Tag

Blog foto: images
In memoria del mio professore di fisica Trebeschi Alberto.

Sono  in adunata le compagnie dei mortaisti dei battaglioni  Edolo, Tirano e Morbegno,
i soldati schierati;
davanti a loro i sottotenenti;
davanti i tre capitani;
davanti  il Maggiore, comandante in  campo e
davanti a lui, di fronte a tutti,  sbucando dalla tenda  della furieria dove ha ricevuto le informazioni:
il colonnello comandante.

“Guai in vista! 

Da dove è spuntato! 

Perché questo allarme!”.

La penna bianca comincia a parlare,  non tuona come sua abitudine; con  tono pacato, solenne, commosso, comunica
“ A Brescia c’è stata una strage alle dieci  circa di stamattina durante una manifestazione sindacale in Piazza Loggia…una bomba!

Ci sono morti e feriti.”

  Da un paio di giorni  il campo  era  isolato dal ponte radio;  il suo autista  appena arrivato in caserma  è stato rispedito a Pennes  per avvertire lui e il distaccamento del 5° alpini in Val Sarentino.

Poche parole per commentare l’episodio, il colonnello deve ripartire in fretta. C’è angoscia in lui, a Brescia  ha vissuto  la sua infanzia, in quella città  sono  conservati  ricordi e  persone care.

“Il campo deve rimanere in stato di all’erta, le esercitazioni  con i mortai sono per ora sospese.”

Si congeda dai soldati, qualche parola con gli ufficiali, aiutato dal sergente maggiore monta in Jeep, si gira verso  i ranghi schierati, cerca un volto, il  suo sguardo angosciato  incrocia due occhi velati di lacrime: 

“Piazza Loggia, Renata!”

Il giorno seguente .

E’ sera nella piccola tenda da sei posti; tre sacchi a pelo da un lato e tre di fronte; c’è solo lo spazio per gli zaini. Sam il geometra legge dal giornale la cronaca dell’atto terroristico. Tra i nomi delle vittime della strage compare quello di Alberto Trebeschi anni 36.  

 Stefano esclama: “Io l’ho conosciuto, è stato  il mio insegnante di fisica al primo anno di ITIS nel 67-68. Era sempre vestito bene, avevo l’insufficienza nella sua materia ma mi piaceva il suo modo di insegnare, soprattutto  le ore di laboratorio, le  dimostrazioni e gli esperimenti col suo assistente dall’accento tedesco. Era serio ma  si stava bene con lui, ricordo quando ha beccato un nostro compagno ripetente con un giornalino porno in mano. Glielo ha ritirato, pensavamo ad una nota  invece  il giorno seguente col Caballero in mano, ha  fatto alzare in piedi l’alunno e gli ha detto: 

“Nessuna nota a un patto, fino alla fine dell’anno mi porti tutti gli altri numeri della collezione”, poi ridendo: 

“Scherzo, questo lo buttiamo,  tu piuttosto sbarra gli occhi anche sul libro di fisica, perlomeno riuscirai a tenere a freno la mano!”

In tenda sorridono ma pensano a quest’uomo e agli altri che non ci sono più, ai feriti , ai presenti, al clima di terrore e sgomento  sparso sulla città  lombarda e sulla nazione.

Sam è preoccupato, è di Brescia, suo padre è sindacalista e i suoi due fratelli ancora studenti saranno stati sicuramente presenti alla manifestazione .

Anche Luciano è triste, lui pure della stessa città, ma  pensa esclusivamente alla sua ragazza.

Gianpiero ‘lo striscione’ è appena tornato dalle cucine, ha fatto man bassa,  di cioccolata, mele, pane, grappa; infila la cassetta nel  mangianastri portatile,  la Maddalena  di Jesus Christ Superstar diffonde  il  suo canto straziante .

