28 maggio 1974(parte seconda)

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In memoria del mio professore di fisica Trebeschi Alberto.

Sono  in adunata le compagnie dei mortaisti dei battaglioni  Edolo, Tirano e Morbegno,
i soldati schierati;
davanti a loro i sottotenenti;
davanti i tre capitani;
davanti  il Maggiore, comandante in  campo e
davanti a lui, di fronte a tutti,  sbucando dalla tenda  della furieria dove ha ricevuto le informazioni:
il colonnello comandante.

“Guai in vista! 

Da dove è spuntato! 

Perché questo allarme!”.

La penna bianca comincia a parlare,  non tuona come sua abitudine; con  tono pacato, solenne, commosso, comunica
“ A Brescia c’è stata una strage alle dieci  circa di stamattina durante una manifestazione sindacale in Piazza Loggia…una bomba!

Ci sono morti e feriti.”

  Da un paio di giorni  il campo  era  isolato dal ponte radio;  il suo autista  appena arrivato in caserma  è stato rispedito a Pennes  per avvertire lui e il distaccamento del 5° alpini in Val Sarentino.

Poche parole per commentare l’episodio, il colonnello deve ripartire in fretta. C’è angoscia in lui, a Brescia  ha vissuto  la sua infanzia, in quella città  sono  conservati  ricordi e  persone care.

“Il campo deve rimanere in stato di all’erta, le esercitazioni  con i mortai sono per ora sospese.”

Si congeda dai soldati, qualche parola con gli ufficiali, aiutato dal sergente maggiore monta in Jeep, si gira verso  i ranghi schierati, cerca un volto, il  suo sguardo angosciato  incrocia due occhi velati di lacrime: 

“Piazza Loggia, Renata!”

Il giorno seguente .

E’ sera nella piccola tenda da sei posti; tre sacchi a pelo da un lato e tre di fronte; c’è solo lo spazio per gli zaini. Sam il geometra legge dal giornale la cronaca dell’atto terroristico. Tra i nomi delle vittime della strage compare quello di Alberto Trebeschi anni 36.  

 Stefano esclama: “Io l’ho conosciuto, è stato  il mio insegnante di fisica al primo anno di ITIS nel 67-68. Era sempre vestito bene, avevo l’insufficienza nella sua materia ma mi piaceva il suo modo di insegnare, soprattutto  le ore di laboratorio, le  dimostrazioni e gli esperimenti col suo assistente dall’accento tedesco. Era serio ma  si stava bene con lui, ricordo quando ha beccato un nostro compagno ripetente con un giornalino porno in mano. Glielo ha ritirato, pensavamo ad una nota  invece  il giorno seguente col Caballero in mano, ha  fatto alzare in piedi l’alunno e gli ha detto: 

“Nessuna nota a un patto, fino alla fine dell’anno mi porti tutti gli altri numeri della collezione”, poi ridendo: 

“Scherzo, questo lo buttiamo,  tu piuttosto sbarra gli occhi anche sul libro di fisica, perlomeno riuscirai a tenere a freno la mano!”

In tenda sorridono ma pensano a quest’uomo e agli altri che non ci sono più, ai feriti , ai presenti, al clima di terrore e sgomento  sparso sulla città  lombarda e sulla nazione.

Sam è preoccupato, è di Brescia, suo padre è sindacalista e i suoi due fratelli ancora studenti saranno stati sicuramente presenti alla manifestazione .

Anche Luciano è triste, lui pure della stessa città, ma  pensa esclusivamente alla sua ragazza.

Gianpiero ‘lo striscione’ è appena tornato dalle cucine, ha fatto man bassa,  di cioccolata, mele, pane, grappa; infila la cassetta nel  mangianastri portatile,  la Maddalena  di Jesus Christ Superstar diffonde  il  suo canto straziante .

Il geometra valtellinese con la   voce di Mastroianni del quale porta anche il nome si rivolge al soldato vicino,  l’architetto Francesco allevatore di api a Sondrio : 

“Smettila di spalmarti quella crema sul viso e sulle mani, sei proprio una puttana”.

La voce di Stefano come un manto li avvolge:

 “Ragazzi lasciamo calare il silenzio su questa notte, vi dispiace? ”.

Nessuno più apre la bocca, sono tutti daccordo con lui.
Si fa il buio dentro e fuori.
Qualcuno sogna, qualcuno si strugge, qualcuno guarda in sù, un tetto di tela li protegge, al di sopra  le stelle piangono.

Il pomeriggio seguente: adunata.
E’ ritornato il colonnello; si riprende la scuola tiri; ci sarà il giro di ispezione; qualcuno trema.

 “Non gli sfugge niente, non lascia passare nulla il capo!” 

