Il rumore dei fiori di carta

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Propongo una composizione a quattro mani scritta un paio di anni fa con una giovane amica che ogni tanto scrive poesie. Lo spunto lo abbiamo preso da questo video.

Solo il perdono mette fine al dolore nel cuore.
Oscilla il lume
della ragione
e riporta ciò che oramai non si può raggiungere
tra insonni tormenti
le foglie del tempo come onde sulla spiaggia
quando viaggiare non serve
per scappare da sè stessi
e il ricordo ti raggiunge
infuocato di realtà.

Volersi illudere
della miglior fine,
un salto nel fuoco
macina legata alla cravatta
per non sentire…
senza ali cade verso il fondo.

Persino la luna tace.
L’uomo non può volare
sui gesti umani
tra incroci e lampioni
simili coscienze ed animi
di chi da.. e chi riceve,
con le corse di una vita in castelli di sabbia
crollati per vigliaccheria.

Nessuno è davvero crudele
di proposito.

La torre da lo scacco al re
attraversando
la realtà che ci spinge a fuggire…
non ci sono più zolfanelli
per la candela di menzogne
puntata al petto,
il tempo non finirà
una pistola serpente sibila negli orecchi,
il sorriso di una presenza negata
scandisce vita e morte
di continuo
lacrime di cera
scale di falsità.

In marciapiedi di miseria
fuga in un mondo all’indietro.

L’incubo dell’enigma umano
così forte erige torri,
fragile le abbatte.
Il rifiuto sconfigge il rimorso
sguardi da lontano
scivolano su pietre levigate
ed è solo polvere
disordine, istinto primitivo,
corde pizzicate
strappate come scarpe di bambina
sulla via del ritorno..
lo spoglio del dogma
secondo propria natura.

Illuminando la strada lastricata di assenza
un lampione ad olio sul ciottolato
gioca con le nuvole
e il bagliore della luna.

L’egoismo
fa stringere solo sabbia.
L’inferno nudo del fiammifero
brucia le tempie come uno sparo
è la strada più breve..
in fanali d’auto alla finestra.
Flash di disperazione
e rimorsi da voli spietati
al suono della tromba solitaria.

Una lanterna trema alla sua luce
bambini in angoscia
urlo nella notte.

Ed è forse nell’omega,
l’alfa
di un nuovo smarrimento
dove dal niente
l’acquarello cobalto del mare
crea nuovi orizzonti,
e la speranza edifica
sabbia bagnata
sotto troppo sole.

Silenzio.

Ombre d’autunno

imagesDue linee parallele color terra tra i campi al confine del paese, la carreggiata erbosa solcata dalle ruote ferrate dei carri trainati dai buoi ora è un nastro grigio d’asfalto fiancheggiato dalle tinte cromatiche che segnano il mutare delle stagioni: verde, giallo, marrone in tutte le sfumature per dare luce a fieno, grano, colza, mais e soja, impenetrabili labirinti, rifugio per lepri e fagiani.

Camminano nel malinconico pomeriggio autunnale, uno accanto all’altro due vecchi, soli con se stessi.

Anche le rondini sui fili della corrente elettrica si accostano l’una all’altra come parole scritte sulle righe di un quaderno; come atleti sui blocchi di partenza attendono il via dello starter, pronte per punteggiare di nero i fiammeggianti cieli della sera d’ottobre.

-Come fanno a sapere quando è il momento di partire?-.

-Il tempo sta avanzando a un ritmo diverso, tutto cambia, tutto passa.

È tempo di andare, uno alla volta anche i nostri amici ci stanno lasciando-.

- Io sono ancora qui, non ho intenzione di partire-.

-E io non sono sola mentre sei accanto a me, non ho paura per il tempo che ci rimane da vivere. Quando incrocio lo sguardo delle persone più giovani mi sento inchiodata a un destino che non ha domani, ma pur se la mia vista è debole non ho dimenticato il colore dei tuoi occhi perché sento che mi guardano nel modo più dolce-.

Col passar del tempo l’amore diventa sempre più freddo e muore se si smette di amare , se ne va come gli uccelli della sera che non fanno più ritorno perché hanno dimenticato i luoghi dove hanno vissuto felici.

Loro invece come gli scriccioli continuano a saltellare tra i rami anche nelle giornate più fredde d’inverno. Un concentrato d’amore quanto basta per rincorrere i sogni, quando era talmente forte da farli piangere e i loro cuori potevano volare senza ali.

-Dove sono finiti i bei tempi!. Dimmi che ti ricordi, che ricordi quelle belle canzoni, i momenti d’amore rubati, le domeniche passate a letto, i lunedì mattina che arrivavano troppo in fretta, le folli estati che pensavamo non sarebbero mai finite.

-Alcune cose non sono destinate a durare, non è strano come adesso ci manchi il passato?.

Il vecchio entra nel campo, sposta con i piedi alcuni cartocci di foglie ingiallite, rimasti dopo il passaggio della trebbiatrice:

-Quando le raccoglievamo a mano non ne rimaneva una sul terreno, se ci fossero ancora gli spigolatori in pochi minuti riempirebbero il loro sacco- si abbassa raccoglie una pannocchia comincia a sgranarla con le grosse mani:

-La vita non ci appartiene più oramai, i nostri giorni se ne vanno via come questi granelli gialli che cadono a terra. Siamo un peso per la società e questo mi umilia-.

Il palmo della mano della donna chiede una manciata di granoturco:

-Niente va perduto, c’è sempre chi è pronto a raccogliere ciò che abbiamo seminato-.

L’ ampio gesto del braccio, disegna sul campo un ventaglio giallo. I corvi appostati sui gelsi si alzano in volo; come pigmenti neri diluiti a pennellate allungano le ombre, le diverse tonalità di verde delle prealpi uniformate in toni cupi e profondi retrocedono nell’orizzonte settentrionale sullo sfondo del paesaggio lombardo mentre la coppia raggiunge la panchina in pietra sul viale di cipressi che conduce al camposanto.

