Serafino aveva un sifolo       
Come piccoli rimorchiatori , consapevoli della nostra inesperienza, sereni, uniti come anelli della catena, trasciniamo la stanca nave all’estremo confine del porto, per il viaggio verso l’oceano infinito.

Siamo tutti qui dietro la lunga automobile nera metallizzata, noi adulti in disparte e tutti i ragazzi a fare ghirlanda attorno al tuo legno, qualcuno piange, altri mandano un bacio, Francesca tocca la cassa prima che il portello si chiuda, Stefano, Ale, Claudia, Emanuela, Simone e Cristina stanno a guardare mentre la vettura si allontana.
Matteo in macchina sta già correndo verso la forneria, deve continuare la consegna dei sacchetti di pane, asciuga gli occhi infilando la mano sotto i ray-ban.
Sulla strada di casa, la piccola bionda Rachele si affianca, la sua manina mi aggancia:
“Zio ma qui sono tutti tristi, ti prego fammi passare questa malinconia, inventiamo una delle tue storie”.
Stringo la piccola mano ingoio in nodo che mi soffoca il respiro e inizio una filastrocca:

”                    All’ombra del tiglio, la moglie ha detto al figlio,
cogli il giglio a un miglio dallo scoglio,
posalo su una teglia o su un foglio,
sulla paglia della gabbia dei conigli è meglio…….

vuoi continuarla tu ora Rachele?”
Un refolo di vento muove le foglie del viale alberato, sento la “presenza”.
Una canzone ascoltata trent’anni, una canzone del suo essere bambino tra i campi di granturco:

“Serafino aveva un sifolo,

sifolava tanto ben

e quando c’era nigolo

il cielo diventava seren.

Serafin se fet, so che, so mia se fa ,

sifule ,sifulerem insiem.

Tutte le donne facevano silenzio

per ascoltar quel sifolo

per ascoltar quel sifolo.

Tutte le donne facevano silenzio

per ascoltar quel sifolo

sifolava tanto ben”.

…..e poi cominciava a fischiare
.

Comincio a correre, la cravatta mi stringe la gola , allento il nodo, allungo il passo, la voce di Rachele mi chiama, si allontana, mi sbottono la camicia, fa caldo alle 10 del 26 giugno, corro, corro; il fischio continua.
Sento sempre più forte una canzone dei Subsonica “Strade”:

                            FORSE STA A POCHI METRI DA ME QUELLO CHE CERCO
E VORREI TROVARE LA FORZA DI FERMARMI,
PERCHE’ STO GIA’ SCAPPANDO
MENTRE NON RIESCO A STRINGERE PIU’ A FONDO
E ORA CHE STO CORRENDO VORREI CHE FOSSI CON ME CHE FOSSI QUI.
SENTO A POCHI METRI DA ME QUELLO CHE C’ERA
E VORREI TROVARE LA FORZA DI VOLTARMI
PERCHE’ SE STAI SVANENDO
IO NON CI RIESCO A STRINGERE PIU’ A FONDO
ORA CHE SOTTO IL MONDO VORREI CHE TU FOSSI QUI.


Arrivo al cancello della casa; chiuso; lancio la giacca sulla ringhiera la scavalco e mi dirigo verso l’orto. Seduto al muretto accanto alle piantine di pomodori ora grossi e verdi, guardo le galline, non si accorgono della mia commozione e mi lascio andare, qui non mi vede nessuno.

Al cancello Rachele mi chiama, ho tutto il tempo di sciacquare il viso e le guance alla fontanella nel prato; arrivano anche gli altri, sento lo scatto della serratura automatica, si fermano sotto il portico, nessuno se la sente di scendere nello scantinato al fresco, la “casa di tutti” ora è solo di un’ erede, tutti gli altri non si sentono di varcare la soglia, non ce la fa neanche la nuova padrona l’ultima delle sorelle, la madre della piccola e di Clotilde.

Arrivano tutte e due insieme le ultime nipoti:
“Zio, che corsa non riuscivamo a starti dietro, sei il solito matto, tutti seri e tu via nel vento”
Clotilde ha dodici anni , intuisce, appoggia la testa sulla mia spalla:
“Verrai ancora a trovarci in questa casa ora che non c’è più il….
Zio lo incontreremo ancora il nonno?”
“Io lo incontro ogni volta che voglio.”
“E dove indicami il posto vorrei esserci anch’io”
Apro la camicia e punto il dito al centro del petto.
“Qui”.

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