Ma non è più lui, gli si legge in viso la tensione e la preoccupazione, passa davanti ai soldati, non li vede,  si ferma negli occhi di  Stefano.  Il soldato non ha la camicia in  flanella, tiene caldo ma punge, preferisce quella estiva di tela, sbottonata al collo, “ora mi riprende e mi punisce”.

 Il superiore lo guarda, gli infila il dito nel colletto, glielo abbottona, si guardano, perle d’acqua nei quattro occhi  : 

“Vuoi andare a casa in licenza, così ti puoi tranquillizzare”.

“Grazie! Non c’è  più nessuno che mi aspetta   a Brescia, io vivo in provincia, ma se per lei fa lo stesso, al mio posto vorrei mandare il mio amico Max.  Non ha ancora ricevuto notizie. La famiglia vive in città . E’ molto in ansia!”

“Va bene! E’ giusto essere solidali in queste occasioni. Mando lui”.

L’alpino scatta sull’attenti  e il suo saluto viene ricambiato dalla “penna bianca.

Al ritorno in caserma, la compagnia  mortai partirà per il campo estivo di quattro settimane, seguito da quattro giorni di licenza per Stefano; al rientro partenza immediata per il corso roccia in Val di Fassa, durata due mesi; nel frattempo con il cambio di guardia al comando del 5° alpini, arriva un nuovo comandante.

Il colonnello non  riesce a staccare lo sguardo dal suo viso, dove l’ha visto? Come  mai il corpo nudo del giorno prima è impresso nella sua memoria?  Non riesce a ricordare. 

“Addio” dice l’uomo.
Non si incontreranno più .

Sulla strada per Bolzano un flash. Improvvisamente si ricorda , gli basta ricoprire la testa rasata con  la folta chioma e cancellare la leggera peluria  sul labbro superiore per riscoprire chi è l’alpino del bosco .

“Addio” dice il ragazzo.
Non si incontreranno più.
Seduto al  bordo del ruscello  guarda lo scorrere dell’acqua cristallina, le bolle, gli spruzzi sulle rocce, i sassi levigati, la sabbiolina sul fondo: 

Cosa resterà di quest’acqua che scorre tra le mie dita

dell’incontro  nel bosco con  penna bianca, 

degli amici della squadra telefonisti

del grido d’aquila che ha spaccato il silenzio

cosa resterà nella memoria di quel 28 maggio ‘74

del sangue dei  corpi straziati sulle pietre 

delle urla dei presenti

del volo dei piccioni spaventati 

cosa resterà  del bicchiere dei pennelli infilati 

del rosso magenta, del giallo cromo, del blu cobalto

degli schizzi  tracciati sui fogli accatastati

delle matite  sparse sul tavolo

Cosa resterà nella memoria dei seicentomila in corteo

delle bandiere rosse  sulla piazza  

dei fiumi  di parole  in tribunale sprecate

delle lacrime versate

Cosa resterà della finestra che guarda sui tetti di Brescia

della stufa  in terracotta 

della tela sul cavalletto 

cosa resterà di Renata.

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28 maggio 1974 -(parte prima)

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Dal passo Pennes una jeep scende lentamente verso la val Sarentino e  si ferma nei pressi delle case sparse nella conca verde di Laste. Un soldato sulla cinquantina, taglia forte, testa rasata, una torre e tre stellette dorate sulle  controspalline del maglione, calzoni a tre quarti, scarponi, cappello a visiera in mano, binocolo al collo scende dal fuoristrada, congeda l’autista e  scivola furtivo nel bosco di aghifoglie. Le tonalità  diverse della divisa color fieno,  lo uniformano al paesaggio di montagna.

Il colonnello comandante vuole fare un’ispezione a sorpresa all’accampamento militare  del 5°  reggimento alpini; nessuno sa di questa visita; da una settimana si è liberato dall’ingessatura alla gamba destra; non ne poteva più di quel periodo di inattività. 

Un uomo tutto d’un pezzo.

In caserma le reclute l’hanno visto poche volte ma l’hanno sentito, e  come l’hanno sentito!. Che lavate di capo ai sottotenenti di complemento. 

“Basta  incontrarlo una sola volta e il  suo viso  non lo scordi più.”

Cammina furtivo sotto i pini,  attraversa il Rio Bianco passando sopra  i quattro  pali appoggiati tra i massi del torrente a formare un ponticello rustico; s’inoltra nella fitta vegetazione del sottobosco: lamponi e cespuglietti di mirtillo nero; si arrampica , lentamente, faticosamente,si guarda intorno, cerca un punto strategico, lo trova, si apposta  mimetizzato dai colori che indossa. 

