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Dal passo Pennes una jeep scende lentamente verso la val Sarentino e  si ferma nei pressi delle case sparse nella conca verde di Laste. Un soldato sulla cinquantina, taglia forte, testa rasata, una torre e tre stellette dorate sulle  controspalline del maglione, calzoni a tre quarti, scarponi, cappello a visiera in mano, binocolo al collo scende dal fuoristrada, congeda l’autista e  scivola furtivo nel bosco di aghifoglie. Le tonalità  diverse della divisa color fieno,  lo uniformano al paesaggio di montagna.

Il colonnello comandante vuole fare un’ispezione a sorpresa all’accampamento militare  del 5°  reggimento alpini; nessuno sa di questa visita; da una settimana si è liberato dall’ingessatura alla gamba destra; non ne poteva più di quel periodo di inattività. 

Un uomo tutto d’un pezzo.

In caserma le reclute l’hanno visto poche volte ma l’hanno sentito, e  come l’hanno sentito!. Che lavate di capo ai sottotenenti di complemento. 

“Basta  incontrarlo una sola volta e il  suo viso  non lo scordi più.”

Cammina furtivo sotto i pini,  attraversa il Rio Bianco passando sopra  i quattro  pali appoggiati tra i massi del torrente a formare un ponticello rustico; s’inoltra nella fitta vegetazione del sottobosco: lamponi e cespuglietti di mirtillo nero; si arrampica , lentamente, faticosamente,si guarda intorno, cerca un punto strategico, lo trova, si apposta  mimetizzato dai colori che indossa. 

Osserva l’accampamento, lo spiazzo per l’adunata, la tendopoli, la cucina da campo, lo spaccio, l’armeria, le salmerie.
Tutto in ordine. 

 Il torrente che delimita la  zona militare a sud dell’accampamento scorre  impetuoso tra sassi, erbe e  cespugli; più giù, lontano da tutti, al sole  caldo di maggio,  un giovane coi capelli cortissimi  in mutande tattiche e canottiera bianchi, splendenti alla luce, inginocchiato al bordo del ruscello sta lavando le stoviglie e la gavetta che riempie di sassolini e sabbia e    risciacqua più volte.

 “Bravo, è  un modo efficace per far sparire senza detersivo il grasso e l’unto della pastasciutta e dello spezzatino alla maniera delle nonne”.

Il fieno  stipato nel pagliaio diffonde nell’aria un odore profondo e caldo , calmante e sedativo quasi ipnotico, suscita l’eccitazione gioiosa di aver ritrovato una cosa rara,  persa e dimenticata; quell’aroma trasmesso alle memorie olfattive  dà un senso di sicurezza che  riporta alle origini, a  una parte primordiale dell’anima.

 Il  ragazzo si alza, statura media, collo elegante, corporatura snella, lesto e abile nei movimenti  colloca ordinatamente le  stoviglie su un masso liscio di granito  ad asciugare poi   raccoglie alcuni indumenti, calze, canottiere, mutande, fazzoletti che  appoggia presso una pietra   immerge nell’ acqua cristallina   insapona accuratamente   sbatte sulla pietra,  strofina, ribagna,  sciacqua;  con molta energia.

 Ancora una volta il colonnello  ammirato ripete:

 “Bravo, la pulizia è una grande qualità per un soldato”

 non riesce a staccare gli occhi , la scena lo incuriosisce, ha qualcosa di diverso dalla solita routine di  ispezione.

Ha lavato tutto, anzi no;  controlla ciò che ha indosso; in un minuto è nudo, canottiera e mutande sono in acqua; stessa trafila dell’altra biancheria.

Stende tutto al sole, sopra alcuni massi,  asciugheranno in fretta .

 Si avvicina di nuovo al piccolo fiume,  lava accuratamente tutto il corpo, una insaponata e un massaggio energico ai capelli e giù… tuffa per qualche istante il capo nell’acqua gelida. 

“E’ una sensazione forte, quasi di torpore, tra qualche istante sentirà una vampata di calore salire alla testa.  

Sdraiati in terra ragazzo, potresti perdere i sensi in  un attimo!”

 Sfregandosi energicamente toglie l’acqua di dosso  e si stende sull’erba verde del prato, allarga e allunga  braccia e gambe al caldo tepore di maggio e si abbandona al sole. Un raggio di sonno incontra le nuvole, piume di cigno, castelli di panna, boccoli d’angelo, inchini e piroette. 

Urla lontane, nel sogno.
Un grido straccia l’aria, Stefano apre gli occhi, sopra di lui volteggia scura e gigantesca  un’aquila ad ali spiegate  sfruttando le correnti ascensionali d’aria calda : 

“Non sei in cerca di prede per il tuo piccolo, non stai puntando  una marmotta .
Sei spaventata, queste grida sono un canto disperato, raggela il sangue nelle vene.
Cosa è successo, cosa vuoi dirmi, quale tragica notizia mi porti ! Cos’è che ti ha fatto tanta paura amica mia!”.