L’atmosfera e la tranquillità del luogo restituiscono un equilibrio delicato.

Giorno dopo giorno le persone che invecchiano riconoscono sempre meno il corpo nel quale abitano, combattuti dal desiderio di allontanarsi da esso e la voglia di alimentare la fiamma del suo esistere. Sono troppe le cose che non riescono più a fare come prima, le debolezze si sommano man mano sminuendoli sempre più creando un muro invisibile che li separa dagli altri.

-La dedizione con la quale ti prendi cura di me è un filo sottile ma tenace come l’acciaio e mi aiuta ad allontanare paura, rabbia, e inquietudine. L’averti vicina è uno scudo che protegge quel che mi rimane da vivere-.

Lei appoggia la testa sulla spalla di lui, alza una mano e gli accarezza il volto:

-Lasciati andare-.

Si fida delle sue parole, ascolta con lei il linguaggio dell’amore che il corpo ancora sa parlare. L’orologio segna il tempo ma la fiamma arde ancora. I sorrisi si sovrappongono nel bacio. Una vertigine di emozioni, la possibilità di sorprendersi di fronte al desiderio che non tramonta riveste il pudore di fantasia, sono in sintonia. Il respiro cambia ritmo e diventa via via più veloce, così come il cuore e la pressione del sangue.

Il sole è affondato a occidente, un raggio di vitalità entra nella scena penetrando le tenebre calate dalla paura di perdersi.

-Portami a casa-.

-Sì, sì, andiamo a casa-.

Si incamminano verso uno spazio vuoto da riempire. L’inchiostro tinge il cielo della notte.

” Le volpi hanno una tana e gli uccelli hanno un nido…”

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A un amico nel silenzio

BARBONI

Grande fermento nell’ultima classe della scuola materna: la recita del Natale come ogni anno toccava ai “grandi”. I ruoli di Giuseppe, Maria, i pastori, gli angioletti, erano stati assegnati; mancava l’oste, quello che avrebbe dovuto negare l’alloggio ai futuri genitori del Bambino Gesù.

La maestra aveva puntato gli occhi su Paolo, l’osso duro dai capelli all’umberta, pettinati all’indietro con le dita delle mani bagnate d’acqua a sostituire la brillantina; ogni tanto qualcuno per fargli dispetto gli diceva – te li sei fatti leccare dalla mucca?-.

Il biondino determinato e testardo faceva solo ciò che gli andava di fare e lo aveva dimostrato fin dal primo giorno nel refettorio ignorando il pranzo; braccia conserte e bocca ermeticamente chiusa si rifiutò di mangiare finché cedettero alla sua richiesta: latte caldo e pane raffermo.

Il latte lo portava lui ogni giorno, appena munto. Dopo colazione, il piccoletto attraversava il cortile di corsa fino alla stalla di Luigì e Velina, si faceva riempire il pentolino di alluminio, lo richiudeva col coperchio dello stesso metallo e s’incamminava da solo sulla strada sterrata, fino all’Asilo Infantile. All’ora del pranzo accumulava i pezzetti di pane sbocconcellando due mantovane rafferme, li immergeva nel latte bollente della grande scodella realizzando un pastone color biscotto, talmente denso che il cucchiaio piantato nel mezzo stava in verticale come il palo della cuccagna. Nessuno doveva disturbarlo fino alla fine del pasto, quando, a braccia ciondoloni, si abbandonava allo schienale della sedia, in attesa dell’immancabile ruttino.

Il bambino dalle pagliuzze dorate nei capelli, dopo tanta insistenza aveva ceduto alla richiesta della maestra, ma non voleva saperne di rivolgere la frase –Non c’è posto per voi – a Giuseppe e Maria quando avrebbero bussato alla sua postazione dietro la porta montata sui cardini nell’apertura ritagliata in un pannello di compensato.

L’alloggio dell’oste, la capanna, le case, le montagne erano disegnati su carta da pacchi incollata con un impasto di farina e acqua sui pannelli incernierati a formare un lungo paravento che si reggeva in equilibrio precario. Sullo sfondo il cielo di carta blu – la stessa che si usava per ricoprire i libri scolastici incorniciava lo scenario della Notte Santa. Nella Betlemme dei bambini il cielo scende sulla terra, tempestato di stelle ritagliate in carta stagnola.

– Devi dire solamente quelle tre parole. Coraggio non farti pregare.

– Ho vergogna , mi guardano tutti e se poi sbaglio? E se…– trovava sempre mille scuse, tanto è vero che dopo tanta riluttanza, la frase alla fine la urlavano all’unisono i suoi compagni di classe.

Il blocco emotivo aumentò un paio di settimane prima della recita, quando nell’uscire dalla stalla con la sua razione giornaliera si scontrò col Barbone: un vagabondo, che da qualche giorno aveva trovato riparo per la la notte nel fienile della cascina e ripagava l’ospitalità con lavori di mungitura, e rigoverno della stalla.

Un sorriso aperto nel pertugio tra baffi e barba e due occhi buoni sul viso nero come la notte bastarono a creare l’intesa tra i due.

Ogni sera dopo il vespro, il piccolo, col permesso della zia che lo aveva in custodia, raggiungeva la stalla per ascoltare incantato le storie di quell’uomo.

Barbone, chiamato così, dalla gente del paese dove tutti avevano un soprannome, per via della barba e della sua vita da senzatetto, prima di raggiungere il suo giaciglio nel fienile, puntando il dito verso est nel cielo di dicembre tracciava i cateti che collegavano i tre vertici del triangolo d’inverno per mostrare Betelgeuse, Sirio e Procione a Paolo e al vecchio Luigì. Proprio per la conoscenza delle stelle e delle storie dei popoli, il padrone della stalla, gli aveva appioppato il nome -Re magio- come Gaspare Melchiorre e Baldassarre, i sapienti guidati dalla cometa fino alla grotta del Re dei Re.