Osserva l’accampamento, lo spiazzo per l’adunata, la tendopoli, la cucina da campo, lo spaccio, l’armeria, le salmerie.
Tutto in ordine. 

 Il torrente che delimita la  zona militare a sud dell’accampamento scorre  impetuoso tra sassi, erbe e  cespugli; più giù, lontano da tutti, al sole  caldo di maggio,  un giovane coi capelli cortissimi  in mutande tattiche e canottiera bianchi, splendenti alla luce, inginocchiato al bordo del ruscello sta lavando le stoviglie e la gavetta che riempie di sassolini e sabbia e    risciacqua più volte.

 “Bravo, è  un modo efficace per far sparire senza detersivo il grasso e l’unto della pastasciutta e dello spezzatino alla maniera delle nonne”.

Il fieno  stipato nel pagliaio diffonde nell’aria un odore profondo e caldo , calmante e sedativo quasi ipnotico, suscita l’eccitazione gioiosa di aver ritrovato una cosa rara,  persa e dimenticata; quell’aroma trasmesso alle memorie olfattive  dà un senso di sicurezza che  riporta alle origini, a  una parte primordiale dell’anima.

 Il  ragazzo si alza, statura media, collo elegante, corporatura snella, lesto e abile nei movimenti  colloca ordinatamente le  stoviglie su un masso liscio di granito  ad asciugare poi   raccoglie alcuni indumenti, calze, canottiere, mutande, fazzoletti che  appoggia presso una pietra   immerge nell’ acqua cristallina   insapona accuratamente   sbatte sulla pietra,  strofina, ribagna,  sciacqua;  con molta energia.

 Ancora una volta il colonnello  ammirato ripete:

 “Bravo, la pulizia è una grande qualità per un soldato”

 non riesce a staccare gli occhi , la scena lo incuriosisce, ha qualcosa di diverso dalla solita routine di  ispezione.

Ha lavato tutto, anzi no;  controlla ciò che ha indosso; in un minuto è nudo, canottiera e mutande sono in acqua; stessa trafila dell’altra biancheria.

Stende tutto al sole, sopra alcuni massi,  asciugheranno in fretta .

 Si avvicina di nuovo al piccolo fiume,  lava accuratamente tutto il corpo, una insaponata e un massaggio energico ai capelli e giù… tuffa per qualche istante il capo nell’acqua gelida. 

“E’ una sensazione forte, quasi di torpore, tra qualche istante sentirà una vampata di calore salire alla testa.  

Sdraiati in terra ragazzo, potresti perdere i sensi in  un attimo!”

 Sfregandosi energicamente toglie l’acqua di dosso  e si stende sull’erba verde del prato, allarga e allunga  braccia e gambe al caldo tepore di maggio e si abbandona al sole. Un raggio di sonno incontra le nuvole, piume di cigno, castelli di panna, boccoli d’angelo, inchini e piroette. 

Urla lontane, nel sogno.
Un grido straccia l’aria, Stefano apre gli occhi, sopra di lui volteggia scura e gigantesca  un’aquila ad ali spiegate  sfruttando le correnti ascensionali d’aria calda : 

“Non sei in cerca di prede per il tuo piccolo, non stai puntando  una marmotta .
Sei spaventata, queste grida sono un canto disperato, raggela il sangue nelle vene.
Cosa è successo, cosa vuoi dirmi, quale tragica notizia mi porti ! Cos’è che ti ha fatto tanta paura amica mia!”.

E’ un avvertimento lo sente. Ha sempre avuto, fin da piccolo, una speciale predisposizione a captare cose che stanno per succedere. Odori, suoni, sapori  gli riempiono i sensi, lo stordiscono, lo portano in una dimensione che altri non provano. 

Il ragazzo  guarda verso il bosco, lentamente si alza, poi col passo di scimmia, come da manuale di addestramento si inoltra tra le piante.
Qualcosa si muove.

 Il capriolo, un maschio,  coda corta, zampe sottili, lunghe orecchie, piccole corna rugose, il mantello  bruno-rossiccio perfettamente adattato al cangiante mondo delle foglie timidamente si nasconde nel sottobosco.

 Non è la prima volta che Stefano controlla il suo passaggio nei pressi dell’accampamento, forse è in cerca di cibo o forse  solo la curiosità  lo ha spinto così vicino agli uomini, o sarà stato il grido dell’aquila?

Per osservarlo più da vicino, l’alpino si deve  mimetizzare, strappa dei rametti teneri di lampone, li intreccia, dalla testa gli cadono sulle spalle, sul corpo. Si accuccia a terra, e si apposta come un felino in agguato, i suoi movimenti sono impercettibili  “passo del leopardo”. Le braccia distese in avanti aderendo bene al terreno con il mento, il petto, l’addome e la parte interna dei talloni avanza piegando e distendendo la gamba e il braccio dello stesso lato del corpo, esegue  il movimento  evitando di provocare rumori, tasta il terreno ed esplora con la mano lo spazio antistante per rilevare la presenza di ostacoli.

