani ,domani, domani! ”

Lei lo guarda volare via rapido come un falco:
“Ha qualcosa di speciale questo ragazzo. Non mi ha detto neanche il suo nome!”

                Canzone triste


                  Capelli tra le alghe

         mi perdo nel fondo del mare

             per fuggire alla realtà

              di un mondo crudele

               padrone di persone 

                     e di sogni.

 

           Uccelli neri alzano in volo

            una canzone di tristezza

                  grido di dolore

               di un  uomo ferito

      da qualcosa che  non vuol guarire.

 

            Occhi di lupo nella foresta

          il piede perde il suo sandalo
sul sentiero stramazza sfinito il samurai

               profumo di girasoli

        katana nel legno di magnolia 

                  bocca nel fango

            sempre più verso il fondo.

 

               Le luci del sottobosco
           prigioniere dei fili di ragno.


                     Nella notte
     una lucciola è più luminosa del sole
                   Occhi nel blu

               alla disperata ricerca 
                dei giorni trascorsi
                   ………………..

             non potranno tornare.

 

         Il passato ridotto alla cenere

             si sparpaglia nel cielo

         come petali di crisantemo 
                           e
               svanisce nel vento.

 

                Scintillano le stelle.

                 Quanta bellezza!

                       Da lassù

            siamo granelli di sabbia.

 

      Voglio fuggire da questo inferno

            il mondo è  sottosopra

       vorrei evitare gli alberi armati

             serve qualcosa di più

            di una licenza di caccia
               per essere uomini

 

                  Uccelli bianchi 

    nel fiume al di sopra della mia testa

            un arpeggio malinconico

                    si disperde

        nell'estremo bisogno d'amore.

 

     Non ho mai conosciuto mio padre