Una sera Paolo dopo aver raccontato al vagabondo la storia del Bambino di Betlemme, la stessa della rappresentazione natalizia, gli confidò il motivo principale della sua non voglia di salire sul palcoscenico:

– Sarò da solo. Il mio papà e la mamma lavorano lontano da casa e non ci saranno la sera del saggio di Natale.

–A me piacerebbe vedere la vostra recita, se può esserti di conforto sarò in fondo, vicino alla porta, al buio, così la mia presenza non disturberà nessuno.

Sì, per lui lo avrebbe fatto, per lui soltanto, per Barbone. Non poteva rifiutare ora che sapeva che quel soprannome non definiva solo l’aspetto esteriore. Quando aveva chiesto alla zia come mai quell’uomo dormisse sul fienile e non in un letto come tutti, la risposta fu:

–Perché nessuno gli dà ospitalità.

–Ma perché ?.

–Perché è povero, sporco, vestito di stracci come tutti i barboni.

Non erano scuse buone. Lui lo avrebbe fatto dormire in casa il suo amico, magari accanto al fuoco del camino, anche senza fiamme, sarebbe bastata una coperta, sempre meglio della nicchia nel fieno. Certo, dormire con un cielo color inchiostro per tetto, almeno una volta sarebbe piaciuto anche a lui. Sarebbe stato bello sentirsi straniero tra un muggito di un vitello, il cigolio delle catene che legano le mucche alla greppia, o il grido di un uccello notturno.

Non sapeva niente Paolo di chi va in giro senza conoscere la lingua del posto, con fantasmi e tasche vuote per compagni di viaggio; non sapeva ancora Paolo cosa significasse percorrere i giorni sotto i cieli del mondo con un viso nero come la notte.

La sera del debutto, il salone del teatro era gremito di genitori e parenti, con la loro scorta di caramelle e frutta secca, da lanciare sul palco alla fine della rappresentazione come premio ai piccoli attori.

Al suono del campanello calò il silenzio. L’atmosfera creata dalle luci basse e dallo scenario contribuì a immergere protagonisti e spettatori nella magia dell’evento.

Mentre i genitori del Messia interpretavano il copione recitando la loro parte imparata a menadito, Paolo, spiando dall’interno della sua casetta, cercava di rintracciare una presenza nel buio della sala. Col cuore che tambureggiava a un ritmo crescente ripeteva la sua parte, amareggiato dal pensiero che forse il suo amico gli aveva mentito o forse era partito per una nuova destinazione. La voglia di mettere fine a quell’attesa aveva aumentato la sua tensione e prima ancora che le nocche di san Giuseppe toccassero la sua porta, la spalancò urlando a tutta voce– Non c’è posto per voi– e richiudendola violentemente la scardinò facendo crollare il lungo paravento.

L’Oooh del pubblico lo impietrì. Una statua di sale tra i resti di una Betlemme di cartone e compensato, sotto un cielo blu tempestato di stelle. Occhi sbarrati. Imbarazzatissimo padrone della scena.

Una voce tra il pubblico –Oh la peppa, il biondino ha provocato il terremoto –.

Una risata, un’altra, infine l’ilarità generale fece scattare la pioggia di caramelle, noci e nocciole sul palco. Le lacrime cristallizzate sul bordo degli occhi del piccolo bevitore di latte trovarono la strada sulle guance. Sotto il velo liquido vide avanzare dal fondo della sala la figura ondeggiante del suo amico avvolto nel tabarro scuro. Mano a mano che Barbone procedeva, le bocche degli spettatori ammutolivano; davanti al boccascena aprì le braccia come una croce.

Il bambino senza esitare spiccò il suo volo dal palco e aggrappato al collo del suo salvatore, sparì nel silenzio del mantello.

Non nevicò quell’anno, nessuna orma bianca a segnare la strada di chi va via senza salutare.

La perdita di un amico è una finestra aperta nel cuore, da essa si può vedere il vuoto, da essa si può sentire il soffio del vento.

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Qualche anno dopo nevicò a dicembre ma il manto di neve rimase immacolato dalla cascina alla stalla. I due contadini erano diventati anziani, non c’erano più le mucche; il latte lo consegnava il lattaio, in bottiglie di vetro con tappo sigillato in alluminio. Non c’era più fieno, nessun giaciglio per dormire nel fienile. Barbone non era più tornato.

Il maestro di quinta elementare, su richiesta del direttore didattico, che insisteva sull’impegno artistico degli alunni per sviluppare relazioni sociali attraverso la finzione della dimensione teatrale, aveva scelto di inscenare per Natale una poesia di Guido Gozzano.

Nella “Notte Santa”, a partire dal rintocco delle sei di sera, la richiesta di alloggio di Giuseppe e Maria, viene respinta dagli albergatori di Betlemme, a ogni scoccare di ora.

A Paolo era stata assegnata la parte dell’ Oste di Cesarea; l’ultimo rifiuto prima del tocco delle undici toccava a lui. Avanzò varie scuse per schivare quella recita, soprattutto perché avrebbe dovuto, come cinque anni prima, aprire e chiudere la porta in faccia a “quei due senzatetto” e la cosa gli bruciava perché gli ricordava il suo amico scomparso nel nulla.

Non era più tornato in quel teatro Paolo; gli sembrava meno grande; lo scenario, dipinto su quinte ruotanti attorno a un perno come pagine di un libro, presentava di volta in volta le porte dei cinque alberghi: Caval Grigio, Moro, Cervo Bianco, Tre merli e Cesarea e infine la grotta con tanto di bue e asinello dipinti sulla scena.

