Grappoli di luppolo

Camminano.

Fino a lì, dove c’è il ramo più resistente. L’unico che non si è spezzato.

Si fermano.

Si siedono come sempre nello stesso posto; lui sul masso in pietra  grigia , il cane accucciato accanto,  guardano e ascoltano il canto dell’acqua .  

Un’esplosione di bucanevi  da primo di marzo,   fiori della vita e della speranza, bianche campanelle pendule scortate da foglie glauche a forma di nastro, in piena luce sul terreno umido e pesante del  prato sulle rive del fiume.

  L’abbondante stagione di piogge lo ha gonfiato, scorre veloce tra sponde di robinia e platano alla cui base il tappeto di foglie secche tra un mese sarà ricoperto dalla serpeggiante pervinca lilla e più avanti dal convolvolo che avvolgerà con le sue spire ogni arbusto, lottando con  il luertìs, invasore  estivo dai  rampicanti  germogli gustosi in insalata e  le pannocchiette conosciute come   ” grappoli di luppolo”.

 Più a valle,  la diga della centrale elettrica.
Là trovano i corpi degli annegati.

Nudi, chissà perchè sempre nudi! Risalendo lungo le rive si ritrovano i loro indumenti ben piegati accanto alle scarpe.

E’ sempre stato così il  rituale del suicidio su questo fiume.

Quando sparisce qualcuno si corre subito alla diga per vedere se c’è un corpo nudo.

Il vecchio caccia una mano in tasca  e  lancia il pezzo di pane secco, il cane lo azzanna,  e comincia a sgranocchiarlo.

 -Mangia , mangia, a me è passata la fame .-

Il silenzio li avvolge. Nello scorrere dell’acqua nel fiume scorrono i ricordi come sangue nelle vene a cercare qualcosa per cui valga la pena vivere ancora, come la musica che ha cercato invano nei fossati, dove ha soltanto trovato il bastardo che ora  lì davanti lo  fissa negli occhi.

Invano nei fossati,

parole  che giocano 

Ivano Fossati:

<Ma tu chi sei, cos’hai , perché non parli

non argenti di stelle questo scialbo mattino.

Non sei tu stesso a incasellare gli astri lucenti nel grande albo del cielo.

O sei  anche tu una figurina senza potere se non  nella notte

di ferire i viandanti come spina.>

< Ah signore potesse tutto il male che ti consuma

mutare la  spada tua in un giro di scale armoniche ascendenti

O in una strada che via ti conducesse.

Ma non vale niente che io faccia che resista o che cada>

<Tu non capisci è questo il grande lutto che oscura le mie vesti, 

ma voglio dirti la verità dal lato brutto a cui non si rimedia. 

Tu non capisci è questo il grande male.

Io non ti amo è questa la tragedia.>

La testa tra le mani, mani che hanno lavorato di piccone,scure, vanga e badile, hanno scavato e sotterrato, han fatto di tutto per sfamare i suoi figli; per far studiare il  figlio violinista, le sue mani sono dure di calli, piene di tagli ,  le dita grosse  non saltellano più sulle corde, si inciampano. 

-Father dog is dog, metti in un canile Cireneo se non ti puoi occupare di lui-

 questo gli ha risposto l’artista in tourneè a New York, quando gli ha parlato dell’operazione in mezzo alle gambe.

-Maledetto! Cancro, maledetto! Proprio lì dovevi incarnarti, non mi faccio operare, non voglio finire con una cannetta e un sacchetto di plastica fissato alla coscia con un elastico, preferisco morire piuttosto, è troppo umiliante.-

La disperazione a  spirale nei  gorghi e mulinelli guarda il cane:

– Hai le orecchie tese , le senti  anche tu le voci Cireneo? Mi stanno chiamando, mi lascerò scivolare fino a che il vortice mi trascinerà contro le rocce, sarà veloce o lento non importa so solo che io non mi spoglierò come gli altri, neanche le scarpe, sarà più facile andare giù, i vestiti bagnati appesantiranno il mio corpo. 

Quando mi ripescheranno, penseranno ad un incidente , non  un suicidio, sarà più facile per i miei figli  rassegnarsi.

Non  lascio alcun peso sulle  loro spalle.

