16 marzo 2003

Al di sopra della cima degli alberi

16 marzo, venerdì sera

Il fornaio, posa in fondo al letto di Neli una borsa e comincia a togliere tutto ciò che la moglie gli ha telefonato di portare elencando ad alta voce ogni cosa, poi estrae dalla borsa un foglio sul quale ha stampato col computer di casa le parole cantate in autostrada la sera precedente, lo porge alla moglie che dopo averlo letto letto gli dice con voce flebile: «Che belle parole, appendilo di fronte al letto, lo rileggerò durante la giornata e penserò di averti accanto. Cos’altro hai tra le mani. Una foto che ci ritrae tutti e quattro, bravo hai fatto bene a metterla nella cornicetta di plexigas, sta in piedi da sola, la appoggio qui sul comodino così vi bacio e mi sembrerà di avervi qui con me.  Il primo giorno di chemio mi ha distrutta, domani mi tagli i capelli, sono troppo stanca oggi, non ho nausee, nè vomito, ma un forte dolore allo stomaco. Pazienza. Non voglio sapere cosa ti ha detto il dottore, tu non sai fingere, mi diresti tutta la verità, e se mi dicessi qualcosa di grave mi abbandonerei allo sconforto, invece voglio essere forte. Non parliamo della malattia, racconta piuttosto come vanno le cose a casa».

«Tutti chiedono di te, il telefono è incandescente. Nel convento della zia a Desio e alla chiesetta del paese gli amici e i conoscenti stanno pregando lunghe catene di rosari per la tu guarigione».

Squilla il telefono: «Sono Suor Luigina, appena tornata dal Madagascar, chiamo dalla casa-madre in Francia, ma tra una settimana torno al paese così ci vediamo, mi fermerò per quattro mesi. Neli stai sicura guarirai, il mondo ha bisogno di persone generose come te. Non ti lasciamo andare. Sei una roccia e durerai ancora per tanti anni, abbi fiducia, la medicina fa miracoli. Confida nel Signo-re. Fai coraggio a Stefano, ne ha bisogno più di te ora, dovrà per un po’ tirare avanti da solo la baracca e con la sua fantasia chissà come ne uscirà da questa situazione. Saprete trasformare tutto in qualcosa di importante. Vi saluto. A presto».

La stanzetta dell’ospedale ha una linea privata e Stefano in due giorni ha distribuito il numero di telefono a tutti chiedendo di chiamarla per tenerla occupata in quella cella con la finestra sigillata.

17 marzo 2003

Il telepass ha fatto alzare la sbarra, Stefano è in autostrada. Sterzando al silenzio per evitare i pensieri che da giorni non lo lasciano dormire, pigia il tasto ON sull lettore CD dell’autoradio alzando il volume quanto basta. Il dischetto audio in policarbonato incastrato lì da anni diffonde musica e parole che conosce quasi a memoria; Bruce Springsteen lo accompagnerà fino all’uscita del casello di Bergamo. The boss canta di uomini “on the road”, vagabondi perduti per le strade, come prima di lui il giovane Dylan e prima ancora Woody Guthrie. Born to run, nato per correre, non è il suo caso, ha sempre odiato guidare ma deve fare in fretta, non vuole farla stare in pena in quel letto bianco d’ospedale. Terrà il suo piede destro incollato all’acceleratore fino al limite della velocità consentita; non ci sono segnali di stop, nessuno riuscirà a farlo rallentare. Solo con se stesso come ogni vagabondo su quel serpente d’asfalto non può tornare indietro. Seduto al volante stringe la fiducia fra i denti per cercare di imparare a camminare come gli eroi che pensava sarebbe potuto diventare dopo tutto questo tempo in cui ha scoperto di essere proprio come tutti gli altri.

Uno stormo di gabbiani reali incrociando la sua corsa, sorvola il ponte sul fiume seguendo la traccia grigiover-de dell’acqua inquinata da veleni e scarichi urbani. Un’altra triste realtà della moderna quotidianità, queste creature del mare hanno scoperto l’inesauribile risorsa alimentare rappresentata dall’immondizia prodotta dall’uomo. I pendolari del cielo, ogni giorno percorrono la stessa rotta dal lago alla discarica e ritorno. Se avesse le loro ali…

Il motore dell’anima corre sulla strada per un bacio senza fine, fino alla stanza d’isolamento, dove lei prigioniera lo aspetta. Gli sembra di sentire piangere l’intera città, incolpando la verità che li ha buttati a terra. Leucemia.

