COME DOWN IN TIME

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Sono le quattro del mattino.


E’ buio,
in pochi silenziosi secondi sono sceso
 ad incontrarlo.
 
Il bagliore della luna attraverso i vetri dell’ingresso

guidano i miei passi fino in fondo alla scala.


 
Apro la finestra dello studio,
la brezza che anticipa
 l’alba mi rinfresca,
un manto di luce soffusa risplende nella stanza.
 
Suoni notturni discordanti
 cantano.
Sono le canzoni stonate delle automobili

lanciate in corsa sull’autostrada.
 
Il canto modulato del merlo chiama la sua compagna
sul ramo 

più alto del pino marittimo.


 
Sento chiara la sua voce nelle mie orecchie:


“Scendi che è l’ora”


è il messaggio che mi ha dato nel sonno.


“Scendi che è l’ora ed io ti incontrerò a metà strada”.



 
Non so se avrei dovuto ascoltarlo,
ma un’amicizia
 come la sua è difficile da trovare
ed io ho camminato
 per la maggior parte del sentiero da solo
fino a che
 ho cominciato a stargli vicino,
ad occuparmi di lui.


Allora, solo allora ho conosciuto il valore della parola amico. 


 
Ho ascoltato la voce nel sonno,
sto cominciando
 a pensare che lui non verrà,
provo a pensare che
 le sue magre e lunghe braccia mi stringano
mentre

 mi lascia da solo a contare le stelle nella notte.

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La vigilia di Natale nella casa del mais

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ll tavolo e le sedie sono contro il muro, il piano della vecchia credenza è libero, carte, vasetti, fotografie, via tutto, li hanno fatti sparire, son rimaste le due foto incorniciate, uno accanto all’altra, i due coniugi si guardano:

-Sembra ancora più vuoto lo scantinato stasera-

-Hai ragione, fa anche più freddo, potessi mettere qualche pezzo di legna nella stufa per diffondere calore in questa stanza-

-A cosa servirebbe, oramai la vigilia di Natale la festeggeranno da qualche altra parte.-

-Mi sarebbe piaciuto vedere le bambine scartare i regali degli zii –

-Per Rachele certamente un gioco, ma Clothy, non hai visto come si è fatta grande?. Ha dodici anni, è una signorina, le zie sicuramente avranno pensato a qualche cosa di diverso da un giocattolo-

-Eh  sì, io non ci arrivo mai a queste cose, non me ne sono mai accorto che gli anni passavano mentre figli e nipoti diventavano grandi e uno alla volta se ne andavano per la loro strada; ora che me ne sono andato anch’io chi consume-rà tutta la legna che avevo accatastato?-

– Ti preoccupi per la legna, a me mancano tanto le lucine del presepe che aveva costruito  nostro figlio Guido; ogni anno illuminava a festa questo stanzone, ricordi quando rimanevamo soli noi due, spegnevamo tutto e stavamo a guardare le statuine mentre fuori soffiava il vento o fioccava-

-Sì, poi mi mandavi fuori a portare qualche briciola ai passerotti  infreddoliti che saltellavano e pigolavano alla porta-

-E’ stato tutto così bello!-

-Così breve-

-La nostra vita……


arriva qualcuno-

-Da come ha sbattuto la portiera e da questo rumore metallico credo sia nostro genero Fausto il marito di Neli.-

-Sì, è proprio lui, nessun altro scavalca il cancello, hai sentito il tonfo?. E’ già alla porta, vedo la sua figura dietro ai vetri.-

 

-Brrr che freddo! Meno male che la porta dello scantinato è sempre aperta, non c’è niente da rubare qua. Ho fatto bene a non ascoltare Neli, son venuto subito e preparo la sorpresa della vigilia. Le  tre sorelle  e il fratello Guido hanno deciso di aprire i regali  su nell’appartamento al primo piano, dalle bambine, ed io invece allestisco qui come una volta.