Ti lego a questo ramo, il  pescatore ti libererà e  si occuperà di te.-

Cireneo, chiamato così perché da quando la figlia minore se ne era andata in sposa la compagnia del bastardo lo aiuta a sopportare la  croce pesante di solitudine,  rimorsi e  sensi di colpa.

 Un ultimo sguardo:
-Stai tranquillo faccio un giro in quest’acqua gelida.-

Il salto. Un attimo.  In mezzo al fiume, l’acqua lo tiene a galla, non si preoccupa non ha fretta di morire velocemente ci penseranno i gorghi e le rocce. Si lascia trasportare.

Il cane abbaia, abbaia forte, caina, ,  si impunta sulle zampe, raspa, strattona il guinzaglio, colpi da rompere l’osso del collo, perle  rosse scivolano sul collare, ulula la sua disperazione al dio dei cani .

Il ramo si spezza.

Ma chi trasporta un fardello, non fa ombra come un uomo qualunque.
L’ombra stessa è il fardello”

Si butta nell’acqua gelida, zampettando si avvicina sempre più all’uomo, guaisce un lamento, una preghiera.

-Vai via  Cireneo ti prego torna a riva, vai in salvo, hai sempre avuto paura dell’acqua, vai salvati finche sei ancora in tempo.-
Le parole del  cuore negli occhi dell’amico fedele :

 -Io vengo con te-

Il cane annaspa , sta andando giù:

– Cireneo,  tu non devi morire…..ti porto fuori.-

Con tutte le forze , le mani del violinista spaccalegna spalano, sbadilate,  colpi di falce; si batte contro i gorghi, è ancora forte il vecchio….. un altro raccolto ……..

 Sulla riva, il cane tra le braccia , gli abiti  inzuppati, fradici.

Lo  bacia,  lo accarezza .

Lo lecca, gli zompa addosso, scodinzola.

– Dai corriamo a casa , ci facciamo un bagno caldo e ci mettiamo accanto alla stufa, io riproverò a suonare e tu mi accompagnerai ululando come sempre. 

   Mi prenderai in giro se piscerò in un sacchetto di plastica?.-

“Di questo si vive e di tanto altro ancora che inseguiamo come i cani respirando dal naso per finire invece ancora sorridenti, ancora abbaianti di un dolore a caso. 

 Il testo cantato La Ivano Fossati è di Anna Lamberti Bocconi

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11 marzo 2003, il giovane medico

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La biblioteca del reparto è una stanza con una parete di volumi , faldoni e cartelle cliniche, dalla finestra del terzo piano guardo il giardino sottostante,
al di sopra della cima degli alberi,
al di sopra della cima degli alberi,
al di sopra della cima degli alberi.

Sento dei passi dietro di me :
“Buonasera, lei è il marito della signora della stanza numero 3” 

 “Sì, buonasera” , gli stringo la mano. 

 “L’esame del midollo ha stabilito la  leucemia di sua moglie, è del tipo Promielocitica acuta.  Questa parola fa sempre paura,
fino a pochi anni fa, per questo  malattia c’era poco da fare, ora è stato sperimentato questo nuovo protocollo di cura, a base di un farmaco, il Vesanoid; in buona percentuale porta alla remissione completa” 

“Cioè ? ” 

“Alla guarigione”.
I miei occhi si illuminano.

“Ma devo essere franco con lei, il ciclo di terapie è molto forte, durerà quattro settimane qui in ospedale, e se tutto procede bene, seguiranno sei cicli mensili di chemioterapia e poi due anni di cure di mantenimento.  E’ fondamentale superare queste due prime settimane altrimenti non ce la farà, è arrivata qui in situazioni estreme, i valori del sangue sono al minimo, avreste potuto trovarla morta in casa!”

Una leggera oscillazione, una vertigine, per un momento tutto mi ruota attorno, il medico mi sorregge delicatamente : 

“Sù, sù, ho dovuto essere franco, preferisco non illudere le persone, quando si conosce la gravità, si affrontano meglio le battaglie. Coraggio ce la faremo! Avete due figli a casa che stanno diventando uomini. Hanno bisogno di voi, di tutti e due,  una mamma e un papà”. 

Lo abbraccio. Il padre si è lasciato andare come ha sentito nominare i suoi figli.

Nelle forti braccia del dottore, libero la tensione di quella lunga giornata .

