18 marzo sera

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Neli è sola nella stanza sterile, ha sete, vorrebbe bere, sorridere, scappare da quel letto. Il sangue nel flacone appeso all’asta d’acciaio al di sopra della sua testa fluisce nel deflussore e attraversa l’ago infilato nel suo braccio per uccidere il fiume malato delle sue vene. In questa parte di vita i problemi e i sogni da realizzare sono diversi da quelli di prima, si accontenterebbe di ritrovare la forza necessaria per alzarsi da quel letto bianco e raggiungere la finestra che si affaccia sull’ignoto.

Il trattamento previsto dall’associazione dell’acido retinoico alla chemioterapia ha modificato la prognosi della sua malattia fino a poco tempo prima considerata come una forma temibile tra le leucemie. Ha fiducia, lo sente, guarirà. Si è fatta rasare i capelli per non vederli cadere; suo marito accarezzandole la testa ha detto che così è ancora più bella, proprio come era bella la madre che ora vorrebbe avere accanto. La invoca affondando lo sguardo nel soffitto bianco che è il suo cielo in quella stanza: «Mamma. Se ci fossi qui tu, sarebbe tutto più facile come quando ero bambina e ti alzavi di notte per tirarmi fuori dal letto perchè non mi bagnassi dopo la terribile operazione che ci ha tenute in ospedale per più di un mese. Ti ricordo con la testa sempre curva a cucire per noi gonne e camicette, il vestito della comunione, la mia prima minigonna e l’abito da sposa; anche quello hai voluto confezionarmelo tu; incontrai la luce gioiosa dei tuoi occhi quando davanti alla chiesa scendendo dall’automobile fui accolta dall’ovazione di sorpresa e dai complimenti degli invitati alle nozze».

Il lento stillicidio di piastrine e plasma le dà vigore e sonnolenza, la sua mente lascia il suo corpo per portarla in un luogo dove si sta bene, come sta bene l’orso bianco sulla calotta polare. Un’aria pungente e leggera scioglie i suoi pensieri e più si allontana più il suo corpo perdendo in densità acquista in leggerezza, una leggerezza da farla scomparire evaporare.

Il ghiaccio sta avanzando e il mondo dentro lei ha già i-niziato a gelare, la luce del sole è smorzata da nuvole grige, la mente vaga, il corpo insensibile deve morire per ricominciare a vivere. Galleggia come un’ombra sullo stagno. C’è pace tra le montagne. Oltre le nubi, il chiarore lunare è un sorriso per le sue lacrime.

Beati sono coloro che sorridono in corpi liberi.

Nel sogno i ricordi più importanti si espandono, la mente inverte la rotta per viaggiare indietro nel tempo. Sogna. Sta correndo in un interminabile corridoio d’ospedale, non ricorda più il numero dell’interno, il piano, la scala, ha sbagliato reparto, deve tornare indietro.

La rimozione dell’ematoma al cervello della mamma è andata bene, la riporteremo a casa presto. In aprile festeggeremo il 50° anniversario del suo matrimonio. Chissà se l’hanno spostata dalla stanza sterile. Ecco sto arrivando, mamma”.

La mamma ha gli occhi sbarrati. La chiama, la tocca, non risponde. Non c’è nessuno in giro. Suona il campanello, urla; accorrono medici e infermieri. Rincantucciata dietro il tendone verde assiste all’inutile corsa per riportare in vita il corpo nudo di sua madre. Un fiume inarrestabile straripa dai suoi occhi.

La vede galleggiare nel suo vestito di carne sopra uno specchio d’acqua tra le montagne. La figura emerge, si stacca dalla superficie dello stagno cristallino increspata da una leggera brezza. La linea simmetrica che separa la morte dalla vita porta la mamma a mezz’aria nel cielo proprio di fronte a lei, al di sopra della sua testa, eccola lì, nuda coi capelli e il corpo di eterna ragazza. Neli allarga le braccia per essere accolta tra le sue, spiegate come ali, si curerà di nuovo di lei, percorreranno insieme il sentiero che le riporterà a casa, lasceranno fuori la tormenta ad urlare come un lupo nella notte.

Il silenzio del cuore è un crogiolo dove guariscono i dolori, lì si elaborano le energie per continuare a vivere. Neli si risveglia e sulla sua faccia spunta la luminosità di una nuova aurora : “Hai lasciato il tuo corpo, ritorna quando vuoi, un altro giorno, per me”.