Ora accendo subito la stufa, non risparmio la legna, tanto c’è  n’è ancora una montagna la fuori da far sparire, poi tiro il tavolo in mezzo alla stanza, dov’era una volta, ci metto sopra il presepio che sicuramente troverò ancora nella  scatola di cartone chiusa in  ripostiglio e starò qui ad aspettare che arrivino gli altri, e quando entreranno farò partire il lettore Cd con le  cornamuse  scozzesi. Vado…

Eccoli lì al loro posto gli sposi, ora vi farò stare al caldo e poi riscalderò ancor di più i vostri e gli altri cuori.

Che bel pensiero, come mi fa star bene  pensare di vederli qui tutti, lui ha sempre qualche trovata per coinvolgere la nostra famiglia eppure non è nostro figlio-

-Per come mi ha accompagnato negli ultimi mesi per me è come lo sia stato sempre. Quando mi vegliava la notte, lui non stava nella cameretta accanto, entrava a letto con me, parlavamo invece di dormire. Mi diceva  quanto i nostri figli ci amassero e voleva sapere tutto della nostra storia, che  io e te eravamo il suo modello di amore di coppia e come genitori. Quanto mi sono aperto con lui! Gli ho raccontato momenti che nessuno ha mai ascoltato, i nostri momenti più belli, più intensi-

-Anche io ho sempre sentito questo suo affetto.

La sera prima di “andarmene”, mentre  si abbassava per darmi l’ultimo bacio, li-sciandogli  la guancia con una carezza gli ho sussurrato all’orecchio di prendersi cura di te al mio posto se non fossi tornata a casa-

-Hanno mandato lui ad avvisarmi della tua morte, Guido e le ragazze non avevano il coraggio oppure non sapevano come fare, invece lui, che grinta!. Mi  ha dato quella pugnalata ed è stato lì fermo davanti a me, si è lasciato scrollare, mi ha lasciato imprecare e poi mi ha accolto tra le braccia come un bambino.

E come un bambino mi sono affidato a lui quando con il peggiorare della malattia le mie forze non mi hanno più sostenuto. La delicatezza con la quale mi lavava, mi vestiva!. Non ero imbarazzato con lui e quando il prurito mi tormentava tutto il corpo mi abbandonavo  al sollievo e al piacere del suo massaggio con il talco mento-lato come se le sue mani fossero le tue…

-E’ vero, ero vicina a lui in quei momenti ti toccavo con le sue mani , ti ho stretto con le sue braccia e ti ho baciato con le sue labbra quella sera nella doccia quando tu  sfinito e senza forze ti sei completamente abbandonato a lui –

In quel momento  ho sentito la tua presenza , ho raccolto tutte le forze ho stretto le mani attorno ai suoi fianchi dove stavo aggrappato come un glicine al palo di soste-gno e dopo averlo baciato sulla fronte gli ho detto  a bassa voce  che gli volevo bene-.

Mi sto commuovendo, si sta facendo l’umidità sul vetro della mia cornice.

Guarda che bel fuoco, si è ricordato di mettere anche il padellino dell’acqua sui cerchi della stufa, mi dispiace non riesca a trovare il presepe, non sa che lo ha ripreso nostro figlio Guido come ricordo-

Non preoccuparti ha talmente tanto estro che non  mi stupirei se in quattro e quattr’otto inventasse dei personaggi con le pannocchie di granoturco che sono appese ancora nel pollaio o con qualche pezzo di carta, ricordi i suoi omini fatti con la tecnica giapponese dell’origami?-

-Eccolo è deluso  ma sta trafficando qui davanti a noi per cercare qualcosa nei cassetti di questa credenza .
SSSST!-

 

-Il presepe deve averlo preso qualcuno, spero non l’abbiano buttato via, dove passano quelle tre matte fanno un repulisti, mia moglie spazza via tutto con la rapidità di un tornado…qui non c’è niente….niente neanche qua….oh qui c’è una scatola di lumicini di cera,  è già qualcosa, mi sembra che ci fossero ancora delle statuine, un Gesù Bambino…. eccolo qua il Gesù è anche bellino deve essere quello del lavoretto  fatto alla scuola materna da uno dei nostri figli o di quelli di Rosa e Cele, lo prendo ….non c’è più niente….ho poco tempo per inventare qualcosa. 