Raserà il cranio di Neli, prima della cura sezionerà il suo dolore. Come un angelo sfinito lei abbandonerà la testa sulla sua spalla, mentre in verità lui che ha estremo bisogno della moglie si aggrappa alla sua vita, è innamorato con tutta la magia che comporta.

L’autostrada prende fuoco, esplode di eroi a pezzi alla guida della loro ultima possibilità. Una trappola per topi invasori in un circuito pieno da scoppiare. Ognuno è lì che corre fuori dal suo finestrino. Evasi dalle loro tane di provincia, lanciati verso Milano, una trappola mortale, un invito al suicidio. Cerchioni cromati, motori a iniezione, diesel di muratori viaggiano a cavallo della linea di mezzeria. Ogni muscolo del suo corpo è in tensione, questa corsa gli sta strappando i tendini.

Una fila ininterrotta di forze motrici con le ruote enormi occupa la prima corsia. Non riesce a trovare spazio per muoversi velocemente, farebbero tutti meglio a scansarsi, perché sta correndo sulla corsia di emergenza. Sente il rombo del motore. Con la fede nella sua piccola utilitaria sta gridando il nome della sua donna nel freddo solitario mattino di marzo..

Lui non si è mai sentito un eroe, tutto quello che può fare è tirare il collo agli sporchi cavalli della sua vettura con la speranza di arrivare in qualche modo senza fare danni. Gli manca l’aria, abbassa il finestrino. Correrà ogni giorno, non tornerà senza di lei, camminerà con lei sul filo del rasoio perché è un viaggiatore solitario e im-paurito ma deve sapere cosa si prova.

Il sorriso è una ferita di un pallido rosa sulle labbra di Neli, la chemioterapia sta uccidendo il suo sangue malato. Vorrebbe morire con lei ma deve trovare il modo di arrivare presto all’interno del reparto di ematologia perché nel profondo della sua anima sente che andrà tutto bene, andrà tutto bene. Lo sta aspettando versando lacrime sulla città. Nel portafoto di metallo l’immagine di lei si perde tra le ultime luci della notte. Fuori la strada è in fiamme in un vero valzer di morte. Freccia a destra, la sbarra apre le porte della città. Respira veleno, rialza il vetro. Ferma la musica. Non è nato per correre.

In una stanza dell’ospedale Neli in angoscia, attende il suo uomo:

*Sembra così bizzarro questo tempo

d’attesa in una stanza

io che stavo al volante

mentre lui raccontava le sue storie

insieme ad ascoltare bella musica.

Lo immagino alla guida

distratto tra le nuvole e il paesaggio

e prego Dio che lo conduca attento

che me lo lasci accanto.

Arriverà con il suo amore intenso

principe della nostra consuetudine

azzurro che colora la speranza

e la tragedia vincerà per due.

Non sarà certamente uno qualunque

l’eroe che la sua donna vedrà bella

anche quando sarà senza capelli.

Io mi abbandonerò sulla sua spalla

alla sua forza che sorregge entrambi.

Starà correndo sull’asfalto ardente

per essermi vicino a consolare

quando intorno al mio viso

non ricadranno più le chiome bionde.

Ma lui che sa ogni cosa

della mia vita, d’ogni spina e rosa,

conosce le parole necessarie

i gesti nati dalla tenerezza

e pure nel dolore mi sa amare.

L’attesa è un orologio che va piano

ma lui chissà quanto si sente solo

vorrei che fosse già passato tutto

che mano nella mano

percorressimo ancora tanta vita

che finisse al più presto questa prova

che ci tiene lontani

a volte disperati, a volte soli

ma guarirò, per abbracciarlo ancora.

Sta correndo, lo so, starà sperando

che nessuno gli ostacoli il sorpasso.

Forse vorrebbe avere tra le mani

la cloche d’una Ferrari

o meglio ancora due potenti ali.

