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Camminano.

Fino a lì, dove c’è il ramo più resistente. L’unico che non si è spezzato.

Si fermano.

Si siedono come sempre nello stesso posto; lui sul masso in pietra  grigia , il cane accucciato accanto,  guardano e ascoltano il canto dell’acqua .  

Un’esplosione di bucanevi  da primo di marzo,   fiori della vita e della speranza, bianche campanelle pendule scortate da foglie glauche a forma di nastro, in piena luce sul terreno umido e pesante del  prato sulle rive del fiume.

  L’abbondante stagione di piogge lo ha gonfiato, scorre veloce tra sponde di robinia e platano alla cui base il tappeto di foglie secche tra un mese sarà ricoperto dalla serpeggiante pervinca lilla e più avanti dal convolvolo che avvolgerà con le sue spire ogni arbusto, lottando con  il luertìs, invasore  estivo dai  rampicanti  germogli gustosi in insalata e  le pannocchiette conosciute come   ” grappoli di luppolo”.

 Più a valle,  la diga della centrale elettrica.
Là trovano i corpi degli annegati.

Nudi, chissà perchè sempre nudi! Risalendo lungo le rive si ritrovano i loro indumenti ben piegati accanto alle scarpe.

E’ sempre stato così il  rituale del suicidio su questo fiume.

Quando sparisce qualcuno si corre subito alla diga per vedere se c’è un corpo nudo.

Il vecchio caccia una mano in tasca  e  lancia il pezzo di pane secco, il cane lo azzanna,  e comincia a sgranocchiarlo.

 -Mangia , mangia, a me è passata la fame .-

Il silenzio li avvolge. Nello scorrere dell’acqua nel fiume scorrono i ricordi come sangue nelle vene a cercare qualcosa per cui valga la pena vivere ancora, come la musica che ha cercato invano nei fossati, dove ha soltanto trovato il bastardo che ora  lì davanti lo  fissa negli occhi.

Invano nei fossati,

parole  che giocano 

Ivano Fossati:

<Ma tu chi sei, cos’hai , perché non parli

non argenti di stelle questo scialbo mattino.

Non sei tu stesso a incasellare gli astri lucenti nel grande albo del cielo.

O sei  anche tu una figurina senza potere se non  nella notte

di ferire i viandanti come spina.>

< Ah signore potesse tutto il male che ti consuma

mutare la  spada tua in un giro di scale armoniche ascendenti

O in una strada che via ti conducesse.

Ma non vale niente che io faccia che resista o che cada>

<Tu non capisci è questo il grande lutto che oscura le mie vesti, 

ma voglio dirti la verità dal lato brutto a cui non si rimedia. 

Tu non capisci è questo il grande male.

Io non ti amo è questa la tragedia.>

La testa tra le mani, mani che hanno lavorato di piccone,scure, vanga e badile, hanno scavato e sotterrato, han fatto di tutto per sfamare i suoi figli; per far studiare il  figlio violinista, le sue mani sono dure di calli, piene di tagli ,  le dita grosse  non saltellano più sulle corde, si inciampano. 

-Father dog is dog, metti in un canile Cireneo se non ti puoi occupare di lui-

 questo gli ha risposto l’artista in tourneè a New York, quando gli ha parlato dell’operazione in mezzo alle gambe.

-Maledetto! Cancro, maledetto! Proprio lì dovevi incarnarti, non mi faccio operare, non voglio finire con una cannetta e un sacchetto di plastica fissato alla coscia con un elastico, preferisco morire piuttosto, è troppo umiliante.-

La disperazione a  spirale nei  gorghi e mulinelli guarda il cane:

– Hai le orecchie tese , le senti  anche tu le voci Cireneo? Mi stanno chiamando, mi lascerò scivolare fino a che il vortice mi trascinerà contro le rocce, sarà veloce o lento non importa so solo che io non mi spoglierò come gli altri, neanche le scarpe, sarà più facile andare giù, i vestiti bagnati appesantiranno il mio corpo. 

Quando mi ripescheranno, penseranno ad un incidente , non  un suicidio, sarà più facile per i miei figli  rassegnarsi.

Non  lascio alcun peso sulle  loro spalle.

Ti lego a questo ramo, il  pescatore ti libererà e  si occuperà di te.-

Cireneo, chiamato così perché da quando la figlia minore se ne era andata in sposa la compagnia del bastardo lo aiuta a sopportare la  croce pesante di solitudine,  rimorsi e  sensi di colpa.

 Un ultimo sguardo:
-Stai tranquillo faccio un giro in quest’acqua gelida.-

Il salto. Un attimo.  In mezzo al fiume, l’acqua lo tiene a galla, non si preoccupa non ha fretta di morire velocemente ci penseranno i gorghi e le rocce. Si lascia trasportare.

Il cane abbaia, abbaia forte, caina, ,  si impunta sulle zampe, raspa, strattona il guinzaglio, colpi da rompere l’osso del collo, perle  rosse scivolano sul collare, ulula la sua disperazione al dio dei cani .

Il ramo si spezza.

Ma chi trasporta un fardello, non fa ombra come un uomo qualunque.
L’ombra stessa è il fardello”

Si butta nell’acqua gelida, zampettando si avvicina sempre più all’uomo, guaisce un lamento, una preghiera.

-Vai via  Cireneo ti prego torna a riva, vai in salvo, hai sempre avuto paura dell’acqua, vai salvati finche sei ancora in tempo.-
Le parole del  cuore negli occhi dell’amico fedele :

 -Io vengo con te-

Il cane annaspa , sta andando giù:

– Cireneo,  tu non devi morire…..ti porto fuori.-

Con tutte le forze , le mani del violinista spaccalegna spalano, sbadilate,  colpi di falce; si batte contro i gorghi, è ancora forte il vecchio….. un altro raccolto ……..

 Sulla riva, il cane tra le braccia , gli abiti  inzuppati, fradici.

Lo  bacia,  lo accarezza .

Lo lecca, gli zompa addosso, scodinzola.

– Dai corriamo a casa , ci facciamo un bagno caldo e ci mettiamo accanto alla stufa, io riproverò a suonare e tu mi accompagnerai ululando come sempre. 

   Mi prenderai in giro se piscerò in un sacchetto di plastica?.-

“Di questo si vive e di tanto altro ancora che inseguiamo come i cani respirando dal naso per finire invece ancora sorridenti, ancora abbaianti di un dolore a caso. 

 Il testo cantato La Ivano Fossati è di Anna Lamberti Bocconi

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