“Si sieda un momento, , si lasci andare senza vergogna, non sempre  si riesce a stare a muso duro, a volte la vita ti sommerge e vorresti fuggire via, ma lei è responsabile, è un buon padre…”

“Chi è un buon padre? Uno che dovrebbe dare un buon esempio? Ce l’ho messa tutta, ma quanti sbagli, non ho capito che i figli sono personalità autonome, li ho soffocati con la mia presenza, con la mia esuberanza, mi sono infiltrato troppo nella loro vita, non sempre sono riuscito a comprendere che gli spazi che si ritagliavano dovevano essere esclusivi per loro, ho proiettato su loro le mie paure, le frustrazioni, le non realizzazioni. Ho sempre  mostrato loro la parte migliore di me e forse cercando di imitarmi si sentivano perdenti in questa gara , forse umiliati si sono sottratti  accontentandosi di vivere. Non sempre i padri riescono ad essere un buon esempio, spesso sono  piccoli uomini , ragazzi adulti  in un ruolo più grande di loro.”

“Quello che più conta è un gesto d’amore, e non mi dica che si è risparmiato; un figlio accetta gli errori del padre, senza giudicarli, perché un giorno si troverà nella stessa difficile situazione. Un buon padre è chi continua a essere padre anche senza le risposte del figlio, è un  tetto che ti protegge e continua ad esserci anche se sei lontano , un figlio perduto,  e non riesci a trovare la strada di casa.”

“ Lei dottore deve essere un bravo figlio, chissà come sarà orgoglioso suo padre di lei”

“Io non ho vissuto con mio padre, non ho provato  neanche il piacere della mamma di averlo accanto solo  per quei pochi giorni che sono stati all’origine della mia vita. L’ho perso prima di nascere, ora egli è fuori, nel vento, non sa della mia esistenza. L’ho aspettato tanto tempo, non si è mai spento il desiderio di trovarlo; un padre che ti accompagni in una vita che a volte ti sommerge, per darti consigli e speranze nelle difficoltà, e condivida con te il viaggio alla scoperta della vita.

Quand’ero ragazzino, aspettavo come i miei compagni la ricorrenza della festa del papà, preparavo il mio regalo, coltivavo la speranza di incontrarlo sulla porta di casa o all’uscita di scuola, sognavo di corrergli incontro e buttargli le braccia al collo.Sulla mia guancia bruciava la mancanza di una carezza cercata come il pane, a lungo elemosinata, sentivo il peso di quella solitudine come una tenaglia che ti stringe il cuore e lo spreme come il succo di un‘arancia.”

  “ Coltiva la speranza e l’amore per lui, lo troverai,  le sue fattezze sul tuo volto rischiareranno i momenti bui della sua vita, le paure e le incertezze che anche gli adulti provano dentro.Ti seguirà nel tempo che gli rimane da vivere, perché non basta dare la vita per far vivere un figlio. Ti ascolterà, ti rispetterà , ti difenderà, ti dedicherà il suo tempo cercherà di essere migliore affinchè il dono della tua vita renda migliore e più degna anche la sua.”

Anche il dottore è molto commosso, non è facile alle lacrime, lo conoscono come “l’uomo di pietra” si alza, va in fondo alla stanza, c’è un pacchetto , lo porta sul tavolo e lo scarta. Arance, bellissime  :

 “  Pasternak scrive nel Dottor Zivago –Piangerò le mie lacrime per te in qualcosa di degno che rimanga-“ Sbuccia un’arancia e  mene porge una metà :

 “A volte si cerca negli altri il senso della nostra vita e non sempre si riesce, a volte manca l’amore , non perché non ci sia, ma non si riesce a dirlo, ho conservato nel cuore questi silenzi e aprendomi a lei è come se lo aprissi con un pugnale affilato, i tagli nell’anima sanguinano , rimarginiamoli con il succo della dolcezza, tra qualche giorno è la festa del papà, non mi sarà possibile incontrarlo neanche stavolta, quindi il mio regalo lo offro a lei,  prenda queste arance e le mangi con i suoi figli.”

 Accolgo il dono come un bene prezioso, non riesco a proferire parola, il sapore dell’arancia disseta l’arsura come la pioggia  sul deserto dopo un lungo periodo di siccità; ogni seme sparso sulla sabbia arida trova il suo momento per fiorire, le distanze sembrano sparire,  la mano del fornaio si leva verso la guancia del giovane e lascia  con la carezza una scia di profumo di pane .

