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La Volkswagen Polo blu, sta correndo verso il tramonto, macchine e camion mi scivolano accanto fischiando come il vento, il disco rosso magenta del sole filtra attraversa le  polveri e i gas di Milano, sfumature rosa sul profilo bianco delle Alpi Piemontesi  in lontananza .

 La freccia intermittente  indica a sinistra  l’uscita al casello di Bergamo.
Una lunga fila di automobili  torna in città, ci vorranno almeno venti minuti prima di arrivare all’Ospedale Maggiore. 

 Nel reparto  Ematologia è ricoverata Neli, l’ho portata stamattina per una visita.
Da un po’ di tempo si sentiva stanca e spossata, fa fatica a sbrigare i lavori domestici, non se la sente più di stirare, ha rinunciato alle passeggiate giornaliere. 

 Lo stress in seguito alla morte della madre, l’infortunio alla spalla della suocera, l’intervento di currettaggio ad un molare, la ferita non si asciuga, una piaga nera  in bocca.

Entra la dottoressa, tra le mani un bicchiere di latte caldo per Neli, in silenzio il bel gesto di solidarietà femminile, incrocio lo sguardo della donna con il foglio delle analisi del sangue : 

“I valori dell’ematocrito sono troppo bassi, ho già avvertito il reparto di ematologia, vi stanno aspettando”.

L’angoscia è una mela in gola.
Una lenta salita al calvario, Neli porta la sua croce sulle scale, ha il fiato grosso,  la sorreggo con un braccio sotto l’ascella , nell’altro ho la borsa con il necessario al ricovero.
L’avevamo previsto.
Antiche scale, consumate dal tempo, un gradino dopo l’altro il cuore pulsa sempre più in forte, mentre ai polmoni l’aria non sembra più arrivare, nella testa un forte ronzio annienta ogni pensiero.

Il primario, gentilmente ci fa accomodare nel suo studio :
“Voi lo sapete cos’è la leucemia? ”

Non lo lascio proseguire:
“ Nostra nipote lo scorso inverno ha donato il midollo, anche mia moglie è iscritta a questa associazione da un anno…”

Il dottore si alza di scatto dalla sua sedia :
“Vieni cara, dolce e generosa  ragazza, ora ci prendiamo noi cura di te”. 

Le infermiere ci accompagnano nella stanza d’ isolamento .

“ Mi sento più tranquilla qui,  torna a casa, parla coi ragazzi, saprai dire  loro quello che è giusto,  hai una grande  sensibilità per queste cose.

Dobbiamo avere fiducia, succeda quel che succeda, i giorni difficili passeranno come tutti gli altri.
Dammi un bacio!”

Via di corsa, le lacrime  sgranano come  le perle di un  rosario, l’aria ancora fredda di marzo nel cortile dell’ospedale mi azzanna come  un lupo della steppa.
Infilo la cuffia di lana e mi avvolgo la sciarpa attorno al collo:

 “Una leucemia !
Tocca sempre a lei soffrire!
Cosa dico ai ragazzi!
Quali parole usare!
Come  reagiranno…” . 

 L’ asfalto scuro corre veloce nel finestrino retrovisore, un pensiero come l’autostrada verso est mi allontana da mia moglie:

il bene dei figli viene prima di ogni altra cosa, la loro infelicità è più dolorosa della nostra.

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