Mary Bloody Mary

L’Associazione Culturale PescePirata, in occasione della festa della donna, ha proposto un concorso letterario che ha come protagoniste proprio le donne. Ma non donne qualunque, no. Donne arcigne, combattenti. Donne incazzate, che non si piegano, che non ci stanno ad abbassare la testa. Donne fiere di esserlo, che pretendono i loro diritti (e se li prendono).

Questo è il mio racconto:

Mary Bloody Mary

Nel paese incantato dei sogni le creature delle favole escono dai libri per recarsi alla reggia di King Cole. Nella sala dei banchetti il pifferaio magico, i tre porcellini, Little boy blue, Cappuccetto Rosso, la Regina di Cuori, Hunpyy Dumpty e tutti gli altri fanno a gara per presentare numeri e spettacoli fino allo scoccare della mezzanotte. All’ultimo tocco, quando tutti i protagonisti sono andati a letto, chi conosce la voce del silenzio può sentire i passi vestiti di rosso barcollare per strada e il vento che urla: “Play me my song , Mary, Bloody Mary”.

Da qualche parte una bambina sta piangendo. Da qualche parte un bambino ha perso la testa.

Una scopa spazza via i pezzi rotti della vita di ieri; Cynthia Jane De Blaise-William entra nel Musical Box per il solito cocktail.

Quattro grosse prese di sale sul fondo dello shaker, due di pepe nero, due di pepe di Caienna, uno strato di salsa Worcestershi-re, una spruzzata di succo di limone, ghiaccio tritato, due once di vodka e due di spesso succo di pomodoro. Henry Hamilton-Smythe dietro al bancone scuote lo shaker, filtra e versa la bevanda insanguinata nel highball, vi infila una stecca di sedano, lo porge all’amica, la guarda e dice: “Ciao cara, è un po’ di tempo che non vedo la tua faccia. Hai finito di stare in galera per causa mia? Sei sempre la solita bambina viziata? Ciao, ho detto ciao, perchè non mi rispondi? Questo è l’unico posto dove puoi incontrarmi. Sono l’unico uomo che hai mai avuto, mi correggo, che avresti potuto avere se fossi sopravvissuto ai tuoi colpi di testa. Siamo una bella coppia tu ed io, su quest’isola nel mare dell’oltre. Ti voglio amare per sempre, non ti lascerò mai. Apri il tuo cuore e lascia scorrere i sentimenti. Non sei stata sfortunata a incontrare me. Ho sbagliato il primo passo e tu mi hai subito rubato la scena scaraventandomi dietro le quinte o meglio ancora, nella botola del suggeritore.

Il mondo attraverso il bicchiere è un campo di croquet che si perde a forma di triangolo isoscele in lontananza nell’orizzonte. L’erba del prato è rasata a fasce longitudinali, bicolori per l’alternanza del senso del taglio.

Nella battaglia tattica si gioca con quattro palle, Blu e Nero contro Rosso e Giallo; lo scopo del gioco è quello di segnare punti facendo passare con un colpo di mazza una palla sotto gli archetti disposti a formare il percorso, al termine del quale si deve colpire un picchetto al centro del campo.

Ma non sempre si gioca in questo modo.

Oltre il vetro del cocktail rosso le palle del gioco sono sostitui-te dalle teste di tanti piccoli Henry.

Cynthia quando aveva nove anni giocava con Henry. L’abilissimo, dispettoso e antipatico coetaneo ogni volta che segnava un punto la sfotteva e le tirava i capelli; una volta le mise le mani addosso e le strappò la catenella d’oro che portava al collo. Da quel giorno crebbe nella ragazzina la sensazione che il suo compagno la guardasse in modo strano, come un arciere pronto a colpirla con la sua freccia. Quando lo sentì dire : “Il mio uccello vola in alto, scivola tra le mie mani, prendilo, toccalo” alterata più del solito brandì con gran forza la mazza di legno e con un colpo spettacolare staccò la testa dal collo del suo avversario facendola ruzzolare nella porta arcuata. A chi la interrogava sul misfatto, la piccola con estremo candore rispondeva: “Lui continuava a dire che con la sua testa poteva centrare ogni bersaglio; penetrare in ogni fessura. Non ho fatto altro che assecondare il suo desiderio”.

Due settimane dopo la tragedia, la bambina, ribattezzata Bloody Mary dalle male lingue, rovistando tra i giocattoli nella cameretta di Henry alla ricerca della propria preziosa catenella scoprì il carillon. La memoria registrata sul cilindro metallico mettendo in vibrazione le lamelle riproduceva una vecchia filastrocca:

“Old King Cole era una vecchia anima allegra, voleva la sua pipa, voleva il suo arco e voleva i suoi tre violinisti”.

Dalla scatola decorata uscì una piccola figura di spirito: Henry era tornato. Roteando a tempo di musica, il suo corpo iniziò rapidamente ad invecchiare. Il piccolo protagonista tornato dall’aldilà sotto forma di un vecchio lascivo cercava invano di soddisfare sulla ex-compagna di giochi le pulsioni carnali represse da una vita interrotta.

Cynthia sorseggia, mastica il sedano, carica la molla dello strumento musicale; un solo giro perchè la vita di Henry dura tutto il tempo della filastrocca. “Il mio uccello vola ancora in alto. Hai creduto che volessi farti del male e invece volevo solo insegnarti ad amare, legarti a me come la catena che brillava sul tuo piccolo seno e che ora tieni nascosta sotto il cuscino. Ora sei una donna, hai il tempo dalla tua parte. Fatti vedere in viso, tira indietro i capelli, lascia che conosca il tuo corpo. Sto aspettando qui ogni volta. E tutto il tempo che è passato sembra quasi non avere importanza ora se te ne stai lì con il tuo sguardo fisso dubitando di tutto ciò che ti dico. Perché non mi tocchi. Toccami.Toccami. Ti voglio ora”.

Il bicchiere è vuoto, il carillon sta terminando la sua corsa.

Il vento riporterà i nomi che ha soffiato nel passato?.

Cynthia sussurra: “No, questa è l’ultima volta”. Scaglia il bicchiere contro il vetro della finestra. La musica è finita e il vento non soffia più. Henry non tornerà.

Ma tu che leggi se vuoi sentire la canzone di Old King Cole, devi fare girare sul piatto il disco dei Genesis: la voce di Peter Gabriel ti trasporterà sul campo di croquet nel bucolico paesaggio al tramonto del sole dipinto da Paul Whitehead e poi…puoi sempre scegliere di naufragare nel mare insanguinato di un Bloody Mary.

