12 marzo 2003, la primasera

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Stefano nel pomeriggio è stato impegnato con un lungo giro di telefonate. Le cognate, i parenti, gli amici, tutti vogliono sapere, quello che ancora non si sa.

Il disco magenta del sole filtra attraverso le polveri e i gas di Milano, in lontananza le Alpi piemontesi mostrano un profilo bianco con sfumature rosa. La Volkswagen Polo blu corre incontro al tramonto, macchine e camion le scivolano accanto fischiando come il vento. Le freccie intermittenti di una lunga fila di veicoli che tornano in città segnalano a sinistra l’uscita al casello di Bergamo. L’orologio segna le cinque di sera quando arriva all’Ospedale. Per accedere al reparto in isolamento si deve indossare un grembiule, la mascherina sulla bocca, la cuffia in testa e i soprascarpe, tutto in carta verde chiaro. Lo spogliato è condiviso da poche altre persone, anche loro in visita agli “isolati”. Quando sono pronti suonano il campanello, un’ infermiera alla porta li controlla con lo sguardo se sono ben protetti, perchè potrebbero portare infezioni dall’esterno aggravando la salute già precaria dei malati le cui difese immunitarie sono minime.

Stefano fuori dalla porta della stanza della moglie, per sdrammatizzare la situazione intona una vecchia canzone che ripeterà per tutto il mese nelle sue visite: «È arrivato l’ambasciatore, con la piuma sul cappello, è arrivato l’ambasciatore a cavallo di un cammello…»

Una flebile voce dall’interno risponde: «Ha portato la letterina, c’era scritto sai così…» la porta si apre e insieme nell’abbraccio terminano il ritornello: «se mi ami, mi, mi, ti darò tutto il cuor, è arrivato l’ambasciatore».

Lei attacca con le domamde: «Come stai. Hai mangiato Hai parlato coi ragazzi? Come…».

«Prima di tutto come stai tu? Sei tu la malata. Per il resto tutto a posto, i ragazzi sono tranquilli, è inutile dire che gli manchi e che sono preoccupati, domani saranno qui tutti e due e se ti vedono bene come io ora saranno più sereni». Le guance della malata sono due pomelline rosa. «Mi hanno trasfuso una sacca di sangue, mi sento molto meglio, è come se mi avessero ricaricato le batterie».

L’amore e la malattia hanno in comune quello stato d’animo per cui si rinuncia a voler apparire ciò che non si è quindi è inutile persistere nella finzione che non sia fondata sulla pura realtà. «Sono sempre stata forte in tutte le vicissitudini della mia vita ma ti confesso ho paura. Mi stanno preparando, per una cura chemioterapica, comincerò domani. Dopo passa in biblioteca, ti aspetta un giovane medico. Le infermiere lo mangiano con gli occhi, è proprio un bel ragazzo, mi sembra di aver capito che si chiami Massimiliano, ti spiegherà la mia malattia e la cura. Non so se ho capito bene o se non hanno voluto dirmi tutto, ero un po’ addormentata e stanca prima di questa bomba nelle vene, secondo me il sangue era quello di un lottatore».

«Chemioterapia?».

«Sì, Sì, hai capito bene, questa parola fa paura anche a me, ho pensato subito alle persone sottoposte a questo trattamento. La maggior parte di loro non ce l’ha fatta. Se io muoio, con i ragazzi fai quello che facevo io e continuerò a vivere con te, insieme abbiamo messo le nostre radici in loro».

«Non pensarlo neanche per scherzo, tu ce la farai, ce la faremo insieme, insieme continueremo a trasmettere a Daniele e Mario la nostra linfa. Sei forte, ho molta speranza, sono sicuro, tu non molli; coi globuli rinnovati come quelli del lottatore di sumo butterai fuori dal tappeto il male e vincerai. Le tue amiche ti chiamano Spi perchè sei piccola ma tenace come una spina, farai scoppiare la leucemia come un pallone gonfiato e tornerai a casa più forte di prima».

Non si ha coraggio se non si ha paura. Il coraggio è una contraddizione che implica un forte desiderio di vivere e prende forma nell’essere pronti a morire. Il coraggio non le manca, ma deve lottare per mostrarsi forte al marito: «Quando uscirò di qui, promettimi che continue-remo a cantare insieme la gioia di vivere ogni momento bello o brutto qualunque saranno la mia o la tua condizione. Mi dispiace un po’ per i capelli, le infermiere sono gentilissime e mi hanno detto che sarebbe meglio accorciarli, magari sabato porta il rasoio elettrico col quale vi rasate tu e Daniele. Avrei dovuto accorgermene, le macchie scure comparse sulle gambe non erano lividi causati dalle botte prese nei lavori domestici ma un sintomo della malattia.  Adesso è meglio se vai a parlare con il dottore, fatti dire tutto, non c’è bisogno che mi riferisci del colloquio, tanto io sono qua e vedrò in diretta come andranno le cose. Domani non venire, riposa, ne hai bisogno quanto me, sei pallidissimo. Nel pomeriggio fai venire le mie sorelle, ho bisogno di parlare con loro. Domani sera sarei felice di avere qui i ragazzi. Mi sembra una vita che non li vedo. Sento di averli trascurati in questo periodo di estrema stanchezza».

«Non hai trascurato proprio nessuno, sei un po’ una rompiscatole, ma la tua generosità …» Stefano si sta commuovendo ma si trattiene e lascia in sospeso la frase con il bacio filtrato dalla mascherina di carta.

«Ci vediamo tra due giorni. Riposati. Ah! Dimenticavo, cerca una donna per la casa, non vorrei trovare il caos quando torno». L’ordine e la pulizia vanno al primo posto, neanche la malattia è così importante per lei.

Un velo triste annacqua i meravigliosi occhi azzurri di Neli che saluta il suo uomo sulla porta aldilà dell’oblò.

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4 thoughts on “12 marzo 2003, la primasera

  1. Ho letto anche il post precedente, per farmi consolare (ebbene, sì, ho vissuto una storia analoga con un'amica straordinaria) dall'amore che trabocca dalle tue parole.
    Quello che ti/vi auguro sono lunghe, profumatissime primavere insieme…
    Con stima. Rita.

  2. Grazie Rita, con la prima sera continua la primavera per noi e lo spero per tanti altri che han passato questi momenti.
    Il falconiere

  3. Siete la prova concreta che i miracoli accadono, e anch'io mi sento miracolata.
    E mi rimane dentro, come un balsamo, il vostro vicendevole amore.
    Grazie

    frantzisca

  4. Veramente mi pare di conoscervi personalmente, più nell'anima che nel corpo. Quanto vi amate e quale calore comunicate. Grazie di tanto dono: talora abbiamo bisogno di credere che l'amore coniugale esiste, se consideriamo quello che ci vediamo intorno.

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