Metto un pezzo di carta in centro al tavolo….

lo ricopro col muschio raccolto dietro al muro del pollaio….

faccio  una culla con la foglia secca della pannocchia…

posto il Bambino Gesù ….

metto tutto intorno i lumini e li accendo…

mi dispiace per Giuseppe e Maria a saperlo li portavo da casa ora è troppo tardi stanno arrivando vedo i fari al cancello, spengo la luce….

Giuseppe e Maria …

Giuseppe e Maria…-

Giuseppe e Maria…-

 

Le bambine sono le prime a scendere dalla macchina:

-
Clothy c’è una luce in cantina chiama la mamma-

-Mamma vieni giù anche tu, chiama le zie io ho paura ad entrare, si sente una musica come di zampogne-

– Rosa, Marina, Guido,venite a vedere, chi ha acceso la stufa?-

– C’è anche qualcosa sulla tavola…dei lumini accesi.-

 

-Guarda Maria sono qui tutti attorno i nostri figli, guardano il presepe-

– San Giuseppe e la Madonna siamo noi nelle cornicette, qui sul muschio accanto al Gesù  Bambino di gesso-

 

-Credo di sapere chi ha messo la foto dei nonni lì  sul tavolo-

-Clothy ma dov’è lo zio Fausto?-

-Rachele ci scommetti che so dov’è, apri la porta della doccia-.

Il canto dell’angelo dalle ali accartocciate

Perchè è lui che sa
dare ad una farfalla
ali abbastanza ampie
da spiccare salti
a viso puntato
verso il cielo e
farmi volare.

Per poi planare
adagio
nel bassobosco
che Lui
ha creato per me.

E divertirmi
e affascinarmi
con i colori
delle foglie
dell’autunno..

a dipingere un paesaggio
di immagini e suoni
per dare al vento
un senso
e svariate direzioni,

Per alleggerire un animale
dal peso che porta
sulle spalle
e indicargli la via dell’istinto.

Per ritrovare nelle
foglie secche
il piacere
e la malinconia
dell’età che
sViene.

Per dare ad una farfalla
i colori caldi del ricordo
e dell’Amore
del nero e del rosso
del fuoco e della cenere
dalla quale solo una fenice
può rinascere.

Pane e convolvoli

una poesia regalo per il falconiere
scritta dalla carissima amica

Cristina bove

Le mani infarinate asciuga nel grembiule

intanto il forno sta tingendo l’aria

della fragranza nota

batte sui tasti e scrive d’ipomee

alba e blu-viola

lui che impasta parole come pani

e ne porge bocconi

conditi con l’amore della vita

inventa storie

di sentimenti e accadimenti vari

il mio amico di penna e di poesia

mentre d’intorno

gli sorride il mondo

Io che non so di lievito e farine

e mangio il pane che un poeta impasta

credendo di far solo una pagnotta

e vola oltre il suo braccio

falco di giorno

falconiere di notte

Il secondo viaggio

Settembre 2003

Il mare, la costa della Toscana, file di pini marittimi, oleandri fioriti bianchi e rosa,
tra un ‘ora saremo a Castiglione della Pescaia, è il nostro secondo viaggio di nozze
siamo ancora qui insieme su questa strada, 25 anni fa coppia nuova in jeans attillati
e camicie a quadretti,95 chili in due, il tettuccio della nostra Dyane 6 che si gonfiava
con i finestrini aperti, sembrava un volo quel viaggio.
Alla radio una canzone di Battisti. Alzo il volume.