E’ un avvertimento lo sente. Ha sempre avuto, fin da piccolo, una speciale predisposizione a captare cose che stanno per succedere. Odori, suoni, sapori  gli riempiono i sensi, lo stordiscono, lo portano in una dimensione che altri non provano. 

Il ragazzo  guarda verso il bosco, lentamente si alza, poi col passo di scimmia, come da manuale di addestramento si inoltra tra le piante.
Qualcosa si muove.

 Il capriolo, un maschio,  coda corta, zampe sottili, lunghe orecchie, piccole corna rugose, il mantello  bruno-rossiccio perfettamente adattato al cangiante mondo delle foglie timidamente si nasconde nel sottobosco.

 Non è la prima volta che Stefano controlla il suo passaggio nei pressi dell’accampamento, forse è in cerca di cibo o forse  solo la curiosità  lo ha spinto così vicino agli uomini, o sarà stato il grido dell’aquila?

Per osservarlo più da vicino, l’alpino si deve  mimetizzare, strappa dei rametti teneri di lampone, li intreccia, dalla testa gli cadono sulle spalle, sul corpo. Si accuccia a terra, e si apposta come un felino in agguato, i suoi movimenti sono impercettibili  “passo del leopardo”. Le braccia distese in avanti aderendo bene al terreno con il mento, il petto, l’addome e la parte interna dei talloni avanza piegando e distendendo la gamba e il braccio dello stesso lato del corpo, esegue  il movimento  evitando di provocare rumori, tasta il terreno ed esplora con la mano lo spazio antistante per rilevare la presenza di ostacoli.

La piccola statura  consente  al ruminante di nascondersi facilmente nel sottobosco, le corna ridotte non trovano intralcio nei rami, le zampe posteriori più lunghe di quelle anteriori lo aiutano a muoversi a salti superando facilmente gli ostacoli rappresentati da alberi caduti e fitti cespugli.  Forse sta aspettando il calare della sera per uscire nelle radure e nei prati coltivati ; il piccolo ruminante   alterna  la sua dieta di funghi, foglie tenere di  betulle, salici, ontani  e aghi di pino con l’erba tenera  coltivata dall’uomo. Il vento soffiando giù dalle vette porta fino a valle il profumo della neve sciolta. Il terreno molle del bosco già coperto dall’erba nuova, le prime foglie   appena spuntate sugli alberi,  le giornate sempre più lunghe e tiepide ridestano nel capriolo l’istinto  territoriale, sceglie il punto migliore del bosco, quello che offre miglior riparo,  in cui abbondano acqua e cibo, segnala olfattivamente le frontiere del suo feudo, i confini del suo harem, in luglio comincia la stagione degli amori. 

“Per questo sei qui, ora l’ho capito , ti vuoi sposare !”

Le piccole corna si alzano, le narici selvatiche hanno fiutato un odore che non appartiene al bosco; l’acqua pura e cristallina del torrente non ha  portato via dalla pelle il  fresco profumo  di pulito che gli umani  indossano quando si lavano.

I  due esseri viventi sono sempre più vicini, si guardano negli occhi, si potrebbero toccare…

Crac, un ramo spezzato, il capriolo scatta, è già lontano, quando  l’uomo-albero si trova diritto davanti al colonnello comandante.

Automaticamente scatta sull’attenti e si porta la mano destra diritta, alla fronte :

“Riposo, riposo. Non indossi  un abbigliamento adeguato per il saluto al cappello”

 Non sa che fare, ora si accorge di essere nudo, con quei rami sul corpo, sembra  un personaggio dei boschi, un fauno, non  un alpino.  Abbassa la mano destra  e la fa scorrere sul fianco  parallelamente alla sinistra, le incrocia entrambe dietro la schiena e allarga  la distanza tra i due piedi. Posizione di riposo. Immobile. Imbarazzato.

L’ufficiale lo libera dai    rametti, gli passa la mano sulla testa e sulle spalle per portare via alcune foglioline e guarda quel giovane corpo davanti a lui. E’ invidia, o forse meglio dire nostalgia per quella delicatezza, per la semplicità, per la naturalezza … per la giovinezza!

Non è da lui  spiare o stare a guardare uomini nudi, ma quelle fattezze, quel corpo nei suoi movimenti gli ricordano qualcosa che ha già visto, un “Déjà-Vu” , ma dove….

Un  suono di sirena, come un urlo  nel silenzio della notte si alza nella valle, la lunga eco fa rabbrividire ogni creatura,  comandante e soldato  all’unisono : 

“ Un allarme!”.

“Mettiti indosso qualcosa e aiutami ad attraversare il torrente, sono ancora malsicuro su questa gamba e non vorrei finire nell’acqua gelata”

Basta un attimo, il folletto  va e torna come un fulmine, in mutande e canottiera dell’esercito  si affianca alla sinistra del suo capo, gli porge il braccio e lo accompagna  al di là del Rio Bianco : 

“Vai a metterti in ordine, e  presentati  alla svelta  in adunata al campo.

 Ci sarà un parapiglia quando  il maggiore e i capitani mi vedranno comparire. Non si aspettano la mia visita.

  Non capisco il motivo di questo allarme improvviso.

  Non era nei programmi” e 

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