Alle sette Stefano di ritorno in ospedale trova la moglie con la cannula infilata nell’ago che porta fisso al polso. Da una bottiglietta appesa sul portaflebo gocciola un liquido trasparente.

«Quando sei uscito da questa stanza mi è venuto un forte dolore allo stomaco; l’infermiera è corsa dal medico di turno e mi hanno somministrato un antidolorifico, ancora qualche goccia e poi è vuota. Suona il campanello così vengono a staccarmelo. Per fortuna il dolore è scom-parso. Un male tremendo; è passata anche questa. Ho avuto paura ma poi mi sono addormentata e ho sognato mia mamma».

Il marito seduto sul lato del letto dove lei ha il braccio libero le accarezza la fronte e gli orecchi: «Somarella, mi lasci andare via e cominci a fare i capricci».

«Ho parlato con l’infermiera oggi pomeriggio, le ho chiesto informazioni sul giovane medico; mi ha saputo dire poche cose: è emiliano, ha studiato a Bologna, ha una trentina d’anni, non è sposato, si è specializzato da poco, questo è il suo primo posto di lavoro. Il primario ha molta stima di lui, la prossima settimana difatti lo manderà ad un convegno di medicina al suo posto, gli altri medici se la sono presa un po’, l’invidia c’è dappertutto anche in questi luoghi di sofferenza».

Stefano la interrompe: «Per fortuna sapeva poche cose, voi donne se vi mettete di impegno riuscite a far parlare anche un morto».

«Prima di partire mi ha raccomandata alla caposala, a quanto pare sono una malata di riguardo, tutti i giorni telefonerà per avere rassicurazione sul mio stato di salute, perciò non preoccupatevi, qui sono in una botte di ferro. Cosa hai da ridere. Scommetto che hai pronta la tua battuta, dilla sono pronta, fammi divertire un po’».

«Con tutte queste bottiglie rosse in alto sulla tua testa mi fai pensare alla botte piena e la moglie ubriaca. Avrei preferito vedere appesi dei salami sul trespolo accanto al tuo letto o magari un fiasco di Chianti che porta nelle tue vene l’inebriante liquido rosso. Prova ad immaginare, io entro e tu stai cantando a squarciagola “È arrivato l’ambasciatore”». I coniugi intonano all’unisono il ritornello strascicando le parole come due ubriachi barcollanti per strada. L’infermiera entra e sorridendo dice loro: «La coscienza è paura, l’incoscienza è coraggio. Il dottor Max dice che i più coraggiosi sono coloro che hanno la visione più chiara di ciò che li aspetta nel bene e nel male e l’affrontano. Ma guardala lì la malata, un’ora fa sembrava in fin di vita, ora è allegra come una giovinotta alla cena della classe. Brava! Stia su di morale e guarirà in fretta. Lei signore è proprio una cartolina. La sua faccia è il ritratto della serietà, ma quando apre la bocca, sprigiona allegria, lei dovrebbe lavorare in questo reparto come intrattenitore, un infermiere-clown che porti via la cappa scura di sconforto e abbattimento che spesso coinvolge anche noi addetti ai lavori».

Nel giardino interno dell’ospedale un vento tiepido muove i cespugli gialli di forsizia. Sugli alberi del viale i rami sono ancora spogli ma le gemme incominciano a gonfiarsi; a giorni sarà primavera, i teneri germogli verdi e i fiori dai colori pastello porteranno gioia e freschezza al grigio paesaggio invernale.

Stefano lascia il reparto, è sereno, sua moglie è in buone mani, si prendono cura di lei in modo veramente encomiabile; scendendo per le antiche scale salta come sempre gli ultimi due scalini di ogni rampa; sul viale interno, si gira, si ferma, guarda in alto, la luce alla finestra della biblioteca è spenta, il reparto si inoltra nella notte. Una forza misteriosa gli fa volgere lo sguardo a quella finestra ogni sera fino alla prima settimana di aprile, quando col figlio Mario riporterà a casa la sua Neli in remissione completa.