Ma giungerà per tempo

con lacrime nascoste nel sorriso.

Gli dirò ch’è l’eroe della mia storia

il dono più prezioso della vita.

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12 marzo 2003, il giovane medico

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La biblioteca del reparto è una stanza con una parete di volumi, faldoni e cartelle cliniche; Stefano alla finestra del terzo piano al di sopra della cima degli alberi sta osservando il giardino sottostante quando sente una voce dietro di sé: «Buonasera. Lei è il marito della signora della stanza nu-mero 3?»

«Sono io, buonasera dottore» gli stringe la mano.

«L’esame del midollo ha dato come esito una leucemia Promielocitica acuta. Questa parola fa sempre paura, le consiglio di non andare su Internet a fare inutili ricerche, non vale la pena preoccuparsi ulteriormente. Fino a pochi anni fa per questo tipo di malattia c’era poco da fare ma ora è stato sperimentato un nuovo protocollo di cura a base del farmaco Vesanoid che in una buona per-centuale di casi porta alla remissione completa.

«Cioè?»

«Alla guarigione».

Gli occhi di Stefano si illuminano. Il giovane medico lo fissa in volto come se lo conoscesse da sempre e aggiunge: «Sarò franco con lei. Prima che vi lasciate prendere da facili entusiasmi devo informarvi che il ciclo di terapia è molto forte, durerà quattro settimane qui in ospedale e se tutto procede bene, seguiranno sei cicli mensili di chemioterapia e poi due anni di cure di mantenimento. Non lo dica a sua moglie ma è necessario superare queste due prime settimane altrimenti non ce la farà. È arrivata qui in situazioni estreme, i valori del sangue sono al minimo, avreste potuto trovarla morta in casa». Stefano ha una leggera vertigine, per un momento tutto gli ruota attorno, il medico lo sorregge con delicatezza:  «Su, su, ho dovuto essere franco, preferisco non illudere le persone. Quando si conosce la gravità si affrontano meglio le battaglie. Sua moglie ha una carica e una fiducia che meritano tutte le nostre energie. Coraggio ce la faremo. Avete due figli a casa che stanno diventando uomini, hanno bisogno di voi, di tutti e due, una mamma e un papà».

Il padre nel sentire nominare i figli si lascia andare nelle forti braccia del giovane medico sciogliendo in lacrime la tensione della lunga giornata.

«Si sieda un momento, si sfoghi senza vergogna, non sempre si può stare a muso duro quando la vita ci sommerge e vorremmo fuggire via. Lei è un buon padre».

«Il buon padre dovrebbe dare un buon esempio. Ce l’ho messa tutta, ma quanti sbagli. Non ho capito che i figli hanno personalità autonome; li ho soffocati con la mia presenza, la mia esuberanza, mi sono infiltrato troppo nella loro vita. Non sempre sono riuscito a comprendere che gli spazi che si ritagliavano dovevano essere esclusivi per loro, ho proiettato su loro i miei sogni, i desideri, le paure, le frustrazioni, le mancate realizzazioni. Ho sempre cercato di mostrare loro la parte migliore di me e forse cercando di emularmi si sentivano perdenti, umi-liati e si sono sottratti agli impegni accontentandosi di vivere. Non sempre i padri riescono ad essere di buon esempio, spesso sono solo piccoli uomini, ragazzi adulti costretti a giocare in un ruolo più grande di loro».

Il dottore coinvolto dalla confidenza di Stefano gli risponde con trasporto emotivo: «Quello che più conta è il gesto d’amore, e non mi dica che si è risparmiato Stefano, scusi se la chiamo per nome. Un figlio accetta gli errori del padre, senza giudicarli perché un giorno si troverà nella stessa difficile situazione. Un buon padre è colui che continua la sua missione nonostante le risposte dei figli, è un tetto che ti protegge e continua ad esserci anche quando sei lontano e non sai trovare la strada di casa».

«Lei deve essere un bravo figlio, sarà orgoglioso di lei suo padre».