La Polo blu  percorre l’autostrada verso la notte dell’est :

 “Scende la notte, sale la luna, dove andranno tutte queste auto, e questi camion! Stanno tornando a casa anche loro come me!”

Per un momento dimenticare tutto, abbandonare tutto, preoccupazioni, difficoltà, disagi, incomprensioni, voglia di scappare andare lontano,  le parole di una vecchia canzone inumidiscono le mie  labbra :

 “Improvvisamente sento che, nei miei pensieri per te, c’è una grande nostalgia, una gran voglia di andare via, vorrei trovarmi dove vivi tu” 

11 marzo 2003, la primasera

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Sono le cinque di sera, sono di nuovo all’ospedale, non  ho mangiato niente, non ho dormito  nel pomeriggio, il telefono ha squillato di continuo: cognate, parenti, amici, un tam-tam, tutti vogliono sapere quello che ancora non si sa esattamente, sarà così anche domani e gli altri giorni a venire. 

Per accedere al reparto , indosso  un grembiule,  mascherina sulla bocca, cuffia in testa, soprascarpe, tutto in carta verde chiaro,da  buttare dopo l’uso; con me poche altre persone, anche loro in visita agli “isolati”.

Quando siamo pronti suoniamo il campanello, una infermiera apre, ci controlla  se siano a posto , potremmo portare  batteri dall’esterno, aggravando con infezioni una situazione medica già precaria in  questi malati; le loro difese immunitarie sono minime. 

Per sdrammatizzare la situazione,  fuori dalla porta intono un canto; lo  ripeterò per tutto il mese nelle  visite: 

 “ E’ arrivato l’ambasciatore, con la piuma sul cappello, è arrivato l’ambasciatore a cavallo di un cammello…”

Una flebile voce dall’interno risponde: 

Ha portato la letterina, c’era scritto sai così…” 

la porta si apre e insieme nell’abbraccio terminiamo il  ritornello : 

“ Se mi ami, mi, mi, ti darò tutto il cuor, è arrivato l’ambasciatore!” 

  Sorride: “ Come stai? Hai mangiato? Hai parlato coi ragazzi? Come…”

“Prima di tutto come stai tu? Sei tu la malata! Per il resto tutto a posto, i ragazzi sono tranquilli, è inutile dirlo,  gli manchi,  sono preoccupati, domani saranno qui tutti e due, e se ti vedono bene come io ora, saranno più  sereni”.

Le guance sono due mele rosse : 

“ Mi hanno dato una sacca di sangue, una trasfusione, mi sento molto meglio, è come se mi avessero ricaricato le batterie .
Ho ancora una flebo attaccata.”

L’amore e la malattia hanno in comune quello stato d’animo per cui si rinuncia a voler apparire ciò che non si è, quindi è inutile persistere nella finzione che non sia fondata sulla pura realtà.

“ Sono sempre stata forte, in tutte le vicissitudini della mia vita, ma ti confesso ho paura.Mi stanno preparando, per una cura chemioterapica, comincerò domani o tra due giorni, non ho capito bene. Dopo, passa in biblioteca ti aspetta un giovane medico, le infermiere lo  mangiano con gli occhi, è proprio un bel ragazzo, mi sembra di aver capito che si chiami Massimiliano,  lui ti spiegherà la mia malattia e la cura .  Non so se ho capito o se non hanno voluto dirmi tutto, ero un po’ addormentata, stanca, prima di questa bomba nelle vene .” 

 “Chemioterapia? ”

 “ Sì, Sì, hai capito bene, questa parola  fa paura anche a me, ho pensato subito alle persone sottoposte a questo trattamento, come sono state male, il cranio pelato…la maggior parte di loro non c’è la fatta. Se io muoio,  con i ragazzi, fai quello che facevo io e continuerò a vivere con te, insieme abbiamo messo le nostre radici in loro”

“Non pensarlo neanche per scherzo, tu ce la farai, ce la faremo insieme, insieme abbiamo messo le nostre radici in loro, insieme continueremo a trasmettere ad Alessandro  e Matteo la nostra linfa. sei forte, ho molta speranza, sono sicuro, tu non molli.
Come un  lottatore , butterai fuori dal tappeto il male e vincerai.  Le tue amiche ti chiamano “Spi “ sei piccola ma tenace  come una spina,  farai scoppiare la leucemia come un pallone gonfiato e tornerai a casa più forte di prima. ” 

  Non c’è  coraggio senza la  paura.Il coraggio è una contraddizione, esso implica un forte desiderio di vivere che prende forma nell’ essere pronti a morire. Il coraggio non le manca, ma  deve lottare per farsi vedere forte dal me : 

“ Quando uscirò di qui, promettimi una cosa, continueremo a cantare insieme la gioia di vivere, ogni momento bello o brutto qualunque saranno la mia o la tua condizione.