L’aveva imparata bene la sua parte, sapeva anche quella degli altri osti , di Giuseppe, di Maria, del campanile e quella lunga dell’angelo che annunciava la nascita dei Gesù bambino. Una bella poesia.

Era tranquillo, non c’era più emozione, nessun tambureggiamento nel cuore. Dietro la porta seguiva il prosieguo della poesia e aspettando la sua parte sbirciava per scorgere la postazione dei suoi genitori, presenti in sala ora che il lavoro l’avevano trovato vicino a casa.

La porta sul fondo era spalancata per lasciar passare un po’ d’aria: la stufa a carbone e l’affollamento avevano surriscaldato l’ambiente.

Il ragazzo improvvisamente immaginò l’arrivo del vagabondo; ricordava le sembianze ma faticava a tratteggiarle sul riquadro nero aperto nella notte invernale.

Il campanile scocca lentamente le dieci

Era il suo turno, doveva concentrarsi – un bel respiro e voce alta– aveva raccomandato l’insegnate durante le prove.

Oste di Cesarea…

Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente? 
L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
 non amo la miscela dell’alta e bassa gente.

Ecco, bene, non aveva sbagliato niente, aveva richiuso la porta senza far crollare le quinte, lasciando fuori quei due al freddo senza un riparo per dormire.

–Basta! Smettiamola una buona volta– si girò di scatto riaprì la porta riapparendo in scena; lo sguardo fisso verso il fondo della sala.

–Ssst ssst– il maestro faceva segno di rientrare nel suo alloggio, ma Paolo determinato più che mai si avvicinò a Giuseppe, gli afferrò la mano e appoggiando l’altra sulla spalla di Maria li introdusse nella sua dimora. La dimora del tempo sospeso.

Nel silenzio della sala, ad alta voce proclamò un versetto dell’Apocalisse imparato a memoria e conservato a lungo nel suo cuore:

Ecco , io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui, ed egli con me”

In fondo alla sala scintillò una luce e poi fu notte nel cielo di Natale.

Potrei stare via per molto tempo

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Ho scritto questo racconto più di un anno fa , poi l’ho lasciato riposare e quest’anno dopo averlo ripreso l’ho inviato al concorso “La vita di un senza dimora” e La casa di cartone e Sul Romanzo hanno deciso che era il vincitore (per onestà devo dire che da quello che ho capito non hanno partecipato in tanti). Io comunque la mia soddisfazione me la sono presa e domani 17 Ottobre 2012 alle ore 21.30 sarà letto in piazza dell’Immacolata a Roma durante la manifestazione della Notte dei senza dimora.

Condivido la mia gioia con Cristina Bove vincitrice per la sezione poesie con la splendida”Senza fissa dimora” .

Il mio nome é Habib, stanotte ho dormito su un  vecchio materasso adagiato su pallets di legno di pino in un casolare abbandonato tra i vigneti di queste colline lombarde.

I topi hanno mangiato l’ultimo pane rimasto nella bisaccia, pensieri e  spasmi allo stomaco hanno distrutto il silenzio nel buio .

Le raffiche di vento contro la porta  risuonano nei miei orecchi come la burrasca che sferzava il nostro barcone nella traversata del mare di Sicilia una decina di anni fa.

Un cane abbaia alla luce del giorno in ritardo. Cammino sulla carreggiata erbosa e mi chiedo ad ogni respiro se c’è qualcuno che sa, se c’è qualcuno che se ne preoccupa, le mie tasche vuote dicono che non ho amici e questo  mi martella il  cervello e la pancia. Ho cercato  lavoro e  denaro camminando per miglia,  così affamato da  non saper mostrare un sorriso. Ho speso il mio ultimo euro per cinque pani che non ci sono più. Gli occhi si perdono in lontananza  su questa terra che non mi appartiene, niente mi appartiene qui, non ho un fazzoletto, un pezzo di carta, mi sfrego il naso gocciolante con la mano. Come un cane infreddolito ululo 
il mio nome, ma non conta niente, e la mia età ancora meno. Il mio paese si affaccia sul Mediterraneo, lì  mi hanno insegnato  ad obbedire alle  leggi e che  Dio é con noi. La ragione per continuare a vivere non l’ho mai capita ma ho imparato ad accettarla  con orgoglio perché non conti i morti quando hai Dio dalla tua parte.- – Il vostro  Dio non è il nostro-  dicono qui, e ci trattano come furono trattati gli ebrei;  siamo noi  da combattere, odiare, temere, cacciare, noi a  correre, nasconderci, noi a dover accettare tutto coraggiosamente. Non devi mai fare domande quando Dio è con te. Sono nato sul confine nord della Tunisia; mia madre si ammalò quando ero ancora bambino; sono stato cresciuto da mio fratello, fino a quando un giorno non tornò a casa, come mio padre prima di lui.   Mi aspettava un lungo inverno di fame, potevo vederlo dalla  finestra della mia bocca;
 i miei amici non avrebbero potuto essere più gentili  ma stavano peggio di me. Attraversammo il mare in primavera,  quando le tristi silenziose canzoni facevano raddoppiare il tempo, in attesa che il sole tramontasse. Ho perso la mia dignità per un qualsiasi straccio di lavoro percorrendo questa terra italiana da sud a nord, consumando i miei sandali,   stivato come un animale sui carri-bestiame. Ho raccolto arance, pomodori, limoni, munto pecore  e capre, pulito stalle  e   vetri delle macchine, venduto tappeti, collane e ciondoli sulle spiagge. Qui dove le fabbriche sono porta a porta, grazie all’aiuto di un amico trovai un lavoro e  iniziai a vivere  col sole alla finestra  mentre gli anni passavano bene con il piatto della mensa sempre pieno. Poi il lavoro diminuì senza ragione ad un turno di mezza giornata; diminuì ancora e la temperatura dell’aria congelò quando un uomo venne a dire che nel giro di una settimana la fonderia numero tre sarebbe stata chiusa perché  non rendeva abbastanza – è  più economico nelle città dell’Est-  lì, gli operai  lavorano quasi per niente. Nel  dormitorio che puzzava di alcol ognuno parlava tra sé e sé mentre  il silenzio andava aumentando, finché svegliatomi una mattina  compresi che il buon tempo era finito,  il suolo si stava raffreddando attorno a me. -C’é la crisi e voi ci portate via il lavoro- leggevo sulle facce degli uomini fuori dai bar. I vecchi sulle panchine del parco dicevano che l’intera città si stava svuotando di quelli come noi,  non c’era più niente qui che  mi potesse trattenere . Ho pregato il Signore lassù di mandarmi un aiuto. Mi ha mandato Moses, il muratore. Ha detto che se voglio lavorare mi devo svegliare presto perché ci vogliono due ore per arrivare sul cantiere; le quattro corsie dell’autostrada non bastano a smaltire il traffico in entrata a Milano. Al luogo stabilito, il mio sguardo incomincia a sfocare non appena giro la testa verso il punto dove il mio amico ed io ci dobbiamo incontrare,  fisso la strada, il marciapiede ed il segnale stradale. Non verrà?. Che ore sono?. Un inquieto ed affamato presentimento che non dice niente di buono, il pulmino dei manovali è già passato, mi sono svegliato maledettamente in ritardo. Forse no!  Non faccio a tempo a vedere la mia ombra proiettata sulla strada dalla luce dei fanali  della vettura sopraggiunta all’improvviso dietro di me. Uno schianto. Inghiotto l’urlo di dolore. Sto volando nell’aria di questo mattino di settembre. Non sento più le gambe, il cervello sta sanguinando, i miei occhi fissano un cielo color porpora.