Una tranquilla resa alla fretta del giorno

Sono un uomo come tanti, in un momento tutt’altro che semplice. Cammino da tre giorni, vagando in radure e boschi. Mi sto perdendo per pagare il prezzo della strada che ho scelto: morire tra gli alberi, su un letto di foglie secche.

Il mondo dei vivi è lontano. Cè un tempo per correre, un tempo per nascondersi e un tempo per fare l’ultimo viaggio. Nel sollievo della morte potrò trovare la pace che nella vita non ho mai incontrato.

Preferisco morire a testa alta che vivere quel che mi resta nella paura.

Il killer dentro di me sta allargando il suo dominio ma non mi lascerò abbattere da lui.

Combatto i morsi lancinanti del male incistato nell’ addome procurandomi ferite alle mani e graffi sul viso mentre mi apro il passaggio tra rovi e sterpaglie.

Il cuore aumenta i suoi battiti. La fame non è più un problema. Sono talmente esausto che potrei addormentarmi appoggiato ad un tronco e morire nel sonno. È ciò che voglio in fondo. Ho lasciato definitivamente il mio vivere tra la gente, nessuno piangerà per me, ho passato gran parte del mio tempo a fuggire le persone, nessuno verrà a cercarmi. Sono un solitario.

Il fiato si fa corto. Mi accascio abbandonandomi sul dorso.

Guardo il cielo, palcoscenico di questo ultimo giorno. Il sipario della notte cala sulle quinte degli alberi. La vista si annebbia per un momento, sono consapevole e lucido, non è ancora la mia ora, sarebbe troppo facile.

Il mio programma prevede che non lasci niente su questa terra. Facilito il compito della natura spogliandomi di ogni indumento per uscire dalla vita con lo stesso vestito col quale sono entrato.

Appoggio la testa sul cuscino di panni e stringo nella mano sinistra un tubetto di pillole che aiuteranno l’ultimo sonno ma sono tanto stanco e mi assopisco in un amen.

Mi sveglia il soffio del vento tra le querce e i castagni. Sono ancora vivo.

Sento un fruscio. Passi leggeri sullo strame in putrefazione sollevano odore di funghi.

Passi accorti di qualcuno in ricognizione. Chi si aggira in un posto simile di notte se non un altro essere solitario?.

Si sta avvicinando, sento il suo ansimare, forse ha camminato a lungo come me. Cosa starà cercando?. Sarà un altro essere in cerca di morte o forse combatte con la vita, per la vita, la propria vita.

Eccolo. È vicino, riesco a distinguere quattro zampe. È su di me, mostra i denti affilati, lunghi e ricurvi ma subito il suo ringhio si tramuta in un mugolio domestico, mi annusa, lecca il sangue delle mie ferite. Sento la sua lingua ruvida sul mio volto. Sto immobile ma non ho paura. Perdere la vita è quello che voglio, non è una vergogna se non hai più nulla in cui credere e sperare.

La nube che oscurava la luna si è spostata più avanti.

Ora lo vedo meglio: fronte ampia, occhi chiari dal taglio leggermente obliquo, le orecchie in posizione eretta lungo il profilo della testa: è un lupo. Questa splendida creatura sicuramente ha fiutato il mio odore di morte, si accuccia accanto a me incrociando le zampe sul mio petto nudo. Non ha fretta. Il suo pasto è assicurato. Punta gli occhi nei miei. Cosa aspetta?. Forse non vuole che lo fissi mentre mi sbrana. Vigilerà il mio sonno-veglia e quando abbasserò le palpebre mi azzannerà alla gola. Berrà il mio sangue, farà a brandelli il mio corpo scegliendo le parti migliori. I lupi di rado mangiano quotidianamente e quando ne hanno la possibilità arrivano a ingurgitare parecchi chili in un pasto.

Potrei anticipare il suo intervento con uno scatto improvviso e farla finita subito ma prendo tempo e sto in contemplazione del suo muso circondato dall’aureola lunare. Allungo lentamente una mano per accarezzarlo, non ho niente da temere, quello che deve fare lo farà nè piu nè meno; sembra godere del passaggio della mia mano sul suo pelo.

Questo guerriero è un altro vagabondo dagli occhi spalancati che arriva da lontano. Ci guardiamo nell’intervallo incantato. Siamo talmente a contatto che sento il pulsare del mio cuore al ritmo del suo. Una forte suggestione mi comunica il suo pensiero: «La vita é una strada molto lunga che non dovremmo percorrere da soli. Ma se trovi il giusto compagno non ti sentirai così sfinito alla fine dei tuoi giorni».

Ho allontanato il calore del mondo che girava con me, ora ricevo calore dal suo corpo accovacciato sul mio. Quando non c’è più speranza in vista, c’è una possibilità di trovare una risposta nel cielo molto più grande di quanto ci si possa aspettare. Non ho bisogno di una preghiera, mi affido a questa possibilità mentre lentamente mi allontano dalla terra e mi avvicino alla luna.

Sono stato un uccello in gabbia costretto a cantare ogni giorno una melodia stonata, ora che ho le ali libere mi lancerò in picchiata come un falco incontro alla morte.

C’è una rima e una ragione a spiegare la poesia di questo mondo selvaggio e la trovo ora che il mio cuore di viaggiatore batte il suo tempo prima di essere lanciato in orbita tra le stelle..

Da qualche parte nel profondo della mia anima sento che è arrivato il momento.

L’eco perfetto di un ululato riflette contro un anonimo muro di cielo. Non è un fluttuante canto modulato alla luna ma un richiamo alla predazione. Non è un solitario, mi ero sbagliato è un capo, sta invitando il suo branco al banchetto.

In un universo in cui regna la morte, si restituisce alla morte quanto le appartiene affinchè la vita penetri le zone necrotizzate dell’essere.

La notte termina ai margini dell’aurora in fiamme; una tranquilla resa alla fretta del giorno.

Nella luce del mattino le cose appaiono diverse da come apparivano nelle ore precedenti.

Vedo i resti di un essere umano su un letto di foglie disfatto. Un ronzio di mosche circola nell’aria, mentre una fila di formiche sta arrivando per pulire la scena. Alla fine, le ossa brilleranno al sole e poi una manciata di polvere sarà l’eredità lasciata alla terra.