Una di quelle sere. Massimiliano, il giovane dottore appena tornato dalle ferie, incuriosito dai tonfi sulle rampe delle scale, sei bum per sei rampe, lo osserva divertito dalla finestra, saltare a piedi pari i due gradini della scaletta all’uscita della palazzina, e lo accompagna con lo sguardo mentre trotterellando fa lo slalom tra i tigli del viale evitando le fughe tra le lastre di cemento. Con la testa in sù Stefano ricambia il saluto della sua mano aperta appoggiata al vetro.

Il cinquantenne con lo spirito dell’infanzia nei trenta minuti di strada che lo portano dall’ospedale a casa, ripensa ad una frase letta su un libro: “Ma tu chi sei che avanzando nel buio della notte inciampi nei miei più segreti pensieri” e mormora tra sé: «Io, quel ragazzo lì, il dottori-no in camice bianco lo conosco». Stefano rovista il bagaglio dei ricordi, butta tutto in aria e trova alcune tessere importanti del puzzle che vuole ricomporre: «Maiorca, estate 1993».

La famiglia di Stefano è in vacanza in un villaggio immerso nella pineta sulla costa nord dell’isola. La lunga spiaggia è riparata dalle dune ricoperte da ciuffi di erba selvatica color paglia secca, poche persone sul bagna-sciuga, nessuna fila di ombrelloni, niente grida di bam-bini. Le onde battono fragorosamente sugli scogli, altre arrivano a riva regolari come quelle sullo schermo di un oscilloscopio, sinusoidi lanciate dal centro del mare agitato: il luogo ideale per fare un po’ di surf.

Un fuoristrada piomba nello splendido paesaggio incontaminato e si arena sulle dune sollevando un nuvolo di sabbia. Quattro giovani vestiti all’hawaiana scaricano le tavole piccole e tozze in poliuretano dalla forma squadrata, lunghe circa un metro, tenendole sottobraccio le portano in riva al mare, spalmano la paraffina per aumentarne l’attrito e consentirne una maggiore manovrabilità, allacciano il guinzaglio elastico che le collega alla caviglia, quindi le lanciano nell’acqua, vi si buttano sopra con il ventre e nuotano fino ad un centinaio di metri dalla riva. Raggiunto il punto in cui l’onda comincia a frangere, i ragazzi con un balzo montano il loro destriero e mantenendo l’equilibrio con le braccia aperte e le ginocchia leggermente piegate lo cavalcano fino a riva dove la cresta d’acqua diventa schiuma.

Stefano e il figlio tredicenne osservano lo spettacolo, sembra tutto così facile; hanno a disposizione un materassino bianco e blu per provare a cavalcare le onde. Non c’è bisogno di alzarsi in piedi, basta afferrarsi saldamente al gonfiabile, abbandonarsi all’energia dei marosi. I due si alternano nel gioco. È bellissima la sensazione dell’acqua che frigge sotto il corpo e li lancia in velocità fino sulle conchiglie e sulla sabbia del bagnasciuga.

Nel turno di Daniele un’ondata energica capovolge il materassino che in un attimo è sbattuto sull riva, mentre il ragazzino rimane in balia di onde sempre più minacciose. Il padre accorre in soccorso, si butta in acqua e con fatica raggiunge il figlio spaventato e in difficoltà a rimanere a galla, lo aiuta a prendere fiato, cerca di fargli coraggio. Nuotano a vuoto, l’agitazione non li fa andare avanti di un metro. L’espressione di panico è stampata sul volto del ragazzo. Il cuore del padre batte forte, non sa cosa fare, più delle braccia e delle gambe è il suo cervello ad agitarsi: “Dio mio, sono venuto in ferie per perdere un figlio. Non posso tornare a riva da solo, senza Daniele. Non lo lascio qui, vado giù con lui”.

La disperazione è nelle onde. Guarda uno squarcio di luce tra le nuvole e urla: «Stella del mare aiutami».

Una voce sicura dietro alle sue spalle gli da coraggio: «State calmi, vi porto a riva io». Uno dei surfisti vista la scena, ha compreso la situazione e si è precipitato in soccorso, afferra Daniele e lo fa appoggiare con il busto sulla tavola e dopo averlo rassicurato si rivolge al padre lì vicino:«Non dovete opporvi all’onda, essa vi respingerà sempre più lontano, il sistema migliore per tornare a riva è quello di tuffarsi sotto di essa, lasciarla passare quindi nuotare fino alla successiva, affrontarla allo stesso modo e così via fino a giungere dove si tocca, a quel punto potrete alzarvi e raggiungere la riva a piedi. Rilassatevi. Vi starò vicino. Siete pronti? Andiamo».