Sto navigando verso il  mio unico vero amore.

Sono di là

Cari amici, causa lavori in casa  e noie varie sono quasi impossibilitato a scrivere per mancanza di concentrazione , però non rimango inattivo e per questo ho aperto un nuovo blog  sostanzialmente gay dove posto racconti su questo tema. Qualcuno di voi ne è già a conoscenza, posterò i racconti o anche poesie di chi vorrà gentilmente condividerli qua. Ne pubblicherò uno a settimana, a volte inserirò uno dei miei racconti che saranno il seguito di Mr Bojangles cioè i racconti delle esperienze gay dei soldati di quella sera. Ecco tocca a voi . L’indirizzo a cui inviarli è questo : Falconieredelbosco@gmail.com. Vi aspetto

Little Wing per Alessia

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In due minuti, Jimi Hendrix un giorno decise di mostrarci la sua anima e tutti ci accorgemmo che la sua anima era tanto tanto bella.

Little Wing parla direttamente all’ascoltatore e se compresa trasmette sensazioni di incanto e di rapimento. L’ordine ritmico tradizionale viene alterato, dopo l’introduzione la chitarra fraseggia e ricama sulla voce filtrata fino a sfociare nell’assolo solenne e nel contempo timoroso. Con un prolungato riff iniziale, Hendrix si diletta in una calda jam elettrica correlata da liriche magiche e colorate con qualche traccia malinconica, stemperata con veloci rullate della batteria. L’eco finale della chitarra ci saluta con un assolo che non sentiremo mai perché sfuma nell’infinito.

La facilità di Jimi con ballate eleganti come questa mostra in effetti il suo notevole livello sia come musicista che come compositore.

Mi piace scrivere canzoni lente perché è facile metterci più blues e sentimento”.

La maggior parte delle ballate si compongono in modi diversi.

Qualche volte vedi le cose in maniera differente da come le vede l’altra gente; allora le scrivi in una canzone che può rappresentare qualsiasi cosa. Per alcune canzoni mi viene in mente prima la musica poi ci metto parole che stiano bene. Dipende. Non seguo un percorso ben definito perché non mi considero un paroliere, non ancora comunque, tengo solo la musica in testa che arriva agli in studio di registrazione.

Hendrix sviluppò l’idea originale per Little wing, una delle sue migliori e più tenere composizioni, mentre si esibiva come Jimmi James & The Blue Flames, al Greenwich Village.

. In alcune recensioni si legge che la canzone fu ispirata dalle droghe delle quali il chitarrista faceva uso.

. Altri dicono che la canzone fu dedicata a Lucille , sua madre.

. In un’intervista Jimi dichiarò: “ Little Wing era una ragazza molto dolce che arrivò e mi diede tutta la vita, ed io pazzo com’ero, non sono riuscito a darle ciò che meritava… Mi svegliano alle 7 e mezzo del mattino apro la porta e vedo qualcuno che mi piace molto. Prima di tutto ho pensato : -Cosa diamine ci fa lei qui? Che cosa vuole?- Lei mi chiese : -Posso entrare?-. Io ero lì, fermo, e mi piaceva molto, era davvero carina…doveva avere diciannove o vent’anni…anche se ne dimostrava di più. Così sono rimasto lì e poi…ci siamo rimessi a dormire. Nei tempi che ero per strada a morire di fame, le ragazze mi aiutavano, erano le mie migliori amiche; allora mi sono detto -devo mostrare loro il mio apprezzamento”.

 Guarda,sta passando tra le nuvole

con uno spirito funambolo che corre sfrenato.

Farfalle e zebre e raggi di luna e storie di fate,

questo da sempre è il mondo dei suoi pensieri.

cavalcando con il vento.

Quando sono triste lei viene da me a regalarmi mille sorrisi.

-Va tutto bene- dice- va tutto bene.

Prendi da me quello che vuoi.

Qualsiasi cosa, qualsiasi cosa- .

Vola Piccola Ala

Voi cosa pensate? Quale fu l’ispirazione ? Una delle tre qui sopra? Cosa vi suggerisce il testo e la musica.