Ho bisogno di bere e una gran voglia di correre. L’orizzonte intorno mi appare al di sopra dei cespugli di erica. Sento lo scorrere di un ruscello, il mio istinto mi dirige presso la riva. Un diga di castori ha creato una pozza d’acqua. Alcuni animali che si stavano abbeverando come mi vedono apparire svaniscono spaventati dalla mia presenza. Immergo la lingua nell’acqua e bevo grandi sorsate per dare refrigerio alla mia gola secca.

Lo specchio liquido riflette una figura diversa da quella che ho sempre visto fino a ieri. Assomiglia a qualcuno che ho lasciato da poco. Mi guardo attorno spaventato, non c’è nessuno oltre me. Mi riavvicino all’acqua per ritrovarmi.

Gocce di sangue, scaglie di osso e di pelle come i frammmenti di vetro nel caleidoscopio generano strutture simmetriche create dalle riflessioni negli specchi: le figure mutano e cambiano colore e forma.

Chi rinuncia allo sguardo impuro non perde la vista, il suo corpo viene anzi illuminato da una luce pura; rinunciando al mondo non lo perde, ma lo assorbe nella sua solitudine.

Sono un lupo.

Una nuova tappa nel cerchio sacro, l’inizio di un’altra storia, altri affanni, altri dolori, gioie e bisogni. Il mal di vivere si espia sulla terra. Sarò costretto a starmene qui per cercare l’armonia e la gioia di vivere che nella precedente esistenza non ho saputo trovare. Lascio cadere una lacrima. Le nuvole temporalesche potranno infuriarsi e lamentarsi, le raccoglierò nel tubetto di latta come fossero farfalle.

http://youtu.be/SXOe_rbN-nI

Il diario blu

Tag

Ieri pomeriggio  mentre stavo rovistando sulle mensole in cantina per cercare non so neanche io cosa  mi è capitato tra le mani un diario-agenda con la copertina in pelle blu sul quale durante l’anno scolastico 69/70 trascrivevo testi di canzoni del tempo.

Ho aperto a caso: sulla pagine sinistra avevo disegnato  un’anatra che si alza in volo tra i rami di fiordipesco, ricordo di averlo copiato da un quadro giapponese; sulla sinistra appare scritta con una calligrafia piuttosto difficile da leggere questa poesia di James Joyce:

 

Non sei ancor stanca dei tuoi modi ardenti,

malia dei caduti serafini?

Non dire più di giorni seducenti.

 

Il cuore all’uomo cogli occhi arroventi

ed eccolo piegato ai tuoi fini.

Non sei ancor stanca dei tuoi modi ardenti?

 

Fumi di lode salgono sui venti

dall’orlo dell’oceano ai tuoi confini.

Non dire più di giorni seducenti.

 

Le nostre grida e i lugubri lamenti

t’innalzano i loro inni più divini.

Non sei ancor stanca dei tuoi modi ardenti?

 

Le mani ministranti, tra le genti,

ti levan calici colmi di vini.

Non dire più di giorni seducenti.

 

Non la scrissi io, fu una dedica da parte dell’insegnante di italiano di quell’anno in cui frequentavo la seconda ITIS in una classe tutta al maschile.

Il suo nome era Ludovica ma noi tutti l’avevamo ribattezzata l’Angiolona durante e dopo la lettura del libro di Svevo dal titolo Senilità che la profe aveva scelto come fuori testo per letture e discussioni in classe.

Alta, bella, con lunghi capelli ondulati che le coronavano la testa, ci aveva fatto quasi tutti innamorare di lei; a quell’età è abbastanza normale. Al suo arrivo e alla partenza  facevamo a gara per accompagnarla e portarle i libri o la borsa dalla ’500  beige alla scuola e viceversa, anche perchè aveva una gamba ingessata e per camminare era obbligata a servirsi di una stampella.

Era supplente e ai primi di maggio ci disse che sarebbe stata sostituita da un insegnante maschio per l’ultimo mese di scuola; una tragedia per  tutta la classe  che aveva trovato in quelle ore di lezione uno dei motivi che ci spingevano particolarmente ad amare la scuola.

Io avevo un ulteriore problema: il mio modo di comporre, che lei diceva fosse particolare: «Sei sempre fuori tema, ma è un piacere leggere quello che scrivi» quindi mi dava due voti, uno insufficiente e uno più che buono aggiungendo a voce: « ricorda che un altro insegnante non accetterà quello che scrivi».

Il giorno dei saluti il capoclasse lesse un pensiero di ringraziamento e di commiato molto coinvolgente, ci commovemmo tutti, compresa l’insegnante che ci chiese il favore di non abbracciarla con la scusa che stava cominciando a camminare senza ingessatura e avrebbe rischiato di perdere l’equilibrio; forse temeva di non essere abbastanza forte per contenere le sensazioni di tutti noi che non volevamo lasciar andare via una persona alla quale avevamo voluto bene e ci aveva aiutati a fare un passo avanti in quel periodo delicato e sognante dell’adolescenza.

 

 

Down to you per Anna Maria

Tag

, ,

Il blog - Cronache di Mutter Courage- presenta un’immagine colore seppia di una donna con una gonna lunga e larga che arriva fino ai piedi; sul giaccone di stoffa pesante porta all’occhiello una  pochette che ai miei occhi appare come un fiore bianco. Cammina fiera in una strada dove i carri hanno ruote di legno e sono trainati da cavalli. Sulle sue pagine Anna Maria Curci propone poesie come questa:

                                      Non sparo io ai gabbiani,

vivi li preferisco

con pan di segale li nutro

e zibibbo rossiccio.

Umano, neppur per caso il volo

dei gabbiani raggiungere potrai.

Dovessi chiamarti Emma, accontentati

allora di aver pari sembiante.