«Mio padre…—il dottore fa una lunga pausa, poi con discrezione e pudore le parole escono dalle sue labbra centellinate, pensate e pesate— mio padre è uno sconosciuto, non ho vissuto con lui, l’ho perso ancora prima di nascere, lui non è al corrente della mia esistenza ma per lui il mio cuore è pieno di nostalgia. L’ho aspettato tanto, non si è mai spento in me il desiderio di trovarlo per saper cosa vuol dire avere un padre che ti accompagni ti dia consigli e speranze e condivida con te il viaggio alla scoperta della vita. Quand’ero piccolo ogni anno in attesa della festa del papà, preparavo il mio regalo coltivando la speranza di incontrarlo sulla porta di casa o all’uscita di scuola, sognavo di corrergli in-contro e buttargli le braccia al collo ma ogni volta la sua assenza era una tenaglia che stringeva il cuore. Sulla mia guancia ha sempre bruciato la mancanza di una sua carezza».

La confidenza lascia spazi ancora bianchi che ammettono affrofondimenti in chi le ascolta, Stefano con una forza più grande del rispetto umano allunga una mano e accarezza il volto del giovane dottore e gli parla con familiarità dandogli del tu forse perchè lo vede come un figlio appena più grande dei suoi due: «Coltivi la speranza e l’amore per lui, lo troverà; le sue fattezze sul suo volto rischiareranno i momenti bui della sua vita, le paure e le incertezze che anche gli adulti provano dentro. La seguirà nel tempo che gli rimane da vivere. L’ascolterà,  rispetterà,  difenderà, cercherà di essere migliore affinchè il dono della sua vita renda migliore e più degna anche la propria».

Il dottore non è facile alle lacrime, ma è commosso, va in fondo alla stanza, prende un pacchetto, lo porta sul tavolo e scartandolo esclama: «Arance, bellissime e succose. A volte si cerca negli altri il senso della nostra vita e non sempre si riesce, a volte manca l’amore, non perché non ci sia, ma non si riesce a comunicarlo. Ho conservato nel cuore per anni queste parole e confidandole a lei è come se lo avessi aperto con una lama affilata; la ferita sanguina, rimarginiamola con il succo della dolcezza. Tra qualche giorno sarà la festa del papà, il mio regalo lo offro a lei, prenda queste arance e le mangi con i suoi figli». Sbuccia un’arancia e ne porge metà a Stefano che accoglie il dono senza proferire parola. Il sapore dell’arancia disseta l’arsura come la pioggia sul deserto dopo un lungo periodo di siccità; ogni seme sparso sulla sabbia arida trova il suo momento per fiorire. Il momento in cui i due si sono messi consapevolmente l’uno di fronte all’altro ha permesso loro di avere una buona immagine l’uno dell’altro che non li rende più estranei, ma li avvicina. Ci sono molti modi di essere presenti, le distanze sembrano sparire, la carezza del fornaio lascia una scia di profumo di pane sulla guancia del giovane.

Il dottore lo accompagna fino alle scale, poi corre alla finestra e lo osserva mentre attraversa il cortile:

«Stai tornando a casa dai tuoi due figli. Chi sei tu che colmi il mio cuore dell’assenza di un padre?. La tua presenza mi ha scosso, mi ha fatto vibrare e permesso di sperare in una rivelazione, in un abbraccio».

Scende la notte, sale la luna. Sull’autostrada la Polo blu corre verso est in fila con tutte le auto e i camion di coloro che stanno tornando a casa.

Per un momento Stefano vorrebbe dimenticare tutto, preoccupazioni, difficoltà, disagi, incomprensioni, e andare lontano e comincia a cantare: «Improvvisamente sento che, nei miei pensieri per te, c’è una grande nostalgia, una gran voglia di andare via, vorrei trovarmi dove vivi tu». La canzone gli ricorda il passato, una fitta al cuore, ma non vuole rivangare i giorni andati, si concentra su qualcosa d’altro, pensa al colloquio col giovane dottore: la sua faccia seria gli sembra di averla già vista, ma nella sua testa c’è una grande confusione, ha bisogno di riposo. Rientrato in casa, parla un attimo coi ragazzi, sbuccia un’ arancia, separa gli spicchi succosi e li offre ai suoi due figli, poi per la prima volta nella sua vita mette sulla lingua tre gocce di Lexotan, appoggia la testa sul cuscino, un attimo e…suona la sveglia, sono le quattro del mattino deve andare a fare il pane.