Orfeo negro per Amneris e Sole

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Manha de Carnaval, è una canzone tra le più più popolari della Bossa Nova degli anni ’50, apparsa per la prima volta del 1959 nel film Orfeo Negro del regista francese Marcel Camus.

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Da Wikipedia:

Orfeo è un giovane tranviere di Rio de Janeiro che ama cantare e suonare la chitarra e tra i ragazzini del paese circola la voce che è lui, con l’armonia della sua musica, a far sorgere il sole.

Alla vigilia del Carnevale arriva a Rio una graziosa ragazza, Euridice, venuta ufficialmente a trovare la cugina, ma in realtà lì per sfuggire a un uomo misterioso che la perseguita. Orfeo, pur essendo fidanzato con Mira, se ne innamora. Durante il Carnevale, appare l’uomo misterioso e col suo costume raffigurante la Morte terrorizza Euridice, che fugge nel deposito dei tram. Orfeo, sopraggiunto, accende le luci ma per errore innesta l’alta tensione ed Euridice muore folgorata. Il giovane la porta tra le braccia fino alla sua capanna sulla collina, ma Mira e le sue amiche lo aggrediscono facendoli precipitare nel burrone dove i due sono uniti nella morte.

Un ragazzino amico con la chitarra di Orfeo prende il suo posto sulla collina prima dell’alba e con dita incerte inizia a suonare. La magia si compie, spunta il sole e inizia un nuovo giorno.

Mattina, che bella mattina

una nuova canzone nella vita

per cantare solo i tuoi occhi

il tuo sorriso e le tue mani

perché ci dovrà essere un giorno

in cui verrai.

Dalle corde della mia chitarra

che ha cercato solo il tuo amore

viene un canto

a parlare dei baci perduti

sulle tue labbra. 

Il finale del film ha suggerito il mio contributo a questa canzone che “manda letteralmente tra le nuvole” Amneris Di Cesare.

Nell’inverno ’85 decisi di imparare a suonare la chitarra, un desiderio coltivato da tanto e realizzato con l’acquisto di una 12 corde di marca coreana, uguale a quella del mio amico Sole che veniva da me ogni sabato sera quando mia moglie e il mio primo figlio uscivano per andare a mangiare una pizza, ed io rimanevo a casa con l’altro figlio Matteo, nato da un anno.

Sole ha una decina di anni meno di me; questo soprannome è dovuto alla canzone che da bambino cantava a squarciagola -Nel sole- di Al Bano.

Sole rimase orfano a sei anni; sua madre spesso non sapendo come affrontare la vita di stenti di quel periodo si attaccava alla bottiglia di vino, finché una famiglia benestante del borgo la prese come domestica e collocò il bambino in un collegio dove rimase fino al diploma di terza media.

Lento nell’apprendimento e negato allo studio, nelle ore di svago ebbe la fortuna di incontrare l’amicizia di un assistente che gli insegnò i primi rudimenti dello strumento a corde.

Tornato a casa cominciò subito a lavorare, sgobbando da mattina sera, sempre pronto a dare una mano, con le doti che caratterizzano quest’uomo con la mente e il cuore di bambino: semplicità, genuinità, dolcezza, generosità, e un’assenza di malizia disarmante che lo fa benvolere da tutti.

Mentre facevo spazio, preparando sedie, spartiti e chitarre, lui seduto sul tappeto accanto a Matteo giocava facendo correre le automobiline colorate o tentando di infilare nella scatola magica le formine di plastica, un’impresa quasi impossibile per lui.

La sua presenza era come miele nella mia casa, tranquillizzava il piccolo che si addormentava sul tappeto dopo i primi accordi delle canzoni dei Beatles.

Il mio amico suonava ad orecchio, non sapeva leggere spartiti e accordi, ma col giro di Do -imparato a memoria-, facendo scorrere velocemente la mano sinistra sul manico dello strumento, riusciva a suonare tutto, mentre io che con le mani ero un disastro, gli insegnavo nuove posizioni con l’uso del capotasto e così a poco a poco riuscimmo a suonare diverse canzoni del repertorio del quartetto di Liverpool.

A casa si esercitava ogni sera sempre sulla stessa canzone finche non la sapeva suonare alla “come dico io” e quando al sabato ci si ritrovava, mi mostrava i suoi progressi.

Una sera, arrivò con l’amplificatore e una chitarra elettrica luccicante: – Questa è come quella di Jimi Hendrix- i suoi occhi erano sfavillanti mentre la mostrava orgoglioso come un bambino che ha atteso un giocattolo sognato da sempre -Sono tre anni che sto mettendo da parte i soldi-

-Allora Sole la inauguriamo con qualcosa di speciale… The fool on the hill-.

Accarezzando le corde metalliche disse:

-Vorrei cambiare gli accordi iniziali alla mia maniera-.

Con una eco di sottofondo vibrato iniziò la sua incantata introduzione e poi aggiunse:

-Ti prego cantala per me, usa il microfono, tanto non disturbiamo nessuno, è tanto grande la tua casa e non ci sono vicini qui che battono colpi alle pareti-.

Musica e canto si diffondevano in tutta la casa e ritornavano a noi amplificate di magia.

L’emozione mi afferrò alla gola quando incrociai l’umidità negli occhi dell’uomo bambino che stoppando le corde ne bloccò il suono dicendo commosso:

-Dai, fammi sognare, parlami del concerto che faremo noi due di fronte a tanta gente venuta da lontano per ascoltare la nostra musica-.

-Gli spettatori seduti sulle pendici del monte che fa da anfiteatro al nostro paese punteranno lo sguardo sul palco piazzato proprio in centro al campo di girasoli…

Il più bel concerto che non abbiamo mai fatto.