Non so niente io di poesia ma queste parole di Christian Morgenstern mi danno il conforto come se  le avessi sentite recitate da mio padre nelle sere d’inverno quando tornando dal rosario ci appoggiavamo con la schiena alle pareti refrattarie del vecchio forno per recuperare calore in attesa della cena. Chi lavora di notte, dorme nel pomeriggio; i momenti di vita in comune con i propri figli sono rari e io li sfruttavo per sapere qualcosa della sua vita. Parlava poco mio padre e solo per raccontare di persone buone, di chi gli aveva voluto bene, e quando chiedevo della guerra erano silenzi e sguardi nel vuoto. Negli anni che precedettero la seconda guerra mondiale il fornaio portava il pane appena sfornato nel paese vicino con un calesse dalle ruote di legno trainato dalla cavalla; aveva trentadue anni quando lo richiamarono nell’esercito; il fante non ebbe tempo di sparare  e forse non l’avrebbe mai fatto; lo fecero prigioniero sulle coste della Jugoslavia e lo portarono in un campo di prigionia ad Essen dove con altri compagni fu impiegato nella produzione di ordigni bellici. Rivelò quasi niente di quel periodo, forse per non comunicare gli orrori che vide, per lui il mondo era buono. Quel che portò dalla Germania furono frasi stringate che non riuscivo a collegare tra loro, una forchettina d’argento che ricevette in cambio di qualche pacchetto di sigarette da una donna tedesca che trafficava nel mercato nero oggetti recuperati tra le macerie della città dopo i   bombardamenti e alcune frasi di una canzone imparate a memoria: -Wie einst Lili Marleen. Mit dir, Lili Marleen-.

La canzone scelta da Anna è Down on you  composta da Joni  Mitchell ma proposta dai Colosseum II,  la band che il batterista Jon Hiseman sopravvissuto col bassista  Mark Clark alla storica formazione del ’68 riformò nel ’75. In questa nuova formazione la parte da leone però la fa Gary Moore il chitarrista che ha fatto storia e scuola per il suo stile inconfondibile. Con tutta onestà devo dire che non ho mai seguito i Colosseum II, in quegli anni ho ascoltato poca musica, preso com’ero dall’inserimento nel mondo del lavoro, l’amore, il matrimonio, i figli.                                                                    Non è possibile ascoltare questa canzone su Youtube ma le vie del web sono infinite, soprattutto se hai amici come Anna Maria.                                    Dopo l’introduzione del suono limpido di una chitarra rock blues si  riconosce nelle parole e nella melodia la stessa canzone incisa da Joni per l’album Court and Spark. Confrontando le due versioni, al primo ascolto lo stile sembra molto diverso, le riaccomuna  immediatamente la virata del sound verso le spirali liberatorie del jazz-rock, grande amore di entrambi gli artisti.

Love is gone

written on your spirit this sad song

love is gone

everythinh comes and goes

Pleasure moves on too early and trouble leaves too slow

Lo scontro tra la fragilità delle anime sensibili con un mondo gonfiato di apparenze lascia un segno indelebile, una cicatrice compagna di viaggio nella ricerca di un sé più profondo nel doloroso confronto con gli inevitabili alti e bassi delle relazioni affettive, la disanima di tutto quello che l’amore regala e subito toglie.

Luglio 1974. Una domenica pomeriggio in piena estate. Con la centodecima compagnia  di mortaisti avevamo fatto rientro alla base accampata sulle rive del piccolo lago in val Senales, dopo una escursione di tre giorni con pernottamento nel rifugio sul ghiacciaio del Similaun. La discesa a valle era stata snervante a causa della tensione per l’allarme slavine e da un gragnola di chicchi ghiacciati che ci investì quando ormai eravamo fuori pericolo. Accucciato alla sponda del torrente  ero intento a lavare la gavetta e le posate quando da una radiolina portatile mi arrivarono le note di una canzone che avevo ballato l’estate precedente con una ragazza che frequentavo e per la quale avevo una cotta che bruciava parecchio da quando l’avevo vista baciare un mio amico poco tempo prima della mia partenza per il servizio militare.Le parole di Patty Pravo  ripetevano -non te ne andare, non te ne andare, non mi lasciare-.

Il groppo che avevo in gola si sciolse in lacrime e la forchetta scivolò tra i massi e fu trascinata via dalla corrente. In quel momento sentiì chiamare il mio nome dal furiere sopraggiunto con la posta arretrata. Aprii la lettera con le mani ancora bagnate di acqua dolce e salata.  Nelle informazioni di mia madre c’era la notizia dell’inizio dei lavori per quella che sarebbe stata la mia futura casa e  nell’ultima riga, prima dei saluti, il numero del telefono che ci avevano appena istallato. In compagnia di un amico inseparabile raggiunsi il posto telefonico nel paesino in riva al lago, feci il numero e dopo qualche squillo mi rispose la voce di mio padre. Non me lo sarei mai aspettato!. Riconobbe subito la mia voce. Poche parole per dire che era solo in casa, poi, silenzio come al solito, per stare ad assorbire tutto quello che avevo da dirgli, e fu poco, perchè si parlano poco coloro che parlano con gli occhi. Ma mi bastò. Avevo imparato col tempo a lavorare con fantasia alle sue parole centellinate. Poche frasi da conservare come pietre preziose nel mio scrigno segreto  spensero la fiamma che mi aveva scottato qualche attimo prima. Ogni cosa viene e va. Sul bancone del gasthof due bicchierini di grappa di pere da buttare giù in un fiato. I veri amici hanno il dono di capire le cose al volo. Io pagai il secondo giro alcoolico. Per quanto fossi un alpino buferato, l’alcool non lo reggevo più di tanto e, arrivato all’accampamento mi allungai sull’erba fresca e profumata del prato di montagna. Qualche istante per penetrare tra le nuvole con lo sguardo e il  sonno profondo aprì il suo sipario: la grandinata si trasformò in una pioggia di bombe, un soldato superò la recinzione di filo spinato per aiutare una giovane donna a trascinare un carretto al riparo di quello che era rimasto di una casa. La coppia abbracciata nella notte sotto un cielo di bombe e stelle, la forchettina d’argento, un fazzoletto bianco sventolato in aria  alla stazione per salutare il soldato affacciato al finestrino della tradotta militare. Il ritornello musicale -non te ne andare, non te ne andare, non mi lasciare mai-  che ossessivamente accompagnava le scene del mio sogno;  quel non- non- non, si trasformò poco alla volta in un don- don- don, e poi din- den- deng e infine  deng -deng- deng. Mi svegliai di soprassalto: una mucca stava brucando l’erba a pochi passi da me.

Il rumore dei fiori di carta

Tag

Propongo una composizione a quattro mani scritta un paio di anni fa con una giovane amica che ogni tanto scrive poesie. Lo spunto lo abbiamo preso da questo video.

