18 marzo 2003

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Zzzzz” i capelli scuri cadono a ciocche sul pavimento del piccolo bagno. Neli e il marito parrucchiere fai-da-te si raccontano cose divertenti, fingono cercando di sdrammatizzare la situazione. I capelli sono tutto per una donna; hanno deciso di accorciarli all’altezza di un centimetro, vederli cadere a terra è un’angoscia.

Neli guarda nello specchio, non si è mai vista così, la lunghezza è regolare, un taglio mascolino. Il risultato è sconfortante ma accetta con una buona dose di serenità dicendo:«Va bene. Quanto le devo. Perché quella faccia sei stato bravo, non me ne frega niente dei capelli a que-sto punto, se tutto va bene ricresceranno, piuttosto puli-sci bene in terra, le infermiere mi hanno lasciato questo sacchetto, poi metti tutto nel cestino, lo farei io ma sono spossata. Guarda in quell’angolino ci sono altri capelli». I suoi occhi azzurri vedono dappertutto; non si siede-rebbe mai su una panchina verniciata di fresco ma do-vrebbe stare molto attenta a bloccare il marito che di quella panchina noterebbe solo la tinta.

Una battuta disgraziata di Stefano le riporta il sorriso:

«Stai morendo ma ci vedi ancora bene, troppo bene.

Ieri sera parlando col dottore Massimiliano ho avuto l’impressione di averlo già visto e conosciuto anche se non saprei dirti dove. Glielo hai detto tu che abbiamo due figli?. Pareva una cosa risaputa da lui».

«Tu e la tua memoria visiva, hai un archivio che fa paura, basta che osservi un attimo un volto e non lo dimentichi per tutta la vita. Io non riesco a ricordare se gli ho par-lato di te e dei ragazzi, però stamattina durante il giro si è fermato davanti alle parole della canzone, le ha lette e dopo avermene chiesto il permesso le ha trascritte su un foglio della sua cartella. Forse è innamorato e le vuole dedicare alla sua morosa. È un ragazzo fine e garbato»

«Ho avuto la stessa impressione, l’altra sera è stato molto gentile con me, è una bella persona, potrei sbagliarmi ma ho sempre più la sensazione di averlo conosciuto».

18 marzo 2003 domenica pomeriggio

Nella piccola cella, Neli è pallidissima, la chemioterapia la sta sfinendo. «I capelli mi cadono a ciocche, mi fa im-pressione vederli sul cuscino, mi sento sporca, impre-sentabile, forse è meglio rasarli a zero, hai fatto bene a lasciare il rasoio elettrico nel cassetto del comodino, facciamolo subito ti prego».

Stefano compie l’ingrato compito con mano sicura.

La testa rasata gli appare ancora più bella, i lineamenti hanno assunto un’ulteriore finezza. La faccia smunta, i grandi occhi acquamarina, le labbra del colore di una rosa pallida sbocciata con timore in un giardino d’inver-no ricordano l’immagine di una prigioniera dietro il filo spinato di un lager. «Adesso voglio lavarmi, aiutami».

La spoglia e l’accompagna nel bagno attiguo, apre la doccia e controlla con la mano affinchè la temperatura sia adeguata.

«Mi devi lavare tu, non ho le forze».

Stefano con delicatezza le versa lo shampoo sulla testa e sul corpo, la massaggia e la sciacqua. Il corpo di prima non c’è più, l’acqua scivola sulla pelle lassa, sgonfia co-me un palloncino bucato.

«Ti asciugo, non devi prender freddo».

Lei respira affannosamente, la piccola azione fuori dal letto l’ha messa KO, non si regge in piedi, appoggia la testa sulle spalle del marito e si aggrappa ai suoi fianchi.

La malattia rende coscienti del proprio limite, rivela quanto si ha bisogno degli altri, trasforma da padroni in mendicanti, fa riacquistare la semplicità del bambino che ama essere coccolato.

Il dolore dell’uomo che stringe tra le braccia il corpo sfinito della moglie è una lama che penetra in profondo.

Dopo averla asciugata con cura, la riveste e la riporta a letto.

Un’infermiera entra con una tazzina di the e una flebo.

«Come è bella la signora così rasata, sta proprio bene, sembra ancora più giovane, mi farei rapare anch’io se fossi sicura di un simile risultato».

«Mi dispiace ma il coiffeur è privato, lavora solo per la sua regina. Non si butti a terra lei è così carina, e si ten-ga la chioma in testa, chissà quanti pretendenti le gira-no attorno. Adesso puliamo in bagno».