Estate 1993. Panico a Cala Mesquida

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Incastonato nel verde della pineta in uno splendido e incontaminato paesaggio a nord dell’isola di Maiorca : il villaggio vacanze di Cala Mesquida.

Le dune ricoperte da ciuffi di erba riparano la striscia di spiaggia che appare come una fascia tesa tra opposti gruppi di scogli.

Poche persone sul bagnasciuga, ombrelloni chiusi. Giornata grigia, il sole è oscurato da nuvole grigie. Vento forte.

Le onde sbattono fragorosamente sugli scogli sberle d’acqua, altre arrivano a riva a ritmo regolare come sullo schermo di un oscilloscopio, sinusoidi lanciate dal centro del mare agitato,  ideali per fare surf, non sono alte come quelle dell’oceano ma c’è qualcuno che sa come divertirsi.

Un gruppetto di giovani in boxer hawaiani scarica dal fuoristrada i bodyboards, tavole piccole e tozze in poliuretano dalla forma squadrata, lunghe circa un metro; le portano sottobraccio fino in riva al mare, spalmano la paraffina per aumentare l’attrito e consentire una maggiore manovrabilità, le lanciano nell’acqua, vi si buttano sopra con il ventre e nuotano fino ad un centinaio di metri dalla riva. Il leash, bracciale con guinzaglio elastico collega la caviglia alla tavola. Raggiunto il punto in cui l’onda comincia a frangere i ragazzi con un balzo montano il loro destriero, si posizionano mantenendo l’equilibrio con le braccia aperte e le ginocchia leggermente piegate e cavalcano le onde fino a riva dove la cresta diventa schiuma.

Con il tredicenne Ale osservo lo spettacolo divertente. Sembra tutto così facile. Uno sguardo d’intesa e padre e figlio decidono di provare la cavalcata col materassino bianco e blù.

- Non c’è bisogno di alzarsi in piedi, basta afferrarsi saldamente al gonfiabile, abbandonarsi all’energia e al gioco delle onde che ti scaraventano sulla spiaggia-.

Ci alterniamo nel divertimento, una corsa a testa. La sensazione dell’onda che frigge sotto il corpo e ti lancia in velocità fino sulle conchiglie e sulla sabbia del bagnasciuga è piacevolissima.

E’ il turno di Alessandro, un’ondata energica capovolge il materassino che in un attimo raggiunge la riva, lui rimane in mezzo alle onde sempre più minacciose.

Mi tuffo in soccorso, lo raggiungo a fatica perché il mare si è fatto grosso, lo aiuto a prendere fiato, è in difficoltà a rimanere a galla, sul suo volto è stampata la paura.

Cerco di fargli coraggio ma nuotiamo a vuoto, l’agitazione non ci fa avanzare di un metro. Panico. Il cuore batte forte, non so cosa fare, più delle braccia e delle gambe è il mio cervello che si dibatte:

- Dio mio, sono venuto in ferie per perdere un figlio. Come mi presento a Neli, come faccio a tornare a riva da solo, senza Alessandro-.

La disperazione mi avvolge, sconvolge e travolge come le onde che sembra arrivino da tutte le direzioni.

- Non lo lascio qui, vado giù con lui!-.

Guardo in cielo, uno squarcio tra le nuvole. Stella del mare aiutami!.

-State calmi, vi porto a riva io-.

Un surfista poco distante ha capito subito la situazione e si è precipitato in soccorso, afferra Ale, lo fa appoggiare con il busto sulla tavola :

-Tienila stretta e quando arriva l’onda di ritorno dalla spiaggia ti aiuto a superarla, rilassati e batti forte i piedi, in breve saremo dove si tocca e raggiungerai  la riva con le tua gambe-.

Poi si rivolge a me:

- Lei ce la fa da solo? Sì! Allora mentre noi scavalchiamo l’onda che arriva lei si infili sotto acqua, le sarà più facile superarla. Nell’intervallo nuoti con energia prima che arrivi quella successiva, in questo modo sarà più facile arrivare alla spiaggia. O.K. Andiamo!-.

E’ un esperto. Tutto come previsto, è stata dura ma tutti e tre siamo in salvo.

Alessandro sparisce in bagno, il suo intestino ne ha avuto quanto basta per farlo correre a tutta velocità prima di sporcare il suo costume.

Non so come ringraziare il giovane soccorritore che umilmente cerca di defilarsi. Arriva anche mia moglie. Neli non si è accorta di nulla, stava leggendo La valle dell’Eden di Steinbeck.

Ascolta l’avventura con trepidazione; con una carezza cerca di cancellare sul mio volto i segni dello spavento.

Il piccolo Matteo di nove anni ha assistito con trepidazione tutta la scena, da quando siamo a riva non ha staccato per un solo momento gli occhi dal ragazzo in boxer hawaiani. Gli appoggia la mano sulla spalla morbida e vellutata e gli sussurra:

-Tu sei il salvatore-.

Il giovane cavaliere accarezza la testolina del mio secondogenito e portando l’indice davanti al naso sussurra :

- Ssst, non dirlo a nessuno!-.

low sparks of high-heeled boys di Sermide

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Per questa canzone sospesa non c’è stata richiesta o meglio la richiesta c’è, eccola.