Mi dispiace un po’ per i capelli, le ragazze qui, tra l’altro  gentilissime, hanno detto che  facilmente cadranno, sarebbe meglio accorciarli, magari sabato porta il rasoio elettrico col quale vi rasate tu e Ale”

  “Avrò  il tuo scalpo maledetto viso pallido”.

La malata è serena, parliamo un po’ di tutto : 

“Avrei dovuto accorgermene, le macchie scure comparse sulle gambe, non erano lividi  causati dalle botte prese nei lavori domestici; erano un segno della malattia. A saperlo…!

Adesso è meglio se vai a parlare con il dottore, fatti dire tutto, non ce bisogno che mi riferisci  del colloquio, tanto io sono qua, e vedrò in diretta come andranno le cose. Domani non venire riposa, ne hai bisogno quanto me, sei pallidissimo! Fai venire  le mie sorelle nel pomeriggio, ho bisogno di parlare con loro. Domani sera sarei felice di vedere i ragazzi! Mi sembra una vita che non li ho con  me.  Sento di averli trascurati in questo periodo di estrema stanchezza”.

“Non hai trascurato proprio nessuno, sei un po’ una rompiscatole, ma hai una generosità…” 

Mi sto commuovendo, mi  trattengo   e lascio sospesa la frase. Ci diamo un bacio attraverso la mascherina di carta:
“ Ci vediamo tra due giorni, riposati.
Ah! Dimenticavo, cerca una donna per la casa, non vorrei trovare il caos  quando torno”.

 Certo! L’ordine e la pulizia vanno al primo posto, neanche la malattia è così importante per lei.

Un ultimo saluto da dietro il finestrino sulla  porta.
Un velo triste annacqua i meravigliosi occhi azzurri di Neli.

11 marzo 2003, i figli

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 Entro in casa; mio figlio tornato dal lavoro per la pausa di mezzogiorno ha mangiato  qualcosa dalla nonna, è  davanti alla televisione, con la sua bella testona rasata  alza lo sguardo; occhi che scavano:

“E così papi, cosa hanno detto alla mamma?
Dov’è ?”

 Gli racconto tutto,  anche   la paura per ciò che potrà succedere.

Mi faccio forte  confidando la mia  debolezza per chiedere conforto.

 Si alza, corre in giardino. Si è sempre mostrato forte e chiuso nei sentimenti,  ha una perfetta conoscenza di quanto sia veramente amato e per ascoltare la voce dell’amore basta stare in silenzio, da soli.
Non l’ho mai visto piangere e comprendo quanto deve essere difficile contenere il  dolore internamente; non liberare lo sfogo è ancora più straziante. Lo raggiungo:
“Lasciati andare Alessandro, non vergognarti .”

Non voglio piangere quando tramonta il sole, le lacrime mi impedirebbero di vedere le stelle”

Poche parole sparse nel silenzio del dolore.

 “ Sei forte, insieme ce la faremo.  Ti lascio da solo ora.  Mi preoccupa di più  tuo fratello . Tra  dieci minuti sarà a casa di ritorno dalla scuola, gli preparo qualcosa da mangiare e poi gli parlo. Nel frigorifero c’è qualcosa per la cena, alle cinque torno dalla mamma e sarò a casa stasera, dopo le nove. Spero di potervi dare  notizie più  chiare e rassicuranti, mi raccomando fai il bravo.”

Come  lo amo ! Ho vissuto tutti i suoi giorni, gli sono stato accanto per tutti gli anni della scuola.  Queste le sue parole dopo la  maturità scientifica:                                                     “Era come se tu fossi stato nel banco con me tutti questi anni papà”.
A volte penso che il mio attaccamento, quasi un accanimento scolastico sia stato la causa dell’ addio ai libri di mio figlio:
“A stasera papi . Torno al lavoro. Porta un bacio alla mamma per me. Dille che domani io e Matteo saremo là, accanto a lei” . 