Solo il perdono mette fine al dolore nel cuore.
Oscilla il lume
della ragione
e riporta ciò che oramai non si può raggiungere
tra insonni tormenti
le foglie del tempo come onde sulla spiaggia
quando viaggiare non serve
per scappare da sè stessi
e il ricordo ti raggiunge
infuocato di realtà.

Volersi illudere
della miglior fine,
un salto nel fuoco
macina legata alla cravatta
per non sentire…
senza ali cade verso il fondo.

Persino la luna tace.
L’uomo non può volare
sui gesti umani
tra incroci e lampioni
simili coscienze ed animi
di chi da.. e chi riceve,
con le corse di una vita in castelli di sabbia
crollati per vigliaccheria.

Nessuno è davvero crudele
di proposito.

La torre da lo scacco al re
attraversando
la realtà che ci spinge a fuggire…
non ci sono più zolfanelli
per la candela di menzogne
puntata al petto,
il tempo non finirà
una pistola serpente sibila negli orecchi,
il sorriso di una presenza negata
scandisce vita e morte
di continuo
lacrime di cera
scale di falsità.

In marciapiedi di miseria
fuga in un mondo all’indietro.

L’incubo dell’enigma umano
così forte erige torri,
fragile le abbatte.
Il rifiuto sconfigge il rimorso
sguardi da lontano
scivolano su pietre levigate
ed è solo polvere
disordine, istinto primitivo,
corde pizzicate
strappate come scarpe di bambina
sulla via del ritorno..
lo spoglio del dogma
secondo propria natura.

Illuminando la strada lastricata di assenza
un lampione ad olio sul ciottolato
gioca con le nuvole
e il bagliore della luna.

L’egoismo
fa stringere solo sabbia.
L’inferno nudo del fiammifero
brucia le tempie come uno sparo
è la strada più breve..
in fanali d’auto alla finestra.
Flash di disperazione
e rimorsi da voli spietati
al suono della tromba solitaria.

Una lanterna trema alla sua luce
bambini in angoscia
urlo nella notte.

Ed è forse nell’omega,
l’alfa
di un nuovo smarrimento
dove dal niente
l’acquarello cobalto del mare
crea nuovi orizzonti,
e la speranza edifica
sabbia bagnata
sotto troppo sole.

Silenzio.

Ombre d’autunno

imagesDue linee parallele color terra tra i campi al confine del paese, la carreggiata erbosa solcata dalle ruote ferrate dei carri trainati dai buoi ora è un nastro grigio d’asfalto fiancheggiato dalle tinte cromatiche che segnano il mutare delle stagioni: verde, giallo, marrone in tutte le sfumature per dare luce a fieno, grano, colza, mais e soja, impenetrabili labirinti, rifugio per lepri e fagiani.

Camminano nel malinconico pomeriggio autunnale, uno accanto all’altro due vecchi, soli con se stessi.

Anche le rondini sui fili della corrente elettrica si accostano l’una all’altra come parole scritte sulle righe di un quaderno; come atleti sui blocchi di partenza attendono il via dello starter, pronte per punteggiare di nero i fiammeggianti cieli della sera d’ottobre.

-Come fanno a sapere quando è il momento di partire?-.

-Il tempo sta avanzando a un ritmo diverso, tutto cambia, tutto passa.

È tempo di andare, uno alla volta anche i nostri amici ci stanno lasciando-.

- Io sono ancora qui, non ho intenzione di partire-.

-E io non sono sola mentre sei accanto a me, non ho paura per il tempo che ci rimane da vivere. Quando incrocio lo sguardo delle persone più giovani mi sento inchiodata a un destino che non ha domani, ma pur se la mia vista è debole non ho dimenticato il colore dei tuoi occhi perché sento che mi guardano nel modo più dolce-.

Col passar del tempo l’amore diventa sempre più freddo e muore se si smette di amare , se ne va come gli uccelli della sera che non fanno più ritorno perché hanno dimenticato i luoghi dove hanno vissuto felici.

Loro invece come gli scriccioli continuano a saltellare tra i rami anche nelle giornate più fredde d’inverno. Un concentrato d’amore quanto basta per rincorrere i sogni, quando era talmente forte da farli piangere e i loro cuori potevano volare senza ali.

-Dove sono finiti i bei tempi!. Dimmi che ti ricordi, che ricordi quelle belle canzoni, i momenti d’amore rubati, le domeniche passate a letto, i lunedì mattina che arrivavano troppo in fretta, le folli estati che pensavamo non sarebbero mai finite.

-Alcune cose non sono destinate a durare, non è strano come adesso ci manchi il passato?.

Il vecchio entra nel campo, sposta con i piedi alcuni cartocci di foglie ingiallite, rimasti dopo il passaggio della trebbiatrice:

-Quando le raccoglievamo a mano non ne rimaneva una sul terreno, se ci fossero ancora gli spigolatori in pochi minuti riempirebbero il loro sacco- si abbassa raccoglie una pannocchia comincia a sgranarla con le grosse mani:

-La vita non ci appartiene più oramai, i nostri giorni se ne vanno via come questi granelli gialli che cadono a terra. Siamo un peso per la società e questo mi umilia-.

Il palmo della mano della donna chiede una manciata di granoturco:

-Niente va perduto, c’è sempre chi è pronto a raccogliere ciò che abbiamo seminato-.

L’ ampio gesto del braccio, disegna sul campo un ventaglio giallo. I corvi appostati sui gelsi si alzano in volo; come pigmenti neri diluiti a pennellate allungano le ombre, le diverse tonalità di verde delle prealpi uniformate in toni cupi e profondi retrocedono nell’orizzonte settentrionale sullo sfondo del paesaggio lombardo mentre la coppia raggiunge la panchina in pietra sul viale di cipressi che conduce al camposanto.

L’atmosfera e la tranquillità del luogo restituiscono un equilibrio delicato.

Giorno dopo giorno le persone che invecchiano riconoscono sempre meno il corpo nel quale abitano, combattuti dal desiderio di allontanarsi da esso e la voglia di alimentare la fiamma del suo esistere. Sono troppe le cose che non riescono più a fare come prima, le debolezze si sommano man mano sminuendoli sempre più creando un muro invisibile che li separa dagli altri.

-La dedizione con la quale ti prendi cura di me è un filo sottile ma tenace come l’acciaio e mi aiuta ad allontanare paura, rabbia, e inquietudine. L’averti vicina è uno scudo che protegge quel che mi rimane da vivere-.