12 marzo 2003, la primasera

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Stefano nel pomeriggio è stato impegnato con un lungo giro di telefonate. Le cognate, i parenti, gli amici, tutti vogliono sapere, quello che ancora non si sa.

Il disco magenta del sole filtra attraverso le polveri e i gas di Milano, in lontananza le Alpi piemontesi mostrano un profilo bianco con sfumature rosa. La Volkswagen Polo blu corre incontro al tramonto, macchine e camion le scivolano accanto fischiando come il vento. Le freccie intermittenti di una lunga fila di veicoli che tornano in città segnalano a sinistra l’uscita al casello di Bergamo. L’orologio segna le cinque di sera quando arriva all’Ospedale. Per accedere al reparto in isolamento si deve indossare un grembiule, la mascherina sulla bocca, la cuffia in testa e i soprascarpe, tutto in carta verde chiaro. Lo spogliato è condiviso da poche altre persone, anche loro in visita agli “isolati”. Quando sono pronti suonano il campanello, un’ infermiera alla porta li controlla con lo sguardo se sono ben protetti, perchè potrebbero portare infezioni dall’esterno aggravando la salute già precaria dei malati le cui difese immunitarie sono minime.

Stefano fuori dalla porta della stanza della moglie, per sdrammatizzare la situazione intona una vecchia canzone che ripeterà per tutto il mese nelle sue visite: «È arrivato l’ambasciatore, con la piuma sul cappello, è arrivato l’ambasciatore a cavallo di un cammello…»

Una flebile voce dall’interno risponde: «Ha portato la letterina, c’era scritto sai così…» la porta si apre e insieme nell’abbraccio terminano il ritornello: «se mi ami, mi, mi, ti darò tutto il cuor, è arrivato l’ambasciatore».

Lei attacca con le domamde: «Come stai. Hai mangiato Hai parlato coi ragazzi? Come…».

«Prima di tutto come stai tu? Sei tu la malata. Per il resto tutto a posto, i ragazzi sono tranquilli, è inutile dire che gli manchi e che sono preoccupati, domani saranno qui tutti e due e se ti vedono bene come io ora saranno più sereni». Le guance della malata sono due pomelline rosa. «Mi hanno trasfuso una sacca di sangue, mi sento molto meglio, è come se mi avessero ricaricato le batterie».

L’amore e la malattia hanno in comune quello stato d’animo per cui si rinuncia a voler apparire ciò che non si è quindi è inutile persistere nella finzione che non sia fondata sulla pura realtà. «Sono sempre stata forte in tutte le vicissitudini della mia vita ma ti confesso ho paura. Mi stanno preparando, per una cura chemioterapica, comincerò domani. Dopo passa in biblioteca, ti aspetta un giovane medico. Le infermiere lo mangiano con gli occhi, è proprio un bel ragazzo, mi sembra di aver capito che si chiami Massimiliano, ti spiegherà la mia malattia e la cura. Non so se ho capito bene o se non hanno voluto dirmi tutto, ero un po’ addormentata e stanca prima di questa bomba nelle vene, secondo me il sangue era quello di un lottatore».

«Chemioterapia?».

«Sì, Sì, hai capito bene, questa parola fa paura anche a me, ho pensato subito alle persone sottoposte a questo trattamento. La maggior parte di loro non ce l’ha fatta. Se io muoio, con i ragazzi fai quello che facevo io e continuerò a vivere con te, insieme abbiamo messo le nostre radici in loro».

«Non pensarlo neanche per scherzo, tu ce la farai, ce la faremo insieme, insieme continueremo a trasmettere a Daniele e Mario la nostra linfa. Sei forte, ho molta speranza, sono sicuro, tu non molli; coi globuli rinnovati come quelli del lottatore di sumo butterai fuori dal tappeto il male e vincerai. Le tue amiche ti chiamano Spi perchè sei piccola ma tenace come una spina, farai scoppiare la leucemia come un pallone gonfiato e tornerai a casa più forte di prima».