Tutto come nel previsto, è stata dura ma i tre sono sulla spiaggia. Daniele corre in bagno, il suo intestino ne ha avuto quanto basta per farlo correre prima di sporcare il suo costume.

Stefano non sa come ringraziare il giovane soccorritore che umilmente cerca di defilarsi. Arriva anche la mamma. Neli non si è accorta di nulla, era intenta a leggere il romanzo La valle dell’Eden, di Steinbeck. Ascolta l’avventura con trepidazione. Sul volto del marito è ancora visibile l’espressione di spavento.

Il giovane si congeda in fretta, il piccolo Mario di nove anni lo raggiunge, ha assistito atterrito tutta la scena e da quando i tre sono a riva non ha staccato per un solo momento gli occhi dal soccorritore, si avvicina, gli appoggia la mano sulla spalla morbida e vellutata e gli dice: «Tu sei il salvatore, sei il mio amico Max». Il cavaliere con la sua tavola in mano accarezza la testolina di Mario, poi portando l’indice davanti al naso sussurra: «Ssst ! mantieni il segreto».

Giugno 1989, riviera romagnola. quattro anni prima

L’acqua del mare è sparita, sostituita da un passato di verdura galleggiante, una porcheria che impedisce di fare il bagno. Mucillaggine: un abnorme sviluppo di alghe, conseguenza dell’eutrofizzazione dell’acqua del mare, inquinata dalla presenza di composti inorganici ed organici provenienti dai fertilizzanti e detergenti disciolti e riversati in quantità esagerate nel fiume Po che sfocia nel-l’Adriatico.

Per fortuna l’hotel dispone di una grande e confortevole piscina attorno alla quale di solito sdraiati sui lettini con bibite ghiacciate sul tavolino, walk man alle orecchie e occhialoni da sole ci sono tutti i “tetteschi ti Cermania”; ora invece sono tutti lì anche gli italiani che di norma preferiscono l’acqua salata del mare a quella iperclorata della vasca.

La famiglia di Stefano è in lettura, i ragazzi hanno già fatto un bel bagno. Daniele ha sul viso un vistoso segno rosso lasciato dalla maschera subacquea, sta leggendo il suo Topolino. Il fratellino Mario sta trotterellando attorno alla piscina, la sua faccia allegra è incorniciata dalla montatura rosa con faccia di Minnie degli occhialetti che porta a causa della congiuntivite presa in spiaggia; tra le mani ha la cintura di spugna dell’accappatoio azzurro e ogni tanto la immerge nell’acqua come fosse una lenza per pescare. Il piccolo della famiglia tre volte su cinque fa il “cockerino” orecchie abbassate, sopracciglia arcuate, ma quando è felice canta e saltella. Saltella e canta: «Io pesco, io pesco, trallallà, trallallà. Tralla…» un tonfo, è in acqua e non sa nuotare.  I suoi  genitori sono dall’altra parte della vasca.

Un giovane cameriere senza esitare molla il vassoio con le bibite, si tuffa vestito, afferra il piccolo e lo porta in salvo. Mariolino e spaventato, tossisce e sputa mentre il ragazzo lo rincuora: «Su, su, non hai neanche bevuto, è passato tutto, non piangere, fai l’ometto, ora ti asciugo e poi ti porto a prendere un gelato».

Il pulcino bagnato fa di tutto per trattenere le lacrime e mostrarsi forte, e mentre il suo salvatore appoggia su una sdraio la propria camicia bagnata gli si aggancia al collo, gli appoggia la testolina sulla spalla nuda per farsi coccolare; gli accarezza la schiena e il collo dicendo: «Come sei liscio e morbido, tu sei il mio angelo custode, il mio salvatore, come ti chiami, io Mario».

«Io Max». Il giovane cameriere è uno studente liceale, lavora nella bella stagione sulla Riviera per mettere da parte qualche soldo, è uno sportivo spericolato, vuole comprarsi una motocross di seconda mano per fare scorribande sulle colline emiliane. La sera prima ha aiutato gli animatori dell’hotel a organizzare una festa dove ha avuto l’opportunità di conoscere l’allegra famiglia di Mario.