 La  sua barba  mi  punge nel bacio, è un uomo ormai.

 

 Il cancellino sbatte. Il passo lungo, nel Mongomery blu di panno col cappuccio sulle spalle, sciarpa da fedajn attorno al collo, capelli lunghi nell’aria frizzantina  di marzo, arriva Matteo:  

 “ Cosa c’è da mangiare oggi ? ”
La  classica frase, da sempre al ritorno da scuola. Ha diciotto anni; in giugno affronterà la maturità dello scientifico.

 Ho gli occhi arrossati, inutilmente mi sono lavato la faccia per nascondere ciò che sto passando. Il secondogenito ha già capito tutto, c’è qualcosa di grave , si butta  tra le  mie braccia  :

 “Stringimi forte, stringimi! Voglio andare dalla mamma. La devo vedere. Quando mi porti da lei”.

Con calma spiego tutto e cerco di fargli mangiare qualcosa.
Per un mese  per loro solo pane, prosciutto e macedonia. Quanta macedonia!

Sbuccio le banane, le affetto,  lo stesso con le fragole dopo averle lavate sotto l’acqua corrente del lavandino, poi tocca ai kiwi, qualche cucchiaiata di zucchero, una spruzzata di limone, mescolo un paio di volte   le fettine bianche, rosse e verdi e la macedonia è pronta.

11 marzo 2003, il compleanno di Neli

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La Volkswagen Polo blu, sta correndo verso il tramonto, macchine e camion mi scivolano accanto fischiando come il vento, il disco rosso magenta del sole filtra attraversa le  polveri e i gas di Milano, sfumature rosa sul profilo bianco delle Alpi Piemontesi  in lontananza .

 La freccia intermittente  indica a sinistra  l’uscita al casello di Bergamo.
Una lunga fila di automobili  torna in città, ci vorranno almeno venti minuti prima di arrivare all’Ospedale Maggiore. 

 Nel reparto  Ematologia è ricoverata Neli, l’ho portata stamattina per una visita.
Da un po’ di tempo si sentiva stanca e spossata, fa fatica a sbrigare i lavori domestici, non se la sente più di stirare, ha rinunciato alle passeggiate giornaliere. 

 Lo stress in seguito alla morte della madre, l’infortunio alla spalla della suocera, l’intervento di currettaggio ad un molare, la ferita non si asciuga, una piaga nera  in bocca.

Entra la dottoressa, tra le mani un bicchiere di latte caldo per Neli, in silenzio il bel gesto di solidarietà femminile, incrocio lo sguardo della donna con il foglio delle analisi del sangue : 

“I valori dell’ematocrito sono troppo bassi, ho già avvertito il reparto di ematologia, vi stanno aspettando”.

L’angoscia è una mela in gola.
Una lenta salita al calvario, Neli porta la sua croce sulle scale, ha il fiato grosso,  la sorreggo con un braccio sotto l’ascella , nell’altro ho la borsa con il necessario al ricovero.
L’avevamo previsto.
Antiche scale, consumate dal tempo, un gradino dopo l’altro il cuore pulsa sempre più in forte, mentre ai polmoni l’aria non sembra più arrivare, nella testa un forte ronzio annienta ogni pensiero.

Il primario, gentilmente ci fa accomodare nel suo studio :
“Voi lo sapete cos’è la leucemia? ”

Non lo lascio proseguire:
“ Nostra nipote lo scorso inverno ha donato il midollo, anche mia moglie è iscritta a questa associazione da un anno…”

Il dottore si alza di scatto dalla sua sedia :
“Vieni cara, dolce e generosa  ragazza, ora ci prendiamo noi cura di te”. 

Le infermiere ci accompagnano nella stanza d’ isolamento .

“ Mi sento più tranquilla qui,  torna a casa, parla coi ragazzi, saprai dire  loro quello che è giusto,  hai una grande  sensibilità per queste cose.

Dobbiamo avere fiducia, succeda quel che succeda, i giorni difficili passeranno come tutti gli altri.
Dammi un bacio!”