Lei appoggia la testa sulla spalla di lui, alza una mano e gli accarezza il volto:

-Lasciati andare-.

Si fida delle sue parole, ascolta con lei il linguaggio dell’amore che il corpo ancora sa parlare. L’orologio segna il tempo ma la fiamma arde ancora. I sorrisi si sovrappongono nel bacio. Una vertigine di emozioni, la possibilità di sorprendersi di fronte al desiderio che non tramonta riveste il pudore di fantasia, sono in sintonia. Il respiro cambia ritmo e diventa via via più veloce, così come il cuore e la pressione del sangue.

Il sole è affondato a occidente, un raggio di vitalità entra nella scena penetrando le tenebre calate dalla paura di perdersi.

-Portami a casa-.

-Sì, sì, andiamo a casa-.

Si incamminano verso uno spazio vuoto da riempire. L’inchiostro tinge il cielo della notte.

” Le volpi hanno una tana e gli uccelli hanno un nido…”

Tag

A un amico nel silenzio

BARBONI

Grande fermento nell’ultima classe della scuola materna: la recita del Natale come ogni anno toccava ai “grandi”. I ruoli di Giuseppe, Maria, i pastori, gli angioletti, erano stati assegnati; mancava l’oste, quello che avrebbe dovuto negare l’alloggio ai futuri genitori del Bambino Gesù.

La maestra aveva puntato gli occhi su Paolo, l’osso duro dai capelli all’umberta, pettinati all’indietro con le dita delle mani bagnate d’acqua a sostituire la brillantina; ogni tanto qualcuno per fargli dispetto gli diceva – te li sei fatti leccare dalla mucca?-.

Il biondino determinato e testardo faceva solo ciò che gli andava di fare e lo aveva dimostrato fin dal primo giorno nel refettorio ignorando il pranzo; braccia conserte e bocca ermeticamente chiusa si rifiutò di mangiare finché cedettero alla sua richiesta: latte caldo e pane raffermo.

Il latte lo portava lui ogni giorno, appena munto. Dopo colazione, il piccoletto attraversava il cortile di corsa fino alla stalla di Luigì e Velina, si faceva riempire il pentolino di alluminio, lo richiudeva col coperchio dello stesso metallo e s’incamminava da solo sulla strada sterrata, fino all’Asilo Infantile. All’ora del pranzo accumulava i pezzetti di pane sbocconcellando due mantovane rafferme, li immergeva nel latte bollente della grande scodella realizzando un pastone color biscotto, talmente denso che il cucchiaio piantato nel mezzo stava in verticale come il palo della cuccagna. Nessuno doveva disturbarlo fino alla fine del pasto, quando, a braccia ciondoloni, si abbandonava allo schienale della sedia, in attesa dell’immancabile ruttino.

Il bambino dalle pagliuzze dorate nei capelli, dopo tanta insistenza aveva ceduto alla richiesta della maestra, ma non voleva saperne di rivolgere la frase –Non c’è posto per voi – a Giuseppe e Maria quando avrebbero bussato alla sua postazione dietro la porta montata sui cardini nell’apertura ritagliata in un pannello di compensato.

L’alloggio dell’oste, la capanna, le case, le montagne erano disegnati su carta da pacchi incollata con un impasto di farina e acqua sui pannelli incernierati a formare un lungo paravento che si reggeva in equilibrio precario. Sullo sfondo il cielo di carta blu – la stessa che si usava per ricoprire i libri scolastici incorniciava lo scenario della Notte Santa. Nella Betlemme dei bambini il cielo scende sulla terra, tempestato di stelle ritagliate in carta stagnola.

– Devi dire solamente quelle tre parole. Coraggio non farti pregare.

– Ho vergogna , mi guardano tutti e se poi sbaglio? E se…– trovava sempre mille scuse, tanto è vero che dopo tanta riluttanza, la frase alla fine la urlavano all’unisono i suoi compagni di classe.

Il blocco emotivo aumentò un paio di settimane prima della recita, quando nell’uscire dalla stalla con la sua razione giornaliera si scontrò col Barbone: un vagabondo, che da qualche giorno aveva trovato riparo per la la notte nel fienile della cascina e ripagava l’ospitalità con lavori di mungitura, e rigoverno della stalla.

Un sorriso aperto nel pertugio tra baffi e barba e due occhi buoni sul viso nero come la notte bastarono a creare l’intesa tra i due.

Ogni sera dopo il vespro, il piccolo, col permesso della zia che lo aveva in custodia, raggiungeva la stalla per ascoltare incantato le storie di quell’uomo.

Barbone, chiamato così, dalla gente del paese dove tutti avevano un soprannome, per via della barba e della sua vita da senzatetto, prima di raggiungere il suo giaciglio nel fienile, puntando il dito verso est nel cielo di dicembre tracciava i cateti che collegavano i tre vertici del triangolo d’inverno per mostrare Betelgeuse, Sirio e Procione a Paolo e al vecchio Luigì. Proprio per la conoscenza delle stelle e delle storie dei popoli, il padrone della stalla, gli aveva appioppato il nome -Re magio- come Gaspare Melchiorre e Baldassarre, i sapienti guidati dalla cometa fino alla grotta del Re dei Re.

Una sera Paolo dopo aver raccontato al vagabondo la storia del Bambino di Betlemme, la stessa della rappresentazione natalizia, gli confidò il motivo principale della sua non voglia di salire sul palcoscenico:

– Sarò da solo. Il mio papà e la mamma lavorano lontano da casa e non ci saranno la sera del saggio di Natale.

–A me piacerebbe vedere la vostra recita, se può esserti di conforto sarò in fondo, vicino alla porta, al buio, così la mia presenza non disturberà nessuno.

Sì, per lui lo avrebbe fatto, per lui soltanto, per Barbone. Non poteva rifiutare ora che sapeva che quel soprannome non definiva solo l’aspetto esteriore. Quando aveva chiesto alla zia come mai quell’uomo dormisse sul fienile e non in un letto come tutti, la risposta fu:

–Perché nessuno gli dà ospitalità.

–Ma perché ?.

–Perché è povero, sporco, vestito di stracci come tutti i barboni.

Non erano scuse buone. Lui lo avrebbe fatto dormire in casa il suo amico, magari accanto al fuoco del camino, anche senza fiamme, sarebbe bastata una coperta, sempre meglio della nicchia nel fieno. Certo, dormire con un cielo color inchiostro per tetto, almeno una volta sarebbe piaciuto anche a lui. Sarebbe stato bello sentirsi straniero tra un muggito di un vitello, il cigolio delle catene che legano le mucche alla greppia, o il grido di un uccello notturno.

