12 marzo 2003, i figli

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Dopo una ventina di chilometri, uno dei percorsi di ritorno più duri della sua vita Stefano entra in casa. Il primogenito Daniele tornato dal lavoro per la pausa di mezzogiorno dopo aver pranzato dalla nonna paterna sta guardando la televisione. La bella testa rasata punta gli occhi in faccia al padre e domanda:  «E così papi, cosa hanno detto alla mamma». Il padre gli racconta tutto rivelando la paura per ciò che potrebbe succedere, come tutte le persone forti sa confidare le proprie debolezze e chiedere conforto.

Daniele si alza, corre in giardino, si è sempre mostrato forte e chiuso nei sentimenti, ha una perfetta consapevolezza di quanto sia veramente amato e per ascoltare la voce del cuore gli basta stare in silenzio da solo. Il padre non lo ha mai visto piangere, comprende quanto deve essere difficile contenere il dolore, lo raggiunge sotto le querce: per dirgli: «Lasciati andare Daniele, non ti devi vergognare».

Poche parole del figlio infrangono la sua angoscia: «Non voglio piangere quando tramonta il sole, le lacrime mi impedirebbero di vedere le stelle, dobbiamo essere forti papà, conta su di me». Il padre lo abbraccia: «Tu sei forte, insieme ce la faremo. Ti lascio solo, mi preoccupa di più tuo fratello Mario, tra dieci minuti sarà a casa di ritorno dalla scuola, gli preparo qualcosa da mangiare e poi gli parlo. Nel frigorifero c’è qualcosa per la cena, alle cinque torno dalla mamma e sarò di ritorno stasera dopo le nove. Spero di potervi fornire notizie più chiare e rassicuranti, mi raccomando fai il bravo».

Ama quel figlio, ha condiviso tutti i suoi giorni, gli è stato accanto per tutti gli anni della scuola fino alla maturità dello scientifico, come se fosse stato nel banco con lui tutti quegli anni. A volte pensa che quell’attaccamento accanito sia stata la causa dell’abbandono allo studio di Daniele che dopo il diploma decise di trovarsi un lavoro. «A stasera papi. Torno al lavoro. Porta il mio bacio alla mamma. Dille che domani io e Mario saremo là, accanto a lei» . La barba del figlio punge, è un uomo oramai.

Il cancello sbatte annunciando l’arrivo di Mario nell’aria frizzantina di marzo. Passo lungo, mongomery blu di panno con cappuccio sulle spalle, sciarpa da fedajn attorno al collo, il diciottenne dai capelli lunghi che in giugno affronterà la maturità dello scientifico rivolge al padre la classica frase di sempre al rientro da scuola: «Cosa c’è da mangiare oggi». Il padre ha gli occhi arrossati, inutilmente si è lavato la faccia per nascondere ciò che sta passando. Il figlio intuendo al volo la gravità della situazione si butta tra le sue braccia: «Stringimi forte, stringimi. Voglio andare dalla mamma. La devo vedere».

Stefano con calma spiega tutto quello che sa e cerca di fargli mangiare qualcosa, non ci sa fare coi fornelli, per un mese saprà preparare per loro solo pane, prosciutto e macedonia. Tanta macedonia. Sbuccia e affetta le banane, fa lo stesso con le fragole dopo averle lavate sotto l’acqua corrente del lavandino, poi tocca ai kiwi, qualche cucchiaiata di zucchero, una spruzzata di limone, mescola un paio di volte col cucchiaio le fettine bianche, rosse e verdi e la macedonia è pronta. Una madre o un padre, se sono veramente tali, non avvertono la fatica di un lavoro stressante, di veglie e di sacrifici quando li compiono per i loro figli. La ca-ratteristica fondamentale dell’amore è la gratuità, non si ammette l’interesse o il calcolo; non si attende ricompensa e neppure gratitudine, perché per la persona amata si vuole solo il bene e la felicità.

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6 thoughts on “12 marzo 2003, i figli

  1. anch'io faccio la macedonia tricolore! e ho un'unica figlia, di nome alessandra. vedi, c'è sempre qualcosa che tiene insieme le persone.

  2. Molto bello questo tuo raccontare, rivela che grande persona sei, come padre ed educatore sensibile e attento al dolore, non ti sei isolato nel tuo ma hai condiviso. Molti non ne sono capaci. Questo passaggio:

    "Non voglio piangere quando tramonta il sole, le lacrime mi impedirebbero di vedere le stelle”

    è poesia

    Un sorriso

    frantzisca

  3. ancora, falco
    è bello rileggerti a puntate.
    Quello che avevo pensato è dunque vero, quando un'anima riesce a trovare il senso in ogni gesto, in ogni parola detta o taciuta, allora la mente segue, e dichiara la propria esistenza, senza veli e senza falsi pudori.
    credo che ciò avvenga quando ci si fa partecipi nel profondo di ogni umana vicenda, non solo della propria.
    ciao, buona giornata.
    mmm sento odore di pane appena sfornato!…

  4. I BIMBI
    hanno capacità straordinarie d'accettare anche le più dolorose realtà.Una forza interiore che spesso gli adulti non immaginano o sottovalutano,una volontà che sa solo di futuro e di un futuro fatto del meglio.Mi fa piacere sentirti raccontare di un quotidiano con questa semplicità naturale solo un poco spinta. dalla voglia di farcela..Un abbraccio,veloce ma sincero.Bianca 2007

  5. Quanto amore e quanto dolore da condividere coi figli insieme ai panini al prosciuttto e alla macedonia. Vi auguro lunghi anni sereni insieme alla persona che amate tanto: soltanto l'amore guarisce e rianima.

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