Non si ha coraggio se non si ha paura. Il coraggio è una contraddizione che implica un forte desiderio di vivere e prende forma nell’essere pronti a morire. Il coraggio non le manca, ma deve lottare per mostrarsi forte al marito: «Quando uscirò di qui, promettimi che continue-remo a cantare insieme la gioia di vivere ogni momento bello o brutto qualunque saranno la mia o la tua condizione. Mi dispiace un po’ per i capelli, le infermiere sono gentilissime e mi hanno detto che sarebbe meglio accorciarli, magari sabato porta il rasoio elettrico col quale vi rasate tu e Daniele. Avrei dovuto accorgermene, le macchie scure comparse sulle gambe non erano lividi causati dalle botte prese nei lavori domestici ma un sintomo della malattia.  Adesso è meglio se vai a parlare con il dottore, fatti dire tutto, non c’è bisogno che mi riferisci del colloquio, tanto io sono qua e vedrò in diretta come andranno le cose. Domani non venire, riposa, ne hai bisogno quanto me, sei pallidissimo. Nel pomeriggio fai venire le mie sorelle, ho bisogno di parlare con loro. Domani sera sarei felice di avere qui i ragazzi. Mi sembra una vita che non li vedo. Sento di averli trascurati in questo periodo di estrema stanchezza».

«Non hai trascurato proprio nessuno, sei un po’ una rompiscatole, ma la tua generosità …» Stefano si sta commuovendo ma si trattiene e lascia in sospeso la frase con il bacio filtrato dalla mascherina di carta.

«Ci vediamo tra due giorni. Riposati. Ah! Dimenticavo, cerca una donna per la casa, non vorrei trovare il caos quando torno». L’ordine e la pulizia vanno al primo posto, neanche la malattia è così importante per lei.

Un velo triste annacqua i meravigliosi occhi azzurri di Neli che saluta il suo uomo sulla porta aldilà dell’oblò.

12 marzo 2003, i figli

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Dopo una ventina di chilometri, uno dei percorsi di ritorno più duri della sua vita Stefano entra in casa. Il primogenito Daniele tornato dal lavoro per la pausa di mezzogiorno dopo aver pranzato dalla nonna paterna sta guardando la televisione. La bella testa rasata punta gli occhi in faccia al padre e domanda:  «E così papi, cosa hanno detto alla mamma». Il padre gli racconta tutto rivelando la paura per ciò che potrebbe succedere, come tutte le persone forti sa confidare le proprie debolezze e chiedere conforto.

Daniele si alza, corre in giardino, si è sempre mostrato forte e chiuso nei sentimenti, ha una perfetta consapevolezza di quanto sia veramente amato e per ascoltare la voce del cuore gli basta stare in silenzio da solo. Il padre non lo ha mai visto piangere, comprende quanto deve essere difficile contenere il dolore, lo raggiunge sotto le querce: per dirgli: «Lasciati andare Daniele, non ti devi vergognare».

Poche parole del figlio infrangono la sua angoscia: «Non voglio piangere quando tramonta il sole, le lacrime mi impedirebbero di vedere le stelle, dobbiamo essere forti papà, conta su di me». Il padre lo abbraccia: «Tu sei forte, insieme ce la faremo. Ti lascio solo, mi preoccupa di più tuo fratello Mario, tra dieci minuti sarà a casa di ritorno dalla scuola, gli preparo qualcosa da mangiare e poi gli parlo. Nel frigorifero c’è qualcosa per la cena, alle cinque torno dalla mamma e sarò di ritorno stasera dopo le nove. Spero di potervi fornire notizie più chiare e rassicuranti, mi raccomando fai il bravo».

Ama quel figlio, ha condiviso tutti i suoi giorni, gli è stato accanto per tutti gli anni della scuola fino alla maturità dello scientifico, come se fosse stato nel banco con lui tutti quegli anni. A volte pensa che quell’attaccamento accanito sia stata la causa dell’abbandono allo studio di Daniele che dopo il diploma decise di trovarsi un lavoro. «A stasera papi. Torno al lavoro. Porta il mio bacio alla mamma. Dille che domani io e Mario saremo là, accanto a lei» . La barba del figlio punge, è un uomo oramai.