Si farà assegnare il loro tavolo e per tutto il tempo della vacanza, servirà i pasti ai quattro simpatici bresciani che accolgono sempre il suo arrivo con il titolo suggerito da Mario: «Ecco, il salvatore» .

Stefano, che ha visto la rapidità con la quale si è tuffato ed ha portato a bordo vasca il piccolo lo ricorderà come “il falco”.A fine vacanza Neli accarezza il volto del ragazzo prima di regalargli un libro, che porta sulla prima pagina una dedica –Non nascondere il segreto del tuo cuore. Tu che sorridi così gentilmente dimmelo piano, tra dolore e dolce vergogna, il mio cuore lo ascolterà–. Parole gentili, profezie di un pensiero che lascia un segno perenne nel cuore.

Stefano confrontando i volti del giovane cameriere della Riviera romagnola, del surfista di Maiorca e del dottori-no dell’Ematologia nota una forte somiglianza; basta ac-corciare i capelli, sostituire la peluria sopra le labbra e sul mento e sulle guance con la faccia rasata, mutare leggermente i lineamenti del viso nella trasformazione del ragazzo in giovane e nell’adulto a convincerlo che potrebbero essere la stessa persona: il salvatore, prima dei suoi figli e ora della moglie.

Sulla porta di casa una folata di vento alle sue spalle lo fa girare verso il giardino; dal mandorlo in fiore, una nevicata di petali si posa sul terreno dove sono fioriti i narcisi e le giunchiglie. Il profumo intenso dei fiori lilla e quello inebriante dei fiori gialli gli ricordano il giorno in cui vide per la prima volta Neli, entrando in casa canta: «I giardini di marzo si vestono di nuovi colori…

marzo 1977

Un gruppo di amici ha coinvolto Stefano nella passeg-giata sulle sponde bergamasche del lago di Iseo, la sua Dyane 6 è sempre a disposizione anche se lui non ha mai voglia di uscire di casa e bisogna sempre trovare una ragione convincente, stavolta è quella di un gruppo di ragazze appena conosciute tra le quali ce n’è una che potrebbe essere quella giusta per sbloccarlo.

La domenica successiva al suo compleanno, seduta sul sedile accanto a quello del guidatore, la sconosciuta che dopo essersi presentata come Neli è rimasta in silenzio per tutto il tragitto ascolta con lui la musica dell’autoradio.

Lucio Battisti canta: « I giardini di marzo si vestono di nuovi colori, e le giovani donne in quel mese vivono nuovi amori…» Le grandi lenti sfumate degli occhiali Lozza della ragazza dai lunghi capelli castani ben pettinati che indossa un abitino di lana dai colori autunnali si specchiano nei Ray Ban del De Niro in Taxi Driver che giubbino e calzoni in velluto nero a coste, dolcevita grigio, senza dire parola la sta guardando.

Scesi dalla macchina i due cominciano a parlare del più e del meno con le solite frasi di circostanza; gli amici fanno il filo alle altre ragazze, uno di loro con la scusa di scattare fotografie insiste perchè i due si affianchino: «Tu Neli siediti sul muretto e tu Stefano mettiti dietro e appoggia le mani sulle sue spalle, togliti gli occhiali, stringila un po’ dai. Non si farà male».

Fanno al contrario, lui si siede, lei gli appoggia le mani sulle spalle. I due corpi sono a contatto. Il profuno di sapone alla magnolia attraversa la stoffa dei vestiti e un flusso di energia passa dal corpo di Neli a quello di Ste-fano che riconosce lo stesso aroma, la stessa freschezza del contatto con la pelle liscia e delicata di qualcuno che non è più con lui da tempo. Quando si ha amato intensamente si spende la vita a cercare quell’ardore e quella luce. Il timore di non saperlo trovare, da lungo tempo ha blindato la sua anima, perchè non accolga nessuno, ha bloccato i fremiti del suo cuore, ha paralizzato la sua mano alle carezze, rendendolo simile ad una roccia, senza più un palpito, il desiderio di un incontro.