Lucio Battisti – Neanche Un Minuto Di “Non Amore”

“Salgo in auto e parto , mi giro verso te, 

al telefono mi hai detto sì d’accordo alle tre,

dal timbro della voce non sembravi tu ,

quel tono che mi piace no, non c’era più,

ma cosa è accaduto quando è accaduto,

no, non è possibile, improvvisamente no

Il traffico che corre la gente nei caffè,

la mente mia che scorre e indaga su di te,

le ultime espressioni le cose fra di noi ,

le minime emozioni i gesti gli occhi tuoi,

neanche un minuto di non amore

questo è il risultato dei pensieri miei

eppure qualcosa c’è impercettibile per me

ma per te è importante lo sento è presente,

che grida e intanto grida un clacson dietro me,

sognando questa strada che mi separa da te

neanche un minuto di non amore

ripeto questa frase ossessionato mentre vedo te.

Ciao come stai? dimmi cos’hai parcheggio dopo.

Dimmi che cos’hai.”

Dudududududududu dududududududu

nannanannananna nananana nannanna

“neanche un minuto di non amore

questo è il risultato dei pensieri miei……

Così hai perso il posto hai pianto che altro c’è

nient’altro questo è tutto volevi star con me………

Accosto 
– Stai piangendo Marina! Cosa c’è ….è stata la canzone-
– Scusa … la nostalgia…. eravamo così spensierati…. due ragazzini con una vita davanti, pronti a tutto niente ci fermava allora.-

– E niente ci fermerà-
Le asciugo le lacrime con le labbra, i baci assaporano il sale .
Ripeto il ritornello 

-Neanche un minuto di non amore questo è il risultato dei pensieri miei-
Le accarezzo il capo dal collo alla fronte.
I capelli alti mezzo dito, le incorniciano la testa sembrano colorati da un’ artista, una fata ha sparso stelline argentate tra i fitti fili neri , sono così al naturale o meglio è stata la chemioterapia a farli cadere e a farli ricrescere così forti di nuovo con la stessa rosa sulla fronte. Gli occhi segnano una sofferenza che dura da oltre sei mesi , ma sono ancora di un azzurro intenso le labbra faticano a volgere verso l’alto per un sorriso, i denti se ne stanno al buio non sono ancora pronti a mostrare la serenità.
In reparto stamattina, per distrarla dal forte dolore mentre le infilavano il grosso ago nella schiena per aspirarle il midollo le hanno detto che la cura è andata bene, ora inizia il mantenimento, due anni, ancora e la leucemia sarà solo un ricordo, un brutto ricordo.

 -Pensavo fosse finita, di essere guarita, invece devo aspettare ancora 24 mesi, e poi sempre controlli, ogni volta saranno settimane di angoscia, per fortuna ci sei tu vicino a me-
-Hai sentito cosa ha detto l’ematologo, signora faccia una vita normale, lei è guarita, andate a fare un bel giro, senza problemi, avete una quindicina di giorni liberi da ogni farmaco, godeteveli, riprendete a vivere tutti e due.
Avvertite i vostri figli, fate le valigie e partite subito.
-Via lontani da tutto-
Ora siamo qui, ripercorriamo la strada che ci ha visti felici per i primi 25 anni della nostra vita a due.
Neanche un minuto di non amore.

Serafino aveva un sifolo

           Serafino aveva un sifolo       
Come piccoli rimorchiatori , consapevoli della nostra inesperienza, sereni, uniti come anelli della catena, trasciniamo la stanca nave all’estremo confine del porto, per il viaggio verso l’oceano infinito.