Non sapeva niente Paolo di chi va in giro senza conoscere la lingua del posto, con fantasmi e tasche vuote per compagni di viaggio; non sapeva ancora Paolo cosa significasse percorrere i giorni sotto i cieli del mondo con un viso nero come la notte.

La sera del debutto, il salone del teatro era gremito di genitori e parenti, con la loro scorta di caramelle e frutta secca, da lanciare sul palco alla fine della rappresentazione come premio ai piccoli attori.

Al suono del campanello calò il silenzio. L’atmosfera creata dalle luci basse e dallo scenario contribuì a immergere protagonisti e spettatori nella magia dell’evento.

Mentre i genitori del Messia interpretavano il copione recitando la loro parte imparata a menadito, Paolo, spiando dall’interno della sua casetta, cercava di rintracciare una presenza nel buio della sala. Col cuore che tambureggiava a un ritmo crescente ripeteva la sua parte, amareggiato dal pensiero che forse il suo amico gli aveva mentito o forse era partito per una nuova destinazione. La voglia di mettere fine a quell’attesa aveva aumentato la sua tensione e prima ancora che le nocche di san Giuseppe toccassero la sua porta, la spalancò urlando a tutta voce– Non c’è posto per voi– e richiudendola violentemente la scardinò facendo crollare il lungo paravento.

L’Oooh del pubblico lo impietrì. Una statua di sale tra i resti di una Betlemme di cartone e compensato, sotto un cielo blu tempestato di stelle. Occhi sbarrati. Imbarazzatissimo padrone della scena.

Una voce tra il pubblico –Oh la peppa, il biondino ha provocato il terremoto –.

Una risata, un’altra, infine l’ilarità generale fece scattare la pioggia di caramelle, noci e nocciole sul palco. Le lacrime cristallizzate sul bordo degli occhi del piccolo bevitore di latte trovarono la strada sulle guance. Sotto il velo liquido vide avanzare dal fondo della sala la figura ondeggiante del suo amico avvolto nel tabarro scuro. Mano a mano che Barbone procedeva, le bocche degli spettatori ammutolivano; davanti al boccascena aprì le braccia come una croce.

Il bambino senza esitare spiccò il suo volo dal palco e aggrappato al collo del suo salvatore, sparì nel silenzio del mantello.

Non nevicò quell’anno, nessuna orma bianca a segnare la strada di chi va via senza salutare.

La perdita di un amico è una finestra aperta nel cuore, da essa si può vedere il vuoto, da essa si può sentire il soffio del vento.

DownloadedFile

Qualche anno dopo nevicò a dicembre ma il manto di neve rimase immacolato dalla cascina alla stalla. I due contadini erano diventati anziani, non c’erano più le mucche; il latte lo consegnava il lattaio, in bottiglie di vetro con tappo sigillato in alluminio. Non c’era più fieno, nessun giaciglio per dormire nel fienile. Barbone non era più tornato.

Il maestro di quinta elementare, su richiesta del direttore didattico, che insisteva sull’impegno artistico degli alunni per sviluppare relazioni sociali attraverso la finzione della dimensione teatrale, aveva scelto di inscenare per Natale una poesia di Guido Gozzano.

Nella “Notte Santa”, a partire dal rintocco delle sei di sera, la richiesta di alloggio di Giuseppe e Maria, viene respinta dagli albergatori di Betlemme, a ogni scoccare di ora.

A Paolo era stata assegnata la parte dell’ Oste di Cesarea; l’ultimo rifiuto prima del tocco delle undici toccava a lui. Avanzò varie scuse per schivare quella recita, soprattutto perché avrebbe dovuto, come cinque anni prima, aprire e chiudere la porta in faccia a “quei due senzatetto” e la cosa gli bruciava perché gli ricordava il suo amico scomparso nel nulla.

Non era più tornato in quel teatro Paolo; gli sembrava meno grande; lo scenario, dipinto su quinte ruotanti attorno a un perno come pagine di un libro, presentava di volta in volta le porte dei cinque alberghi: Caval Grigio, Moro, Cervo Bianco, Tre merli e Cesarea e infine la grotta con tanto di bue e asinello dipinti sulla scena.

L’aveva imparata bene la sua parte, sapeva anche quella degli altri osti , di Giuseppe, di Maria, del campanile e quella lunga dell’angelo che annunciava la nascita dei Gesù bambino. Una bella poesia.

Era tranquillo, non c’era più emozione, nessun tambureggiamento nel cuore. Dietro la porta seguiva il prosieguo della poesia e aspettando la sua parte sbirciava per scorgere la postazione dei suoi genitori, presenti in sala ora che il lavoro l’avevano trovato vicino a casa.

La porta sul fondo era spalancata per lasciar passare un po’ d’aria: la stufa a carbone e l’affollamento avevano surriscaldato l’ambiente.

Il ragazzo improvvisamente immaginò l’arrivo del vagabondo; ricordava le sembianze ma faticava a tratteggiarle sul riquadro nero aperto nella notte invernale.

Il campanile scocca lentamente le dieci

Era il suo turno, doveva concentrarsi – un bel respiro e voce alta– aveva raccomandato l’insegnate durante le prove.

Oste di Cesarea…

Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente? 
L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
 non amo la miscela dell’alta e bassa gente.

Ecco, bene, non aveva sbagliato niente, aveva richiuso la porta senza far crollare le quinte, lasciando fuori quei due al freddo senza un riparo per dormire.

–Basta! Smettiamola una buona volta– si girò di scatto riaprì la porta riapparendo in scena; lo sguardo fisso verso il fondo della sala.

–Ssst ssst– il maestro faceva segno di rientrare nel suo alloggio, ma Paolo determinato più che mai si avvicinò a Giuseppe, gli afferrò la mano e appoggiando l’altra sulla spalla di Maria li introdusse nella sua dimora. La dimora del tempo sospeso.

Nel silenzio della sala, ad alta voce proclamò un versetto dell’Apocalisse imparato a memoria e conservato a lungo nel suo cuore:

Ecco , io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui, ed egli con me”

In fondo alla sala scintillò una luce e poi fu notte nel cielo di Natale.

