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Sono le cinque di sera, sono di nuovo all’ospedale, non  ho mangiato niente, non ho dormito  nel pomeriggio, il telefono ha squillato di continuo: cognate, parenti, amici, un tam-tam, tutti vogliono sapere quello che ancora non si sa esattamente, sarà così anche domani e gli altri giorni a venire. 

Per accedere al reparto , indosso  un grembiule,  mascherina sulla bocca, cuffia in testa, soprascarpe, tutto in carta verde chiaro,da  buttare dopo l’uso; con me poche altre persone, anche loro in visita agli “isolati”.

Quando siamo pronti suoniamo il campanello, una infermiera apre, ci controlla  se siano a posto , potremmo portare  batteri dall’esterno, aggravando con infezioni una situazione medica già precaria in  questi malati; le loro difese immunitarie sono minime. 

Per sdrammatizzare la situazione,  fuori dalla porta intono un canto; lo  ripeterò per tutto il mese nelle  visite: 

 “ E’ arrivato l’ambasciatore, con la piuma sul cappello, è arrivato l’ambasciatore a cavallo di un cammello…”

Una flebile voce dall’interno risponde: 

Ha portato la letterina, c’era scritto sai così…” 

la porta si apre e insieme nell’abbraccio terminiamo il  ritornello : 

“ Se mi ami, mi, mi, ti darò tutto il cuor, è arrivato l’ambasciatore!” 

  Sorride: “ Come stai? Hai mangiato? Hai parlato coi ragazzi? Come…”

“Prima di tutto come stai tu? Sei tu la malata! Per il resto tutto a posto, i ragazzi sono tranquilli, è inutile dirlo,  gli manchi,  sono preoccupati, domani saranno qui tutti e due, e se ti vedono bene come io ora, saranno più  sereni”.

Le guance sono due mele rosse : 

“ Mi hanno dato una sacca di sangue, una trasfusione, mi sento molto meglio, è come se mi avessero ricaricato le batterie .
Ho ancora una flebo attaccata.”

L’amore e la malattia hanno in comune quello stato d’animo per cui si rinuncia a voler apparire ciò che non si è, quindi è inutile persistere nella finzione che non sia fondata sulla pura realtà.

“ Sono sempre stata forte, in tutte le vicissitudini della mia vita, ma ti confesso ho paura.Mi stanno preparando, per una cura chemioterapica, comincerò domani o tra due giorni, non ho capito bene. Dopo, passa in biblioteca ti aspetta un giovane medico, le infermiere lo  mangiano con gli occhi, è proprio un bel ragazzo, mi sembra di aver capito che si chiami Massimiliano,  lui ti spiegherà la mia malattia e la cura .  Non so se ho capito o se non hanno voluto dirmi tutto, ero un po’ addormentata, stanca, prima di questa bomba nelle vene .” 

 “Chemioterapia? ”

 “ Sì, Sì, hai capito bene, questa parola  fa paura anche a me, ho pensato subito alle persone sottoposte a questo trattamento, come sono state male, il cranio pelato…la maggior parte di loro non c’è la fatta. Se io muoio,  con i ragazzi, fai quello che facevo io e continuerò a vivere con te, insieme abbiamo messo le nostre radici in loro”

“Non pensarlo neanche per scherzo, tu ce la farai, ce la faremo insieme, insieme abbiamo messo le nostre radici in loro, insieme continueremo a trasmettere ad Alessandro  e Matteo la nostra linfa. sei forte, ho molta speranza, sono sicuro, tu non molli.
Come un  lottatore , butterai fuori dal tappeto il male e vincerai.  Le tue amiche ti chiamano “Spi “ sei piccola ma tenace  come una spina,  farai scoppiare la leucemia come un pallone gonfiato e tornerai a casa più forte di prima. ” 

  Non c’è  coraggio senza la  paura.Il coraggio è una contraddizione, esso implica un forte desiderio di vivere che prende forma nell’ essere pronti a morire. Il coraggio non le manca, ma  deve lottare per farsi vedere forte dal me : 

“ Quando uscirò di qui, promettimi una cosa, continueremo a cantare insieme la gioia di vivere, ogni momento bello o brutto qualunque saranno la mia o la tua condizione.

Mi dispiace un po’ per i capelli, le ragazze qui, tra l’altro  gentilissime, hanno detto che  facilmente cadranno, sarebbe meglio accorciarli, magari sabato porta il rasoio elettrico col quale vi rasate tu e Ale”

  “Avrò  il tuo scalpo maledetto viso pallido”.

La malata è serena, parliamo un po’ di tutto : 

“Avrei dovuto accorgermene, le macchie scure comparse sulle gambe, non erano lividi  causati dalle botte prese nei lavori domestici; erano un segno della malattia. A saperlo…!

Adesso è meglio se vai a parlare con il dottore, fatti dire tutto, non ce bisogno che mi riferisci  del colloquio, tanto io sono qua, e vedrò in diretta come andranno le cose. Domani non venire riposa, ne hai bisogno quanto me, sei pallidissimo! Fai venire  le mie sorelle nel pomeriggio, ho bisogno di parlare con loro. Domani sera sarei felice di vedere i ragazzi! Mi sembra una vita che non li ho con  me.  Sento di averli trascurati in questo periodo di estrema stanchezza”.

“Non hai trascurato proprio nessuno, sei un po’ una rompiscatole, ma hai una generosità…” 

Mi sto commuovendo, mi  trattengo   e lascio sospesa la frase. Ci diamo un bacio attraverso la mascherina di carta:
“ Ci vediamo tra due giorni, riposati.
Ah! Dimenticavo, cerca una donna per la casa, non vorrei trovare il caos  quando torno”.

 Certo! L’ordine e la pulizia vanno al primo posto, neanche la malattia è così importante per lei.

Un ultimo saluto da dietro il finestrino sulla  porta.
Un velo triste annacqua i meravigliosi occhi azzurri di Neli.

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