Siamo tutti qui dietro la lunga automobile nera metallizzata, noi adulti in disparte e tutti i ragazzi a fare ghirlanda attorno al tuo legno, qualcuno piange, altri mandano un bacio, Francesca tocca la cassa prima che il portello si chiuda, Stefano, Ale, Claudia, Emanuela, Simone e Cristina stanno a guardare mentre la vettura si allontana.
Matteo in macchina sta già correndo verso la forneria, deve continuare la consegna dei sacchetti di pane, asciuga gli occhi infilando la mano sotto i ray-ban.
Sulla strada di casa, la piccola bionda Rachele si affianca, la sua manina mi aggancia:
“Zio ma qui sono tutti tristi, ti prego fammi passare questa malinconia, inventiamo una delle tue storie”.
Stringo la piccola mano ingoio in nodo che mi soffoca il respiro e inizio una filastrocca:

”                    All’ombra del tiglio, la moglie ha detto al figlio,
cogli il giglio a un miglio dallo scoglio,
posalo su una teglia o su un foglio,
sulla paglia della gabbia dei conigli è meglio…….

vuoi continuarla tu ora Rachele?”
Un refolo di vento muove le foglie del viale alberato, sento la “presenza”.
Una canzone ascoltata trent’anni, una canzone del suo essere bambino tra i campi di granturco:

“Serafino aveva un sifolo,

sifolava tanto ben

e quando c’era nigolo

il cielo diventava seren.

Serafin se fet, so che, so mia se fa ,

sifule ,sifulerem insiem.

Tutte le donne facevano silenzio

per ascoltar quel sifolo

per ascoltar quel sifolo.

Tutte le donne facevano silenzio

per ascoltar quel sifolo

sifolava tanto ben”.

…..e poi cominciava a fischiare
.

Comincio a correre, la cravatta mi stringe la gola , allento il nodo, allungo il passo, la voce di Rachele mi chiama, si allontana, mi sbottono la camicia, fa caldo alle 10 del 26 giugno, corro, corro; il fischio continua.
Sento sempre più forte una canzone dei Subsonica “Strade”:

                            FORSE STA A POCHI METRI DA ME QUELLO CHE CERCO
E VORREI TROVARE LA FORZA DI FERMARMI,
PERCHE’ STO GIA’ SCAPPANDO
MENTRE NON RIESCO A STRINGERE PIU’ A FONDO
E ORA CHE STO CORRENDO VORREI CHE FOSSI CON ME CHE FOSSI QUI.
SENTO A POCHI METRI DA ME QUELLO CHE C’ERA
E VORREI TROVARE LA FORZA DI VOLTARMI
PERCHE’ SE STAI SVANENDO
IO NON CI RIESCO A STRINGERE PIU’ A FONDO
ORA CHE SOTTO IL MONDO VORREI CHE TU FOSSI QUI.


Arrivo al cancello della casa; chiuso; lancio la giacca sulla ringhiera la scavalco e mi dirigo verso l’orto. Seduto al muretto accanto alle piantine di pomodori ora grossi e verdi, guardo le galline, non si accorgono della mia commozione e mi lascio andare, qui non mi vede nessuno.

Al cancello Rachele mi chiama, ho tutto il tempo di sciacquare il viso e le guance alla fontanella nel prato; arrivano anche gli altri, sento lo scatto della serratura automatica, si fermano sotto il portico, nessuno se la sente di scendere nello scantinato al fresco, la “casa di tutti” ora è solo di un’ erede, tutti gli altri non si sentono di varcare la soglia, non ce la fa neanche la nuova padrona l’ultima delle sorelle, la madre della piccola e di Clotilde.

Arrivano tutte e due insieme le ultime nipoti:
“Zio, che corsa non riuscivamo a starti dietro, sei il solito matto, tutti seri e tu via nel vento”
Clotilde ha dodici anni , intuisce, appoggia la testa sulla mia spalla:
“Verrai ancora a trovarci in questa casa ora che non c’è più il….
Zio lo incontreremo ancora il nonno?”
“Io lo incontro ogni volta che voglio.”
“E dove indicami il posto vorrei esserci anch’io”
Apro la camicia e punto il dito al centro del petto.
“Qui”.