Via di corsa, le lacrime  sgranano come  le perle di un  rosario, l’aria ancora fredda di marzo nel cortile dell’ospedale mi azzanna come  un lupo della steppa.
Infilo la cuffia di lana e mi avvolgo la sciarpa attorno al collo:

 “Una leucemia !
Tocca sempre a lei soffrire!
Cosa dico ai ragazzi!
Quali parole usare!
Come  reagiranno…” . 

 L’ asfalto scuro corre veloce nel finestrino retrovisore, un pensiero come l’autostrada verso est mi allontana da mia moglie:

il bene dei figli viene prima di ogni altra cosa, la loro infelicità è più dolorosa della nostra.

Fuga di fine maggio

 Nubi  minacciose oscurano il cielo sulla nostra casa.

Balla sul cubo!  I cuori spezzati si fanno avanti col prezzo che devono pagare per guardarla, continuerà a sbattere finchè tutto sarà finito.

Finiremo per odiarci così papà.

Prendo i miei quattro stracci e mi dirigo diritto nella tempesta.

Spazzerò i sogni che vi affliggono.

Sarà una tromba d’aria distruggerà ogni cosa davanti a te,  non ha la fede per rimanere radicata in una famiglia.

I suoi sogni  e le menzogne  ti  spezzeranno il  cuore.


Ho fatto del mio meglio per vivere nel modo giusto, mi sveglio ogni mattina e vado al lavoro ogni giorno.

Ho un desiderio e non so resistere, non voglio nient’altro più di questo.

Questa vita non finirà mai, continuerà a cadermi addosso come pioggia.

Lavorerò nei campi  finché mi brucerà la schiena, gli  occhi diventeranno ciechi e il sangue rovente ribollirà nelle vene , esploderò e farò brandelli tutto ciò che mi circonda.

Vorrei prendere un coltello e tagliare via questo dolore dal cuore finchè si schiariscono le idee….

ma ora sono chiare, davvero chiare ho capito, scappo via, sono in ansia per un nuovo inizio.

Luci spente, il cuore martella, la testa mi scoppia, le budella sono sottosopra.

Sono preso tra due fuochi e non riesco a capire.

Ma so per certo che non me ne frega niente delle solite vecchie scene, ne di quelle in atto. Voglio il  suo cuore , voglio l’anima, voglio il controllo sulla mia  vita,  realizzare  il  sogno che mi  sveglia ogni notte con una paura così vera..

Ho speso la vita aspettando questo momento che non voleva arrivare e adesso non voglio più perdere tempo.

Il gallo canta mi alzo dal letto e mi infilo gli abiti da lavoro prendo la mia bicicletta ed esco alla prima luce del mattino. 

E’ una vita di lavoro, solamente una vita di lavoro, attraverso i campi del dolore, la stessa vita di mio padre una vita di lavoro che mi da in cambio il lavoro per tutta la vita.

Sono nato in questo sporco mondo pagando per i peccati commessi in passato da qualcun altro. 

Mio padre ha lavorato tutta la vita per nient’altro che dolore, per generazioni abbiamo ereditato i peccati,  ereditato le fiamme dell’inferno.

Sto correndo verso la città , dove mi ubriacherò.
Alzo il volume della radio così non devo pensare, accelero a tutto gas in cerca di un solo istante in cui il mondo sia giusto. Per arrivare alla sua stanza percorrerò l’oscurità di questa notte.

Busserò alla sua porta, lei sorridendo con grazia mi farà entrare, sa che voglio essere il suo ragazzo. 

Salverà  la mia tristezza.

Il cuore mi pulsa nel cervello. il sangue scorre nelle vene più veloce di questo nero asfalto quando mi bacia. 

Guido a tutta velocità verso la notte profonda, verso la luce dei suoi occhi.

Sono nato senza nulla e non appena ho avuto qualcosa vorrebbero portarmela via.

 Tutti hanno un sogno segreto e cercano per tutta la vita di afferrarlo se lo portano addosso in ogni passo che muovono, finchè un giorno se lo strappano via di dosso e lasciano che li schiacci a terra dove nessuno pone mai domande.

L’ha incontrata in un bar, con lo sguardo l’ha  portata via, 

ci sono le rughe attorno ai suoi occhi perché di notte piange al buio.

Tutti i sogni si sono infranti.

Resto a fissare il suo letto vuoto,

stanotte il mio bambino se n’è andato per sempre.