Il cancello sbatte annunciando l’arrivo di Mario nell’aria frizzantina di marzo. Passo lungo, mongomery blu di panno con cappuccio sulle spalle, sciarpa da fedajn attorno al collo, il diciottenne dai capelli lunghi che in giugno affronterà la maturità dello scientifico rivolge al padre la classica frase di sempre al rientro da scuola: «Cosa c’è da mangiare oggi». Il padre ha gli occhi arrossati, inutilmente si è lavato la faccia per nascondere ciò che sta passando. Il figlio intuendo al volo la gravità della situazione si butta tra le sue braccia: «Stringimi forte, stringimi. Voglio andare dalla mamma. La devo vedere».

Stefano con calma spiega tutto quello che sa e cerca di fargli mangiare qualcosa, non ci sa fare coi fornelli, per un mese saprà preparare per loro solo pane, prosciutto e macedonia. Tanta macedonia. Sbuccia e affetta le banane, fa lo stesso con le fragole dopo averle lavate sotto l’acqua corrente del lavandino, poi tocca ai kiwi, qualche cucchiaiata di zucchero, una spruzzata di limone, mescola un paio di volte col cucchiaio le fettine bianche, rosse e verdi e la macedonia è pronta. Una madre o un padre, se sono veramente tali, non avvertono la fatica di un lavoro stressante, di veglie e di sacrifici quando li compiono per i loro figli. La ca-ratteristica fondamentale dell’amore è la gratuità, non si ammette l’interesse o il calcolo; non si attende ricompensa e neppure gratitudine, perché per la persona amata si vuole solo il bene e la felicità.

12 marzo 2003

Capitolo II – La corsa e l’attesa

Neli è in Ospedale. Da un po’ di tempo si sentiva stanca e spossata, faticava a sbrigare i lavori domestici, non se la sentiva più di stirare, aveva rinunciato alle passeggiate quotidiane, era convinta che il suo malessere fosse dovuto allo stress causato dalla morte improvvisa della madre, dall’infortunio alla spalla della suocera e per ultimo dall’intervento di currettaggio a un molare la cui la ferita non si asciuga e ha formato una dolorosa piaga nera. La dottoressa di stomatologia che ha eseguito le analisi del sangue in tempo record entra nella stanza portando con sè un bicchiere di latte caldo; un bel gesto di solidarietà femminile apprezzato da Stefano che incrociando lo sguardo della donna in camice bianco ha intuito immediatamente la gravità delle condizioni di salute della moglie. «I valori dell’ematocrito sono troppo bassi, ho già avvertito il reparto di ematologia, vi stanno aspettando».

Nella lenta salita fino al terzo piano Neli porta con affanno la sua croce; il marito la sorregge con un braccio, hanno con sé la borsa che contiene il necessario per il ricovero; l’avevano previsto. Antiche scale consumate dal tempo, un gradino dopo l’altro, il cuore pulsa sempre più forte, l’aria fatica ad arrivare ai polmoni, un forte ronzio nella testa annienta ogni pensiero. Il primario li accoglie nel suo studio e con garbo chiede: «Voi lo sapete cos’è la leucemia?».

Stefano non lo lascia proseguire: «Nostra nipote lo scorso inverno ha donato il midollo, anche mia moglie è iscritta a questa associazione da un anno».

Il dottore si alza di scatto dalla sedia: «Vieni cara, ora ci prendiamo noi cura di te». La cinge alle spalle con un braccio; chiama la caporeparto per eseguire all’istante un prelievo; fa disporre la camera di isolamento e rivolgendosi a Stefano aggiunge: «Mentre lei saluta sua mo-glie, le faccio compilare un permesso per oggi. Può entrare a qualsiasi ora, da domani però si atterrà all’orario delle visite».

Neli accarezza il viso del marito e gli dice: «Mi sento più tranquilla qui, tu torna a casa e parla coi ragazzi, saprai dire loro quello che è giusto, tu hai una grande sensibilità per queste cose. Dobbiamo avere fiducia qualsiasi cosa succeda, i giorni difficili passeranno come tutti gli altri. Dammi un bacio».

Via di corsa. Le lacrime sgranano dagli occhi come perle di un rosario. Nel cortile dell’ospedale infila guanti e cuffia di lana e avvolge la sciarpa attorno al collo per affrontare l’aria fredda di marzo.