Potrei stare via per molto tempo

Tag

,

Ho scritto questo racconto più di un anno fa , poi l’ho lasciato riposare e quest’anno dopo averlo ripreso l’ho inviato al concorso “La vita di un senza dimora” e La casa di cartone e Sul Romanzo hanno deciso che era il vincitore (per onestà devo dire che da quello che ho capito non hanno partecipato in tanti). Io comunque la mia soddisfazione me la sono presa e domani 17 Ottobre 2012 alle ore 21.30 sarà letto in piazza dell’Immacolata a Roma durante la manifestazione della Notte dei senza dimora.

Condivido la mia gioia con Cristina Bove vincitrice per la sezione poesie con la splendida”Senza fissa dimora” .

Il mio nome é Habib, stanotte ho dormito su un  vecchio materasso adagiato su pallets di legno di pino in un casolare abbandonato tra i vigneti di queste colline lombarde.

I topi hanno mangiato l’ultimo pane rimasto nella bisaccia, pensieri e  spasmi allo stomaco hanno distrutto il silenzio nel buio .

Le raffiche di vento contro la porta  risuonano nei miei orecchi come la burrasca che sferzava il nostro barcone nella traversata del mare di Sicilia una decina di anni fa.

Un cane abbaia alla luce del giorno in ritardo. Cammino sulla carreggiata erbosa e mi chiedo ad ogni respiro se c’è qualcuno che sa, se c’è qualcuno che se ne preoccupa, le mie tasche vuote dicono che non ho amici e questo  mi martella il  cervello e la pancia. Ho cercato  lavoro e  denaro camminando per miglia,  così affamato da  non saper mostrare un sorriso. Ho speso il mio ultimo euro per cinque pani che non ci sono più. Gli occhi si perdono in lontananza  su questa terra che non mi appartiene, niente mi appartiene qui, non ho un fazzoletto, un pezzo di carta, mi sfrego il naso gocciolante con la mano. Come un cane infreddolito ululo 
il mio nome, ma non conta niente, e la mia età ancora meno. Il mio paese si affaccia sul Mediterraneo, lì  mi hanno insegnato  ad obbedire alle  leggi e che  Dio é con noi. La ragione per continuare a vivere non l’ho mai capita ma ho imparato ad accettarla  con orgoglio perché non conti i morti quando hai Dio dalla tua parte.- – Il vostro  Dio non è il nostro-  dicono qui, e ci trattano come furono trattati gli ebrei;  siamo noi  da combattere, odiare, temere, cacciare, noi a  correre, nasconderci, noi a dover accettare tutto coraggiosamente. Non devi mai fare domande quando Dio è con te. Sono nato sul confine nord della Tunisia; mia madre si ammalò quando ero ancora bambino; sono stato cresciuto da mio fratello, fino a quando un giorno non tornò a casa, come mio padre prima di lui.   Mi aspettava un lungo inverno di fame, potevo vederlo dalla  finestra della mia bocca;
 i miei amici non avrebbero potuto essere più gentili  ma stavano peggio di me. Attraversammo il mare in primavera,  quando le tristi silenziose canzoni facevano raddoppiare il tempo, in attesa che il sole tramontasse. Ho perso la mia dignità per un qualsiasi straccio di lavoro percorrendo questa terra italiana da sud a nord, consumando i miei sandali,   stivato come un animale sui carri-bestiame. Ho raccolto arance, pomodori, limoni, munto pecore  e capre, pulito stalle  e   vetri delle macchine, venduto tappeti, collane e ciondoli sulle spiagge. Qui dove le fabbriche sono porta a porta, grazie all’aiuto di un amico trovai un lavoro e  iniziai a vivere  col sole alla finestra  mentre gli anni passavano bene con il piatto della mensa sempre pieno. Poi il lavoro diminuì senza ragione ad un turno di mezza giornata; diminuì ancora e la temperatura dell’aria congelò quando un uomo venne a dire che nel giro di una settimana la fonderia numero tre sarebbe stata chiusa perché  non rendeva abbastanza – è  più economico nelle città dell’Est-  lì, gli operai  lavorano quasi per niente. Nel  dormitorio che puzzava di alcol ognuno parlava tra sé e sé mentre  il silenzio andava aumentando, finché svegliatomi una mattina  compresi che il buon tempo era finito,  il suolo si stava raffreddando attorno a me. -C’é la crisi e voi ci portate via il lavoro- leggevo sulle facce degli uomini fuori dai bar. I vecchi sulle panchine del parco dicevano che l’intera città si stava svuotando di quelli come noi,  non c’era più niente qui che  mi potesse trattenere . Ho pregato il Signore lassù di mandarmi un aiuto. Mi ha mandato Moses, il muratore. Ha detto che se voglio lavorare mi devo svegliare presto perché ci vogliono due ore per arrivare sul cantiere; le quattro corsie dell’autostrada non bastano a smaltire il traffico in entrata a Milano. Al luogo stabilito, il mio sguardo incomincia a sfocare non appena giro la testa verso il punto dove il mio amico ed io ci dobbiamo incontrare,  fisso la strada, il marciapiede ed il segnale stradale. Non verrà?. Che ore sono?. Un inquieto ed affamato presentimento che non dice niente di buono, il pulmino dei manovali è già passato, mi sono svegliato maledettamente in ritardo. Forse no!  Non faccio a tempo a vedere la mia ombra proiettata sulla strada dalla luce dei fanali  della vettura sopraggiunta all’improvviso dietro di me. Uno schianto. Inghiotto l’urlo di dolore. Sto volando nell’aria di questo mattino di settembre. Non sento più le gambe, il cervello sta sanguinando, i miei occhi fissano un cielo color porpora.

Sto navigando verso il  mio unico vero amore.

Sono di là

Cari amici, causa lavori in casa  e noie varie sono quasi impossibilitato a scrivere per mancanza di concentrazione , però non rimango inattivo e per questo ho aperto un nuovo blog  sostanzialmente gay dove posto racconti su questo tema. Qualcuno di voi ne è già a conoscenza, posterò i racconti o anche poesie di chi vorrà gentilmente condividerli qua. Ne pubblicherò uno a settimana, a volte inserirò uno dei miei racconti che saranno il seguito di Mr Bojangles cioè i racconti delle esperienze gay dei soldati di quella sera. Ecco tocca a voi . L’indirizzo a cui inviarli è questo : Falconieredelbosco@gmail.com. Vi aspetto

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 208 follower