Il vento del cambiamento soffia tra i canneti e increspa l’acqua del lago, lo sciacquio di onde sonore infrange sulla membrana ispessita dei timpani della sua sensibi-lità e una voce dentro gli ripete “Svegliati dal letargo, il tuo inverno è durato cinque anni. Non stagnare nel pas-sato, proiettati nel futuro, abbandonati a lei”.

Le orecchie di Stefano erano porte chiuse alle voci di donna, ora una di quelle voci ha varcato la soglia senza saper di averla oltrepassata e gli ha portato la volontà di riprendere a vivere.

Neli appoggia la testa sulla sua, incrocia le braccia attorno alle sue spalle, le mani scorrono sul petto sprofondando come radici nel cuore per sentirne il battito. Il mondo si ferma nel recinto dei corpi. Lo sguardo senza riva si allontana sulla linea del silenzio azzurro posandosi sulle cime ondeggianti dei Colli di San Fermo, nuvole dall’orlo rosa illuminano il futuro, lontano si staglia nel cielo terso il profilo delle Alpi.

L’aria è fresca, ancora non si vedono le stelle. Lui si gira, con una mano si toglie gli occhiali e con l’altra quelli di lei, si guardano a lungo negli occhi; non servono smancerie, basta solo l’intreccio degli sguardi, il tocco di una mano, il balenare di un sorriso per mordere il frutto del desiderio e farne esplodere il succo.

La società contemporanea vuole costruire legami in fretta, affidandosi solo a ciò che si vede in superficie, che si tocca sulla pelle, che si misura in emozioni forti e immediate; il sentimento genuino è invece delicato, sboccia come un fiore, ha bisogno di poche ma intense parole.

Stefano si fa avanti: « Ti apparirà strano quello che ti sto per dire, ma io sono fatto così e quando sento una cosa nel profondo non riesco a contenerla perché esploderebbe dentro me. Lo sento come una certezza, mentirei se dicessi che sono già innamorato di te, ma se tu stai provando qualcosa di simile in questo momento, dimmi di sì, e tra un anno ci sposiamo».

Il segreto di una canzone d’amore risiede tra le vibrazioni della voce di chi canta ed il battito del cuore di chi ascolta. Neli non sa come tradurre in linguaggio la gioia che prova nel cuore per estenderla molto al di là dei li-miti delle sillabe. Dovremmo essere contenti quando non abbiamo parole, le cose più intense non si spiegano parlando, si spiegano a volte con i gesti, semplici gesti lenti e segreti perchè le cose più belle sono segrete.Un semplice cenno di capo e un sorriso sulle labbra accolgono la proposta di una storia destinata a continuare nel tempo.

Ottobre ’78 Recanati

Dopo poco più di un anno sugli anulari dei due innamorati luccicano le fedi d’oro, i loro respiri congiunti hanno sospirato il “Sì”.

Il viaggio di nozze è un lungo giro; passando da Volterra, San Gimignano, Castiglione del lago, Perugia, Assisi, Gubbio gli sposi sono giunti a Recanati.

Sulla panchina di un giardinetto all’esterno della dimora di Giacomo Leopardi, Neli con la testa appoggiata sulla spalla del suo sposo si abbandona agli ultimi raggi caldi del sole di ottobre, un leggero torpore le chiude gli oc-chi. L’autunno è all’opera, ha chiuso le vene della linfa degli alberi, le foglie conoscono l’arte di morire, lenta-mente tracciando spirali dorate piroettano nell’aria e si abbandonano sul prato stanco di colore.

Da una finestra aperta sul parco una melodia del passato avvolge l’atmosfera, il volume basso non soffoca la canzone che appena percepita e riconosciuta rieccheggia nella mente: “Something in the way she moves…”

La novia si ridesta e con voce assonnata interpella il marito assorto nell’ascolto: «Come è bella questa canzone. Chi la canta. Conosci le parole. Cosa dice?»

«È Something di George Harrison e dice più o meno così: “C’è qualcosa nel modo in cui si muove che mi attira come non è mai accaduto prima con le altre ragazze. Non voglio lasciarla ora, tu sai che io credo in lei ora.C’è qualcosa in lei e tutto ciò che devo fare è pensare a lei».

Quando si arrotola uno spartito musicale, linee e spazi continuano a correre parallele e le note sono sempre al loro posto, ma se si torce il foglio, le linee e gli spazi si incrociano, le note cambiano intensità, non si riesce più a distinguere la realtà dal sogno, ma la musica rimane la stessa e riporta all’oggi la canzone del passato.