Al di sopra della cima degli alberi -seconda parte

imagesNeli piega accuratamente il  lenzuolo bianco e  lo appoggia sulla sedia, un raggio bianco apparentemente semplice di sole attraversa  il vetro della finestra e si scompone sulla tela  del quadro, rivelando  le meravigliose, complesse e colorate componenti della luce.

il vero è invisibile agli occhi, si vede solo con il cuore–  dice la volpe al Piccolo Principe.”

 

L’atmosfera è carica di mistero, le figure si accordano secondo la logica interna della composizione cromatica, ma si arricchiscono di una complessa simbologia sul tema della loro vita, del destino, del dolore che si placa dentro il grande abbraccio della natura.

La raffigurazione riconduce nella sua semplicità e totalità di significato, alla natura prima, alla sostanza vera delle cose. In questo insieme si trova il sentimento profondo delle cose stesse, il desiderio di comprenderle e rivelarle al di là delle loro apparenze, di restituirle ad una realtà spirituale che le nobilita e le trascende.

Presenze troppo vicine nel tempo e nello spazio, ma presto nella luce diversa della lontananza e del ricordo esse si orchestreranno in un’armoniosa visione poetica trasformando la materia prima  e informe in una realtà interiore ricca di sentimento, di forza evocativa.

 

Il colore è steso a zone nell’audace semplificazione dei piani cromatici, blù, rosso e giallo.

Nelle tonalità calde e accese  del colore si avverte un’indicazione, un messaggio.

La luce splendente irrompe con violenza sulla parte bassa a sinistra del quadro dove le case   circondano con un netto arco scuro una macchia rosso sangue ancora vivo e brillante che incalza si raggruma e urta con violenza contro i portici, definendo il contorno dell’orologio di Piazza Loggia.

Le lancette nere ferme sulle 10 e 12 si allungano a destra dove la luce gialla del sole incendia e  si diffonde quieta e confortevole sul prato verde.  Qui, le immagini che colgono gli occhi sono quelle che affiorano nell’anima: una sinfonia di motivi delicata come una fiaba dell’infanzia, vera come può essere vero il ricordo dell’amore semplice e limpido, come la verità nel cuore puro del fanciullo e del poeta.

 Due bambini giocano a palla  sul prato con  una donna vestita di bianco, come è bianco il colore del vestito della sposa. 

Dall’angolo destro un’altra figura di donna si allunga dal fondo, lunghissimi capelli neri ricadono sul  corpo  come un mantello dai  riflessi verde e giallo.Una figura di un’opulenza ancora calda che richiama un’estate che declina e presagisce l’autunno, un malinconico  ricamo di  fili esili e indistruttibili, tende le braccia verso l’alto, verso il cielo, innalzando la piccola figura di un bambino con le braccia aperte per essere accolto.

 Nell’arco blu profondo del cielo che raggiunge la sua massima intensità in ragione del contrappunto dei rossi e dei gialli  del terreno è inscritta la  grande figura dell’uomo del tempo e dello spazio. 

Una lunga fila di alberi si allunga nel cielo delimitandone la parte inferiore mentre  la notte nera che si indovina al di sopra dell’arco del cielo non desta l’oscuro sgomento, ma si pone come una meditazione sull’indissolubile rapporto tra presente e passato, sul mistero della vita e sul rapporto tra il provvisorio e l’assoluto: “il tempo non ha rive”. 

La figura di Icaro  concepita in un autentico stato di grazia, limpida e misteriosa, come doveva apparire all’artista l’immagine dell’amato.

 Sul suo corpo sono tese a pennellate delicate, tutte le sfumature della nostalgia, il dolore di un bene perduto che ha lasciato di sé solo la struggente tenerezza del ricordo, la giovinezza dell’anima.

Dall’angolo sinistro superiore si proietta  inclinato verso l’angolo destro inferiore il giovane senza ali,  non precipita nel mare come nel racconto mitologico, ma si lancia a braccia aperte, per stringere  per sempre il grande tesoro innalzato verso lui dalle braccia della madre.