«No, non è compito vostro. Voi fatevi compagnia ancora un po’, tra un quarto d’ora scade il permesso. Io torno dopo a pulire il bagno, così facciamo una chiacchierata tra donne. Mi piace ascoltare sua moglie quando parla di voi, e poi mi ha fatto assaggiare i vostri biscotti dal sapore genuino dei dolci di una volta».

«Grazie del complimento vorrà dire che ve ne porterò ancora, però a patto che la fate guarire. Sono certo, la mia piccola rosa rifiorirà, riprenderà colore e dopo que-sta esperienza dolorosa perderà e arrotonderà le punte alle sue spine. L’orologio segna le cinque, io vado, fac-cio un giro in città alta, vado a messa, ci vediamo stasera alle sette».

«Perché non vai a mangiare qualcosa, magari una pizza, non importa se arrivi tardi».

«Ho due panini e una bottiglietta di minerale in mac-china, la pizza mi starebbe sullo stomaco tutta la notte e poi cosa vado a mangiare da solo, mi vedi al tavolo di un ristorante senza di te, chi fa l’ordinazione, chi paga? Hai visto ancora l’orso alla cassa?»

«Fai come vuoi e recita una preghiera per me. Ciao, ci vediamo dopo».

Sul ciottolato a gradoni che si arrampica verso la città alta, Stefano masticando nervosamente il pane imbottito con prosciutto ricorda quando da studente percorreva la salita che porta al castello di Brescia, a quell’età li divo-rava in due bocconi i panini, praticamente sparivano senza lasciare il sapore in bocca.

Il centro storico di Bergamo Alta è affollato da turisti.

La città vecchia racchiusa nelle Mura Venete offre ai vi-sitatori splendidi momunemti come la Piazza Vecchia, la basilica di S.Maria maggiore, la Cattedrale, la Cappella ove riposa Bartolomeo Colleoni, la Torre civica, la Rocca con il Parco delle Rimembranze.

Alle sei uno scampanio segnala l’inizio della messa, una fila di persone entra nella piccola chiesa, Stefano li se-gue e si siede. Nel dolore che percuote la sua vita assiste a una tensione verso il mistero; la preghiera affiora sulle labbra per un appello lanciato a Dio perchè si chini sul-la sua desolazione.

Il rito gli scorre avanti, non è attento; senza rendersene conto si trova in fila per la comunione e quando riceve sul palmo della mano destra il pane consacrato ricorda la supplica della moglie: «Una preghiera per me». Le la-crime spuntano sotto i Ray Ban, scivolano sulle guance e

lasciano il sapore del mare sulle labbra.

La ragazza seduta accanto gli porge un fazzoletto di carta e lo conforta con una sola parola:«Coraggio». L’esorta-zione della sconosciuta sortisce un effetto sorprendente e fa sgorgare la sua preghiera: «Signore falla guarire, op-pure aiutami a fare la tua volontà. Concedimi di accet-tare le cose che non posso cambiare».

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11 thoughts on “18 marzo 2003

  1. pur sapendo, mi ha nuovamente coinvolto la tua narrazione.sei forte, fausto, hai davvero il piglio del cronista!è un piacere leggerti e rileggerti.

  2. Bravissimo, una narrazione eccellente e coinvolgente per il ritmo armonioso e descrittivo.Ti auguro un buon inizio settimana.cordialmenteannamaria

  3. Che stile coinvolgente, tu afferri il lettore e lo tieni incatenato alle tue parole.C'è tutto nel tuo narrare, uomo e natura e il riflesso splendido dell'anima: la tua, che si disvela. Bravo, bravo.E ora come aspettare senza ansia il seguito, non farmi aspettare troppo.Grazie, un caro abbraccio.frantzisca

  4. e ghjià, faustnè, cunta, jà!….(e dai, fausto, racconta, dai!..)mi piacerebbe incontrarti e svuotarti un sacco di farina sulla testa e avere la scusa per darti tante pacche sulle spalle (una scotuliàta !), per complimentarmi, ovviamente; e non farci aspettare troppo per il seguito, racumandi!ciàcataldo

  5. fausto deciditi ! hai già ricevuto gratis una lezione di calabrese e una di sardo…vuoi saldare il conto con il resto del racconto, o vuoi che gli interessi…lievitino?pija 'a pinna e cumincia a scrìvir, mòvit!cià

  6. Ma che bello, scritto bene, palpitante di umanità. E poiché ho iniziato dalla seconda parte, adesso vado e me lo rileggo tutto.

  7. Arrivo qui dopo molti mesi, ma che importa? Le cose belle, e questa lo è, e tanto, Falco, resistono al tempo…
    Più tardi vado a cercarmi il seguito.

    Milvia

  8. Pingback: Ummagumma, sussurri e grida dal melograno « falconieredelbosco

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