Stefano apre lo scrigno dei ricordi alla giovane moglie.

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18 marzo 2003

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Zzzzz” i capelli scuri cadono a ciocche sul pavimento del piccolo bagno. Neli e il marito parrucchiere fai-da-te si raccontano cose divertenti, fingono cercando di sdrammatizzare la situazione. I capelli sono tutto per una donna; hanno deciso di accorciarli all’altezza di un centimetro, vederli cadere a terra è un’angoscia.

Neli guarda nello specchio, non si è mai vista così, la lunghezza è regolare, un taglio mascolino. Il risultato è sconfortante ma accetta con una buona dose di serenità dicendo:«Va bene. Quanto le devo. Perché quella faccia sei stato bravo, non me ne frega niente dei capelli a que-sto punto, se tutto va bene ricresceranno, piuttosto puli-sci bene in terra, le infermiere mi hanno lasciato questo sacchetto, poi metti tutto nel cestino, lo farei io ma sono spossata. Guarda in quell’angolino ci sono altri capelli». I suoi occhi azzurri vedono dappertutto; non si siede-rebbe mai su una panchina verniciata di fresco ma do-vrebbe stare molto attenta a bloccare il marito che di quella panchina noterebbe solo la tinta.

Una battuta disgraziata di Stefano le riporta il sorriso:

«Stai morendo ma ci vedi ancora bene, troppo bene.

Ieri sera parlando col dottore Massimiliano ho avuto l’impressione di averlo già visto e conosciuto anche se non saprei dirti dove. Glielo hai detto tu che abbiamo due figli?. Pareva una cosa risaputa da lui».

«Tu e la tua memoria visiva, hai un archivio che fa paura, basta che osservi un attimo un volto e non lo dimentichi per tutta la vita. Io non riesco a ricordare se gli ho par-lato di te e dei ragazzi, però stamattina durante il giro si è fermato davanti alle parole della canzone, le ha lette e dopo avermene chiesto il permesso le ha trascritte su un foglio della sua cartella. Forse è innamorato e le vuole dedicare alla sua morosa. È un ragazzo fine e garbato»

«Ho avuto la stessa impressione, l’altra sera è stato molto gentile con me, è una bella persona, potrei sbagliarmi ma ho sempre più la sensazione di averlo conosciuto».

18 marzo 2003 domenica pomeriggio

Nella piccola cella, Neli è pallidissima, la chemioterapia la sta sfinendo. «I capelli mi cadono a ciocche, mi fa im-pressione vederli sul cuscino, mi sento sporca, impre-sentabile, forse è meglio rasarli a zero, hai fatto bene a lasciare il rasoio elettrico nel cassetto del comodino, facciamolo subito ti prego».

Stefano compie l’ingrato compito con mano sicura.

La testa rasata gli appare ancora più bella, i lineamenti hanno assunto un’ulteriore finezza. La faccia smunta, i grandi occhi acquamarina, le labbra del colore di una rosa pallida sbocciata con timore in un giardino d’inver-no ricordano l’immagine di una prigioniera dietro il filo spinato di un lager. «Adesso voglio lavarmi, aiutami».

La spoglia e l’accompagna nel bagno attiguo, apre la doccia e controlla con la mano affinchè la temperatura sia adeguata.

«Mi devi lavare tu, non ho le forze».

Stefano con delicatezza le versa lo shampoo sulla testa e sul corpo, la massaggia e la sciacqua. Il corpo di prima non c’è più, l’acqua scivola sulla pelle lassa, sgonfia co-me un palloncino bucato.

«Ti asciugo, non devi prender freddo».

Lei respira affannosamente, la piccola azione fuori dal letto l’ha messa KO, non si regge in piedi, appoggia la testa sulle spalle del marito e si aggrappa ai suoi fianchi.

La malattia rende coscienti del proprio limite, rivela quanto si ha bisogno degli altri, trasforma da padroni in mendicanti, fa riacquistare la semplicità del bambino che ama essere coccolato.

Il dolore dell’uomo che stringe tra le braccia il corpo sfinito della moglie è una lama che penetra in profondo.