Il geometra valtellinese con la   voce di Mastroianni del quale porta anche il nome si rivolge al soldato vicino,  l’architetto Francesco allevatore di api a Sondrio : 

“Smettila di spalmarti quella crema sul viso e sulle mani, sei proprio una puttana”.

La voce di Stefano come un manto li avvolge:

 “Ragazzi lasciamo calare il silenzio su questa notte, vi dispiace? ”.

Nessuno più apre la bocca, sono tutti daccordo con lui.
Si fa il buio dentro e fuori.
Qualcuno sogna, qualcuno si strugge, qualcuno guarda in sù, un tetto di tela li protegge, al di sopra  le stelle piangono.

Il pomeriggio seguente: adunata.
E’ ritornato il colonnello; si riprende la scuola tiri; ci sarà il giro di ispezione; qualcuno trema.

 “Non gli sfugge niente, non lascia passare nulla il capo!” 

Ma non è più lui, gli si legge in viso la tensione e la preoccupazione, passa davanti ai soldati, non li vede,  si ferma negli occhi di  Stefano.  Il soldato non ha la camicia in  flanella, tiene caldo ma punge, preferisce quella estiva di tela, sbottonata al collo, “ora mi riprende e mi punisce”.

 Il superiore lo guarda, gli infila il dito nel colletto, glielo abbottona, si guardano, perle d’acqua nei quattro occhi  : 

“Vuoi andare a casa in licenza, così ti puoi tranquillizzare”.

“Grazie! Non c’è  più nessuno che mi aspetta   a Brescia, io vivo in provincia, ma se per lei fa lo stesso, al mio posto vorrei mandare il mio amico Max.  Non ha ancora ricevuto notizie. La famiglia vive in città . E’ molto in ansia!”

“Va bene! E’ giusto essere solidali in queste occasioni. Mando lui”.

L’alpino scatta sull’attenti  e il suo saluto viene ricambiato dalla “penna bianca.

Al ritorno in caserma, la compagnia  mortai partirà per il campo estivo di quattro settimane, seguito da quattro giorni di licenza per Stefano; al rientro partenza immediata per il corso roccia in Val di Fassa, durata due mesi; nel frattempo con il cambio di guardia al comando del 5° alpini, arriva un nuovo comandante.

Il colonnello non  riesce a staccare lo sguardo dal suo viso, dove l’ha visto? Come  mai il corpo nudo del giorno prima è impresso nella sua memoria?  Non riesce a ricordare. 

“Addio” dice l’uomo.
Non si incontreranno più .

Sulla strada per Bolzano un flash. Improvvisamente si ricorda , gli basta ricoprire la testa rasata con  la folta chioma e cancellare la leggera peluria  sul labbro superiore per riscoprire chi è l’alpino del bosco .

“Addio” dice il ragazzo.
Non si incontreranno più.
Seduto al  bordo del ruscello  guarda lo scorrere dell’acqua cristallina, le bolle, gli spruzzi sulle rocce, i sassi levigati, la sabbiolina sul fondo: 

Cosa resterà di quest’acqua che scorre tra le mie dita

dell’incontro  nel bosco con  penna bianca, 

degli amici della squadra telefonisti

del grido d’aquila che ha spaccato il silenzio

cosa resterà nella memoria di quel 28 maggio ‘74

del sangue dei  corpi straziati sulle pietre 

delle urla dei presenti

del volo dei piccioni spaventati 

cosa resterà  del bicchiere dei pennelli infilati 

del rosso magenta, del giallo cromo, del blu cobalto

degli schizzi  tracciati sui fogli accatastati

delle matite  sparse sul tavolo

Cosa resterà nella memoria dei seicentomila in corteo

delle bandiere rosse  sulla piazza  

dei fiumi  di parole  in tribunale sprecate

delle lacrime versate

Cosa resterà della finestra che guarda sui tetti di Brescia

della stufa  in terracotta 

della tela sul cavalletto 

cosa resterà di Renata.

Annunci