«Leucemia. Tocca sempre a lei soffrire».

L’asfalto scuro corre veloce nel finestrino retrovisore. Il pensiero dei figli lo allontana dalla preoccupazione per la moglie, il loro bene viene prima di ogni altra cosa, la loro infelicità è più dolorosa della propria.

«Cosa dico ai ragazzi. Quali parole usare. Come reagiranno».

Fuga di fine maggio

 Nubi  minacciose oscurano il cielo sulla nostra casa.

Balla sul cubo!  I cuori spezzati si fanno avanti col prezzo che devono pagare per guardarla, continuerà a sbattere finchè tutto sarà finito.

Finiremo per odiarci così papà.

Prendo i miei quattro stracci e mi dirigo diritto nella tempesta.

Spazzerò i sogni che vi affliggono.

Sarà una tromba d’aria distruggerà ogni cosa davanti a te,  non ha la fede per rimanere radicata in una famiglia.

I suoi sogni  e le menzogne  ti  spezzeranno il  cuore.


Ho fatto del mio meglio per vivere nel modo giusto, mi sveglio ogni mattina e vado al lavoro ogni giorno.

Ho un desiderio e non so resistere, non voglio nient’altro più di questo.

Questa vita non finirà mai, continuerà a cadermi addosso come pioggia.

Lavorerò nei campi  finché mi brucerà la schiena, gli  occhi diventeranno ciechi e il sangue rovente ribollirà nelle vene , esploderò e farò brandelli tutto ciò che mi circonda.

Vorrei prendere un coltello e tagliare via questo dolore dal cuore finchè si schiariscono le idee….

ma ora sono chiare, davvero chiare ho capito, scappo via, sono in ansia per un nuovo inizio.

Luci spente, il cuore martella, la testa mi scoppia, le budella sono sottosopra.

Sono preso tra due fuochi e non riesco a capire.

Ma so per certo che non me ne frega niente delle solite vecchie scene, ne di quelle in atto. Voglio il  suo cuore , voglio l’anima, voglio il controllo sulla mia  vita,  realizzare  il  sogno che mi  sveglia ogni notte con una paura così vera..

Ho speso la vita aspettando questo momento che non voleva arrivare e adesso non voglio più perdere tempo.

Il gallo canta mi alzo dal letto e mi infilo gli abiti da lavoro prendo la mia bicicletta ed esco alla prima luce del mattino. 

E’ una vita di lavoro, solamente una vita di lavoro, attraverso i campi del dolore, la stessa vita di mio padre una vita di lavoro che mi da in cambio il lavoro per tutta la vita.

Sono nato in questo sporco mondo pagando per i peccati commessi in passato da qualcun altro. 

Mio padre ha lavorato tutta la vita per nient’altro che dolore, per generazioni abbiamo ereditato i peccati,  ereditato le fiamme dell’inferno.

Sto correndo verso la città , dove mi ubriacherò.
Alzo il volume della radio così non devo pensare, accelero a tutto gas in cerca di un solo istante in cui il mondo sia giusto. Per arrivare alla sua stanza percorrerò l’oscurità di questa notte.

Busserò alla sua porta, lei sorridendo con grazia mi farà entrare, sa che voglio essere il suo ragazzo. 

Salverà  la mia tristezza.

Il cuore mi pulsa nel cervello. il sangue scorre nelle vene più veloce di questo nero asfalto quando mi bacia. 

Guido a tutta velocità verso la notte profonda, verso la luce dei suoi occhi.

Sono nato senza nulla e non appena ho avuto qualcosa vorrebbero portarmela via.

 Tutti hanno un sogno segreto e cercano per tutta la vita di afferrarlo se lo portano addosso in ogni passo che muovono, finchè un giorno se lo strappano via di dosso e lasciano che li schiacci a terra dove nessuno pone mai domande.

L’ha incontrata in un bar, con lo sguardo l’ha  portata via, 

ci sono le rughe attorno ai suoi occhi perché di notte piange al buio.

Tutti i sogni si sono infranti.

Resto a fissare il suo letto vuoto,

stanotte il mio bambino se n’è andato per sempre.