Dopo averla asciugata con cura, la riveste e la riporta a letto.

Un’infermiera entra con una tazzina di the e una flebo.

«Come è bella la signora così rasata, sta proprio bene, sembra ancora più giovane, mi farei rapare anch’io se fossi sicura di un simile risultato».

«Mi dispiace ma il coiffeur è privato, lavora solo per la sua regina. Non si butti a terra lei è così carina, e si ten-ga la chioma in testa, chissà quanti pretendenti le gira-no attorno. Adesso puliamo in bagno».

«No, non è compito vostro. Voi fatevi compagnia ancora un po’, tra un quarto d’ora scade il permesso. Io torno dopo a pulire il bagno, così facciamo una chiacchierata tra donne. Mi piace ascoltare sua moglie quando parla di voi, e poi mi ha fatto assaggiare i vostri biscotti dal sapore genuino dei dolci di una volta».

«Grazie del complimento vorrà dire che ve ne porterò ancora, però a patto che la fate guarire. Sono certo, la mia piccola rosa rifiorirà, riprenderà colore e dopo que-sta esperienza dolorosa perderà e arrotonderà le punte alle sue spine. L’orologio segna le cinque, io vado, fac-cio un giro in città alta, vado a messa, ci vediamo stasera alle sette».

«Perché non vai a mangiare qualcosa, magari una pizza, non importa se arrivi tardi».

«Ho due panini e una bottiglietta di minerale in mac-china, la pizza mi starebbe sullo stomaco tutta la notte e poi cosa vado a mangiare da solo, mi vedi al tavolo di un ristorante senza di te, chi fa l’ordinazione, chi paga? Hai visto ancora l’orso alla cassa?»

«Fai come vuoi e recita una preghiera per me. Ciao, ci vediamo dopo».

Sul ciottolato a gradoni che si arrampica verso la città alta, Stefano masticando nervosamente il pane imbottito con prosciutto ricorda quando da studente percorreva la salita che porta al castello di Brescia, a quell’età li divo-rava in due bocconi i panini, praticamente sparivano senza lasciare il sapore in bocca.

Il centro storico di Bergamo Alta è affollato da turisti.

La città vecchia racchiusa nelle Mura Venete offre ai vi-sitatori splendidi momunemti come la Piazza Vecchia, la basilica di S.Maria maggiore, la Cattedrale, la Cappella ove riposa Bartolomeo Colleoni, la Torre civica, la Rocca con il Parco delle Rimembranze.

Alle sei uno scampanio segnala l’inizio della messa, una fila di persone entra nella piccola chiesa, Stefano li se-gue e si siede. Nel dolore che percuote la sua vita assiste a una tensione verso il mistero; la preghiera affiora sulle labbra per un appello lanciato a Dio perchè si chini sul-la sua desolazione.

Il rito gli scorre avanti, non è attento; senza rendersene conto si trova in fila per la comunione e quando riceve sul palmo della mano destra il pane consacrato ricorda la supplica della moglie: «Una preghiera per me». Le la-crime spuntano sotto i Ray Ban, scivolano sulle guance e

lasciano il sapore del mare sulle labbra.

La ragazza seduta accanto gli porge un fazzoletto di carta e lo conforta con una sola parola:«Coraggio». L’esorta-zione della sconosciuta sortisce un effetto sorprendente e fa sgorgare la sua preghiera: «Signore falla guarire, op-pure aiutami a fare la tua volontà. Concedimi di accet-tare le cose che non posso cambiare».

Il vento soffia sulle tende


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Pagine vuote sul talamo nuziale

lenzuola bianche sono fogli senza parole

lame di fiamma sul vetro della cornice

lacrime di cera come perle morte
 

e il vento soffia sulle tende
nella casa del mais.

 

-Raccontatemi la storia del cuore-

ho chiesto ai due nella foto

-Sussurrate  la canzone d'amore-

ho pregato i due nella foto

-Fatemi tornare ai giorni dell'oro-

ho implorato i due nella foto

 

e il vento soffia sulle tende
nella casa del mais

 

-Lasciaci andare-

han risposto  i due nella foto

-Non voltarti più indietro- 

hanno supplicato i due nella foto

-Diventerai una statua di sale-

han scongiurato i due nella foto

 

come vele il vento gonfia le tende 
nella casa del mais