La piccola statura  consente  al ruminante di nascondersi facilmente nel sottobosco, le corna ridotte non trovano intralcio nei rami, le zampe posteriori più lunghe di quelle anteriori lo aiutano a muoversi a salti superando facilmente gli ostacoli rappresentati da alberi caduti e fitti cespugli.  Forse sta aspettando il calare della sera per uscire nelle radure e nei prati coltivati ; il piccolo ruminante   alterna  la sua dieta di funghi, foglie tenere di  betulle, salici, ontani  e aghi di pino con l’erba tenera  coltivata dall’uomo. Il vento soffiando giù dalle vette porta fino a valle il profumo della neve sciolta. Il terreno molle del bosco già coperto dall’erba nuova, le prime foglie   appena spuntate sugli alberi,  le giornate sempre più lunghe e tiepide ridestano nel capriolo l’istinto  territoriale, sceglie il punto migliore del bosco, quello che offre miglior riparo,  in cui abbondano acqua e cibo, segnala olfattivamente le frontiere del suo feudo, i confini del suo harem, in luglio comincia la stagione degli amori. 

“Per questo sei qui, ora l’ho capito , ti vuoi sposare !”

Le piccole corna si alzano, le narici selvatiche hanno fiutato un odore che non appartiene al bosco; l’acqua pura e cristallina del torrente non ha  portato via dalla pelle il  fresco profumo  di pulito che gli umani  indossano quando si lavano.

I  due esseri viventi sono sempre più vicini, si guardano negli occhi, si potrebbero toccare…

Crac, un ramo spezzato, il capriolo scatta, è già lontano, quando  l’uomo-albero si trova diritto davanti al colonnello comandante.

Automaticamente scatta sull’attenti e si porta la mano destra diritta, alla fronte :

“Riposo, riposo. Non indossi  un abbigliamento adeguato per il saluto al cappello”

 Non sa che fare, ora si accorge di essere nudo, con quei rami sul corpo, sembra  un personaggio dei boschi, un fauno, non  un alpino.  Abbassa la mano destra  e la fa scorrere sul fianco  parallelamente alla sinistra, le incrocia entrambe dietro la schiena e allarga  la distanza tra i due piedi. Posizione di riposo. Immobile. Imbarazzato.

L’ufficiale lo libera dai    rametti, gli passa la mano sulla testa e sulle spalle per portare via alcune foglioline e guarda quel giovane corpo davanti a lui. E’ invidia, o forse meglio dire nostalgia per quella delicatezza, per la semplicità, per la naturalezza … per la giovinezza!

Non è da lui  spiare o stare a guardare uomini nudi, ma quelle fattezze, quel corpo nei suoi movimenti gli ricordano qualcosa che ha già visto, un “Déjà-Vu” , ma dove….

Un  suono di sirena, come un urlo  nel silenzio della notte si alza nella valle, la lunga eco fa rabbrividire ogni creatura,  comandante e soldato  all’unisono : 

“ Un allarme!”.

“Mettiti indosso qualcosa e aiutami ad attraversare il torrente, sono ancora malsicuro su questa gamba e non vorrei finire nell’acqua gelata”

Basta un attimo, il folletto  va e torna come un fulmine, in mutande e canottiera dell’esercito  si affianca alla sinistra del suo capo, gli porge il braccio e lo accompagna  al di là del Rio Bianco : 

“Vai a metterti in ordine, e  presentati  alla svelta  in adunata al campo.

 Ci sarà un parapiglia quando  il maggiore e i capitani mi vedranno comparire. Non si aspettano la mia visita.

  Non capisco il motivo di questo allarme improvviso.

  Non era nei programmi” e 

Il vento soffia sulle tende


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Pagine vuote sul talamo nuziale

lenzuola bianche sono fogli senza parole

lame di fiamma sul vetro della cornice

lacrime di cera come perle morte
 

e il vento soffia sulle tende
nella casa del mais.

 

-Raccontatemi la storia del cuore-

ho chiesto ai due nella foto

-Sussurrate  la canzone d'amore-

ho pregato i due nella foto

-Fatemi tornare ai giorni dell'oro-

ho implorato i due nella foto

 

e il vento soffia sulle tende
nella casa del mais

 

-Lasciaci andare-

han risposto  i due nella foto

-Non voltarti più indietro- 

hanno supplicato i due nella foto

-Diventerai una statua di sale-

han scongiurato i due nella foto

 

come vele il vento gonfia le tende 
nella casa del mais