La nostra cara amica Zena Roncada scrive:

“Sermide è all’incrocio di ondeggiamenti e pensieri, in questo periodo.
Ha abdicato alla sua tranquillità geo-fisica e si sta muovendo, in tutti i sensi, in un’area piuttosto delicata. Eppure le idee e la voglia di fare non si fermano.
Faccio parte di un gruppo: Alla luce del sole.
E’ un gruppo di volontariato politico: ama il vivere insieme, nel segno della condivisione e dell’assunzione di responsabilità.
Per il 17 giugno abbiamo pensato di far rivivere una vecchia strada, in cui tanti negozi hanno gradualmente chiuso i battenti.
Vorremmo organizzare una esposizione di fotografie e possibilmente di ‘tranci’ di scrittura.
L’iniziativa ha nome ‘la Sermide che piace’. Per questo stiamo raccogliendo le immagini e le testimonianze anche di chi è passato di qui e ne ha visto il bello, magari in un vecchio muro, o nel Po, o in un giardino, o in un tetto…
Vi chiedo un aiuto.
Tanti di voi conoscono Sermide, per amicizia.
Ne avete scattato qualche fotografia? Volete scrivere alcune parole per fissare, grazie allo sguardo di chi non ci vive, un elemento di bellezza?
La bellezza è negli occhi cuore di chi guarda. E noi abbiamo bisogno di bellezza.
Potete spedire a me o qui: http://sermideallalucedelsole.wordpress.com/
Tante volte grazie.

Conosco l’esistenza di Sermide dai racconti usciti col favore delle nebbie , non me ne perdo uno, io che amo le soffitte e le storie nascoste nei bauli e nei cassettoni di una volta, ma non so niente di questa cittadina o paese della Bassa ( noi di qua chiamiamo bassa la zona di pianura che si estende a sud del nostro paese).

Ho cliccato sul google-maps ed ho cominciato a viaggiare : da Erbusco a Sermide 150 km circa, tempo due ore percorrendo l’autostrada A4 Brescia Verona e poi la statale SS12 fino a destinazione. Ho navigato col mouse sulla cittadina ho visualizzato tutte le foto e mi sono fatto una minima idea dei luoghi, in particolare mi sono soffermato sulle immagini del fiume e soprattutto sui resti dello zuccherificio e sul murale all’interno del fabbricato che raffigura degli uccelli notturni (stranamente ho appena inviato un racconto per un concorso dove parlo di un barbagianni).

Ma quale potrebbe essere il mio contributo?

Non so fotografare e non so se potrei raggiungere in macchina i luoghi visto che sono uno che guida da cani e evita il più possibile il volante…

ah ecco una canzone! In questo sono abbastanza bravo , o perlomeno è la mia passione e mi porta in qualunque destinazione, in cielo, sulla terra e sottoterra

E quale argomento scegliere?

La Zena degli ultimi post mi da una mano parlando dei ragazzi del suo paese:

Ci sono giovani bellissimi, che scaldano la vita, riannodano fili e trovano anche nel micro le ragioni per impegnarsi.

In questo percorso proprio i più giovani hanno insegnato tanto e ciascuno ha avuto l’umiltà di imparare e speranze da coltivare ed i sogni da realizzare, tanti obiettivi da raggiungere, tanto lavoro per consentire ai ragazzi di mantenere l’entusiasmo ed il sorriso”.

 

Si sono messi sul tavolo alcuni valori. Per condividerli e riempirli di senso abbiamo impiegato mesi e mesi, ma intanto abbiamo imparato a conoscerci e a lavorare insieme, aprendoci continuamente, senza chiedere credenziali a nessuno: soltanto la congruenza”.

OK grazie Zena, ho capito, la canzone l’ho trovata al volo, suona già nella mia mente. Penso alla strada da percorrere, penso ai piedi, alle scarpe, alla polvere, alle macerie, alla ricostruzione, penso ai ragazzi che riscoprono i valori che sembravano perduti e rispolverano il loro bel paese per farlo luccicare.

Questi ragazzi di Sermide portano le scarpe da tennis che radono il suolo ma la musica che diffondono li alza di una spanna da terra perché la loro è l’umile scintilla dei ragazzi dai tacchi alti

Se vedi qualcosa che sembra una stella sparata dalla terra
 e la tua testa gira per il suono forte di una chitarra 
 e non puoi scappare dalla musica,
non preoccuparti troppo, succedeva anche
quando da bambini ci divertivamo coi giocattoli e la cosa che senti è solo la musica
dell’umile scintilla dei ragazzi dai tacchi alti.

Il prezzo che paghi è troppo alto
mentre vivi al di sopra delle tue possibilità
e l’uomo col vestito ha comprato una macchina nuova
con i profitti dei tuoi sogni
ma oggi hai appena letto che è stato fatto fuori
da una pistola che non ha fatto rumore
ma non è stata la pallottola a stenderlo
è stata l’umile scintilla dei ragazzi dai tacchi alti.

Se hai un minuto per respirare
e ti hanno concesso un ultimo desiderio
chiedi un’altra chance
o qualcosa di simile non preoccuparti, succede quando sei sicuro di un dispiacere o una gioia. E la cosa che ti disturba è soltanto il suono
dell’umile scintilla dei ragazzi dai tacchi alti.

Se ti dessi tutto ciò che possiedo
senza chiederti niente in cambio
 faresti lo stesso per me
 o mi prenderesti in giro per spogliarmi di tutto, compreso il mio orgoglio.
 Ma lo spirito è qualcosa che nessuno può distruggere e il suono che senti è solo la musica
dell’umile scintilla dei ragazzi dai tacchi alti.

piccolo infortunio

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Ieri 31 maggio ho rischiato di perdere un dito nella spezzatrice del pane.

Ho fatto proprio un’azione imprudente infilando l’indice della mano destra nell’ingranaggio per togliere un pezzetto di pasta.

ZAC uno dei coltelli mi ha beccato.

Per fortuna sono stato veloce e la ferita riguarda solo l’unghia anche se ho sanguinato parecchio.

Mi sono medicato, fasciato  e incerottato velocemente perché avevo ancora parecchio da fare e con il mio indice puntato verso l’altro ho continuato a lavorare fino a mezzogiorno facendo anche le torte.

Probabilmente ho la carne buona e non ho sentito dolore.

Devo stare attento e non fare più schiocchezze come questa, non può andare sempre liscia.

Riprenderò la scrittura al più presto , perché con questo dito sospeso in aria continuo a fare errori di battitura.

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